Cuaderno de viaje – Ultimo día – se acabó lo que nunca se acabará

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Mi sto asciugando le lacrime nella bandiera quando improvvisamente la pubblicità di Spotify interrompe il pianto… è in italiano e cado. Cado su me stessa, cado su queste voci nuove, cado in questo mondo vecchio.
Ho paura di addormentarmi e di svegliarmi qui, nel letto di casa mia, quel letto che mi ha accompagnata dalle medie, per tutti gli anni del liceo, questo letto che non è più così tanto mio. Ho paura perché significherà che il sogno è davvero finito. E non si torna indietro.
Fermate tutto, dove sono le coperte sbiadite? Dov’è il cuscino stretto e lungo? Dov’è il mio terrazzo? Dove sono le luci fuori dalla mia finestra? Dov’è Pedro? Dov’è Edu? Dov’è Robi? 
Se grido non mi risponde nessuno. 
Ora lo so Gabri, lo so cosa dobbiamo rispondere quando ci chiedono di dove siamo: siamo di dove abbiamo voglia di svegliarci. 
Apro facebook e lo richiudo. Voglio vedere, ma non voglio sapere. C’è chi è partito ancora prima di me che sta riprendendo in mano la vita precedente, feste di bentornato, chi è ancora là, nel limbo, nell’attesa, guardando partire gli altri, soffrendo forse ancora di più di chi è a casa. 
Siviglia è magica, con la pioggia o con il sole, di notte e di giorno, d’estate e d’inverno, però la mia Siviglia siamo noi. Noi tutti. Dai miei migliori amici, alla compagnia, alle persone di contorno, con le quali avresti voluto approfondire, le avevi lì, ad un passo, le hai avute magari per un anno, ma non si può avere tutto, non c’è tempo.
Tempo.
Lo so, chi è partito nel secondo semestre vorrebbe tirarmi un ceffone, io che di tempo ne ho avuto il doppio, ma anche il triplo non sarebbe mai abbastanza. Come si fa a dire addio serenamente a questa classe di felicità?
Non è un addio, è un arrivederci, con le persone, con alcune almeno… però è un addio con questa Siviglia, Sevilla Erasmus 2015/2016. 
La Torre dell’Oro si fermerà lì, a guardare dall’alto altri ragazzi, ad accoglierli, a spiare nuovi amori, a nascondere botellon, ad asciugare lacrime.
Hoyo19, Casino, ma anche Bilindo, Libano, Uthopia, non si muoveranno, continueranno a regalare serate indimenticabili, a far incazzare i fautori del “facciamo qualcos’altro?” “ma un po’ di rock?” “andiamo all’Alameda!” eppure torneranno lì, anche solo un salto, anche solo un’oretta, perché è così: casa è dove c’è chi ti scalda il cuore. E allora tanto vale.
Nemmeno Plaza d España si sposterà, continuerà ad accogliere le visite inaspettate ed illegali di qualche ragazzo coraggioso e folle. Statuaria, immensa, tuffandosi nei loro cuori con leggerezza e lasciandoli sussultare sempre anche solo immaginando quella grandezza, quella vastità, che ci frega, quella fortuna.
E poi la Giralda, la Cattedrale, Plaza Nueva, l’Alfa Alfa, il Parasol, calle Feria, l’Alameda, il parque del Alamillo, Duo Tapas, 100 montaditos, la UPO, il rectorado, l’Alfonso XIII, gli aranci, il ponte di Triana, Calle Rosario Vega, la mia camera…
Tutto resterà immobile, cambieranno i sensi di marcia, cambieranno i piedi che la calpesteranno, mentre lei resterà lì a prostituirsi a tutti, a far godere generazioni di Erasmus con gli occhi a cuoricino.
Non è stato nemmeno poi così emozionante farsi il bidè di nuovo, alla fine mi manca anche lo squat nella doccia.
Sono passati due giorni ormai da quando sono tornata, la voce inizia a spargersi e adesso sono io qui, dall’altra parte, ad aspettare una chiamata su Skype, a stare in disparte, a cercare di non dare fastidio, di non mettere il dito nella piaga.
E’ strano, ovattato, m’immaginavo nella mia bolla e qui sono, seduta sul mio divano, davanti al mio specchio, nella casa dove sono cresciuta, ospite.
In camera mia è pieno di pezzi di altre case, ormai di mio sono rimasti solo i vestiti nell’armadio, nemmeno tutti, perché le valigie ancora non le ho svuotate. Sono tornata e mi sono buttata a capofitto sull’università, studiando fino a tardi, pensando poco, respirando tanto.
E poi arriva lui.
Ore 2.00 di mattina, dopo una serata passata a ricordare, davanti ad una coppa gelato più grande di me, arriva lui in boxer, calzettoni e grembiulino. Un panettiere sconosciuto in quel di Acqui che impasta qualcosa che sembra una pizza. L’odore si sente da fuori, ma non è pizza. E’ odore i pane, di brioches, di panetteria. Mi fermo e chiudo gli occhi. Sì, questo mi è mancato. E’ un momento magico, mi riprendo un pezzo di me, mi lascio inebriare da questo profumo e da tutto ciò che si porta dietro. E’ bello essere a casa.
Avevo programmato di tornare ad inizio giugno, per potermi laureare, ma alla fine avevo lasciato che prevalesse la voglia di vivermi ancora un mese d’Erasmus e nonostante i mille dubbi, non me ne sono mai pentita, era la cosa giusta da fare, ci avrei perso troppo rispetto a quello che avrei guadagnato. Ed invece la vita è imprevedibile e pare che il karma avesse qualche debito con me… 
Davvero posso laurearmi a luglio?
