Author Archives: admin

About admin

Terapia d’urto

Questa sono io, a 3 anni, che vado a comprare un giornale. Sull’outfit non avevo ancora autonomia, delego la responsabilità a mia mamma, nemmeno l’autonomia dell’andare a comprare il giornare era pienamente una mia scelta, in effetti, era un regalo di mio papà.

Mio papà è nato nel 1964, anno in cui la natalità, in Italia ha registrato il massimo storico. Dopo il 64 un declino. Un po’ prima del 64, le guerre, poco prima del 64, il boom, la rinascita appunto. E’ curioso vedere come gli eventi economici e sociali incidano immediatamente sulle nascite (qui per vederne un’analisi), sulla fiducia nel mondo, sul coraggio, sulla paura. Chissà quanto ha inciso sulla loro vita essere nati nel 64, chissà quanto ha inciso sulla nostra.

Dicevo, mio papà è nato nel 64, esattamente il 18 marzo, un giorno prima di suo nonno, del giorno di San Giuseppe, della commerciale festa del papà. 3 anni fa ero in Argentina e scrissi questo post dal titolo “Il mio Miyagi personale”, per ricordare, per celebrare, per abbracciarlo da lontano, perché avevo capito qualcosa di me. Rileggerlo ieri, a distanza di anni e chilometri, mi ha fatto stringere il cuore, sorridere e rimescolare le carte.

Già alla riga 7 mi sono fermata, ho guardato me stessa di 3 anni fa, scuotendo la testa. “Ti piacerebbe Doralice!”, mi sono detta. Perchè se è vero che: “Dopo aver combinato una grande cazzata, dopo esserti sentita quello che hai sempre rimproverato ai tuoi, apri gli occhi e finalmente pensi “cazzo, ma sono umani anche loro””, è lì che inizia la vera salita, la lotta interiore, il lavoro su sè stessi, altroche “da quel momento è tutto in discesa“. è proprio a quel punto che ti rendi conto che data la loro natura di umani erranti, non puoi pretendere, additare e colpevolizzare con la stessa facilità con cui lo facevi prima. Non riesci più a lasciarti sfiorare dalla rabbia adolescenziale, ogni mancanza diventa un problema anche tuo, è tua.

Scrivevo:
Siamo il risultato di un’educazione, una passione, un’unione di pregi e di difetti. Non siamo nessuno per cambiare chi ci sta attorno, per porci nella posizione di giudici, ma possiamo scegliere per noi. Possiamo scegliere chi vogliamo essere, quanti pregi fare nostri e quanti difetti modellare e ridimensionare.
Io, oggi, ho scelto.
Ho scelto tutti i pregi di mamma, tutti quelli di papà e tutti i miei difetti.
Oppure sono stata semplicemente baciata dalla fortuna perché oggi, alla stupida età di 22 anni, mi sento tutto il buono che c’è nei miei genitori.

Mi torna in mente D’Avenia – che per chi non lo conosce è un insegnate, scrittore e sceneggiatore – nella Ted Talk in cui parla del suo libro, L’arte di essere fragili (che potete vedere qui), poco prima della metà dice che quelle rare volte in cui i genitori dei suoi alunni vanno insieme ai colloqui, solo in quel momento, si rende conto della natura dei loro figli. Dice che i figli sono la riproduzione della relazione che c’è tra i genitori. Che questo sia vero o meno, quello che è limitatamente vero è che “possiamo scegliere chi vogliamo essere” e sicuramente era solo una mia impressione che quel giorno io avessi avuto il potere di scegliere chi ero e cosa prendere da ognuno di loro. Era una dolce superficialità sulla quale galleggiavo benissimo, una cecità incosciente che la felicità ci regala ogni tanto. Stavo scoprendo il mondo e piano piano, parallelamente, mi avvicinavo a me stessa. Ma non ero pronta ad affrontarmi, ad affrontare i fantasmi che la famiglia ti appoggia sulle spalle, inconsciamente, quelli che mi trascinavo in giro per il globo come la coperta di Linus.

Forse il discorso è molto più complesso di così e più mi addentro nei miei pensieri, più gli spunti si accavallano. Alla Doralice di 22 anni non direi proprio nulla, in realtà, la lascerei nuotare a filo d’acqua, con i suoi occhiali scuri e gli scudi alzati. Se dovessi ridefinire oggi cosa siamo, direi che siamo davvero il risultato di quel rapporto, di quella relazione, dell’educazione, dell’esempio, di ogni gesto ricevuto e di tutti quelli desiderati e mai ricevuti, delle mancanze, dei sogni disattesi e delle speranze. Siamo anche – come riesce a mostrare magistralmente Francesco Piccolo in L’Animale che mi porto dentro – il risultato di ogni altra piccola esperienza che ci ha segnati, dell’influenza di altre persone oltre ai nostri genitori. I genitori sono solo la relazione più lunga che abbiamo, quella che dura da più tempo, la prima, la più profonda, lo strato più solidificato, inevitabilmente la più impattante fin ora ed al contempo la più difficile da riportare a galla, da rimodellare. Perchè pesa, perchè è quello che fino a poco fa ci sembrava normale, inevitabile, immutabile la nostra fortuna e la nostra condanna. Forse la relazione con loro è più vecchia di quella con noi stessi. Da loro nasciamo due volte, fisicamente e concretamente. In loro ci specchiamo e da loro impariamo a riconoscerci, solo con i loro sguardi ci sentiamo vivi, in loro ci specchiamo. Sarà per questo che per il resto della vita, anche in età adulta, è quello sguardo, quel riconoscimento, che ricerchiamo costantemente?

“Qualsiasi forma di riconoscimento, quindi il premio (Strega n.d.r.) più di ogni altra, serve anche a dimostrare alle persone che non c’entrano col tuo lavoro, che nel tuo lavoro vali qualcosa.” scrive Piccolo.
“Lo sto dicendo per mio padre.” Puntualizza. Alla premiazione a Roma è andata con lui sua mamma, sua moglie, gli amici, i colleghi…
“Nei giorni successivi molti mi hanno chiesto: ma tuo padre è contento? E io ho detto: sì, molto. Ma com’è che non c’era? E io rispondevo: è venuta solo mia madre.

Mio padre non ha fatto in tempo a comprenderlo. Gliel’ho chiesto: hai capito che ho vinto il premio? E lui ha risposto sì, e lo ha fatto perché ha capito che doveva rispondere sì dall’intonazione della domanda, oppure perché a tutte le domande rispondeva sì. Ma non ne ha avuto nessuna consapevolezza, e quindi per me il premio ha avuto meno valore perché il suo cervello non ha fatto in tempo a decodificarlo – e per poco, sarebbe bastato accadesse pochi mesi prima, prima che la sua comprensione evaporasse; almeno avrebbe compreso questo, e ne sarebbe stato orgoglioso, e per me avrebbe avuto più senso, non solo il senso pratico (l’attenzione, le vendite) che poi ha avuto realmente”.

Francesco Piccolo – L’animale che mi porto dentro

Per abbracciare papà, per fargli capire che ero e sono cosciente di tutto quello che mi ha donato, consapevolmente o inconsapevolmente, seguiva un elenco corposo di chi sono, di tanti aspetti che mi piacciono della mia persona, della sua e che riconosco come un’eredità gratuita regalatami da lui.

Omettevo, per non intaccare i connotati positivi dell’elenco, di parlare della fatica.
Omettevo di dire quanto la mia estrema indipendenza possa diventare insopportabile – e me ne accorgo a volte – per chi ha piacere di condividere e mi rende difficile comprendere fino in fondo chi, al contrario, non è autonomo. Non mi soffermavo sull’incoscienza che mi porto dietro dopo quel tuffo, dell’istinto che mi porta sempre a scegliere la strada nuova rispetto alla vecchia, dei dubbi che mi attanagliano prima e pure dopo. Non parlavo della difficoltà che ho a chiedere aiuto, abituata da sempre a cavarmela come unica opzione possibile, pensando sempre di disturbare. Mai dico quanto possa essere angosciante, a volte, sentire addosso la responsabilità della puntualità. “Sono qui, sono avanti, sono andata a scuola a 4 anni, è stato facile fino ad ora, non posso sbagliare proprio adesso”. Ma chi l’ha detto che non posso sbagliare? Certamente non papà, lui che mi ha sempre incitata a capire, anche a costo di sbagliare, avvisandomi solo delle reponsabilità che mi sarei comunque dovuta prendere.
Non mi sono soffermata su quanto possa essere sgradevole avere a che fare con me, quanto possa far sentire impedite le persone che mi stanno accanto perché non hanno avuto la fortuna di fare le aiutanti di papà quando apriva la cassetta degli attrezzi. La mia faccia rimane di sasso, di stucco e di sasso quando nel mio interlocutore manca qualche conoscenza a mio avviso basilare. Quando in realtà di basilare non c’è nulla, solo gli insegnamenti che abbiamo avuto la fortuna di avere e quelli che abbiamo avuto la curiosità di prenderci.
Non conto tutte quelle volte in cui, alla domanda “di dove sei?” avrei voluto avere un posto da chiamare casa, invece di sentirmi un po’ a casa in tutti i luoghi e non esserlo mai davvero da nessuna parte.
E poi, a dirla tutta, taglio le file, supero, mi infilo con nonchalance davanti alla prima auto in coda e non rispetto i limiti di velocità, parcheggio sui marciapiedi impavida, a volte uso anche le conoscenze, sono piccolezze, ma se nessuno me lo fa notare mi sento anche furba – questo mi ferisce -, invece che disonesta.

Forse non omettevo la fatica, semplicemente non associavo le cose. O semplicemente parlavo del bello che vedo in lui, attraverso di me, per rispettare la sua riservatezza. Ed effetticamente rileggendo tutto ciò che di positivo sento di avere, constato che proporzionalmente sono numericamente pochi i risvolti negativi, anche se ci sono giorni in cui pesano tanto. Anche perchè, mica c’è solo papà. E mamma? Nonna? L’altra nonna? I nonni? E l’asilo, le elementari, medie, liceo, università, amiche, amori, colleghi, sconosciuti, passanti, panettieri?

Non ricordo precisamente quale sia stato il giorno in cui ho fatto un passo in più, quel passo arrivato solo dopo la consapevolezza della natura umana dei genitori, sicuramente so che non ci sono arrivata da sola. Quando mi sono accorta che stavo galleggiando e pure l’equilibrio era precario, ho chiesto aiuto. Non un mayday qualsiasi, ma uno di quelli che un po’ mi vergognavo a chiedere, un po’ guardavo con pregiudizio: ho iniziato ad andare in terapia. È con la mia psicologa che sono riuscita a scavare, ad andare fino alla radice, a mettere davvero in fila i miei pregi, i miei difetti, le mie paure, quelle degli altri che avevo fatto mie, i fantasmi, l’eredità. Partendo proprio da loro, da quanto della loro relazione c’è in me.

