Cuanderno de viaje – dia 240 – Felice da paura

Felice.

Felice da paura.
Felice delle piccole cose, del sole, del caldo, dei piccoli gesti, di un sorriso, di una battuta di un cameriere, vedendo una coppia innamorata, del vento tra i capelli, dell’aria d’estate.
Felice quando apro la finestra e respiro incenso, misto ad aranci.
Felice, quando con amici di qualche mese, ci s’intende come fossero con me da una vita. Perché è una vita, questa.
Felice, per tutte quelle cose che erano nuovissime ed adesso sono diventate rituali, quotidiane, ma non mi stufano mai.
Felice, ogni mattina, salutando il ragazzo dei giornali, la signora bionda con i capelli sempre bagnati, Federica, la ragazza dei fazzoletti.
Felice per queste amicizie facili, per questa voglia di conoscere, per quest’ansia di presentarsi.
Felice quando esco dall’ufficio e c’è il sole ad aspettarmi, una città sorridente.
Felice con i tramonti, dopo una giornata al parco, senza guardare l’orologio, aspettando che il sole scompaia. E sono le 10.
Felice, per le serate inutili, dove ci s’inventa qualsiasi cosa per essere sempre sulla cresta dell’onda. Per santificare questo Erasmus. Perché manca poco. Perché non voglio perdervi. Perché non voglio nemmeno un ricordo sfregiato, nemmeno una notte inutile.
Felice di questo senso di libertà, di aver trovato questo senso della vita, che va oltre al vile denaro, che va oltre tutto.
Felice di questa serenità, di questa primavere costante dell’anima.
Felice, perché è tutto così incredibilmente perfetto.
Ed impaurita.
Impaurita, pensando che tutto questo spettacolo sia davvero un momento, una menzogna, come dice Mariana. 
Impaurita, all’idea che questa umiltà e questa serenità non possano tornare con me, in Italia. Impaurita, perché ho lasciato indietro tante parti inutili e superficiali di me e non voglio tornare a prenderle, non mi appartengono più e probabilmente non mi sono mai appartenute.
Impaurita pensando alla mia amata Santa, ad una sera normalissima, circondata da apparenza, ignoranza, saccenza, superficialità. Ma fortunatamente ci sono le eccezioni. Poche, buone, mie.
Impaurita perché non so se riuscirò ancora a sentirmi al mio posto, al posto giusto, come mi sento da 8 mesi a questa parte, quì.
Impaurita perché non so se riuscirò mai a convincere i miei amici, di quanta tolleranza si possa imparare ad avere, uscendo di casa.
Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere lo stesso entusiasmo e lo stesso coraggio di partire, alle mie sorelline.
Impaurita perché non so cosa ci sarà dopo aver saltato il fosso della laurea e dopo ancora.
Impaurita, da un divario d’anime tra me e quelli che sono sempre stati i miei amici, le mie amiche, che però non hanno avuto la fortuna, la voglia o il coraggio di aprirsi ad un’esperienza simile. Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere la mia serenità e tutto quello che ho guadagnato, anche a loro.
Impaurita di dimenticarmi, poco a poco, di cosa significa santificare ogni giorno, come fosse l’ultimo, come adesso, come quando sai che manca solo 1 mesetto al tuo ritorno, alla fine di questa vita.
Impaurita perché vorrei essere per sempre così, come sono adesso: ventenne, leggermente abbronzata e felice da paura.