Davvero ho vissuto l’anno più spettacolare della mia vita, torno ed ho ancora la possibilità di laurearmi?
Ma come ho fatto a meritarmi tutto questo?
Un bagno freddo nella realtà, bisogna rimettersi in marcia, esami, tesi, corri Doralice, corri.
Ci ho messo dieci mesi per imparare ad apprezzare chi si piazza in mezzo alle scale mobili ed ora devo riprendere a correre?
Fermi tutti.
Una cosa alla volta.
Tutto andrà bene.
Siviglia mi manca, ogni mattina quando mi sveglio e non vivo in Calle Rosario Vega 4 è un gradino in più verso la realtà ed uno in meno verso il sogno. Forse aveva proprio ragione Mari, alla fine era un sogno e con quell’atterraggio brusco Ryanair ci ha fatte svegliare, di soprassalto, affannate,  con le lacrime agli occhi. Chissà se raccontandolo ci crederanno, dobbiamo assolutamente stampare le foto sennò ci dimentichiamo qualche dettagli, aspetta però… non eravamo soli.
E’ qui il trucco, è qui la magia, è tutta qui la differenza tra un sogno ed una vita.
Non eravamo soli.
E ripenso al receptionist dell’Oasis “Hola, tienes reserva?”, penso a calle San Clemente, a Matteino che mi fa vedere casa sua, come sarebbe andata se avessi vissuto lì? Dopo sarebbe arrivato anche Valerio, che figata! Penso a Nico con la maglietta del pagliaccio, a Fra con il vestito colorato, alla fermata della metro di puerta Jerez, i primi. Penso a quel biglietto giallo con il numero di Pepe, a Cristina che mi fa vedere l’edificio, a Pedro nel salotto, con la chitarra “è questa, è casa mia”. Penso alla prima volta che sono uscita con Pedro, rubando involontariamente lo scotch alla Fnac, con la sua felpina rossa dalle tasche grandi, non capivo nulla di spagnolo eppure c’intendevamo alla perfezione. Penso ai post-it su qualsiasi oggetto della casa, che una volta erano arancioni, mentre adesso sono bianchi. Penso al primo tramonto dalla finestra della mia cucina, dietro a Triana, dolce, sui tetti rossi, dietro le colline di Tomares. Ed il primo giorno alla UPO, Federica e Davide stanchi morti sulla metro, Adrian che m’insegna il verbo essere e la cultura della tostada a 90 centesimi in caffetteria. Chi l’avrebbe mai saputo che in quella caffetteria avrei portato addirittura la mia bandiera da firmare, che ci avremmo fatto colazione tutti i giorni, dopo il corso, che si sarebbe rubata una delle tradizioni più dolci del primo semestre della nostra vita. Penso al mio Buddy, JuanCa, austero a descrivere ESN  a parole, come se le parole bastassero, che ne sapevo, dietro a quella scrivania, che sarebbe diventato una delle pietre miliari di quest’esperienza. Come Lucas, come Roberto, come Simon. Penso a quella prima sera a Torre del Oro, con il vestito nero lungo e le all star, a Federico che arriva solo, incamiciato, con il suo zainetto “no guarda questo è il mio secondo Erasmus, quest’anno starò più calmo, studio e tesi” che ridicolo che sei stato. Penso a quel coglione sorridente che mi presenta Nico, “ti presento un fenomeno” “piacere, Giulio” “Doralice”. Cazzo c’ha da ridere. Chi l’avrebbe mai detto. Penso a quel chitarrista ai piedi della cattedrale, che tanto piaceva a Fede. Penso a Leonardo al supermercato, a cosa sarebbe cambiato se non gli avessi chiesto “sei italiano vero?” e se non mi avesse proposto di cenare con lui, Mattia, Claudia, Simone e Vanessa. Penso al FaceTime con Simone, pezzi di storia. Penso a quella prima cena da Nazca, al mio imprinting con Monse, al pub irlandese in cui siamo andati dopo, secondo piano, scuro, a raccontarci aneddoti strani della nostra vita, c’era anche Laura quella volta. Penso alle cene internazionali, a quando sono diventate una tradizioni, a Julie, a Raissa, Klara, alla prima volta che Leo ha portato Tina “è una mia compagna, non è bellissima?”. E poi Lisbona, Giovanni il muto, la colazione a sorpresa per il compleanno, la gamba dei selfie, la pioggia, Sintra di notte, perdersi nei mercatini dell’usato, conoscere un amico argentino che Leo aveva conosciuto a Bologna, che stava facendo un altro Erasmus a Lisbona, che si chiama Gaston e fa video, come Gaston videomaking di Alessandria, scrivere solo G su Facebook e scoprire che sua nonna italiana è la migliore amica della nonna di Giorgia. Ridere di gusto, per quanto sia piccolo il mondo. 
E quella sera, al tandem, c’era una ragazza riccia, carinissima, con le sue 2 compari, si chiama Eugenia, cazzo se parla già bene, ah beh studia lingue… chi l’avrebbe mai detto che da quei boccoli sarebbe nata un’amicizia così grande. Propongo di andare a mangiare un boccone tutti assieme, è il primo “sì” dei mille che arriveranno da Eugi, anche Lucio ed Antonio si aggregano, le orazioni di Lucio sull’efficienza di Erasmus Club, Antonio ed i suoi piani precisi sull’università. E poi Granada, Lucio in ritardo, la futura miss Erasmus pure, Hannah che mi racconta in che lingua sogna, lei che parla italiano ed inglese madrelingua, quello spettacolo dell’Alhambra, godermela litigando con Lucas, benedetta quella litigata, dalla quale nacque una grande ammirazione reciproca. Belle le persone che non te le mandano a dire. 