Con una lettura superficiale si potrebbe pensare che in questi 3 anni l’opinione che avevo nei confronti di mio padre sia cambiata, ma non è così. Mai, nemmeno un giorno della mia vita, ho messo in dubbio l’amore e la gratitudine nei suoi confronti, proprio per tutto l’elenco già redatto, ancora più lungo, ad oggi. Quello che ho notato invece, rileggendo quelle parole, è quanto poco conoscessi me stessa e dal momento che siamo le relazioni che abbiamo, sono partita dalla più duratura: quella con i miei genitori, per poi proseguire con quella con la mia persona, vecchia uguale.

Più il tempo passa, più la plastica affiora, assorbenti, pezzi di merda, rami secchi, tutti i rifiuti nascosti sui fondali tornano a galla, diventavano visibili ai miei occhi. Ho dato un significato oggi, a parole di decenni fa. Ho riletto situazioni con ottiche nuove e da una prospettiva totalmente diversa. Ma perché? Sentivo il peso di tutto quello che avevo preso e spostato sotto al tappeto, scaricato direttamente in mare per continuare a vivere incurante dell’accumulo di pezzi di me che nascondevo. Incurante delle emissioni di CO2 che avrei provocato, tutte in un colpo solo, andando a riprenderli nel modo sbagliato.

Ecco, con la mia psicologa, dal primo giorno, ho fatto la differenziata. Ho diviso piano piano, con i guanti, la muta e la mascherina, tutto ciò che era chiuso nei sacchetti del passato. Ed ho imparato a riciclare, ciò che non era più utilizzabile, a non comprare ciò che davvero non mi serve, a notare a colpo d’occhio i rifiuti infiammabili, quelli da portare in discarica, quelli ingombranti, da lasciare sul marciapiede la mattina, quelli da abbracciare e lasciare con malinconia e dolcezza alla caritas.

Quanto tempo ci ho messo? Non importa. Come le discariche, c’è chi mette insieme vetro ed alluminio, chi plastica ed alluminio. Ognuno ha i suoi tempi, i suoi modi, i suoi mostri, i suoi netturbini. Anzi, sono sempre più convinta che sia un percorso infinito.

Cos’è la vita, se non imparare a vivere la vita?

Achille Laurol – Marilù

Con questo non voglio dire che mi immagino netturbina a vita, ma c’è sempre un buon motivo per andare in terapia. Inizialmente ho mandato quella mail perché non sapevo a chi altro chiedere aiuto, o forse non avevo il coraggio di chiederlo, o ancora nessuno mi sembrava così competente come un professionista dell’aiutare.
Avevo paura, avevo bisogno di scongiurare l’ipotesi che anche io fossi “così”, che anche le mie sorelle fossero “così”, avevo bisogno di essere rassicurata. In quel periodo mi sentivo una bomba ad orologeria e volevo che qualcuno fermasse il ticchettio del cronometro, di cui non potevo vedere il tempo residuo, ma sapevo che a momenti avrebbe portato ad un esplosione. Non volevo esplodere, non riuscivo più ad implodere. Ho smontato l’ingranaggio e piano piano ho scelto quali fili recidere, stringendo gli occhi per la paura, come nei film.
A quel punto, mesi dopo, non avevo più la necessità di tenerli insieme i pezzi, ed il motivo per cui suonavo quel campanello è cambiato: volevo capire, comprendere, scavare ancora di più.
Poi il tempo è passato, con la vanga in mano, la mia consapevolezza è cresciuta, ho visto più chiaramente cosa mi faceva male, cosa riecheggiava dietro le ultime note di PadreMadre di Cremonini “se sono stato così lontano è stato solo per salvarmi” e sono stata bene. Così bene da iniziare a pensare a quell’ora di seduta, semplicemente, come un momento per me. Un’ora della settimana per fermarmi davvero a mettere in fila, prioritizzandole, quelle paranoie che bussavano prima di andare a dormire. Un massaggio per l’anima.
Poi è finita l’estate del cuore ed è stato tempo di capire cosa farmene di questa limitata consapevolezza, come tutelarmi e proteggermi da me stessa, dalle folate di Bora del mondo esterno, radicarmi.

E qui sono ancora, 17 mesi dopo, circa 60/65 sedute dopo. 3 anni dopo quel post, 3 anni dopo tanti altri post che ogni volta che ho occasione di rileggere mi fanno sorridere, ripensando a quanto più o meno inconsciamente anelassi di essere un giorno chi e dove sono oggi. Adesso, dopo esser stata costantemente netturbino, per un periodo artificiere nell’unità anti crisi, ma anche speleologa, infermiera, cerco di essere un atomo. O un albero. Cerco di ammirare e godere di tutte le molecole nelle quali mi trasformo quando, fermo restando il mio nucleo, elettroni e protoni si uniscono ad altri atomi, trasformandomi, senza snaturarmi. Cerco di radicarmi, per non permettere a niente ed a nessuno di succhiarmi linfa vitale, di oscurare il sole, di farmi dimenticare la natura del legame che ci unisce, ma non ci condiziona. Radicarmi, per avere in me tutta la stabilità necessaria a vivere ogni rapporto, anche quando perdo il baricentro.

Non sono sicura che questo percorso mi porterà mai ad una piena consapevolezza, perché siamo in continuo movimento, come i fiumi, panta rei, appena mi sembrerà di averla raggiunta ci sarà qualcosa di nuovo da scoprire, qualcosa che cambierà, un’alluvione. Eppure mi fa sentire bene ritrovare dei tasselli, guardarli, conservarli, comporre un puzzle tutto mio, metterli nell’ordine che preferisco. Massimizzare il numero di elementi a disposizione per scegliere, non cosa prendere da mamma o da papà, bensì cosa accettare o cambiare di me. Lavorare, sulla qualità delle relazioni con chi mi circonda, partendo sempre da me, con una sana autotutela che oggi chiamo ancora erratamente egoismo. Cercare il mio nucleo, per poter entrare con cautela nelle orbite di qualcun altro. Trovare nuovi modi per produrre energia, lavorare sul mio idrogeno, provare davvero ad essere quel cambiamento che voglio vedere nel mondo. Amare, incondizionatamente. Restare, incondizionatamente.

Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare; la forza ed il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare; e la saggezza di conoscerne la differenza.

San Francesco

Ai figli che siete, ai genitori che sarete, ai loro errori che non ripeterete. Alle relazioni che vi permetteranno di leccarvi le ferite della vostra infanzia e guarire, fenici. A chi vi starà accanto in questa convalescenza infinita, senza l’ardore di volervi aggiustare, ma con il coraggio di restare, la voglia di comprendervi, la generosità di riconoscervi la libertà di essere voi stessi.

The ultimate reason you fell in love with your mate – I’m suggesting – is not is not that your mate was young and beautiful, had an impressive job, had a “point value” equal to yours, or had a kind disposition. You fell in love because your old brain had your partner confused with your parents!
Your old brain believed that it had finally found the ideal candidate to make up for the psychological and emotional damage you experienced in childhood. […] Even if you were fortunate enough to grow up in a safe, nurturing environment, you still bear invisible scars from childhood, because from the very moment you were born you were a complex, dependent creature with a never-ending cycle of needs. Freud correctly labeled us “insatiable beings”. And no parents, no matter how devoted, are able to respond perfectly to all of these changing needs.

We are born in relationships, we are wounded in relationships and we can be healed in relationships.

Getting the love you want – Harville Hendrix

Ai figli che siamo, ai genitori che saremo, agli errori che non ripeteremo. Alle relazioni che ci permetteranno di leccarvi le ferite della nostra infanzia e guarire, fenici. A chi ci starà accanto in questa convalescenza infinita, senza l’ardore di volerci aggiustare, ma con il coraggio di restare, la voglia di comprenderci, la generosità di riconoscerci la libertà di essere noi stessi.
A chi sarò io, a chi non sarò, a chi ci sarà con me, con coraggio, comprensione e generosità.a chi mi permetterà di ricambiare con la stessa cura.

5
52790
38

77, le gambe delle donne

Era un giovedì qualsiasi di fine febbraio, il tempo era mite da qualche giorno, sembrava in arrivo la primavera. Per rompere la routine dello smart working avevo deciso di andare a lavorare da WeWork e per farlo avrei dovuto vestirmi.

Ci sono outfit che mi piacciono e poi ci sono gli stivali alti, con i vestiti corti, che mi piacciono tantissimo. Ancora di più però, mi piace il momento in cui puoi concederti senza indugi di non mettere i collant.

Nulla al mondo è più fastidioso dei collant, soprattutto quando smetti di metterli e percepisci candidamente la differenza.

Se non stringono in vita cadono e devi muoverti con la grazia di un ornitoringo per tirarli su: li acchiappi attraverso i vestiti, pieghi leggermente indietro il sedere, allunghi le gambe, fai qualche saltello e ti sembra si siano alzati, nel frattempo la maglia è uscita, la gonna o il vestito si sono girati e devi comunque spogliarti per sistemare tutto.

Se invece stringono in vita non cadono, ma guai a te a mangiare qualcosa, men che meno da seduta. Al corso di primo soccorso ci hanno insegnato che il laccio emostatico va usato in casi di estrema necessità, se non vi sono alternative, perchè potrebbe portare alla cancrena se mantenuto eccessivamente. Da Calzedonia perché non ci spiegano che la taglia S dei collant potrebbe interrompere il processo digestivo per 3 giorni? Non scende nulla, finché non li togli ed esplodi come una sacca posh.

Potete solo immaginare, quindi, la gioia nell’uscire senza: mangiare senza indugi, l’arietta fresca su quella piccola porzione di gamba che riesce a rinfrescare tutto il corpo, la consapevolezza del cambio di stagione in arrivo, la comodità di poter fare pipì con un semplice gesto.

E poi ci sono loro: gli altri.
Sì, perché quel piccolo tratto di pelle, possono essere 5, 10, 30 centrimetri, non importa, basta una minima porzione di carne, per far affluire il sangue della persona che hai davanti in un solo posto. Se uomo, verso il pene, se è donna, verso il cervello.

Lui, tendenzialmente, penserà che ad una distanza X da quella porzione di pelle, c’è un orefizio, avrà voglia di toccarla e non riuscirà a trattenere l’emozione, a non far cadere l’occhio.
Lei, tendenzialmente, penserà “ma fa ancora freddo” oppure “vorrei quelle gambe” o ancora “troppo lunghe, troppo corte, troppo grosse, troppo ruvide, troppo bianche, troppo pelose” e non riuscirà a trattenere il labbro superiore che si inarcherà verso l’alto in segno di disappunto. Tranne quelle impavide, quelle che hanno scelto anche loro di lasciare a casa il laccio emostatico che osano chiamare collant, che invece si lasceranno sfuggire uno sguardo d’intesa.