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Cuaderno de viaje – Día X – ESN Paradise

Scorro i volti, uno per uno e continuo a ripetermi che è stato un incidente. Che poteva capitare a chiunque. 
Avrebbe potuto essere un pullman di nonnini, di quelli che ho accompagnato io in Spagna 2 anni fa, un pullman di tifosi, un pullman di bambini, un pullman di liceali in gita, un pullman di ESN Sevilla, invece che Barcellona, uno dei nostri. Uno di quelli che ho preso una settimana sì e l’altra pure, da quando sono qui.
In qualsiasi caso sarebbe stata una tragedia, ma in questo di caso mi tocca più a fondo e non riesco a trattenere le lacrime. Non c’è rabbia, come poteva esserci qualche mese fa, dopo uno degli attentati, non c’è cattiveria, ma solo tristezza.
Guardo i sorrisi di tutte queste ragazze e non posso fare a meno di piangere. “Vado in Erasmus, in Spagna, ho ottenuto la borsa di studio, è solo qualche mese mamma, torno presto” le immagino salutare le famiglie, con la stessa tristezza mista ad entusiasmo, con cui ho salutato io la mia. 
Le immagino arrivare in una città nuova, spaventate ed incuriosite, cercare casa, impazzire, trovarla e trovarci dentro una nuova famiglia, che parla una lingua nuova, che non lava i piatti dopo mangiato, che non usa il bidè. Le immagino prenotare il viaggio per vedere Las Fallas, di corsa, sennò i posti finiscono, uscire gasate e trionfanti, con la loro ricevuta, un timbro, un nuovo viaggio targato Erasmus. 
E poi le immagino lì, a cantare canzoni da pullman, inneggiare cori, ad animare tutto il mezzo, come solo gli italiani sanno fare, qualcuna dormicchia, la sera prima non l’ha fatto, qualcun’altra mangia, magari è in piedi, parla con una nuova conoscenza… Si sà che l’autobus è sempre la parte più bella di un viaggio, tutti insieme, vicini, a sconfiggere la noia nella maniera più spontanea ed infantile possibile. 
Il telefono pieno di foto, gli occhi pieni di luce, dopo qualche giorno a Valencia, la testa piena di punti interrogativi, di domande, quelle ci stiamo facendo tutti, da quando siamo partiti ed il cuore pieno di sogni, progetti, obbiettivi.

Lo so che il mondo continua a girare, che non dobbiamo lasciarci spaventare, che non possiamo fermarci, che ogni giorno ci sono migliaia di incidenti nel mondo, però…
Immagino la mia nonna, davanti alla televisione, che arriva vicinissima all’infarto quando sente le parole “ragazze” “italiane” “Erasmus” “incidente” “Spagna” e cerca subito di chiamarmi. Io, che normalmente prima parto e quando torno dico dove sono andata, che prima mi butto con il paracadute e poi mando le foto, per non far preoccupare nessuno, perché “cosa vuoi che succeda?”. Immagino le nonne di queste ragazze, che non hanno ricevuto una risposta, un conforto immediato, che non hanno trovato nessuno dall’altra parte della cornetta a dire “tranquilla nonna, sto bene”. Immagino i genitori, prendere un aereo per andare a riconoscere i loro corpi, invece che a trovarle, a conoscere il loro nuovo mondo, ad aprire un po’ gli occhi su quanto abbiano fatto bene a lasciarle andare. Perché hanno fatto bene, nonostante tutto, perché non devono rimproverarsi niente. Immagino i fidanzati che hanno lasciato a casa, gli amici con il volo già prenotato, la carne nel frigo, l’affitto da pagare, le valigie ancora da disfare, il Learning Agreement da cambiare…

“Chiudersi invece d’aprirsi. Spaventarci invece che sognare, per i nostri figli e nipoti, un futuro condiviso e migliore. Ecco l’errore che non dobbiamo commettere, per rispetto ai ragazzi di Tarragona.”
Questi ultimi due mesi saranno anche per voi, ce li godremo con una marcia in più, avrei preferito non ce ne fosse bisogno, non ci faremo scappare un occasione, non perderemo un attimo, perché è quello che avreste fatto anche voi.
Sapete già cosa dovete fare in Paradiso, no?. Noi, nel mentre, continueremo a consigliare 1 anno d’Erasmus, al posto di 1 minuto di silenzio, in vostro onore.
Buon viaggio ragazze.





Miro las caras, una cada una y sigo repetiendo que ha sido un accidente. Que podría pasar a cualquiera.