E poi c’era la Juve, ad Alessandro era arrivato il pacco con il cibo, lo stesso giorno che a me arrivava una busta con il biglietto della mia Juve, ovviamente settore ospiti. Llorente, non esulta, ci vuole bene. Però non insultateli sti Sivigliani, sono brava gente, “hey, tu sei l’avvocato di Ale?”, perdiamo, ma l’inno del Sevilla mi ha emozionata così tanto che torno a casa con una sciarpa ed una vittoria personale.
Ed in un batter d’occhio arriva mia mamma, Arabella, che spettacolo condurre una vita Erasmus e poter andare a pranzo a casa dalla mamma, sembrava che non mancasse nulla a quel momento. Poi però dall’Italia parlano di un attentato, la tv spagnola non dice ancora niente, ansa.it sì, eccolo. Parigi. Il panico.
Crescere in paese ti mantiene lontano da questa classe di paure, ma quella sera, per la prima volta, sentendo il rumore di fuochi d’artificio, ci siamo affacciati tutti sul balcone ed abbiamo avuto paura.
Penso alla pelle d’oca, davanti al consolato francese, con tutti quei ragazzi che da un momento all’altro iniziano ad intonare l’inno. Non un eterno riposo, non una preghiera, non una canzone qualsiasi, La Marsigliese. “Voiture!”. Julie con gli occhi lucidi ce lo traduce, è una chiamata alle armi, che curioso che unisca così tanto qualcosa che incita all’attacco, che curioso questo patriottismo.
Ma il panico non può avere la meglio e due giorni dopo siamo già su un traghetto in direzione Marocco. E chi ci ferma a noi? La polizia alla frontiera, chi non ha il passaporto torna indietro. Charlie aveva già cambiato foto profilo, aveva già la GoPro al petto. Che fregatura. Chissà se avessi conosciuto Federica quella settimana, come sarebbe andata. Invece ho conosciuto Valentina ed abbiamo fatto subito squadra, mentre insegnava le parolacce a Tristan, mentre dormiva in autobus. Ed anche Alice, Laura, un ragazzo che parla a bassa voce, sorride a mille denti e si sdraia per terra per fotografare il mondo: Giovanni. Se chiudo gli occhi sto ancora cercando la prospettiva migliore per guardare il tramonto su Chefchauen e lì, nel posto scelto da me, ci trovo loro tre, Sylvian, Giovanni e Tristan. Ed è subito feeling. In quel momento magico, in quel luogo unico, solo quattro persone si erano staccate dal gruppo per vedere oltre le piante di quel terrazzo. Vi sembra poco?
Se chiudo gli occhi sento ancora gli sguardi di quelle ragazze, il buon Fabio che mi parla dell’Islam, della gelosia, della paura, dell’ISIS, della realtà, lo sento che mi dice “pazzesco, stai dicendo che devi fare la cacca, non l’ho mai sentito dire da nessuna ragazza qui, mi mancherai”. Ho ancora il mio nome scritto da lui nella taschina del passaporto. Ci sono persone che non si dimenticheranno mai.
E poi si rompe l’autobus, ci facciamo giochi di logica fino a scoppiare di caldo. E poi fotografiamo il tramonto, sul mare, dopo aver comprato facce strane ad Assilah, ci guardiamo nei riflessi dei vetri, perdiamo il traghetto, botellon alla frontiera, siamo tutti ninja.
Monse, andiamo alla ONCE, vediamo senza vedere, annusiamo senza vedere, tocchiamo senza guardare, andiamo in tandem, fidiamoci, impariamo il braille, invece di andare a ballare.
Ripenso alle luci di Natale, a tutte le volte che io e Charlie abbiamo detto che saremmo dovuti uscire prima delle 11 per vederle, alla paura che avevo di vedere quella città ancora più bella di quanto già non fosse. E così è stato. Tra una lucina e l’altra ci siamo buttati anche da un ponte, abbiamo rubato mandarini da un campo, mostrato le nostre abilità con il pattinaggio sul ghiaccio. E poi Valentina. Davanti alla metro di San Bernardo, arriva con il francesino delle parolacce quella biondina alla quale aveva comprato una collana proprio a Chefchauen. Carina sta ragazza. Davvero ci siamo aperte il cuore fino in plaza Nueva? Non ti ho mai chiesto scusa Tristan per avertela rubata per così tanto tempo. Eppure le ho voluto bene fin da subito. Ciao belli, vado a fotografare le lucine di Natale.
Monse, amore mio, vorrei tanto conoscere la tua mamma, però me ne vado a Praga qualche giorno con papà e Fiore, faccio Natale a casa, capodanno a Limone e torno.
Scusate raga, ma riatterrare a Sevilla dopo le vacanze di Natale è stata la sensazione di sollievo più grande della storia: finalmente, di nuovo a casa.
Lanciano le caramelle da dei carri di carnevale? Ma cos’è questo posto? Ah i regali li portano i Re Magi? Beh ha tutta la sua logica.
Cazzo Matti falli restare di più sti ragazzi, questa Puglia ci piace da matti e non si fanno nemmeno una serata. Ok, ci vediamo quest’estate.
Alessandria in finale di coppa Italia, salto sui soffitti.
