L’arte di automotivarsi: sport, istinti e tisane

Capita anche a voi di soffermarvi su quello che fate ed indagare i motivi per cui state facendo qualcosa, in quel preciso istante? 

Stavo rifacendo il letto e mi sono soffermata a pensare che stavo inserendo il coprimaterasso, prima di bere la tisana, perché fondamentalmente sono una persona che si pone delle obiettivi. Relax solo post dovere. Mi prefiggo dei traguardi, anche piccoli, che cerco sempre di raggiungere, in modo tale da sfidarmi continuamente. 

Riuscire a raggiungere ogni giorno tanti piccoli traguardi mi gratifica al punto da farmi andare a dormire serena, conscia di aver fatto “quello che dovevo fare” in quella giornata. 

È una cosa che faccio per me stessa, per auto motivarmi, per incentivarmi a fare anche quelle piccole cose noiose che nessuno ha voglia di fare, ma vanno fatte. Ergo: non bevo la tisana se prima non ho posizionato le lenzuola pulite, non ceno se prima non mi sono allenata, non vado a giocare se non ho fatto i compiti, non mi alzo da tavola se non ho finito di mangiare. 

Potrebbe sembrare una vita di stenti, una rottura di coglioni infinita, ma è qualcosa che mi viene istintivo: è semplicemente la mia natura. Sono grata a questo mio istinto, a questo mio modo di agire, mi contraddistingue e mi ha portata dove sono oggi. Non ho ben capito dove sia, ma è un punto che mi soddisfa.

A volte potrei bere la mia cazzo di tisana e non rompere i coglioni a me stessa, invece mi riesce più naturale sfidarmi. Per questo mi sta piacendo molto il libro di Murakami, l’Arte di correre: perché anche i corridori sono delle persone che, in solitaria, si sfidano, si motivano a fare sempre meglio, sempre di più. Non corrono contro qualcuno, non corrono contro qualcosa, forse contro se stessi, per se stessi, per obiettivi che essi stessi si sono preposti. Non contro un nemico, ma verso un traguardo.  Il traguardo non è per forza essere primi, i migliori, ma migliorarsi costantemente, arrivare sempre più in là. 

Forse mi sento così affine a lui, perché anche i miei traguardi quotidiani, non sono maratone pazzesche, non scalo l’Everest nel salotto di casa mia, ma perseguo un obiettivo. E anche quando non è chiaro quello macro, ne ho tanti micro. Quando li raggiungo la gratificazione può essere immensa, ma la maggior parte delle volte mi sembra di aver fatto solo il mio dovere. 

È questo quello che viene chiamato senso di responsabilità, quello che si forma con l’età, crescendo? Quindi sono davvero cresciuta? O sono semplicemente così, è la mia natura?

Sono estremamente consapevole che non ci sia una spiegazione sempre a tutto, ma la cerchiamo sempre. Anche quando ci sembrava che tutti gli eventi avessero un’ordine totalmente casuale, giusto alla fine, con “il senno di poi“, un senso lo troviamo comunque. Per esempio, quest’anno ho provato a giocare a calcio. Mi sono messa in testa che finalmente mi sarei potuta cimentare in uno sport che sognavo da quando ero piccola: uno sport di squadra. Ho trovato una squadra splendida, con un mister davvero di cuore che ha provato ad insegnarci che cos’è il calcio, quello vero. Non la tecnica, ma l’attitudine. 

Ci ha riempito la testa di motivazione, la bocca di lezioni di vita e la pancia di patatine. Dopo un paio di mesi ho smesso. Sono caduta con lo scooter, mi sono procurata una brutta distorsione a ginocchio e caviglia ed ho smesso. Mi è sembrata una manna dal cielo quell’incidente: avevo una motivazione validissima per non andare più. Non mi piaceva, non mi sentivo a mio agio, non mi sentivo nel posto giusto eppure mollare non è nel mio vocabolario. Avevo tanti motivi per smettere, ma migliaia per continuare.

Ripensandoci bene, ripensando alle parole del mister, ai suoi incoraggiamenti, mi rendo conto di quanto mi sentissi un lupo solitario nonostante avessi un branco. Un pesce fuor d’acqua, anche quando l’acqua c’era. Insomma, avete capito. Anche quando tutti i lupi o pesci erano apparentemente nella stessa melma, nella stessa boccia, fradici sotto la pioggia o esultanti dopo un rarissimo goal, avevo l’impressione di guardare gli eventi da un’angolazione tutta mia. 