Quel giovedì sono uscita a pranzo, un campotto lungo fino ai piedi mi copriva sia il vestito, sia la piccola porzione di pelle nuda, sia gli stivali alti. Sbottonato, però, lasciava che un ginocchio spuntasse ad ogni passo. Un piccolo pezzo di gamba, da sotto a sopra la rotula.
Ho attraversato il mercato di via San Marco con falcate decise, bardata con la mascherina fino alla fronte, per arrivare fin da Colibrì, passi lunghi e ben distesi, solo gli occhi e quel piccolo ginocchio visibili all’occhio umano. Penso che la mia rotula abbia mietuto più vittime in quel mercato di quanti non ne abbia stesi sul ring il Tyson di turno.
“Ohhh signorina”
“Ma che bella”
“Wellaa”
“Ahhh buongiorno”
“Complimenti signorina”
Sorridevo, salutavo, ringraziavo, proseguivo. Erano commenti e complimenti educati, non fischi da gatto allupato, non insulti, forse per questo mi facevano sorridere e nemmeno lontanamente sentire poco rispettata.

Siamo donne, oltre le gambe c’è di più“, candavano con tutte le gambe all’aria Jo Squillo e Sabrina Salerno nel 1991, a Sanremo. Le hanno imitate Fiorello ed Amadeus qualche giorno fa, con i pantaloni.
Non riesco a fare a meno di soffermarmi sul fatto che quegli sguardi, quei commenti (educati appunto e non sconci), quelle bocche aperte, sono qualcosa che dà gratificazione, che fa piacere. Perché a tutti ed a tutte, anche alle persone più timide, piace piacere, trovare approvazione negli occhi e nelle parole di chi le circonda, conosciuti e sconosciuti, ma è un piacere che riesco a concepire solo nei limiti della considerazione di quel “di più”, nella piena consapevolezza di quello che c’è “oltre”.

Belle gambe, bella testa.
Bel sorriso, grande cervello.
Ottima passerella in mezzo al mercato, grandioso progetto presentato in board.
Fisicata micidiale e mamma fantastica.
Ed al contrario, mamma pazzesca, non serve sia bella.
Manager di livello, non me ne frega niente delle sue gambe.
Che eleganza, che classe, che stoffa, che determinazione, che genio, cos’è la convenzionale bellezza a confronto?

Siamo il nostro corpo, siamo la nostra testa, siamo le nostre emozioni, siamo l’amore che riceviamo, quello che ci concediamo, quello che diamo. Siamo le nostre gambe e siamo di più, tutto.

1274
Add

L’arte di automotivarsi: sport, istinti e tisane

Capita anche a voi di soffermarvi su quello che fate ed indagare i motivi per cui state facendo qualcosa, in quel preciso istante? 

Stavo rifacendo il letto e mi sono soffermata a pensare che stavo inserendo il coprimaterasso, prima di bere la tisana, perché fondamentalmente sono una persona che si pone delle obiettivi. Relax solo post dovere. Mi prefiggo dei traguardi, anche piccoli, che cerco sempre di raggiungere, in modo tale da sfidarmi continuamente. 

Riuscire a raggiungere ogni giorno tanti piccoli traguardi mi gratifica al punto da farmi andare a dormire serena, conscia di aver fatto “quello che dovevo fare” in quella giornata. 

È una cosa che faccio per me stessa, per auto motivarmi, per incentivarmi a fare anche quelle piccole cose noiose che nessuno ha voglia di fare, ma vanno fatte. Ergo: non bevo la tisana se prima non ho posizionato le lenzuola pulite, non ceno se prima non mi sono allenata, non vado a giocare se non ho fatto i compiti, non mi alzo da tavola se non ho finito di mangiare. 

Potrebbe sembrare una vita di stenti, una rottura di coglioni infinita, ma è qualcosa che mi viene istintivo: è semplicemente la mia natura. Sono grata a questo mio istinto, a questo mio modo di agire, mi contraddistingue e mi ha portata dove sono oggi. Non ho ben capito dove sia, ma è un punto che mi soddisfa.

A volte potrei bere la mia cazzo di tisana e non rompere i coglioni a me stessa, invece mi riesce più naturale sfidarmi. Per questo mi sta piacendo molto il libro di Murakami, l’Arte di correre: perché anche i corridori sono delle persone che, in solitaria, si sfidano, si motivano a fare sempre meglio, sempre di più. Non corrono contro qualcuno, non corrono contro qualcosa, forse contro se stessi, per se stessi, per obiettivi che essi stessi si sono preposti. Non contro un nemico, ma verso un traguardo.  Il traguardo non è per forza essere primi, i migliori, ma migliorarsi costantemente, arrivare sempre più in là. 

Forse mi sento così affine a lui, perché anche i miei traguardi quotidiani, non sono maratone pazzesche, non scalo l’Everest nel salotto di casa mia, ma perseguo un obiettivo. E anche quando non è chiaro quello macro, ne ho tanti micro. Quando li raggiungo la gratificazione può essere immensa, ma la maggior parte delle volte mi sembra di aver fatto solo il mio dovere. 

È questo quello che viene chiamato senso di responsabilità, quello che si forma con l’età, crescendo? Quindi sono davvero cresciuta? O sono semplicemente così, è la mia natura?

Sono estremamente consapevole che non ci sia una spiegazione sempre a tutto, ma la cerchiamo sempre. Anche quando ci sembrava che tutti gli eventi avessero un’ordine totalmente casuale, giusto alla fine, con “il senno di poi“, un senso lo troviamo comunque. Per esempio, quest’anno ho provato a giocare a calcio. Mi sono messa in testa che finalmente mi sarei potuta cimentare in uno sport che sognavo da quando ero piccola: uno sport di squadra. Ho trovato una squadra splendida, con un mister davvero di cuore che ha provato ad insegnarci che cos’è il calcio, quello vero. Non la tecnica, ma l’attitudine. 

Ci ha riempito la testa di motivazione, la bocca di lezioni di vita e la pancia di patatine. Dopo un paio di mesi ho smesso. Sono caduta con lo scooter, mi sono procurata una brutta distorsione a ginocchio e caviglia ed ho smesso. Mi è sembrata una manna dal cielo quell’incidente: avevo una motivazione validissima per non andare più. Non mi piaceva, non mi sentivo a mio agio, non mi sentivo nel posto giusto eppure mollare non è nel mio vocabolario. Avevo tanti motivi per smettere, ma migliaia per continuare.

Ripensandoci bene, ripensando alle parole del mister, ai suoi incoraggiamenti, mi rendo conto di quanto mi sentissi un lupo solitario nonostante avessi un branco. Un pesce fuor d’acqua, anche quando l’acqua c’era. Insomma, avete capito. Anche quando tutti i lupi o pesci erano apparentemente nella stessa melma, nella stessa boccia, fradici sotto la pioggia o esultanti dopo un rarissimo goal, avevo l’impressione di guardare gli eventi da un’angolazione tutta mia. 

Non mi sentivo parte della squadra. Saremmo potute andare a mangiare insieme, a giocare a burraco, a mettere in dubbio il nostro orientamento sessuale, a fare mille altre cose, ma non avremmo mai potuto vincere un campionato insieme. 

Se penso ad una squadra penso ad una forza che ti trascina. Avete presente quando da bambino giochi al tiro alla fune? Anche quando sei stanco, anche se molli un attimo, se qualcun altro della tua squadra tira, si porta dietro anche te. Ecco questo per me è il calcio, una squadra: una forza invisibile che lega e trascina tutti.

Da qualsiasi parte tirassero però, io non mi muovevo di un millimetro, non ne ero minimamente influenzata, semplicemente non lo sentivo. Uscivo di casa già carica come una molla: sapevo che sarei scesa in campo, che i miei tacchetti avrebbero falcato il prato, avrebbero lasciato un segno nell’erba ed io avrei lasciato il cuore in quella partita. 

Nulla potevano le parole di incoraggiamento del mister, negli spogliatoi. Nulla potevano le manate appiccicaticce delle compagne sulla mia spalla destra, dopo il riscaldamento. Nulla potevano i motti gridati all’unisono prima del fischio d’inizio. 

Io ero lì, ero uscita di casa, di domenica, con la pioggia e pochi gradi, solo per questo avrei dato il 100% di me, con o senza strilli. L’avrei dato per me stessa, per loro, e perché il mio obiettivo era stancarmi finché non mi si offuscava la vista, non vincere la partita. 

Nonostante il risultato tornavo sempre a casa soddisfatta, perché ero a pezzi, perché avevo dato tutto, perché avevo corso come un mulo e non mi ero risparmiata un istante. 

Il talento mancava, certo, per questo motivo non potevo essere io a fare tutta la partita e dal gioco di squadra sarebbe dovuto venire il risultato, che non arrivava. Ci mancavano anni ed anni di allenamento e compensavo a tutte le nostre mancanze con la consapevolezza che l’obiettivo non fosse vincere, ma migliorarsi. Così tornavo comunque a casa gratificata. Il mister era così incazzato, alcune compagne così affrante, ma io no. Sorridente pensavo alla pizza che mi aspettava.

Ho messo in dubbio anche la mia competitività e determinazione per un periodo, ascoltando i miei istinti mi ero resa conto di un grande assente e non me lo spiegavo. Leggendo questo libro mi rendo invece conto di essere un gran compagno di squadra, in potenza. Se avessi lo stesso obiettivo della mia squadra allora sarei davvero un valore aggiunto con la mia determinazione, l’entusiasmo contagioso, la forza di volontà. Il problema è che loro volevano vincere ed io ambivo a partecipare.

Ora lo so. È la mia indole da sportiva solitaria. Non ho avuto modo di rendermi conto di questo slancio mentre praticavo nuoto o sci, perché non era nulla di straordinario: era la norma. Lottare con se stessi, contro la pigrizia, la fame, il freddo, la sete, per una meta. Farlo da soli, guardando chi è davanti a te, senza aspettarsi nulla da lui, era semplicemente quello che andava fatto. Nello sport di squadra invece la meta dovrebbe essere una per tutte, dovremmo guardare tutte nella stessa direzione e tirarci a vicenda come con una fune. Ecco, solo adesso mi sono resa conto che anche nel calcio ho trasportato il mio metodo dello sport individuale. 

Chissà se nel mio modo di affrontare la vita quotidiana sono stata influenzata dal nuoto e dallo sci, o se nel nuoto e nello sci sono stata influenzata dal mio modo di affrontare la vita quotidiana. Non lo saprò mai. 