Angelo, i gradini del Casa Blanca, cosa sarebbe cambiato? Un altro incrocio che dovrà aspettare.
Paolo, il nuovo ragazzo che vivrà in casa di Matti, con Gianluca e Valerio, dice che gli amici del primo semestre ce li dimenticheremo, perché i rapporti del secondo saranno quelli più veri, a lui è andata così a Granada. Non ci voglio credere.
Carnevale? Ci prendiamo tutti seriamente, io, Doro, Vale e Andy a sfoggiare la nostra varicella per tutta Cadiz. Io e Vale su quel muretto, a guardare l’oceano, a raccontarci la vita, a prometterci di non smettere.
Ed è già tempo di despedidas. 
Vale, Doro, Levies, solo adesso conosco davvero Maurizio e Gianfranco? Ma cos’è sta fregatura? E già ve ne andate? E dovrò tornare a casa sconsolata con Fede, parlando di Genni e di quello che non c’è più? No dai, fermatevi anche voi. La Juve deve ancora vincere il campionato.
Dario, sei fantastico. Solo uno con i controcazzi si sarebbe infiltrato negli abbracci di una despedida, con la tua classe. Ti sei meritato di vedermi sudare come un maiale in palestra per i prossimi 4 mesi.
Julie, cara Julie, continuo ancora a ripetere “ma ma ma” con mille intonazioni diverse ogni volta che vedo un cinese. Il nostro tramonto tartarughiano sul Parasol, quel risotto al bar Antojo, l’Abril per una volta è stato pure carino, Plaza d España, io e Monse addormentate su ogni superficie, l’alba. Buon viaggio cucciola, è stato bellissimo.
E bum. Precipito. Precipitiamo in realtà. A 300 km/h, nel vuoto, con un militarino da quattro soldi, che si è fatto un paio di mandati nella legione straniera, un decennio ne La Folgore e ha combattuto in Iraq, in Kenia e chissà in quanti altre guerre. Mi metto quest’uomo a mò di zainetto e mi lancio tranquillissima tra le nuvole. Il paracadute si apre, è andata bene, benissimo, voliamo. E Monse è lì, anche lei, voliamo assieme, come abbiamo fatto tutti questi mesi.
Auguri Monse! Non ci lasceremo prendere dalla tristezza, non c’è storia, adesso ce ne andiamo a conoscere chiunque, prima però prenditi sto formaggio fritto, offro io, e tieni un massaggio, ne avremo bisogno. Poi ci siamo risollevate da sole, il massaggio è ancora nella cartellina, scaduto.
Ciao Matti. Lo sai che è un “a prestissimo”, abbiamo già programmato tutto, dobbiamo sfruttarla questa Puglia. L’album è finalmente pronto, mi porto a casa la tua crema e ti lascio su quell’autobus. E’ stato bellissimo.
Pedro, ti prego, andiamo a suonare al fiume. Forse è stato quello l’inizio sai? Con la mia camicia fuxia ed uno stronzo che tirava le bottiglie per terra.
E’ San Valentino e mi regalo Netflix, diventa nostro e Breaking Bad farà compagnia a tutti i nostri pasti, per un mese. Seguito da Narcos, con Monse ed House of Card, ormai sulle mie gambe.
Adesso io e Monse ce ne andiamo a Cordoba, a lasciarci colorare dai riflessi delle vetrate di quella Mezquita. Uno di quei posti che assaporai fino all’ultimo arco, nel dubbio di non rivederlo mai più, senza sapere che qualche mese dopo Tommaso avrebbe avuto una macchina ed io altri 8 euro da regalare al comune di Cordoba.
C’è una Gaia che si sdraia a fare una siesta con noi sotto il sole di febbraio, è una ragazza un po’ sulle sue, un po’ dura, ma avrò la fortuna di poter sbirciare sotto quel guscio e trovarci un cuore grande.
Torniamo di corsa, c’è il compleanno di Edu. C’è il vicino incazzato nero, 50 persone in casa, un concerto in camera di Victor, Monse ubriaca, io con un pigiama da unicorno, da Mc Donald, alle 5 di mattina. 
Il giorno dopo era già resaca & pic nic time al fiume. Hola familia, è il 29 di febbraio e siamo in canottiera al fiume, a mangiare, cantare e chi più ne ha più ne metta.
Ciao Darin, ci vediamo alla feria, non tornare tedesca mai.
1 marzo, inizio del mio tirocinio. Quintas Energy, plaza nueva, è il giorno in cui inizia una tradizione fatta di piccoli gesti, rallegrata dall’omino dei giornali in puerta Jerez, da Margaret davanti al bar Genova, dalla colazione delle 10.30 da Paco, dal mio capo che è una persona squisita… Il terzo giorno mi stavo già maledicendo. Ma chi me l’ha fatto fare di cercare uno stage, in Erasmus, a Sevilla, il secondo semestre, in un dipartimento di finanza e contabilità? Eppure, l’ultimo giorno piangerò lacrime salatissime uscendo da quel contesto, ma ancora non lo sapevo.
E’ la settimana dell’evento nacional. Sta biondina che dicono mi somigli, a quanto pare, vive sotto casa mia! Roberta. E incrociamo anche Fede, non abbiamo una compagnia, io, Monse, Mattia su FaceTime e c’è un incrocio inconsapevole di quelle strade che torneranno poi ad attraversarsi più tardi.
Una serata pazzesca, trovando due ragazze magiche: Ilenia e Mariana, un nuovo inizio.