Podría ser un autobus de abuelos, como lo que he acompañado hace 2 años, aquì, en España, podría ser un autobus de ultras, un autobus de niños, de colegiales de vacaciones, un autobus de ESN Sevilla, en lugar de lo de Barcelona, uno de los nuestros. Uno de los que he cogido una semana sì y la otra tambien, desde cuando lleguè aquí.
En casa hipótesis seria una tragedia, pero en este caso no puedo parar las lagrimas. No estoy enfadada, como hace unos meses, después los atentatos, pero estoy triste.
Las imagino llegar en una ciudad nueva, asustadas y curiosas, buscar casas, volverse locas, encontrarla y encontrar dentro una nueva familia, que habla un nuevo idioma, que no frega los platos y que no usa el bidè. Las imagino reservar el viaje para ver Las Fallas, corriendo, porque se acaban los sitios, salir felices y triunfantes, con el recibo y un nuevo viaje firmado Erasmus.
Y después las imagino allì, cantando canciones de autobus, coros, animando todo el autobus, como solo los italianos saben hacer, unas duermen, a noche no lo hizò, otra come, puede ser que sea en el pasillo, hablando con una nueva amiga… Se sabe que el autobus es la parte mas bonita de un viaje, todos juntos, cercanos, a luchar contra el aburrimiento de manera espontanea y infantil.
El movil lleno de fotos, los ojos llenos de luz, después unos días en Valencia, el cerebro lleno de signos de interrogación, de preguntas, las que nos ponemos todos desde cuando estamos aquí y el corazón lleno de sueños, projectos, objetivos.
Ya lo se que el mundo sigue dando vueltas, que no podemos asustarnos, que no podemos pararnos, que cada dia hay mil accidentes en el mundo, pero…
Imagino mi abuela, en frente de la televisión, que llega muy cerca a un infarto, cuando oye las palabras “chicas” “italianas” “Erasmus” “accidente” y pronto intenta llamarme. Yo, que normalmente antes me voy y después digo donde he ido, que antes salto con el paracaídas y después mando las fotos, así que nadie se preocupe, porque “que crees que pueda pasar?”.
Imagino las abuelas de esas chicas, que no obtuvieron respuesta, consolación, que no encontraron a nadie a el otro lado del movil que decía “tranquilla abuela, estoy bien”.
Imagino los padres, cogiendo un avión para ir a reconocer los cuerpos de sus hijas, en lugar de ir a visitarlas, para conocer sus nuevo mundo, para abrir un poco los ojos y entender cuando hicieron bien a dejarlas partir. Porque hicieron bien, a pesar de todo, porque no tienen nada que reprenderse.
Imagino los novios que dejaron en Italia, los amigos que ya tenían el billete del avión reservado, la carne en la nevera, el alquiler pendiente, las maletas todavía de deshacer, el Learning Agreement errado…
“Cerrarse en lugar de abrirse. Asustarnos en lugar de soñar, para nuestros hijos, nuestros nietos, un futuro compartido y mejor. Eso es el error que no tenemos que hacer, para el respeto de los chicos de Tarragona”.
Sabeis ya lo que teneis que hacer en el Paraiso, verdad? Nosotros, mientras tanto, seguimos recomendando 1 año de Erasmus en lugar de 1 minuto de silencio, en vuestro honor.
Buen viaje chicas.

Miro las sonrisas de todas esas chicas y no puedo no llorar. “Me voy de Erasmus, a España, me dieron la beca, solo son unos meses mama, vuelvo pronto”, las imagino que despiden las familias, con la misma tristeza mixta a entusiasmo, que tenia yo cuando despedí la mia.

Esos ultimo dos meses serán tambien para vosotras, no perderemos ninguna oportunidad, ni un minuto, porque eso hubierais hecho vosotras.