Non ho scelto io gli sport che ho praticato da bambina, li ha scelti qualcun altro per me e non posso tornare indietro di dieci anni e provare a giocare a calcio. Con le scarpette che sembrano un portachiavi e mia mamma vestita di tutto punto, con un bel foulard di seta, che insulta le altre madri dagli spalti, non è possibile. 

Magari sarebbe emersa un’indole diversa, magari avrei stimolato comportamenti che avrei integrato nella mia personalità ed oggi sarei tutt’altro umano. Non lo so, ma sento che c’è una fortissima correlazione tra il mio atteggiamento nei confronti delle situazioni della vita e come mi approccio allo sport, alla competizione.

Oserei dire che siamo lo sport che pratichiamo con naturalezza, che siamo lo sport che ci fa sentire vivi, a nostro agio, che ci libera.

Vado a riscaldare di nuovo la tisana, ormai è fredda.

11
2160
Add

Libericità: la felicità rende liberi

Ho letto un’intervista a Dell’Utri, rilasciata il giorno dopo la sua scarcerazione, diceva:

Sto bene, sto un po’ meglio: mi sento frastornato dalla eccessiva libertà, devo ancora abituarmi, vorrei andare al cinema, anche solo a mangiare al ristorante. In fondo, la libertà che cos’è? Andare al cinema, andare al ristorante… Cosa mi è mancato in questi anni? Sapete che non lo so?

Marcello Dell’Utri, La Repubblica

Un’espressione compiaciuta ha preso il sopravvento sul mio volto “ma vuoi vedere che l’idea di libertà che avremo dopo quest’isolamento, sarà la stessa di un ex carcerato?”. Ho cercato altre definizioni, parole di altri civili, uomini, donne, carcerati e filosofi, per analizzarle. Per soffermarmi. Le trovate qui, insieme ai punti interrogativi emersi come bolle dall’acqua quando tocca i cento gradi.

Non è importante uscire dal carcere o stare dentro. No, non scherzo. Lo so bene cos’è la libertà. Il contrario della libertà non è stare in carcere. Il contrario della libertà è la solitudine, è essere soli. E questa vale dentro e fuori

Un ragazzo albanese di nome Zef dal carcere di Como, Tempi

Libertà vuol
dire abbandonare le proprie paure, smettere di correre invano e fermarsi per rispondere ad un quesito
fondamentale: Quello che faccio mi rende felice?

Manuela Vitulli, Pensieri in viaggio

Arbreit macht frei

Lorenz Diefenbach, Open

Ho scoperto che si può fare tutto con la testa e ho conosciuto un lato di me più nascosto. Con la corsa mi sento libera. Sì, tornerò a correre

Andreea Lozinca, Tuttosport

Libertà non è essere comparsa, ma regista, sceneggiatore e protagonista della propria vita; è avere la possibilità di salire sulla propria barca, alla ricerca della felicità, e partire per un viaggio meraviglioso chiamato esistenza

Giustiniano La Vecchia, personal website

Sto guardando 1993 ed alla fine del primo episodio il regista fa dire a Berlusconi qualcosa come “eravamo felici e non ce ne siamo accorti” o “eravamo felici e non lo sapevamo”. Ora lo sappiamo. Serviva il Covid-19? No. Stavo per inserire questa citazione come caption di una foto di un momento spensierato e passato, ma non bastavano due righe per racchiudere quello che provo.

Siamo stati, siamo e saremo felici. Non serviva il Covid perché ce ne accorgessimo. Ce ne accorgiamo quando ci fermiamo, chiudiamo gli occhi e respiriamo. Succede sul lungomare, quando un soffio di vento c’investe lieve. Succede in spiaggia al tramonto, mentre la salsedine ci fa lo scrub. Succede in vetta ad una montagna, quando un raggio di sole scalda solo un pezzettino del nostro corpo e sembra propagarsi ovunque, come il fuoco nei cartoni animati. Succede quando accendiamo la radio e parte proprio la canzone che stavamo canticchiando.

Ci sono questi momenti di grande rivelazione in cui proprio lì, proprio nel presente, ci si rende conto di essere felici. Sono attimi fugaci: quando siamo fortunati possono durare intere giornate, settimane, addirittura mesi. Ogni volta che tornano ci regalano consapevolezza anche della felicità passata, ci ricordano altri attimi simili e leggeri più o meno allo stesso livello. In quei momenti sento la mia memoria lavorare come le mie papille gustative o come l’olfatto, mi ricordo della felicità quasi come fosse un odore, un sapore che torna famigliare.

Libertà e felicità per me hanno una correlazione elevatissima. Vanno di pari passo, sono interconnesse e personali. E non posso fare altro che usare le stesse immagini, appellarmi alle metafore ed alle similitudini per descriverle.

Libertà e felicità, libecità? felibertà? febicità? liberità? libericità? Senza usare parole impronunziabili, per me l’incontro tra felicità e libertà è una leccata di gelato al fiordilatte, freddissimo, mentre il sole scotta sulle cosce nude. è il vento di primavera che muove le foglie del giardino insieme ai miei capelli. è una carezza che fa drizzare i peli e le estremità della bocca, sull’attenti, a sorridere. è la sensazione di leggiadria che provi dopo un tuffo, quando l’acqua del mare ti riporta a galla e ti posizioni a stella, a guardare il cielo. è l’attimo in cui l’aereo si stacca da terra, il cuore sussulta, il groppo in gola si stringe, ma sei vivo. Concetti semplici, momenti banali.

Se mi avessero chiesto di descrivere la libertà in un momento diverso da oggi, mi sarei interrogata più a fondo: “stiamo parlando di una sensazione, uno stato d’animo o di una condizione d’esistenza? è un’apice, un momento, un qualcosa che dipende dall’uomo oppure è un’insieme di diritti che ci rende, di fatto, liberi?” avrei chiesto a me stessa.
Mi sarei guardata allo specchio con fare assertivo: “Non credo che qualcuno ci possa dare la libertà, certamente è possibile esserne privati per mano di terzi, ma ottenerla è un percorso in cui dobbiamo essere protagonisti, arbitri e capitani. Se non ci sentiamo liberi, allora non lo siamo. Abbiamo forse la possibilità di diventarlo, ma non lo siamo, magari non lo saremo mai”.
E mi sarei poi crogiolata su dubbi esistenziali, che vanno al di là della domanda, come per esempio: “Se viviamo in uno Stato, in una famiglia, in un gruppo, in cui abbiamo la possibilità di scegliere qualcosa, ma non ci sentiamo liberi di scegliere qualsiasi cosa, non siamo forse costretti?”.
Mi sarei data anche ai latinismi: “Dal latino constringĕre ‘stringere insieme, noi e le convinzioni, gli usi, i costumi, i limiti dell’uomo, forse invalicabili.

Invece no. Questa quarantena, questo glielo dobbiamo, ha affinato tutti i nostri sensi, ci ha costretti, volenti o nolenti, a riclassificare le nostre priorità: ci ha rimesso in quadro. Ed in questo quadro, siamo tornati primitivi, essenziali, bambini consapevoli. É stata la nostra custodia cautelare, la nostra prigione e guardate cos’è successo: se vi chiedessi ora di tornare al principio di questa pagina e scegliere la frase sulla libertà che più vi rappresenta, non puntereste il dito, ad occhi chiusi, su quella di Dell’Utri? Al massimo su quella di Zef, senza troppe congetture? Insomma, non puntereste forse il dito sulla definizione data da un uomo appena scarcerato? 

In fondo, la libertà che cos’è? Andare al cinema, andare al ristorante…

Festeggeremo, un giorno, anche la liberazione da questo virus. Cosa stiamo aspettando, invece, prima d’iniziare a festeggiare la libertà?

1690
Add

E’ arrivata la primavera, notizie da chi è uscito a fare la spesa

Sono uscita dopo 3, 4 giorni, quanti giorni sono passati? Ho perso il conto.

Sono riuscita a non toccare nulla. Gianni, il portiere, ha spalancato e bloccato tutte le porte, ero così compiaciuta. Ale teneva il cancellino aperto con la schiena e il postino s’infila “meno di un metrooooo” penso, anche Ale lo pensa, mi guarda e già sogghigna. Esce. Il cancello inizia a chiudersi dietro di noi. Sta tornando un altro condomino, vedo che aspetta a distanza di sicurezza e capisco al volo: vuole starmi lontano, ma non vuole toccare la porta. Così, con la mia consueta estrema gentilezza nei confronti degli sconosciuti, riprendo la porta e con un tocco deciso la rispalanco.

“Figa, nemmeno 50 metri senza toccare qualcosa, che imbranata”, mi maledico.

In macchina ripensiamo al postino. Se n’è fregato del metro, ma ancor di più di noi. Passare a meno di 1 metro di distanza da un’altra persona è come bestemmiare in un gruppo di sconosciuti, è come toccare bonariamente qualcuno con cui non hai confidenza, è come fumare a cena. Non sai se farai soffrire qualcuno, non sai se irriterai, non sai se darai fastidio, ma te ne freghi e lo fai lo stesso. È così? Sarà così per le prossime settimane?

Lascio Ale e posso soffermarmi. 

Non so dove andare, mi fermo con le quattro frecce davanti ad una scuola media, scendo. La bandiera dell’Italia si sfiora dolcemente con quella dell’Europa seguendo il ritmo del vento. Faccio un video. In sottofondo il cinguettio degli uccellini, un signore che tossisce (non è secca, tranquilli), un martello pneumatico in lontananza, quasi percepisco i fiori che sbocciano.

Magari la scuola è piena, potrebbero essere gli alunni più diligenti della storia, tra poco potrebbe suonare la campanella e le loro grida diventerebbero il nuovo ritmo per le bandiere. Me li ricordo quei rumori: sedia cigolante, sfregamento del ferro sul pavimento vecchio, libro pesante lanciato sotto al banco, spunta un po’ in bilico, astuccio pieno di matite che si ribalta nello zaino, zip del giubbotto, si cerca di passare in due da metà porta di legno che rimbalza, click, qualche sveglio apre anche l’altra anta e si esce in maniera più agevole. Gomma sui pavimenti, gradini, piedi pesanti “non correte!”.  Non succederà, perché la scuola è davvero vuota.

Ma sarà così quando suonerà la campanella di nuovo, tra 1 mese, ma quella delle 8.00, quella per entrare entrare. Nessuno di noi ha mai sperimentato il piacere di tornare a scuola che proveranno i ragazzi tra 1 mese. Non li invidio per niente.

Google maps, direzione Tigros, è l’unico motivo per cui sono uscita. O la scusa che mi fa sentire meglio.

In radio gli anni di Vasco, le strade vuote come di notte, ma il cielo è blu quasi come in Argentina oggi.