Ciao Sylvian, buon viaggio, non c’è niente da aggiungere, ci vediamo a giugno, forse.
E con l’innocenza di un Minions regalo il mio Galaxy S5 e tutte le foto che portava con se, ad uno stronzo di Sevilla Est. Avrai il mio telefono, ma non la mia anima e nemmeno il mio sorriso, Pedro andiamo a fare la denuncia, non ne voglio un altro, svegliami tutte le mattine alle 8.15. E da questo furto senza rimorsi nacque una sveglia, quella dei miei coinquilini che con puntualità e generosità, a turni, si svegliavano per darmi il buongiorno e buttarmi giù dal letto. Grazie familia.
Posso osare andare a Gibilterra con Erasmus Club? Ma davvero nessuno canta in questo autobus? Questa cosa deve cambiare.
Los pollos hermanos. La gioia.
Ed il conto alla rovescia finisce, ed alle 9.00 siamo i primi clienti del Mercadona di Triana, io, Monse e Pedro, sulla cresta dell’onda.
Cenetta a casa di Mariana? Dario, vieni anche tu, vabbè raga sono alla frutta: mi addormento appena tocco il divano ed attorno a me continua una serata tranqui, ma non me ne renderò nemmeno conto. Bene così, è nata una nuova connessione, Dario è dentro.
E via di Semana Santa, anche Fede è dei nostri, portiamo Ile a sconfiggere la timidezza, inebriamoci d’incenso, sbagliamo mille volte strada, corriamo sotto la pioggia per vedere il muso sconsolato di Edu che rientra in chiesa, che bello conoscere la tua famiglia.
Aspetta, è già ora di andare a Ceuta? Quattro giorni a farci coccolare dalla Mari, da Pedro, svegliandoci con il rumore del mare nella testa, ogni mattina. Un pezzo di paradiso. Fernando ti possiamo portare con noi? Grazie.
Raga, torno in Italia solo due giorni, promesso. Le lacrime di gioia di Alice e Lucia sono un toccasana, ma sono già di nuovo a casa.
Cenetta sotto la cattedrale? Trattiamoci bene. Andiamo a fare surf? Un surf che si trasformerà in Malaga, una Malaga che sarà un toccasana, La Vacanza, una Malaga che darà tutto un altro sapore ad una città che non mi era piaciuta per niente e che ora porto stretta nel cuore. Unica, come un Picasso, come ogni gamberetto, come i discorsi con Mariana sulla malagueta, tra una folata di vento ed una botta di culo. Come i consigli di vita del receptionist dell’ostello.
E già profuma a feria, possiamo sfoggiare i nostri abiti di seconda mano, a vivere 24/7 in casa di Charlie, io a dormire 3 ore a notte per poter andare a lavorare ogni mattina. Quanto siamo belle. Che spettacolo è questo mondo? In che secolo siamo? Cavalli, alcol, non fermarsi mai, casette, abiti spettacolari, un po’ di sano classismo. Finalmente ci trucchiamo, finalmente sembriamo di nuovo persone normali e non Erasmus, per un paio di giorni solo, ma siamo splendide.
Com’è splendido quel Gabriele che nonostante si sia seduto a 3 tavoli da dove sono io, continua a parlarmi, sorvolando tutti gli altri, guarda che ci ritroviamo testina, sarò la tua croce.
Com’è splendido anche il monopoly che ha costruito Carlo e giocarci fino alle 6 di mattina… ah sì e vincere.
Mi sembra il caso di andare a vedere una corrida, almeno una volta, per sapere di cosa si parla. Coinvolgente quasi più che allo stadio il clima che si crea tra una canzone e quei fazzoletti bianchi, ma il mondo ha superato i Gladiatori, non c’è più bisogno di questo tipo di divertimento, non serve ucciderlo. Una volta nella vita, basta ed avanza.
E ormai siamo un gruppo, dobbiamo lasciar andare la feria, ma noi restiamo uniti. Ed è questa la spinta gentile che mi tiene in piedi durante la despedida peggiore delle despedidas: quella della mia migliore amica. Non so se ho mai imparato a farne a meno, penso di no, visto che fino all’ultimo giorno, tornando a casa da ogni discoteca, le arrivava una nota vocale, però l’ho superato. Dopo qualche giorno di depressione e pianti, sono andata avanti, senza sostituirla mai, ma non ho perso la nostra gioia. Avremmo vinto noi.
E continuano le cene, i botellon a casa di Mari, le serate anche con il Casa Blanca vuoto, io ed Ile scopriamo la fondazione, una domenica mattina, mentre tutti ancora dormono. 
Salutiamo ripetutamente Hoyo, tra lacrime, vomito e gioie.
E diamo il benvenuto, un altra volta a Manhattan, Casino, Bilindo, Alfonso, Libano… alle gambe scoperte, alle infradito, al sudore, al sole fino alle 10.30, alle cene a mezzanotte, alle spiagge, continuiamo con i pic nic, questo prato sa un po’ di mare.
12 maggio, ti giuro che è la prima volta che vedo la casa di Ale, auguri. Promesso Giu, andiamo a prendere una birra. Tu allergico, io non la bevo. Fantastici a livello esponenziale.
14 maggio, Merida, perché non mi sono innamorata di Sara? Sei fantastica ragazza, cercherò nei ricordi un tuo abbraccio ogni volta che avrò bisogno di forza.
Ma cazzo, Camilla, Madga, Sara, Sonia e Cristina, insieme sono un portento di ragazze, dobbiamo uscire più spesso.
