A casa di Dio
La luce del sole che risorge, dopo la tempesta, dopo le alluvioni, questa domenica, attraversa prepotente le vetrate colorate del Duomo, proiettandosi su tutto quello che incontra: persone, colonne, pavimenti, sedie e tende.
Davanti a me c’è una coppia di 30 enni con una bambina dolcissima, di pochi mesi, ha una carrozzina color tortora, abbinata ai leggins minuscoli, una magliettina rosa, come la copertina, e gli Ugg rigorosamente rosa, che paiono portachiavi, con una giacchetta elegantissima, anche quella grigia.
Sulla panca in legno solo mamma e papà, ad affiancarla, cercano di concentrarsi sulle parole del Don, senza perdere mai di vista, con la coda dell’occhio, la pargolina. A 50 centimetri da me, imperterrita, passa la messa a giocare con la coperta, sorridendo, facendo versetti e rispondendo a qualche altro bebè che versetta vicino. La parabola dei talenti sembra divertirla particolarmente: agita quelle manine come fossero già le sue armi, le apre e le chiude con tutta la sua forza per afferrare la copertina e trattenerla a se. Dice tutto senza nemmeno parlare “è rosa, è la mia copertina, la tengo io”. Chissà di quali talenti è stata investita, lei, così piccola e così viva, lei, che riesce a sorridere anche senza denti, a trasmettere felicità senza nemmeno saper pronunciare “mamma” nè “papà”.
È quasi ora della benedizione finale quando la mamma estrae dalla borsa un piccolissimo poncio marroncino e pesante, si gira lentamente verso la baby e la vedo. Circa 30 anni, un fisico giovane e tonico, nonostante la recente gravidanza, capelli boccolosissimi e scuri, Nike fuxia da corsa, calzino corto bianco e piumino bluette. È struccata, ma rilassata e sorride con premurosa dolcezza, è circondata dall’aurea della neo maternità, quella che mi ricorda Edward Cullen quando luccica al sole. Lentamente si avvicina alla primogenita e con un’attenzione maniacale fa passare il poncio dalla testolina, per poi incastrarlo tra i manici del passeggino, spostando la bimba innumerevoli volte fino ad essere certa che sulla schiena non ci fosse alcuna piega e nulla possa infastidirla. Trascorre non so più quanto tempo ed io sono qui, incantata, ad osservare i suoi gesti lenti e delicati, su quel piccolo tesoro da poco sfornato, con una calma ed una serenità, probabilmente accentuata dal luogo sacro in cui si trovano, che mi incantata.
È ora del canto finale ed escono, prima ancora dell’ “andate in pace”, loro non ne hanno bisogno, loro sono già la pace. Avanzano mamma e figlia, seguite a ruota da papà. Avanzano a braccetto con la pace, con la loro bontà, vicinissimi, lasciando trasparire tutta la gioia che li accompagna da quando sono diventati un trio.
Il potere della vita.