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Le lettere d’amore scritte al computer – Auguri principessa

Era il 3 marzo 2004, al terzo piano a sinistra, scendendo 6 gradini e superando la 4A, c’era una classe, con dentro una ragazzina di 8 anni… la maestra Maria è lieta di annunciarmi che sono sorella per la seconda volta.
Sei nata.
Alle 16.30 esco da scuola ed i nonni mi vengono a prendere, davanti alla tua stanza la casetta rosa di un uccellino rosa, un cartoncino a fondo bianco, rigato di rosa in alto ed in basso, il tuo nome scritto a biro dalla nonna: Arabella.
La stanza di mamma è minuscola, affollata, un piccolo corridoio, il bagno sulla destra ed in fondo un letto, la finestra da sul cortile interno, c’è anche una piccola sedia con i braccioli. Mi siedo, incrocio le gambe e ti aspetto, come si aspetta Babbo Natale, come si aspetta la pizza, come si cerca il regalo nell’Happy Meal, con gli stessi occhi che ho ancora prima che il cono del Centrale passi dalle mani del gelataio alle mie: come una sorpresa, un dono. 
Ed arrivi.
Sei uno scricciolo, in mezzo a tutti questi occhi, a queste voci dei grandi, ma loro non contano, è il mio momento, è il nostro momento. Ti adagiano sulle mie braccia, t’incastrano con il sederino tra le mie caviglie, con la stessa delicatezza con cui si lava la cristalleria. Sei un diamante. E questo è il nostro primo momento di complicità, alla facciazza vostra, ho un’altra sorella, ed è bellissima.

Prima che nascessi mamma e papà aspettarono quasi fino all’ultimo a parlarci di te e quando lo fecero… io volevo che fossi un maschio. T’immagini un principino al posto tuo? Ho perso il conto delle volte che mi hai mandata al diavolo con un “e tu che volevi un fratello”.
Ti abbiamo sentita scalciare e singhiozzare, muoverti e dormire, protetta dalla pancia della mamma, prima che ti tirassero fuori a suon di epidurale.

E sei arrivata.

E mi hai cambiato la vita.

Se il primo figlio è un esperimento, anche la prima sorella lo è, con la seconda ci si può già correggere, si può migliorare ed io l’ho fatto, con tutte le maledizioni che giustamente Fiorelisa mi ha mandato, i denti che mi ha fatto cadere e le lotte greco-romane alle quali ci siamo sottoposte, con te è stata una passeggiata, sei stata da subito la principessa, per tutti, ma ai miei occhi lo sei ancora. Princi.

E’ così nitido il momento in cui ti stringevo forte tra le mie braccia, ti sollevavo e ti chiedevo per favore di non crescere, di rimanere sempre piccola. E tu, più forte ancora, mi promettevi di rimanere per sempre la mia piccola. E non hai mai infranto la promessa.
Sembra ieri che mettevamo a posto la camera dei giochi, tutta per te, che mi chiedevi il significato di qualsiasi parola, dopo aver detto “Doddi” per la prima volta.
Sembra ieri che iniziavi la scuola, con quello zaino più alto di te, con Fiorelisa nelle foto, senza denti. E’ così vicino il giorno della tua comunione, il vestito bianco, il cerchietto e le mie guance rigate dall’emozione.
Sembra ieri che mettevi gli sci e piangevi come una matta sul ventina perché volevi tornare a casa, per poi darmi merda solo qualche anno dopo.
Sembra ieri che mi dicevi “alle medie però non mi chiami più Princi davanti a tutti”, che ti offri volentieri come cavia, insieme alla Franci, per salire la prima volta in macchina con me.
Sembra ieri che ti sedevi su un aereo per la prima volta, che scoprivi cosa vuol dire viaggiare con noi, sembra ieri che ti faccio perdere qualche anno di vita piegando troppo su una curva troppo stretta in Croazia, che ci lasciamo dividere da una corda dalla storia, a Micene, che voliamo sopra la Cappadocia in mongolfiera, all’alba. Sembra ieri, in quella calda Istanbul tutte e tre con i fiori tra i capelli, a Gardaland nelle tazzine, a Barcellona a saltare sui divanetti del W per gli autoscatti più stupidi della storia. Sembra ieri che fotografiamo papà e Fiore che vanno incontro ad un tramonto spettacolare a Madrid, che vuoi a tutti i costi fare il bagno nelle fontane della città della scienza. Ed era solo 1 anno fa che ti regalavamo il concerto di Ariana, che finalmente vedevi la tua tanto amata Londra, che ad 1 ora dal volo ti buttavi in piscina, che ti lanciavi sulla zip line ad Omis, che remavi facendo rafting a Posdram.
Sembra ieri quando per la prima ed unica volta marinasti l’oratorio per vedere la tua sorellona, dopo 2 mesi che era andata via di casa.
Sembra ieri che trovavi nel mio vecchio Iphone una nota che parlava di te e mi chiamavi in lacrime dalla montagna per dirmi che mi vuoi bene.
Anche se taggarti su Facebook, condividere l’armadio, regalarti il mio telefono, chiudere una chiamata e trovarmi menzionata nel tuo ultimo tweet, riempire di cuoricini le tue foto, vederti uscire da sola, cambiarti i vestiti di nascosto sulle scale, accettare il tuo primo fidanzatino, raccontarti tutti gli affaracci miei… adesso è strano, se mi fermo a pensarlo, è giusto.
Hai 12 anni ed è come se ne avessi ancora 4, ma, allo stesso tempo, già 20.