Esco solo un attimo stasera, giuro, sono stanchissima e domani dobbiamo andare in spiaggia presto. Brava Doralice, poi sei tu la croce. Quel molo, Gabri, il passato, il presente, il futuro ed un’affinità della quale non posso fare a meno.
Gio, galeotta fu la ricerca del tuo fidanzato, Emma, Robi, finalmente.
15 maggio, spiaggia, Conil de La Frontera, la prima di una lunga serie, un angolo di terra solo per noi, ma che bello è quest’albergo Emmì? Torniamo su. Robi, stiamo vicine, troviamoci, ma cos’abbiamo fatto fino ad ora? Viviamo ad una rampa di scale l’una dall’altra. Era solo l’inizio.
Arenal, sono scottata come una cretina, ho il vestito di quella volta che “vuoi davvero vivere un Erasmus a metà?” e Luca ci regala un po’ d’ilarità e di Padania.
Incredibilmente incroceremo anche il giorno dopo lui e quella mitica di sua cugina. In una città così grande, niente, inutile, non un metro di privacy.
Chi l’avrebbe mai immaginato a settembre, seriamente? Cosa ci faccio qui? Non dovrei nemmeno, il 99.9% di probabilità dice che è inutile, un illusione. Bum, chissenefrega. Quello che affermano le statistiche frega solo a I Cani.
Pennyboard.
Raga se non studiamo non andiamo da nessuna parte, proviamo assieme. Casa di Ilenia mi sembra un posto tranquillo… e fu così che, guardando l’orologio, arrivano magicamente le 22.00. Fede, Ile, siamo serie? A piedi nudi, stomaco pieno e cuore aperto, sigilliamo tra quelle quattro mura, davanti a degli appunti assolutamente inutili, un’amicizia che non si supera.
Vale, domani abbiamo un esame, non possiamo assolutamente… andiamo a Casino, ci vediamo lì!
Canoa?
Raga cena da me, questa volta davvero Gabri. Polizia? Perché no. Ognuno prenda uno strumento, questo è un concerto alla Rosario Vega. Restate.
Ed è già domenica, è già tempo di tornare in spiaggia, seriamente sei di Bra? Prof, pazzesco, due piemontesi, Mada, ma da dove siete spuntate? Con tutta questa dolcezza mista a schiettezza, restate qui!
Surf? El Palmar, di nuovo Erasmus Club, questa volta l’autobus canterà, a tutti i costi, anche a costo di farci fare il culo persino da Nabil. Bravi, bravi tutti, vedo che c’è affinità. Ma poi una tavola in testa. Non dire stronzate Stefi, non parti dopodomani. Non dirlo. Anche Cri? Ma state scherzando? Proprio adesso?
La prima dell’Italia, i pastelli a cera, i 12 anni che non abbiamo più, la voglia di cantare ancora, un trio che suona bene.
Ed è già despedida. Di nuovo in ballo, ricomincia il giro, questa volta però arriverà anche il nostro turno, non possiamo fare i furbi.
Il sole che scende dietro la torre dell’oro è lo stesso di sempre, anche se quando si riflette sui palloncini, su quella tavolata, sembra più malinconico del solito. No Matti, ma pure tu? Mi prendete per il culo? 
Incastri, affinità, piuttosto mi faccio menare, ma io la torta a Fede la compro. E anche se arriva dopo mezzanotte perché Carlo è il solito… è felice.
Ciao Stefi, ciao Cri, la faccia è quella che è, sembra quella di Cri, in realtà è triste e non perplessa. Se solo ci fossimo trovati prima…
e via, in un baleno, un pezzetto di quest’iceberg si stacca e va, solo, a sciogliersi, a tornare nel mare.
Ma ributtiamoci in carreggiata, pare che qui ci sia una crew! 4 pennyboard? All’arrembaggio! C’è una fiera de las tapas in Alameda, facciamo il parco, arrampichiamoci sopra al labirinto, non pensiamo a nulla. Mi piace questa crew.
E non si sa come diventa un circolo, studio, sport, despedidas, spiaggia, discoteca, torre dell’oro, bandiere, partite, lacrime.
Le ultime settimane sono così.
Tutto diventa più forte, più intenso, più nostro, più intimo.
Magda conosce Chiara dello Iacovo e pure Bianco, non dovremmo andare al Libano, ma ci andiamo comunque e poi spiaggia di nuovo. Franci, Fili, ma dove sono state tutte queste belle persone fin ora?
Davide, Federica, Laura e adesso sì che è arrivato, forte e chiaro, come il viaggio introspettivo attraverso le metafore di Davide, è sceso caldo e potente come quello shot di tequila, si è fatto sentire dopo, all’ultimo sguardo, vedendovi saltellare sul ponte, ripensando a tutti i momenti, a partire dal primo, lasciando precedere ogni evento dalla parola “ultimo”.
Però fino a ieri era ancora nostra, questa Sevilla, piena di cantanti improvvisati in Alameda, donne in bicicletta che vendono empanadas e passeggini pieni di mojito, con una chitarra, qualche canna e la pelle d’oca. Buon viaggio Napulé, resterà sempre un po’ nostra, ci vediamo presto.
Le persone sono come gli uccellini, solo se li lasci volare torneranno da te, Achraf, quanto hai ragione amico mio.
Nel dubbio ci riempiamo la pancia con il Casatiello napoletano di Valerio, prima di fare gli auguri a Totti, prima di cenare per l’ultima volta con JuanCa, di andare a salutare Andres a Torre dell’Oro.
