Cuore (bianco) nero
No in realtà non sono solo triste, sono un po’ traumatizzata, non riesco a concentrarmi.
Ieri sera la prima persona a cui ho scritto a fine partita è stato Matteo, goliardicamente, paragonandolo a Cuadrado. Lui con il fiatone ed in preda al panico mi ha mandato una nota vocale, stava scappando da piazza San Carlo, totalmente spaesato.
Mi sono preoccupata, ho iniziato a cercare notizie, hanno iniziato ad arrivarmi foto di ragazzi insanguinati, di persone che erano lì e senza nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo, giusto il tempo di raggiungere la macchina, tra i tweet vedo la nuova tendenza, #LondonBridge e a quel punto davvero non capisco più un cazzo, mi sono sentita un po’ schiacciata, un po’ fortunata, un po’ in ansia. La tristezza per la partita non era nulla a confronto del magone, dalla confusione, del sudore freddo.
Cerco di studiare, chiusa qui, nel mio hotel di Londra, c’è il sole fuori dalla finestra e la speranza si riaccende. Dall’ascensore dell’Excel esce una mamma, ad aspettarla fuori le sue due bimbe ed il papà. La grande corre subito ad abbracciarla, la piccolina scalcia per essere slegata dal passeggino, per poi avvinghiarsi al suo collo e fare la spola abbracciando prima mamma e poi papà. Mi piace pensare che siano venuti a prendere mamma che tornava da un lungo viaggio. O magari usciva semplicemente dall’ufficio. O da un viaggio corto, che a loro è sembrata un’eternità.
Ieri abbiamo fatto il giro largo, non come al mattino, quando prima il Tower e poi il London Bridge li abbiamo attraversati in auto, per andare a recuperare Sergei ed il suo amico, due ragazzi che venivano dalla Moldavia per la partita. Sono riuscita a convincere papà ad usare bla bla car e sia nel viaggio di andata che in quello di ritorno erano con noi.
Due bravi ragazzi.
Due bambine stupende.
Tutta questa umanità, questa condivisione, questa apertura, questi denti all’aria, questo sole, sono quello che mi fa pensare che non vincerà il terrore, che non ci fermeremo, che la paura non prenderà il sopravvento.
Ma non riesco a dirlo oggi. Non riesco neanche a crederlo, perché se non fosse così reale, così tangibile, così quotidiana, questa paura, ieri sarei entrata allo stadio con il cuore più leggero, il campo non sarebbe stato coperto ed avremmo visto il cielo.
Se non fosse così viva, così forte, al cadere di una transenna, all’esplosione di un petardo, allo scatto di qualche persona, non avrebbe prevalso lo spirito di sopravvivenza, nessuno avrebbe perso le scarpe, nessuno avrebbe camminato su altri corpi, nessuno juventino si troverebbe oggi in ospedale, a farsi togliere pezzi di vetro dal corpo. Se non fosse così truce oggi il London Bridge sarebbe aperto al traffico e potremmo attraversarlo ancora, a piedi nudi, a cuor leggero. Potrei studiare frivolezze, come aumentare gli incassi di un supermercato, invece penso soltanto che se qualche sponsor avesse portato i bicchieri di plastica non ci sarebbe stato tutto quel vetro a terra. Che se solo avessi attraversato quel ponte qualche ora più tardi, o fossi uscita dallo stadio prima, che se non avessi avuto il coraggio di andare a Cardiff probabilmente sarei stata lì, proprio lì in piazza, come due anni fa…
Se viaggiamo è per sputargli in faccia, per sentirci ancora vivi. Se non rinunciamo ad andare in massa a vedere la Champions, ad un concerto, a prendere la metro, a far preoccupare la nonna, è perché siamo vivi e non possiamo che godercela questa vita, perché la rispettiamo, perché la onoriamo, alla faccia di chi il rispetto non sa nemmeno cosa sia, di chi non ha amore ne religione.
Ma se invece rinunciate… Oggi vi capisco.