Semaforo rosso, due ragazzi in pantaloncini si salutano con un pugnetto, che io sento sul mio sterno. Gli passa accanto una signora con una mascherina turchese, attraversa veloce. Attorno all’incrocio è tutto rosa e bianco: è arrivata la primavera e non ce ne siamo accorti. È arrivata la primavera mentre stavamo cercando di salvare il mondo dal nostro divano. È arrivata la primavera e la celebriamo stando in casa. “Meglio che rimani a casa, meglio che non esci stasera” sempre Vasco. Che curiosa che può essere la vita, che tempismo l’universo.

Il megafono del supermercato, con voce femminile, ricorda le norme da rispettare. Sento Orwell nella mia testa. Adesso scendo. Mi faccio coraggio e scendo a prendere questa botta di umanità.

3
1661
Add

Possiamo cambiare il mondo dal nostro divano

“Sii tu il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”.

La prima volta avevo letto questa frase in un album di citazioni di film sul profilo Facebook di Michele. Poi ne ho trovato il primissimo portavoce: Ghandi.

È una frase stracitata, abusata, scritta sui muri, ci sono persone che la tatuano addirittura. 

Abbiamo l’occasione proprio oggi di fare quella differenza, di essere noi in prima linea, di essere quel cambiamento. 

Vi rendete conto? Vi basta stare seduti sul divano di casa per poter cambiare positivamente le sorti del mondo. Vi siete mai sentiti così potenti?

Si perché di fronte ad un virus che si espande a macchia d’olio, si può ridere e scherzare, fare humor e non pensare, solo perché ci si sente profondamente impotenti e allora… vale tutto.

Fuori dal sarcasmo però non vale tutto, al di là della battuta abbiamo il potere ed il dovere di non fare minchiate.

Non elenchiamo le mancanze del nostro governo, non soffermiamoci sugli errori, siamo qui, oggi e dobbiamo fermarci. Forse fermeranno 1 regione ed 11 province? Non basta. 

Dopo il fuggi fuggi di notizie e persone di questa sera ciò che si voleva contenere per arginare i danni è stato spostato, chi ha preso un treno stracolmo di persone ha firmato il ricovero della nonnina del piano di sotto del paesello a migliaia di km da Milano. Se il paesello ha un ospedale con una terapia intensiva per la nonna. Altrimenti potrebbe aver firmato la sua condanna a morte. “Tanto muoiono solo i vecchi no?” Quali vecchi? Ma soprattutto, quanti vecchi? Perché in Italia ci sono 13,6 milioni di persone (22,6% del tot) di persone >65 anni e 4 milioni 207 mila (7% del tot) con 80+, sono sacrificabili?

Spostarsi significa creare nuovi focolai. Nuovi focolai significa una quarantena a catena: questa settimana in Lombardia e la prossima in Piemonte e così via, trascinando il problema ed il virus nel tempo e nello spazio.

Fermiamoci.

Non aspettiamo che ce lo ordini qualcun altro. Fermiamoci qui ed ora. Cerchiamo di essere adesso il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Non pensiamo al nostro culo, al posto in cui saremmo più comodi a vivere i prossimi 20 giorni, pensiamo a chi vorremmo avere accanto in questo momento e stiamogli lontano. 

Preserviamo l’umanità.

Preserviamoci.

Amiamoci.

Rispettiamoci.

Arriviamo prima dello Stato, anche dove lo Stato non arriva.

Siamo noi, adesso, a cambiare il mondo.

2
1768
Add

Odi et amo, Milano

Il papà di Ciotti quando avevo 13/14 anni mi disse che Milano era una giostra. Capii solo un po’ di anni più avanti il significato di tale similitudine. A Milano si deve correre, prendere il ritmo e una volta raggiunta la velocità giusta salire a bordo. Una volta su, tra forze centrifughe, centripete ed inerzia, giri, giri, giri per forza e rimani schiacciato. Sei bloccato, i posti a sedere della metro sotto il culo come un cavallino, tutti i ristoranti da provare prima che chiudano, ti fanno venire quasi la nausea, come nelle tazzine.

Eppure continui, incessantemente, anche quando il cielo è grigio, anche quando non vedi la luce del sole, cerchi sempre il risvolto positivo. “Ah ma tanto stasera…” “Per fortuna questo weekend sono off e vado…”.

Ogni tanto lasci che la testa ti porti verso altri lidi, più colorati, cauti, verso vecchie giostre in cui eri tu il motore, dove con le mani, insieme a chi ti stava accanto, sceglievi la velocità. E pensi a posti tranquilli, calmi, biciclette, mare, Spagna, sud, pizza a 4 euro e affitti a 300. E magari ci vai, ci vai davvero… per un weekend. E quando ci sei ti sforzi, provi ad adattarti al fatto che non prendano la carta per 1 euro, che non abbiano Satispay, ma quando ti fanno la multa per divieto di sosta quello no, non lo accetti e torni in giostra.

Ecco, a volte mi fermo e guardo anche io verso le giostrine vecchie e penso che tutto questo non faccia per me, che serva di più, che ci sia un retrogusto così amaro dietro a tutto questo. Hanno nascosto una montagna di merda dentro al tubo del cavallino o sotto agli ingranaggi della giostra? Prima o poi la tazzina si rovescia e cadiamo tutti? Oppure io prenderò la rincorsa e salterò fuori.

E quando mi fermo, quando leggo “9 minuti di attesa per il prossimo treno”, sento un po’ di vita scivolarmi tra le dita, come la sabbia d’estate. Sento un po’ di tempo rubato alla mia esistenza, perso per strada come i centesimi che non ti fermi a raccogliere. E mi dico “solo un pochino”, “ancora un attimo”, ma come un drogato mi ritrovo poi a pendere ancora dalle sue labbra, a nutrirmi dal suo seno, a guardare solo i pos, anche se in mezzo a quintali di cemento. E finisco per ripetermi “In Italia, se non qui, dove?”

Quest’articolo è visto da fuori, è la prospettiva di un papà che guarda i bambini divertirsi, frenetici ed inconsapevoli, ingordi e frettolosi, al luna park.
Quest’articolo raccoglie tutta la consapevolezza che è anche dentro di noi. Il bello, il brutto, il “sarà vero?”. E’ un odi et amo che sento ogni giorno per questa città.
E’ La grande bellezza, in versione milanese, fatta ad articolo.

Ecco, prendetevi il tempo di leggerlo, anche se il tempo è proprio quello che Milano ci toglie, servono una 15ina di minuti, più 1 per il mio pensiero.
Giusto i minuti che perdereste a cercare un parcheggio, ma tanto lo so che la state per mettere sul marciapiede.

Articolo: Contro Milano, di Michele Masneri

1457
Add

Un volto, un bagno di merda, una responsabilità

Ad Aurelia Bienko

La strada verso quella che potrebbe essere una delle esperienze più toccanti della vita è immersa nel bosco, puntinata da case enormi e scure. Il Van che mi ci sta portando è il cavallo di Troia su cui ho puntato, non c’è una persona che parli inglese però il nome impronunciabile sul cofano era proprio quello del paese in cui c’è il campo, ho fatto vedere il biglietto all’autista e mi ha dato l’ok in qualche modo, ho chiesto conferma ad un ragazzo dicendo solo “Auschwitz?” e anche lui sembra aver confermato. Ho fatto colazione perché non so bene a che ora riuscirò a tornare, ma è tutto bloccato lì in mezzo. Ansia preventiva? Coscienza di ciò che mi aspetta? Spero che scenda in quest’oretta, non vorrei dover vomitare durante la visita guidata.
Mi sono preoccupata del poter avere fame, lì, dove l’unico che mangiava era il freddo. Si cibava di carne umana, insieme a qualche soldato annebbiato, a qualche generale abbagliato. Non pensò proprio che avrò fame. No.
È lunedì, normalmente a quest’ora sono in metro in direzione ufficio, quasi arrivata o in estremo ritardo. “Normalmente”. L’ho scritto davvero? Ho una routine? Da qualche mese sì. Da febbraio. Motivo per cui non ho più trovato troppo tempo per dedicarmi alla scrittura, se non di poche righe, riservandola ai post di Instagram. Oppure di molte righe, riservandola alle mie note dell’iPhone, senza divulgare, ma senza dilungarmi nemmeno. Eppure, fuori da questa routine che non mi appartiene, c’è la vita. E sto andando a farne una scorpacciata. Apro le braccia e cammino a passo svelto per cercare di prendere un van che mi porti sotto una bella valanga di merda, per ricordarmi quanto è bello l’odore del mare alle 6 di mattina, quando si mischia con quello di focaccia e di brioches. Per ricordarmi quanto è bello l’odore di prato bagnato, appena tagliato, il cinguettio degli uccellini all’alba, il letto di casa, poter scegliere, poter addirittura tornare sui propri passi e cambiare le proprie scelte, poterle prendere in totale autonomia. Per ricordarmi quanto è bello avere più di vent’anni, ma molti meno di trenta ed essere qui, ora, 80 anni dopo, a poter imparare, dagli orrori degli altri, chi non voglio assolutamente essere e cosa non dobbiamo assolutamente ripetere. Per ricordarmi che sono viva e non ho nessun merito per questo, ma certamente ho il dovere di rispettare questo dopo e santificarlo con un sorriso per me e per gli altri. Perché siamo troppo fortunati e possiamo fare la differenza.

La foresta è finita, il bambino accanto a me si è addormentato sulle gambe della mamma però con una mano in aria, controllo maps, che qui ci fidiamo del mio non polacco, ma fino ad un certo punto.

Tarella, il nostro chofer, mentre il cielo diventa azzurro di nuovo. Pensavo che l’azzurro non sarebbe stato veritiero, non mi avrebbe calato nel giusto mood, ma solo perché le immagini più evocative e ridondanti che abbiamo visto avevano la neve, il freddo ed erano in bianco e nero, però ci saranno stati dei giorni di sole, il cielo non rievocava sempre gli Stati d’animo dei presenti incupendosi, a volte sarà stato azzurro come oggi e forse quelle erano le giornate che fregavano di più. Quando nemmeno la meteoropatia poteva incidere sull’umore, quando purtroppo il sole non bastava, anzi, era il preludio di odori fortissimi di sudore e vestiti appiccicosi, proliferare di più malattie, aria pesante e poche energie. Va bene anche il sole, non c’è un clima migliore o peggiore per andare a sotterrarsi sotto la merda.