Prima di un’altra spiaggia.
Prima di un altro successo dell’Italia, questa volta al Phoenix, c’è tutto un altro sapore, quell’inno è tutto nostro e davanti al calcio si sente, più o meno con la stessa intensità del La Marsigliese davanti al consolato. C’è chi si unisce nel dolore, chi nella gioia, noi nel calcio. Ad ognuno il suo.
Ed è un circolo vizioso, Eugi, quello della nostra compagnia lo apri tu.
Prima ci concediamo un po’ di wakeboard e poi siamo tutti tuoi, a far impazzire un ristorante, ad impazzire noi, a ridere, a piangere. La felicità e l’angoscia. Pieni, ma presto vuoti. Non cadere da quel penny, per carità. “Cazzo ridi?” “Ti ha chiesto cazzo ridi”, non mi parlare così Eugi, niente lacrime, alziamoci e balliamo il twist a squarciagola.
Michi… maledetto tempo. Ci vediamo al nord tanto, la LIUC è troppo vicina.
Ci sta sfuggendo dalle mani, è l’ultima.
Non può essere.
Carlo, per favore, gestiamola bene, non ho più voglia di piangere. Nasce così #despedidasweek, nasce così il flag party, nasce l’idea della battaglia d’acqua in Plaza d España, di salutare Casino come si deve, di salutare Los Coloniales, con gli stessi ornamenti ridicoli che ci hanno regalato a Casino, di battezzare la terrazza di Calle Rosario Vega con il compleanno di Caro, con un festino andato non troppo bene, chiuso un’altra volta in Alameda, perché riserva sempre sorprese, piacevoli, belle, come Cri e Leti che alla fine non sono così male, anzi, sono proprio due belle persone. E bussa, anche lì, il tempo, a ricordare che stringe. Ragazze ci ritroviamo, davvero, ne avremo l’occasione.
E poi Bilindo, siamo già in plaza d’España con l’acqua alle ginocchia, un po’ di cagarella, tanta adrenalina e voglia di continuare.
Alba sì o no? Facciamo i bravi, sennò domani Gabri ti sgrida. Domani devo studiare e poi salutare la fondazione, con quel gruppo che risuona già nella mia 500. Non compravo un cd da 2007, che emozione, rinascerà il mercato discografico.
Ragazze mangiamo da me, vuotiamo il frigo, “Robiiiiii, saliiiii”, niente raga, oggi le chiudiamo ste valigie. Serve un pacco, ma non ci crederò fino all’ultimo minuto.
E no, il Libano non ci avrà, questa sera restiamo qui, a sperare fortissimo che duri per sempre, a guardarci negli occhi, a non piangere, ok, qualcuno sì. Michele, sei veramente una bella persona. “Ragazzi non ve ne andate, aspettateci, aspettate un attimo”, quegli occhi, Angelo, me li porto dentro. Che bello sarebbe stato aspettarvi ancora un po’, tutti assieme. Piuttosto, venite anche voi in spiaggia domani.
L’ultima spiaggia. O come direbbe Ca, l’ultima playa.
Bandiere, salsedine, musica, risotto, pallavolo, andiamo al faro, cazzo è così lontano? La battaglia di Trafalgar? Stiamo camminando a piedi scalzi sulla storia. Non abbiamo nemmeno un telefono per immortalarlo. “Scusi, non è che ci farebbe una foto e ce la manderebbe pure?”, mi manca già l’odore di questa notte, questo cambio di suolo sotto ai piedi, correre tra l’alta e la bassa marea, mi mancate già voi, ragazzine, cuori, corriamo. Corriamo per goderci questa ultima ora.
Incrociamo Giovanni, ovviamente, è lui che ha l’occhio lungo come me, però ha portato il telefono, bravo.
Siamo noi, ancora noi, sempre noi.
Jenni, veloce, dammi il quaderno, l’altra sera è stato un attimo, un flash, un nodo, quando verrai in Italia, quando verrò in Germania, dobbiamo recuperare, è una promessa…
Il sole si sta abbassando dietro quel faro, la musica si sta alzando, le bandiere ormai sono tutte firmate, prendiamoci due minuti, incastriamoci, i tuoi occhi color tramonto promettono più delle parole.
Uno shot di Malibù, perché dobbiamo suggellarlo questo momento. La pizza più buona della terra, un telo umido, il cielo rosa, un altro telefono che muore, una giornata che finisce, il buio che arriva, due parole, una canzone, lacrime sorridenti. Che dolcezza, che amarezza, che spettacolo.
Mi manca già l’aria di questa notte, dove tutto è sospeso in bilico.
Non è finita raga, finché non metti l’ultima noi non ce ne andiamo e se ce ne andiamo l’ultima la mettiamo noi. Facciamo tremare questo autobus.
Mi manca già questo Carmelo che mi sta dietro e poi mi fa strada in tutte le canzoni. Vale svegliati, vieni. Non è finita.
Non saluto nessuno. Col cazzo.

Fede, è il tuo turno, è l’ultima, sono le 2.30 di mattina, ma chissenefrega, doccia e alle 3 ci vediamo a Torre dell Oro, con la testa all’insù, con il cuore fermo su quelle pietre, che batte, che risuona, che non si spegne nemmeno quando si spegne la Torre.