Non mi sentivo parte della squadra. Saremmo potute andare a mangiare insieme, a giocare a burraco, a mettere in dubbio il nostro orientamento sessuale, a fare mille altre cose, ma non avremmo mai potuto vincere un campionato insieme. 

Se penso ad una squadra penso ad una forza che ti trascina. Avete presente quando da bambino giochi al tiro alla fune? Anche quando sei stanco, anche se molli un attimo, se qualcun altro della tua squadra tira, si porta dietro anche te. Ecco questo per me è il calcio, una squadra: una forza invisibile che lega e trascina tutti.

Da qualsiasi parte tirassero però, io non mi muovevo di un millimetro, non ne ero minimamente influenzata, semplicemente non lo sentivo. Uscivo di casa già carica come una molla: sapevo che sarei scesa in campo, che i miei tacchetti avrebbero falcato il prato, avrebbero lasciato un segno nell’erba ed io avrei lasciato il cuore in quella partita. 

Nulla potevano le parole di incoraggiamento del mister, negli spogliatoi. Nulla potevano le manate appiccicaticce delle compagne sulla mia spalla destra, dopo il riscaldamento. Nulla potevano i motti gridati all’unisono prima del fischio d’inizio. 

Io ero lì, ero uscita di casa, di domenica, con la pioggia e pochi gradi, solo per questo avrei dato il 100% di me, con o senza strilli. L’avrei dato per me stessa, per loro, e perché il mio obiettivo era stancarmi finché non mi si offuscava la vista, non vincere la partita. 

Nonostante il risultato tornavo sempre a casa soddisfatta, perché ero a pezzi, perché avevo dato tutto, perché avevo corso come un mulo e non mi ero risparmiata un istante. 

Il talento mancava, certo, per questo motivo non potevo essere io a fare tutta la partita e dal gioco di squadra sarebbe dovuto venire il risultato, che non arrivava. Ci mancavano anni ed anni di allenamento e compensavo a tutte le nostre mancanze con la consapevolezza che l’obiettivo non fosse vincere, ma migliorarsi. Così tornavo comunque a casa gratificata. Il mister era così incazzato, alcune compagne così affrante, ma io no. Sorridente pensavo alla pizza che mi aspettava.

Ho messo in dubbio anche la mia competitività e determinazione per un periodo, ascoltando i miei istinti mi ero resa conto di un grande assente e non me lo spiegavo. Leggendo questo libro mi rendo invece conto di essere un gran compagno di squadra, in potenza. Se avessi lo stesso obiettivo della mia squadra allora sarei davvero un valore aggiunto con la mia determinazione, l’entusiasmo contagioso, la forza di volontà. Il problema è che loro volevano vincere ed io ambivo a partecipare.

Ora lo so. È la mia indole da sportiva solitaria. Non ho avuto modo di rendermi conto di questo slancio mentre praticavo nuoto o sci, perché non era nulla di straordinario: era la norma. Lottare con se stessi, contro la pigrizia, la fame, il freddo, la sete, per una meta. Farlo da soli, guardando chi è davanti a te, senza aspettarsi nulla da lui, era semplicemente quello che andava fatto. Nello sport di squadra invece la meta dovrebbe essere una per tutte, dovremmo guardare tutte nella stessa direzione e tirarci a vicenda come con una fune. Ecco, solo adesso mi sono resa conto che anche nel calcio ho trasportato il mio metodo dello sport individuale. 

Chissà se nel mio modo di affrontare la vita quotidiana sono stata influenzata dal nuoto e dallo sci, o se nel nuoto e nello sci sono stata influenzata dal mio modo di affrontare la vita quotidiana. Non lo saprò mai. 

Non ho scelto io gli sport che ho praticato da bambina, li ha scelti qualcun altro per me e non posso tornare indietro di dieci anni e provare a giocare a calcio. Con le scarpette che sembrano un portachiavi e mia mamma vestita di tutto punto, con un bel foulard di seta, che insulta le altre madri dagli spalti, non è possibile. 

Magari sarebbe emersa un’indole diversa, magari avrei stimolato comportamenti che avrei integrato nella mia personalità ed oggi sarei tutt’altro umano. Non lo so, ma sento che c’è una fortissima correlazione tra il mio atteggiamento nei confronti delle situazioni della vita e come mi approccio allo sport, alla competizione.

Oserei dire che siamo lo sport che pratichiamo con naturalezza, che siamo lo sport che ci fa sentire vivi, a nostro agio, che ci libera.