Sei cresciuta principessa ed io non posso farci niente, se non continuare ad appoggiarti, a guardarti da lontano, da vicino, con discrezione, con amore, con tutta la durezza e la dolcezza che meriti. Non posso fare altro che proteggerti, senza invadenza, dall’ingnoranza e dalla cattiveria che a volte incontrerai in questo mondo. Non posso fare altro che appoggiarti, anche al muro se serve.

Prova a tagliare un’altra volta… e torno a casa solo per insegnarti come si fa a non farsi beccare.

Tanti auguri principessa mia,
non c’è niente di più bello che vederti ridere.

Ti amo.

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Nostalgina – Cuaderno de viaje – dia 144

Nostalgina. E torno indietro, fino al liceo. Mia sorella ha appena compiuto 16 anni e sembra ieri che veniva al mondo. Come sembra ieri il 5 settembre.
Quando ancora andavo all’oratorio il dubbio era sempre lo stesso: lasciare il mare per andare ai vari campi o no? Al mare già mi divertivo come una matta, valeva la pena interrompere un super divertimento per un’incognita? 
Puntualmente partivo e puntualmente, quando era ora di tornare al mare, piangevo come una matta. 
Il dubbio e l’incertezza prima, la certezza di non voler tornare, di voler fermare il tempo, di volermi fermare in quel momento, in quel luogo, con quelle persone, dopo.

Poi sono cresciuta e l’incertezza iniziale ha lasciato il posto all’adrenalina, alla curiosità, alla positività perenne che è diventato un mio marchio di fabbrica.