Buonanotte, buongiorno, andiamo a chiudere le pratiche, UPO, vieni a me, vieni a noi. Questo campus così grande, questo luogo così diverso dalla mia università, lontano dal centro, scomodo, ma con tutto, enorme, pieno di gente, di vita, di ricordi. Magari un giorno daremo una lectio magistralis o c’inviteranno, saremo ospiti ad una cerimonia, ex studenti divenuti grandi imprenditori. Oppure non torneremo più. Addio non te lo dico però, ciao Pablo de Olavide, ciao pasillo, ciao caffetteria, ciao biblio, ciao viale alberato, è il mio ultimo giorno, non posso stare qui a salutarti. 
Buttiamoci su queste maledette valigie, pranziamo fuori? No, non facciamo in tempo, tutto quello che rimane nel frigo, dentro ad 1kg di spaghetti e via al Phoenix. Qualcuno dentro, qualcuno fuori, goal. Sara? Ma non sei partita? “ho perso il volo!” che cosa fantastica il destino, non ti avevo salutata, vieni quì, vieni stasera, non mollare.
Fede, è il momento, asciuga le lacrime, ci vediamo tra poco, sii forte, buon viaggio, ti voglio bene.
Vale, che ore sono? e 44. Cuore in gola, gambe in spalla e di corsa a veder finire la partita. Poggio il culo sulla sedia e lo alzo subito. Goal. Goal. Goal. Gooooooooal.
Un’ora dopo stavamo ancora gridando.

Ceniamo sul tetto, non poteva andare diversamente, un anello, una pizza, il tramonto, suggelliamo questa convivenza come si deve e poi raggiungiamo gli altri a Levies, Bilindo, barra libre per gli italiani, Plaza d España di nuovo, bandiere, poster, abbracci che sono addii, abbracci che sono arrivederci, abbracci che sono un per sempre.

Rami, giuro, non me la dimentico questa faccia, così, con questo sorriso, mai e poi mai.

Sì Franci, me lo sto mangiando questo ponte, non voglio dimenticare nemmeno un centimetro di questo spettacolo, di questa notte, di queste persone che sono venute solo per salutarmi, che arriveranno alle 5 di mattina sotto casa mia, che hanno speso lacrime per me, per noi, per quello che abbiamo costruito. M’abituerò, ma non è ancora ora. Ora me lo assaporo, me lo annuso, con questo retrogusto di mare che solo il Guadalquivir, a Sevilla, sa avere.

La mattina arriva luminosa, dopo una notte in bianco, la colazione mi rimane sullo stomaco, voglio vomitare, calmati. Andiamo ancora una volta a guardare il ponte. Grazie Giu.
Adesso sì mi serve un pacco.
E poi bum.
Ci sono io lì.
Valentina spulcia cose utili dalla busta che lascerò in casa, forse le servirebbe solo il palo dei selfie, magari imparerebbe a farli, Pedro rimane a casa ad aspettare Pepe, Edu ha la sua lettera sulla scrivania, Victor mi prende in braccio, Ale si sveglia e viene a salutare, sale anche Lupì, Gabri muoviti, c’è ancora una valigia da prendere, alla fine del ponte Lucio, già alla fermata ci sono Carlo, ovviamente con una busta in mano, Salvo, Magda, Cami, Sylvian arriva di corsa.
Devo piangere? Si dovrebbe piangere in questo momento…
Ma chi me lo fa fare, non posso, non riesco, è tutto qui, sono tutti qui, tranne chi già è andato, chi ci dev’essere c’è. Sono felice.
Abbraccio tutti felice, una di quelle felicità consapevoli, forti, quella che mi torna in mente ogni volta che qualcuno mi chiede “com’è andata?”.
Tu vieni con me, col cavolo.
Ciao Mari, eccovi, tiriamo fuori altri 5kg da queste valigie, freghiamo Ryanair, quanta esperienza, Mari ci vediamo presto, non è stato solo un sogno. Non si possono ricordare tutte queste cose di un sogno.
Giu, sei pronta? Gli occhi si riempiono di lacrime, fortunatamente c’è questo bracciolo da stringere e Tiziana, la bimba italodominicana che mi ha fatto giocare a sardina fino a due minuti prima dell’atterraggio.
Sbam.
E’ finita.
Grazie a tutti.
E’ stata la scelta migliore che potessi prendere in tutta la mia vita.
E’ il ricordo migliore che mi porto dietro ogni giorno.
E’ una cicatrice che arriva da un’elevazione, invece che da una caduta.
E’ un tatuaggio invisibile (o visibile).
E’ una fotografia che non ingiallirà mai.
E’ un filo invisibile che attraversa tutto il mondo, che attraversa i nostri cuori.
E’ e sarà per sempre, perché i sogni finiscono, l’Erasmus pure, ma la voglia di guardare alla vita con gli stessi occhi con cui si guarda la prima pizza italiana dopo mesi, lo stesso naso con cui si annusa il profumo di panetteria alle 2 di mattina, le stesse mani con cui hai stretto promesse on the road, le stesse orecchie con cui hai ascoltato e compreso lingue diverse, come se di diverso non ci fosse nulla, con lo stesso gusto con cui hai assaporato ogni pietanza, quello no, quello non si perderà mai, è nostro per sempre.
E dobbiamo tenerlo con noi, dobbiamo portarlo a casa, alla facciazza di tutti.
Perché è solo l’inizio, di una vita di tanti ex Erasmus che hanno capito un po’ di più cosa significhi vivere. E come si faccia, insieme.
La magia non si spegne con un atterraggio, anche se brusco, ci abbiamo messo un anno intero per forgiare queste ali, non provate nemmeno lontanamente a pensare di riporle in cantina.

A presto pezzettini di cuore.

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