Vado a riscaldare di nuovo la tisana, ormai è fredda.

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Cuore (bianco) nero

No in realtà non sono solo triste, sono un po’ traumatizzata, non riesco a concentrarmi. 
Ieri sera la prima persona a cui ho scritto a fine partita è stato Matteo, goliardicamente, paragonandolo a Cuadrado. Lui con il fiatone ed in preda al panico mi ha mandato una nota vocale, stava scappando da piazza San Carlo, totalmente spaesato. 
Mi sono preoccupata, ho iniziato a cercare notizie, hanno iniziato ad arrivarmi foto di ragazzi insanguinati, di persone che erano lì e senza nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo, giusto il tempo di raggiungere la macchina, tra i tweet vedo la nuova tendenza, #LondonBridge e a quel punto davvero non capisco più un cazzo, mi sono sentita un po’ schiacciata, un po’ fortunata, un po’ in ansia. La tristezza per la partita non era nulla a confronto del magone, dalla confusione, del sudore freddo.

Cerco di studiare, chiusa qui, nel mio hotel di Londra, c’è il sole fuori dalla finestra e la speranza si riaccende. Dall’ascensore dell’Excel esce una mamma, ad aspettarla fuori le sue due bimbe ed il papà. La grande corre subito ad abbracciarla, la piccolina scalcia per essere slegata dal passeggino, per poi avvinghiarsi al suo collo e fare la spola abbracciando prima mamma e poi papà. Mi piace pensare che siano venuti a prendere mamma che tornava da un lungo viaggio. O magari usciva semplicemente dall’ufficio. O da un viaggio corto, che a loro è sembrata un’eternità.
Ieri abbiamo fatto il giro largo, non come al mattino, quando prima il Tower e poi il London Bridge li abbiamo attraversati in auto, per andare a recuperare Sergei ed il suo amico, due ragazzi che venivano dalla Moldavia per la partita. Sono riuscita a convincere papà ad usare bla bla car e sia nel viaggio di andata che in quello di ritorno erano con noi. 
Due bravi ragazzi.
Due bambine stupende.

Tutta questa umanità, questa condivisione, questa apertura, questi denti all’aria, questo sole, sono quello che mi fa pensare che non vincerà il terrore, che non ci fermeremo, che la paura non prenderà il sopravvento.
Ma non riesco a dirlo oggi. Non riesco neanche a crederlo, perché se non fosse così reale, così tangibile, così quotidiana, questa paura, ieri sarei entrata allo stadio con il cuore più leggero, il campo non sarebbe stato coperto ed avremmo visto il cielo. 
Se non fosse così viva, così forte, al cadere di una transenna, all’esplosione di un petardo, allo scatto di qualche persona, non avrebbe prevalso lo spirito di sopravvivenza, nessuno avrebbe perso le scarpe, nessuno avrebbe camminato su altri corpi, nessuno juventino si troverebbe oggi in ospedale, a farsi togliere pezzi di vetro dal corpo. Se non fosse così truce oggi il London Bridge sarebbe aperto al traffico e potremmo attraversarlo ancora, a piedi nudi, a cuor leggero. Potrei studiare frivolezze, come aumentare gli incassi di un supermercato, invece penso soltanto che se qualche sponsor avesse portato i bicchieri di plastica non ci sarebbe stato tutto quel vetro a terra. Che se solo avessi attraversato quel ponte qualche ora più tardi, o fossi uscita dallo stadio prima, che se non avessi avuto il coraggio di andare a Cardiff probabilmente sarei stata lì, proprio lì in piazza, come due anni fa…

Se viaggiamo è per sputargli in faccia, per sentirci ancora vivi. Se non rinunciamo ad andare in massa a vedere la Champions, ad un concerto, a prendere la metro, a far preoccupare la nonna, è perché siamo vivi e non possiamo che godercela questa vita, perché la rispettiamo, perché la onoriamo, alla faccia di chi il rispetto non sa nemmeno cosa sia, di chi non ha amore ne religione. 
Ma se invece rinunciate… Oggi vi capisco.

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Due parole, due colori.