Ho passato questa sessione esami svegliandomi ogni giorno rimembrando una citazione dell’Angelino, che scrissi a caratteri cubitali sul quaderno di scienze della terra, l’ultimo anno del liceo; a sua volta citava Chiambretti, che citava non so chi, la morale era che “comunque vada, sarà un successo”. 
Perché così è sempre stato, perché ogni momento, bello o brutto che sia, inizia, finisce e lascia qualcosa, un sorriso o una lezione.
Quando ho deciso di catapultarmi in questa vita, ero piena d’adrenalina, ma sopraffatta dall’incertezza, come da bambina. 
Ad ogni fiera in cui lavorai, incontrai ragazze che erano già state in Erasmus, che avevano già vissuto questa vita, e ne parlavano con gli occhi luminosi, sorridenti, gli occhi di chi pranza dalla nonna dopo tanto tempo. Ho visto in quegli occhi il mio destino ed ho preso, sempre più, la consapevolezza che quella sarebbe dovuta essere la mia meta.
Non avevo paura della distanza, non avevo paura delle mancanze, erano sempre stata una costante nella mia vita… Poi sono arrivata.
Mi sto fermando, un attimo, come qualcuno fa l’ultimo giorno dell’anno, a tirare una riga, ma sembra essere una retta infinita. 
Tante volte è capitato di chiedersi “ma se sapessi esattamente quando morirò, cosa farei?”. Logico è pensare “vivrei intensamente ogni attimo, senza sprecare nemmeno un secondo, ogni giorno come fosse l’ultimo”.
Ecco, qui è esattamente così. 
E’ una vita. 
Sai il giorno in cui inizia ed il giorno in cui finisce, solo che hai la certezza dell’aldilà: tornerai da dove sei venuto, ma ci sarà tutta una vita in mezzo.
Forse è per questo che i ragazzi Erasmus hanno gli occhi a lasagna della nonna, che sono pieni d’entusiasmo, che non dicono mai “no”, che si mettono in gioco davvero, che respirano a pieni polmoni e accantonano la tristezza.
Perché finisce. 
Anche se sembra di avere tanto tempo davanti, finisce. E la fine arriva in un batter d’occhio.
Per qualche mio compagno di avventura è già arrivata, per qualcuno sta per arrivare, per qualcun altro è ancora lontana, qualcuno è appena nato.
Noi vecchiotti guardiamo gli appena nati con un sorriso malinconico, come fanno gli adulti con i bambini, perché vorrebbero ricominciare, ma sono soddisfatti degli anni che si portano sulle spalle. I bambini invece ci guardano pieni di voglia di conoscere, fare, imparare, correre, crescere. Esattamente come noi, che volevamo tanto diventare grandi.
Ci accingiamo a vivere questa vita, con una nuova famiglia, lasciando a casa la nostra, che non è più vera di quella che avremo qui, è solo biologica, ma ci mancherà, come non ci è mai mancata in tutta la nostra precedente vita. Lasciamo a casa gli amici, quelli veri e quelli che in realtà non sono forse nemmeno amici, sono persone che abbiamo accanto per casualità, per coincidenza e che per qualche strano motivo, sarà che non avevamo alternative migliori, ci siamo portati appresso per anni. Fino ad ora.
Lasciamo a casa il nostro armadio e la nostra macchina, la casa stessa, le abitudini e le comodità, la banalità e gli affetti. Ci carichiamo di vestiti e prendiamo il volo, sulla nostra cicogna Ryanair.
E’ un mix di fattori a rendere questa vita perfetta.

Tutti partiamo, con un grosso respiro, tanto coraggio ed entusiasmo. E questo è quello che ci troviamo davanti, nelle persone che intrecciano le loro strade con la nostra, lasciando che s’incontrino in un punto preciso: Sevilla, ci troviamo noi stessi. Le nostre stesse paure ed il nostro stesso coraggio.

Abbiamo tutti quell’età perfetta in cui non siamo più bambini, non siamo ancora abbastanza grandi e vorremmo fermarci. Ci siamo resi conto che il tempo invecchia in fretta, dopo i 18, che avevano ragione gli amici di mamma e papà quando ci dicevano che avrebbero voluto essere nei nostri panni. Abbiamo quell’età che chiunque vorrebbe avere per sempre. “Ok capo, mi fermo quì, tu continua a far girare le giostra, io scendo al binario 20.”