Cerco di fissare queste immagini, perché rimangano nei miei ricordi, ferme ed indelebili. Le foto, la mano di quel fratellino che stringe quella piccola del minore, appena scesi dal treno. I vestiti, le scarpine che sembrano le piccole Superga da spiaggia che avevo da piccola, sporche di terra, come se il terreno fosse bagnato e si fossero impregnate. Immagino i piedini usciti da quelle scarpe, striati di terra, ma bianchi dove c’era la stoffa. Una salopette, che sembra quella di un bambolotto. Capelli. Capelli. Capelli. Pietre, scatole, utensili da camera a gas. E poi ancora capelli. Una luce strana mi dà modo di riflettermi nel vetro, di profilo vedo i miei, lunghi, biondi e poi sullo sfondo qualcosa di simile a paglia, a capelli della nonna, crespi, invecchiati, ammucchiati, scuri, chiari. Guardo fuori dalle finestre, il sole è diventato più forte e non posso fare a meno di pensare a quanti sguardi di speranza ha ricevuto questo cielo, questo scorcio color mattone, questa finestra. Faccio il segno della croce davanti a qualcosa che mi sembra più significativo. Osservo i movimenti delle macchine fotografiche altrui, quello che scelgono e selezionano, alcune cose di cui non vorrei nemmeno una foto in galleria, figuriamoci stampata. Su questo suolo, dove cammino, qualcuno strisciava, moriva, ansimava, mangiava, per un attimo sorrideva. Qui, con quelle scarpe ancora ai piedi, quei capelli ancora in testa, quei vestiti ancora indosso, quelle valigie ancora in mano, quegli spazzolini. Ve la immaginate la mamma che rimproverava i bambini perché non coprivano le setole dello spazzolino con il cappuccio?”- scelta meticolosa di quali creme portare, di cosa fosse necessario nella nuova vita che li attendeva. Le valigie dei ragazzi venezuelani al confine con l’Ecuador erano molto più grandi, le unghie delle ragazze più curate, però la selezione dev’esser stata la stessa, inconsapevole del “quando tornerò”, del “se tornerò”.

Bus. Birkenau.
Il cielo è velato, tira vento, vuoto.
Noi pensiamo sia brutto, ma la realtà è peggio.
A proposito della metafora che avevo in mente prima, della valanga di merda, nel campo di Birkenau, nella parte femminile, inizialmente non c’erano le latrine, ma quando morì una SS i tedeschi si spaventarono e ne costruirono 5 per parte, 12’000 persone ed 1 ora al giorno per poter andare al gabinetto, 5 secondi per ognuna. 90 rubinetti, l’acqua però chissà se usciva. La cacca veniva spalata dagli stessi prigionieri che scendevano 1 metro e mezzo sotto terra e la tiravano fuori ogni giorno. Che schifo? In realtà quando fuori c’era -40, stare immersi nella merda era una delle sensazioni migliori nonché una grande possibilità di salvarsi, rispetto a lavorare all’esterno ed al freddo.

La guida che è con noi fa questo lavoro da 8 anni, è qui da 8 anni, tutti i giorni tranne Pasqua, Natale e capodanno, a raccontare questa storia, che non ha senso che riporti, perché tutti pensiamo di conoscerla e se non la conosciamo è ora di farlo, ma comunque non la conosceremo mai abbastanza. Sottolinea e ci ricorda che l’80% delle persone che entravano qui morivano direttamente, senza avere il tempo di provare nessuna fatica, isolazione, speranza. Entravano, venivano smistate e restavano si e no 1 ora all’interno del campo, poi camera a gas, doccia (che non è proprio come mostrano nei film, il gas non usciva dalle docce sotto forma di fumo, ma veniva disperso da piccole pietre che, in spazi chiusi, con una temperatura creata dal respiro di tante persone, rilasciavano i gas nocivi di cui erano impregnate e uccidevano), carrello, forno crematorio, fumo, ceneri. E come se non fosse abbastanza cruento questo elenco sterile di fasi della vita di un uomo non ritenuto tale, le ceneri erano usate come concime o sparse per la strada quando nevicava, come sale, come sabbia. “Non erano rispettati da vivi, men che meno da morti”. Ci dice che le parole che usiamo non possono lasciar trasparire la vera identità di quello che provavano i prigionieri. Che il freddo che associamo alla parola freddo non è così tanto freddo e così la fame, la sete, la paura, la speranza. Ma ancora che 
“La memoria è solo questo, qualcosa di dinamico da cui imparare. Vediamo il perché, vediamo cosa sappiamo fare noi, al di fuori di questo filo spinato nella vita quotidiana. Inutile tenere qua dentro quello che abbiamo visto oggi, abbiamo un’arma, torniamo a casa e domandiamoci che futuro vogliamo dare ai nostri figli e nipoti? Tutti i nostri errori li pagherà chi verrà.
Alla morte siamo abituati, non ci fermiamo, vogliamo almeno fermarci sull’odio? Lì si, possiamo. A noi non ce l’hanno tolto il futuro, siamo qui, fermiamoci a pensare, vediamo di non essere noi a toglierlo anche a qualcun altro.”

Qualcuno tira su con il naso, toccato, io per tutto il tempo ho ricacciato le lacrime che affioravano e velavano gli occhi. C’è un odore di chiuso, umido, legno, caldo, una mosca che sbatte ininterrottamente sul vetro, proseguo per un po’ da sola ed è tutto incessantemente uguale. Tutto quello che vedo è stato soggetto ad opere di mantenimento, ma è tutto originale, triste e schematico com’era poco più di 70 anni fa. Lavorano alcuni operai, fotografi, tagliaerba. Sì perché ora c’è l’erba, prima era tutto paludoso e invece ora c’è il prato ed i fiorellini, che se ci fossero stati all’epoca sarebbero sopravvissuti giusto il tempo di un boccone.

Ciondoliamo, affranti, ci sono scolaresche, giovani e meno giovani, camminiamo impietositi, cupi. Qualche neonato piange, qualche bambino fa i capricci, il sole ci insegue. Qui è solo dove dormivano e lavoravano alcuni, altri uscivano dal campo per andare a lavorare, dormivano in basi accanto ai terreni e poi tornavano solo quando non erano più buoni per il lavoro. “Non erano più buoni per il lavoro”, che espressione schifosa. Tornavano qui, a morire. Perché questo era il più grande campo di sterminio, più che altro. 

Il bus che riporta ad Auschwitz parte ogni 10 minuti, ho fatto la foto agli orari, posso prenderlo quando voglio, io. 
Compio questo gesto semplice: esco. Passò attraverso un cancello che interrompe il filo spinato ed esco. Come se fosse la cosa più normale del mondo. Cercherò un bus per tornare verso Cracovia, fare una merenda abbondante o un pranzo tardivo, controllare la home di Instagram, pubblicare queste righe sul blog, prendere un aereo, baciare chi amo, cagare nel mio bagno ogni mattina prima di fare colazione, prendendomi il mio tempo, tutto il tempo che voglio. Tutto il tempo che ho. Torno alla mia vita di tutti i giorni. Io che posso.

A cos’è servito tutto questo? Mi sarei potuta fermare di più? Avrei dovuto concedermi più tempo? Avrei dovuto fare una visita individuale senza la guida? Avrei dovuto piangere? Cosa devo fare con i miei capelli?
Mi posso porre interrogativi inutili e superflui, perché ho il tempo per farlo, perché approfitto del viaggio per scrivere. Loro non avevano questo tempo e quando lo avevano cosa sognavano? Cosa pensavano? Cosa immaginavano quei bambini che trasportavano corpi? Cosa sognavano in 8 su un letto, mentre guardavano il disegno di una scuola sul muro? Cosa speravano?
Non ho mai letto Se questo è un uomo, o Anna Frank, ma non ho mai letto tanti altri libri che potrei leggere, come non ho mai visto Shinder List. Ho studiato la storia, con passione, quando me l’hanno spiegata, ho cercato di guardare, cogliere, apprendere da chi sapeva più di me, ho guardato qualche film e tutto qui. Posso fare di più. Per imparare, ancora, dagli errori degli altri, per ricordare. Per non ripetere, per fare la differenza.

Voglio solo staccare la testa ora.
Pensarci tanto o non pensarci affatto. Non so cosa stia provando, ma so che voglio sapere e far conoscere. 

Salgo sul bus, ce ne sono tantissimi, 15 zloti ed in 1 ora e mezza sarò nuovamente nella civiltà, come ci piaceva dire durante l’on The road in sud America. Eppure di civile non c’è niente, la stessa civiltà che oggi banchetta e fa shopping, è nipote o pronipote o vicina di casa, di chi ordinava o supportava più o meno inconsapevole, questo scempio.
Guardiamoci dunque le spalle da noi stessi. Guardiamoci allo specchio e non dimentichiamo.

Mi lego i capelli e li tengo stretti, saldi a me, come la speranza, che è davvero l’ultima a morire in me, che saremo davvero il cambiamento positivo di questo mondo. Perché abbiamo studiato, perché siamo intransigenti, perché abbiamo visto tanti errori, perché non ci siamo abituati al calore della merda. Perché non è di sollievo. È merda. E nella merda non ci vogliamo stare, come non vogliamo far stare i nostri fratelli, amici, figli e nipoti.

5
2613
Add

A tutto il bello che verrà

A chi il mondo l’ha esplorato e l’esplorerà con me, a chi mi ha aspettata e mi aspetterà a casa. Al mondo, a Buenos Aires, a Milano, a casa. A tutto il bello che verrà.

Ho immaginato centinaia di volte questo momento. Quando si diventa grandi davvero? Probabilmente non sarà puntualmente oggi, non sarà con l’upload di questa tesi, magari non sarà proprio e nella realtà si resta un po’ piccoli per sempre. Eppure, ogni qualvolta mi sia soffermata a pensare a quest’istante, vi ho sempre visto un angolo, un gradino, una curva ampia, la parete di una montagna, un ostacolo che avrei superato senza sapere cosa ci fosse dietro né perché stessi correndo realmente in quella direzione.
Ho aspettato, ho temporeggiato, ho preferito scrivere del sole e del mare, del tempo e dei profumi, ho preferito viaggiare, imparare nuove lingue e conoscere nuove culture, ma non posso più rimandare. Oggi, su questo treno regionale 3963, con una carrozza tutta per me e la playlist che mi ha accompagnata in questi anni, mi assumo tutte le responsabilità del caso.

Rido di me stessa, pensando a quanto ingigantisca questo attimo, la fine della vita universitaria e l’inizio di quella lavorativa, a quanto lo stia romanzando ed immaginando come un cambio radicale. Lo sarà? Perderò di vista me stessa o riuscirò a restare fedele ai miei principi? Riuscirò a fare una cosa nuova ogni giorno, a non perdere la curiosità?
Sarò in grado di coltivare le mie passioni attraverso il lavoro, di farle maturare insieme a me, di non dimenticarle? Troverò il tempo per perdermi in città nuove e vecchie, di fermarmi a parlare con sconosciuti, di aiutare hostess in difficoltà, di non avere fretta? Potrò permettermi di non accontentarmi, di non cercare scuse, di essere sempre onesta e schietta nonostante tutto? Dimenticherò ciò che oggi ritengo importante per lasciare spazio ad altro? Riuscirò ad andare a dormire soddisfatta ed a svegliarmi entusiasta e motivata per la giornata che mi attende? Ancora non ne ho la certezza, di nulla, ho invece il sentore che tutto sia nelle mie mani e che “comunque vada sarà un successo” (Scrissi questa frase sul quaderno di biologia, il quinto anno del liceo, la pronunciò la prof più temuta dell’istituto – citando Chiambretti – in uno slancio d’affetto, per motivare e salutare la classe. è un motto che amo ripetere e ripetermi. Male che vada avremo imparato qualcosa, quindi sarà comunque andata bene.)
Non solo, ho anche la consapevolezza che non sarò sola, per quanto abbia imparato ad arredare i miei spazi ed a consacrare i momenti con me stessa, non sarò mai sola.

È questa la sede in cui devo quindi ringraziare chi c’è stato e soprattutto chi ci sarà, mentre in riproduzione casuale sento le prime note di “Cosa resterà”, perché il destino è la sua puntualità, anche e soprattutto oggi.

Grazie dunque alla mia famiglia, mio fardello e mio orgoglio, che non ho sempre messo al primo posto, ma che se lo merita. Grazie mami e grazie papi, tutto il meglio di me è semplicemente la parte migliore di voi che ho ereditato ed emulato. Grazie sisters, non smettete mai di stringere i denti e sorridere, perché vi meritate tutta la gioia del mondo. Grazie alla mia nonnina, mano leggera sulla mia spalla, angelo custode di ogni mio giorno a qualsiasi distanza, a qualsiasi costo.
Grazie Alessia, perché mi hai completata, con la tua amicizia ed il tuo carattere così diverso dal mio, mi hai insegnato a non giudicare mai, a pazientare, a dare valore alle cose più piccole. Eravamo io e te e continueremo ad essere tu ed io, in capo al mondo o in Las Heras, a discutere sull’importanza e la futilità dei ringraziamenti nella tesi. Grazie Simo, per essere la più bella delle condanne. Per essere ancora qui, di nuovo qui, con me.
Grazie alle mie ragazze, Marta, Bea, Elena, grazie a Filippo, siete e sarete ancora e per sempre la miglior rappresentazione dell’amicizia sopra ogni cosa, overall.
Grazie Je e Ale, vivere con voi è stata un’iniezione di felicità, un turbinio di complicità, è stato sentirsi davvero in famiglia, siete famiglia.
Grazie ad Andrea per tutte le testate e gli abbracci, a Lils, dolcezza e amore fatti donna, a Giacomo.
Grazie a quelli della Valla, alle mie amichette del mare, alle amiche di una vita, Elena, Carola, Elisabetta, Ciottini, Alice, ma anche a Stefano, a Lollo, Pelle, Carlo e soprattutto a Giorgio, alle olandesine di Oneto, a chiunque renda Santa un’oasi di pace e serenità.
Grazie Michi, dalla pelle al cuore.
 Grazie Lollo, un per sempre senza fine. Grazie Amalia, amica di penna e amica punto.
 Grazie ad ESN, a tutte le splendide persone che mi ha permesso di conoscere, a quelle che continueranno ad arricchirmi, grazie perché sei stata palestra di vita e sfondo colorato degli ultimi tre anni.

Grazie a tutte le persone che hanno ospitato me ed Alessia durante il nostro viaggio, alla generosità dimostrataci, all’affetto regalato. Grazie a chi ci ha accolto nelle proprie case insegnandoci l’umiltà e la ricchezza d’animo. Grazie a chi ci ha dato un passaggio, a chi semplicemente ci ha donato un sorriso, un abbraccio, un pezzo della sua storia, del suo tempo ed una parte di sé.
Grazie a Joaco e Diego, per aver reso Buenos Aires un po’ più magica, per avermi mostrato il volto migliore di questi milanesi oltreoceano. Grazie a chi ha toccato la mia vita in questi due anni, migliorandola o facendomi meglio comprendere chi sono io, chi merito e desidero al mio fianco. Grazie a chi l’ha solo sfiorata, di sfuggita, in treno, su un camion, in aereo, sul bus, in un ostello, al supermercato, in università, su una spiaggia caraibica o in una villa. Grazie a chi ci si è buttato solo ora, all’ultimo, ma l’ha fatto per restare (sì Andrea, grazie a te).
Grazie al mondo, questo splendido scenario che ospita tutte le relazioni quotidiane. Grazie nuovamente a Siviglia, mio trampolino di lancio su questa vita senza confini, casa lontano da casa, città di gioia e speranza, grazie per aver creato legami indissolubili (ciao Angelo). Grazie a Milano, tanto grigia quanto luminosa quando arriva la primavera, che mi ha guardata sbocciare e mi ha permesso di sbirciare nei miei cortiletti interiori, mentre cercavo il bello in lei l’ho trovato anche dentro di me. Grazie Buenos Aires, inaspettata, piena, piede perno delle avventure più disparate, magia pura. Grazie America Latina, per avermi insegnato che tra nord e sud non c’è un oceano, ma una caterva di pregiudizi. Grazie Casale, Cervinia, Genova, Santa, grazie Italia, perché sei davvero la mia mamma, la mia casa, il mio punto d’arrivo.

Solo così, soffermandomi, riesco realmente a rendermi conto della portata, dell’intensità di tutto quello che ho vissuto, della quantità di persone incontrate, di luoghi visitati, di emozioni provate, di errori commessi e di lezioni apprese.
“Grata e felice”. L’ho scritto un paio di volte in questi anni, non ricordo più in quali occasioni, ma è una sensazione che mi accompagna, quindi lo reitero. Sono troppo fortunata.
Mi auguro di addormentarmi soddisfatta, di svegliarmi entusiasta e motivata. Mi auguro una vita piena, sopra le righe. Una vita in cui poter essere spontanea ed onesta, grata e felice. “I tuoi sogni, non dimenticarli mai” mi disse un anziano antiquario in canottiera, uno di quei personaggi casuali che sembrano poterti leggera la vita nell’iride.
Ed ecco qual è il mio sogno, cosa voglio fare da grande, chi voglio essere: una persona grata e felice. Come? Adesso ci lavoriamo.

P.s.: Un ultimo doveroso ringraziamento va alla relatrice di questa tesi, la professoressa Monica Bonini, che ha creduto in me senza lasciarmi a briglie sciolte. Una professionista attenta e meticolosa, appassionata insegnante, per la quale ho provato estrema simpatia ed ammirazione dal primo giorno o forse dal giorno in cui mi sono resa conto che aveva memorizzato i nomi di ogni alunno, con tutta l’umanità necessaria al mondo universitario italiano.

168
2027
Add

Un techo para mi país – Buenos Aires pt. 7

Stamattina ho aperto i ricordi e campeggiavano lì, le foto dello scorso anno, le foto di quel magico fine settima con Techo. Mi sono ricordata che presa dall’emozione registrai un paio di note vocali, perché dovevo assolutamente far arrivare fino all’Italia le mie sensazioni. Non scrissi, avevo iniziato un progetto, inconcluso ovviamente, che aveva a che vedere con le note vocali, ma ho deciso di riportare fedelmente il parole di una di quelle registrazioni. Non ho modificato i “cioè” “praticamente”, nemmeno i “quelli” o “questi” che potrebbero sembrare quasi dispregiativi, ma non lo sono assolutamente, è semplicemente una nota vocale ad un amico, con tutta la confidenza e l’assenza del tatto che si utilizzerebbe in una situazione normale, per questo credo possano trapelare puramente tutte le mie impressioni di allora. Nonché la mia difficoltà con la lingua italiana quando sono solita parlare spagnolo.
Il concetto di “povertà” si è evoluto molto durante l’ultimo anno e l’ultimo viaggio, non è più troppo simile a quello descritto nella nota qui riportata, ma questa è una fase di riflessione che vale la pena mettere nero su bianco, anche per farvi capire cos’è Techo e come vive una gran parte della popolazione mondiale.

Eccoci!

Allora, faccio una nota vocale registrata perché mi stavano venendo i crampi alle mani a furia di tenere premuto il tasto del vocale, quindi adesso vado di microfono e poi ti manderò questa nota. Sto approfittando del viaggio in autobus quindi se senti dei rumori in sottofondo ti chiedo scusa però il lunedì è giorno volontariato e quindi -anche con un po’ di ritardo- stiamo andando ed il viaggio è lungo (ci mettiamo un’oretta ad arrivare) e ne approfitto per mandarti il messaggio vocale.

Niente, praticamente un mesetto/due fa, io e Ale avevamo cercato delle associazioni con cui fare volontariato e avevamo trovato quella in cui siamo andate ogni lunedì, Banco de Alimentos e questa, che si chiama Techo che costruiva casette, case per delle famiglie bisognose. Noi alla cieca ci siamo iscritte, abbiamo compilato tutto il modulo online, abbiamo fatto il pagamento e qualche giorno fa ci è arrivata una mail per ricordarci che questo weekend ci sarebbe stata questa attività. Di cui noi ci eravamo totalmente dimenticate. Sapevamo che c’era, ma non sapevamo cosa fosse. Ci hanno mandato una mail dicendo “mi raccomando portate il sacco a pelo, guanti da lavoro, stivali, vestiti da sporcare.” 

“Ah, ma quindi stiamo fuori tutto il we?” Non sapevamo cosa saremmo andate a fare, non avevamo minimamente idea e non sapevo nemmeno che saremmo state fuori tutto il we. Vabbè, siamo partite, senza nemmeno il sacco a pelo perché non ce l’avevamo, proprio alla cieca. 

Siamo andate in questo ufficio in cui c’era un sacco di gente, ci hanno smistate in varie zone, io e Alessia ci siamo divise, ci hanno assegnato due zone diverse, abbiamo preso un altro autobus ed in circa 1 ora e mezza dalla Capitale, restando comunque nella Provincia di Buenos Aires, siamo arrivati ad un barrio che si chiama Augustoni. Un barrio della zona di Pilar. A quel punto ci hanno divisi in sottogruppi: eravamo una decina di gruppi da 7/10 persone ciascuno, ad ogni gruppo è stata proposta una famiglia ed ogni gruppo aveva il compito di costruire una casa.

E… abbiamo costruito una casa.

Ci siamo riusciti!

In due giorni abbiamo costruito una casa per una famiglia carinissima.

Erano in 5: mamma, papà, anzi, erano in 6, c’era anche il cagnolino. I 5 erano mamma, papà, due ragazze (una di 12 e l’altra di 13 anni) un fratello più piccolo (di 10 anni) ed il cagnolino di 40 giorni, piccinissimo.