Abbiamo tutti l’ignoranza, i pregiudizi, le idee inculcate dai telegiornali, dai genitori, ma anche la forza di lasciarle scivolare, di renderci conto che possiamo camminare con le nostre gambe, calpestare terre che i nostri nonni guardavano solo sull’atlante, quello vecchio, dove c’è ancora la Jugoslavia. 
E così, non per rappresaglia e nemmeno per cattiveria, ci rendiamo conto che i tedeschi non sono poi così nazisti, che i portoghesi non sono poi così avidi, che il cibo messicano non è nemmeno troppo piccante e non facciamo più caso al colore della pelle, all’orientamento sessuale, alle marche dei vestiti, alla nazionalità, alla lingua… ed in un batter d’occhio guardiamo con un sorriso dolce, come si guarda un bambino innocente, quelle persone che eravamo, così inconsapevoli di quello che c’era al di fuori di casa, quelli saccenti, quelli un po’ spocchiosi. 
E siamo nuovi. 
Rinati. 
Non perché ora siamo a conoscenza di tutto, ma perché abbiamo la consapevolezza che ci sia un sacco da imparare.
E allora, piuttosto che sentenziare, abbiamo imparato ad ascoltare. Eravamo qualcuno, qualcuno che siamo ancora, ma di cui abbiamo conservato solo il meglio.
E così siamo arrivati ad avere quella sensibilità, quella di chi si rende conto di quanto è fortunato e non può fare altro che ringraziare. 
Me ne rendo conto ogni volta che qualcuno pubblica una foto scattata da Ponte Sant’Elmo (quello che collega Plaza De Cuba a Puerta Jerez, non importa se non sai come si chiama), ogni volta che vedo un ragazzo fermo su quelle panchine, ogni volta che qualcuno mi dice che vorrebbe vivere a Triana, solo per attraversare quel ponte, ogni sera, come abbiamo la fortuna di fare noi.
E’ strano che ci sia un luogo in cui tanti cuori, inconsapevolmente, si sono trovati. 
La mia casetta, qui, non è un posto solitario, nascosto e solo mio, la mia casetta qui è quel ponte. E non è solo mio! Lo condivido con tutti quelli che inciampano per guardare il Guadalquivir, il ponte di Triana, la Torre dell’Oro, i riflessi delle luci dei ristoranti che si muovono sull’acqua, la Cattedrale che s’intravede oltre i palazzi, Paseo Colon illuminato a giorno, il teatro il lontananza, la Plaza de Toros. Lo condivido con tutti quelli che inspirano questa meraviglia e ripetono tra se e se “sono troppo fortunato”.
Perché non sono più solo io. Perché abbiamo un marchio per la vita, un nodo nell’intestino, che ci terrà legati per sempre.
Passeranno in fretta le ultime settimane di alcuni di noi e ci toccherà salutarli, ci toccherà spezzettare il cuore in tante piccole parti e guardarle prendere il volo.
Saluteremo qualcuno con la consapevolezza di non vederlo mai più, o chissà, ancora una volta. Saluteremo qualcun altro con la certezza di vederlo ancora prima di nostra madre.
Saluteremo tutti con la tristezza di chi sa che in questa vita, questa qui, quel qualcuno ha finito il suo tempo. E allora lo celebriamo, baciamo quell’ultimo granello di sabbia che cade nella parte inferiore della clessidra, torniamo a casa alle 9 di mattina, scavalchiamo i cancelli di Plaza D’Espana, piangiamo davanti ad un tramonto sul Parasol e ridiamo, sorridiamo, per quanto fantastica sia stata e continuerà ad essere, un’amicizia vera, un’amicizia tra Erasmus.
Quante opportunità ci serve, il mondo, su un piatto d’argento.

A tutti quelli che partono, ed a me stessa, auguro di vivere ogni giorno come se fossero a conoscenza della data di scadenza, come un Erasmus. Un Erasmus nel proprio paese, nella propria città, nel proprio stato.
Vi auguro di guardare ogni ponte, ogni alba, ogni tramonto, ogni torre, ogni fiume, ogni chiesa, ogni luce di Natale, ogni spiaggia, ogni amico, ogni mendicante, ogni bambino, ogni amore, ogni università, ogni futuro lavoro, ogni aereo, ogni piatto, ogni libro, ogni appartamento, ogni vita e lo specchio, con gli stessi occhi con cui guarderete le lasagne della nonna o la pizza, appena tornati a casa.
Con gli stessi occhi con cui avete sempre guardato la vita Erasmus. Quegli occhi che mi porterò nel cuore per sempre.

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