Solo il papà lavora, attualmente vivevano in una casetta di mattoni a vista, in una zona in cui l’asfalto è un miraggio, c’è solo terra e fango, buche e ponticelli di legno fatti con travi ammassate, per superare il ruscello che contorna tutte le case.

La loro casa era composta da una stanza con un frigorifero, un fornello elettrico, un letto matrimoniale, un letto a castello, un letto pieghevole, il tavolo per mangiare che viene tirato fuori quando si piega il letto e… basta.

Grandezza della stanza… non lo so, metà della mia cucina di casale?

Un bagno, di 2 metri quadrati, 4? 3? 5 metri quadrati sarà? 3? Guarda non lo so, 3 metri quadrati sarà stato, in cui c’era soltanto un water ed una cassettina da ricaricare per fare la doccia. 

Basta.

Non avevano una connessione all’acqua, ma una grande tanica da cui la prendevano per lavare le mani, per metterla a bollire e cucinare, per lavare il water al posto dello scarico, per metterla nel cosino della doccia e lavarsi… Non voglio sapere per cos’altro.

Praticamente noi gli abbiamo costruito questa casa che è un prefabbricato, sono delle casette di emergenza, tipo quelle che potrebbero mettere, già fabbricate però, senza mettergli le fondamenta – noi abbiamo fatto le fondamenta ovviamente perché quella diventerà la loro casa – però immagina magari: Abruzzo, terremotati, la gente rimane sfollata, fanno grandi tendopoli, ma se devono rimanere più tempo prendono dei prefabbricati tipo quelli che trovi al Self fuori, ma più grandi e li portano. In Italia magari li portano già fatti, mettono 4 pezzi lì per terra e via, non stanno a scavare e fare le fondamenta, invece noi abbiamo scavato 15 profondissime buche, ci abbiamo infilato i piloni, poi abbiamo messo il pavimento, le pareti, il tetto, le lamiere, abbiamo impermeabilizzato, abbiamo fatto tutto. 

Abbiamo dovuto un po’ lottare perché volevano che la porta della casa coincidesse con una porta che loro avevano già nella loro casetta di prima, in modo tale che fosse come una stanza in più e quindi abbiamo dovuto prendere bene le misure, l’altezza doveva essere quella del loro pavimento, insomma… è stato un weekend faticoso, ma non ho minimamente sentito la fatica.

Finalmente ho visto quella parte di argentina che cercavo, quella parte di Sud America che avevo bisogno di vedere e di conoscere perché… perché sì. Perché alla fine quando ho visto “Buenos Aires” come meta del doppio diploma io ho pensato subito “Ah! Buenos Aires -> Sud America -> Perù -> Operazione Mato Grosso -> Raccolta viveri”. Tutto quello che abbiamo sempre fatto per anni ed anni all’oratorio era per il Sud America. Tutte le missioni in cui sono andati i nostri animatori erano in Perù e quando io pensavo al Sud America pensavo a tutte le immagini che mi hanno sempre mostrato in oratorio.

È stato strano perché quando poi sono arrivata a Buenos Aires, Buenos è una città, una capitale a tutti gli effetti, con tutti i servizi, per quanto arretrati rispetto a quelli italiani o europei, con tutti i servizi possibili ed immaginabili. Con un tenore di vita molto alto, in cui io spendo praticamente come a Milano. Quindi arrivata a Buenos Aires boh non so, forse ero anche un po’ delusa in realtà, ma ho fatto bene a non demordere e ad attendere perché ne è valsa la pena. 

Questo we veramente è stato un bagno di umiltà dall’inizio alla fine. Vedendo la gioia con cui vivono in famiglia, tra di loro, ero quasi invidiosa della loro gioia, stupefatta di quanta gioia si possa provare non avendo nulla. Nulla. 4 mattoni, della calce, dei letti buttati lì. Non avendo nemmeno un cazzo di cesso in cui cagare, una doccia degna di tale nome, nulla. Non avevano un cazzo di nulla, non hanno un cazzo di nulla, anzi ora hanno un tetto in più e sono veramente la persona più felice del mondo per aver avuto la possibilità di regalarglielo. Anzi, di aiutarli a costruirlo, perché ci hanno aiutati dal primo momento all’ultimo, sono stati sempre super disponibili, ci hanno fatto da mangiare per due giorni, le ragazze sono degli amori, il piccolino veniva a scavare con noi, metteva proprio le mani dentro la terra e scavava. Le ragazze -figurati- alla mezzana piace un sacco disegnare, ci ha fatto vedere i suoi disegni (bravissima) e ce n’era uno con un unicorno ed io faccio “no che bello, a me piacciono un sacco gli unicorni!” e me l’ha regalato. Subito. Diretta. Senza pensarci un secondo. Non hanno niente, non hanno la carta per pulirsi il culo e dico “che bello” un disegno e me lo regalano. 

Sono veramente felicissima di questo we. Tra l’altro appena siamo arrivati eravamo tantissimi giovani, dai ragazzi del liceo a ragazzi di 28/30 anni, c’è gente che è in questa assicurazione da anni perché comunque è una cosa che fanno una tantum: circa ogni 2 mesi c’è un we di costruzione. Nel mentre ci sono dei gruppi di volontari che vanno tutti i sabati a conoscere le persone del barrio a fargli dei corsi, di cucina, fanno fare i compiti ai bambini, corsi d’imprenditoria, di microcredito (per spiegargli come accedere ai crediti) etc. C’è poi un gruppo che va a conoscere tutto il barrio e le persone che fanno richiesta della casa per scegliere, per capire chi la merita di più, chi ha delle buone intenzioni, della serie “noi questa casa gliela costruiamo, loro ci danno una cifra simbolica ed è come se gliela stessimo vendendo, loro però firmano un contratto, s’impegnano a mantenerla in una determinata maniera, ad utilizzarla solo per viverci, a non affittarla, a metterci dentro i servizi (noi non possiamo collegare la luce etc). C’è quindi un contratto dietro e non costruiamo a famiglie – costruiamo a famiglie in situazioni di merda – non a famiglie in cui ci siano alcolizzati o drogati, perché magari sarebbe uno spreco o non ne farebbero il corretto uso. Ci sono famiglie oneste e bisognose ed a queste costruiamo, appunto ci sono delle ragazze che vanno tutti i sabati a conoscerle, a farci amicizia, a capire le loro esigenze etc.

Quindi c’era gente che costruiva per la prima volta, gente che è da anni in Techo, gente che ha costruito decine di case, tutte persone carinissime, umilissime, con il sorriso sempre in volto, voglia di conoscersi ed era questa la mia idea degli argentini e della popolazione. in realtà non sono così, non sono così in capitale perché ovviamente chiudono gli occhi e fanno finta che queste cose non esistano vicino a loro, hanno perso l’umiltà, la solidarietà che invece, ho notato, contraddistingue molto tutti questi ragazzi che erano lì, tutte le persone che abbiamo conosciuto, quindi sono veramente veramente contenta, felice. 

Non vedo l’ora di poter costruire di nuovo.

Tra l’altro domenica prossima torniamo perché non abbiamo finito di montare le finestre e verniciamo insieme a loro. ci hanno invitati a pranzo… insomma sono contenta, sono veramente felice, è stato un we pazzesco, il più bello da quando sono qui e… non so se rendo l’idea di quello che è stato.

Ti dico che non mi sono lavata per 3 giorni, dormivamo in una scuola con sacco a pelo buttato per terra. no in realtà per terra no perché io sono arrivata che non avevo ne sacco a pelo ne niente, mi sono fatta prestare sia sacco a pelo, mi sono imbucata nel materassino gonfiabile di un ragazzo, gli ho fregato il cappellino, boh vabè ho fregato tutto alla fine. Eravamo un sacco con sacchi a pelo per terra o sui materassini, c’era il bagno come può essere il bagno del Sobrero, quindi senza docce né niente e non me la sarei nemmeno sentita di rubargli tutta quell’acqua. Eravamo 200 persone, se ci fossimo dovuti lavare tutti questi non si sarebbero più lavati per tutto l’anno praticamente, con l’uso -non so la parola, non mi vengono più le parole-, con l’uso minuzioso che fanno loro dell’acqua. Indi per cui siamo stati tutti belli luridi per tutto il we, mangiavamo tutti assieme, niente di veramente commestibile, il pranzo ce lo facevano le famiglie: noi portavamo la pasta per farcela da soli e poi ovviamente le famiglie insistevano e ci facevano loro da mangiare, cose tutte leggere tipo milanese il primo giorno, pizza, ieri tortilla de patata, della serie cose che dopo aver pranzato avevo voglia di buttarmi e fare la siesta invece no, a scavare, vabè.

É stato veramente bello, poi c’erano delle persone veramente cariiiiine, alcune veramente ammirevoli. sono troppo contenta (l’ho già detto?).

Spero di essere stata abbastanza descrittiva, questa nota vocale è molto lunga, mi dispiace, non so se renderà l’idea, anzi… probabilmente non la renderò e sicuramente le foto non renderanno giustizia, però ho provato a spiegarti un pochino le mie sensazioni e quello che ho provato perché è una cosa che in Italia non puoi vedere. È una cosa magari ti aspetti in Africa, era una cosa che io pensavo ci potesse essere in Sud America e l’ho trovata e mi fa ancora più specie pensare che questo non sia il livello più basso di povertà. che ci siano poveri ancora più poveri dei poveri. che vivono ancora in condizioni peggiori e magari non lo sanno neanche perché ci sono dei paesini del Perù in cui le persone sono totalmente isolate, vivono nel loro.

Wow.

Vedremo.

Vedremo quante altre possibilità avrò di toccare con mano la povertà, di aiutarla, di -nel mio piccolo- essere il cambiamento che vorrei veder avvenire nel mondo.

Scusami per i 17 minuti di nota vocale, però avevo veramente bisogno di condividere con te questa cosa perché non ha eguali, sono felice, grata e quasi un po’ imbarazzata. per tutto quello che ho, per la fortuna che ci ha toccato, perché è semplicemente fortuna: loro sono nati lì, noi siamo nati dall’altra parte del mondo. Che colpe abbiamo? Che meriti abbiamo? Nessuno.

Spero che possano iniziare a sognare in grande anche loro, con un tetto in più sopra la testa.

Scusa per il messaggione, scusami scusami.

Ciao tesoro, mi manchi, spero che 17 minuti bastino per farmi sentire un po’ più vicina.

E smettila di dire che non ci sono, non ci sono stata questo we, ma ti voglio sempre bene.

Basta, stacco…

Sono 18, scusamiiii.

 

   

      

6
23801
3