Se penso… Se penso ho bisogno di musica. Entro in camera e sulla scrivania c’è una spilla, con una J, rossa e blu. Apro l’armadio e spuntano 6 canotte, mamma le ha lavate e stirate, erano delle Angels, ora le userò tutte io. Fiorelisa stamattina non ha fatto le prove invalsi, andava a scuola giocare a basket: con i miei pantaloncini di Paolo e la t-shirt troppo grande,rossa e blu. Se scrivo ‘Ju’ su google mi esce già il suggerimento in blu.
Se penso che Simone quando ha bisogno di riflettere non va a lungo Po, non va in collina, non va in soffitta, ma nel parcheggio del palazzetto, le lacrime stanno quasi per scendere.
Se penso a quanto stiano larghe ora le felpone da basket a Cristian, al sudore di Ste, che senza testa da gallo è un’altra persona, le lacrime iniziano a scendere.
Se penso che solo quest’anno mi sono resa conto di cosa significhi Junior, mi mangio le mani, per il tempo perso.
Se penso alla partitella con gli UGG e ai canestri che non sono riuscita a fare su quel parquet, se penso ai bimbi di Pierich e Mala che corrono in campo a giocherellare, minuscoli, sotto a quei canestri, devo soffiarmi il naso.
Ero a casa di Agnese, c’era ancora Giulio e il Casale è passato in serie A. Non mi ricordo il tragitto da casa sua a piazza Dante, ma ricordo tutto il resto.
Se penso al cagnolino di Pierich che non porterà più fuori sotto casa mia dopo le partite, se penso che le domeniche casalesi saranno semplicemente domeniche, se penso che già non mi piace il cioccolato, ma da oggi non riuscirò neanche più a guardare lo scaffale della Novi, mi alzo e me lo soffio davvero il naso.
Con tutti i portachiavi di legadue che ci sono in questa casa potete dimenticarvi per sempre la monetina per fare la spesa.
Perchè sì, è vero, sono una donna, a Cighi non piace sentire le donne parlare di basket, ma io non voglio parlare di basket, non ne sono in grado. Parlo di emozioni però.
Parlo del cuore in gola, perché quando ho detto “se domenica vinciamo non m’interessa niente della maturità, io vado a Pistoia” ci credevo davvero, ci credevo fino all’ultimo canestro di Ware, quando ancora non sapevo che sarebbe stato l’ultimo che avrei visto.
Ma piangere non basta. Forse avremmo dovuto svegliarci prima, fare qualcosa di più concreto per la nostra squadra.
Casale Monferrato: 4 gatti, 1 campionato vinto centinaia di anni fa, l’eternit, sempre a lamentarsi “non c’è niente da fare in questo paesino”, ma vigliacchi a spendere 10 euro la domenica. Cos’avevate da fare? Perché il palazzo non era pieno? Perché non vi siete appassionati? Perché non tornavate a casa per guardare la partita? Perché non siete orgogliosi della vostra città? Forse è solo quello che ci meritiamo. 36.000 persone a casa sul divano e la squadra di basket in serie A, si chiama ingratitudine.
Prendo la scatola di Kleenex, è meglio.
E i tramonti migliori uscendo da dietro e i panini che finivano troppo presto, l’intervallo troppo lungo o troppo corto, gli insulti agli arbitri, le esagerazioni, arrotolare i cavi di internet, meglio io degli uomini, ma quei tavoli erano davvero troppo pesanti. E le bottigliette cadute, gli asciugamani lanciati, i giornali stropicciati, “Simone muoviti che andiamo a cena”, aspettare che le luci si spegnessero perchè senò era troppo presto per lasciare il Palazzo.
Non posso citare altri momenti se non quelli di quest’anno, ma La Tripla del capitano, quella con la T maiuscola, le ali invisibili di Casper che sotto canestro non saltava, volava, Gianca, che non ho ancora capito se sia più bello, bravo o dj… E Martinoni, ti prego, non smettere di camminare così, perché più cucciolo di te non c’è nessuno. Green: la fermezza. Butkevicius, togli quell’asciugamano dalla faccia che se piangi ancora piango anche io. Antonelli, di ancora al mio papà che verrai alla serata di Stay, se i medici ti danno l’ok. Mala, salvaci tu. Monaldi, salta come se la vita fosse un harlem shake.
Dovrei pensare alla maturità.
Ma certe emozioni che ti dà il basket il calcio non te le dà. Ma non te le da nemmeno il divano di casa tua. Non te le da facebook che guardi insistentemente la domenica alle 19.43 senza ragione. Fossi in te mi piangerei addosso: non sai cosa ti sei perso. E te lo dice una donna. E te lo dice una che c’ha messo un po’ a vedere i “Passi”.
Se c’è una cosa che la Junior mi ha insegnato è il valore di un attimo, di 1 secondo, di 1 decimo di secondo, perché 1 attimo può fare la differenza, può cambiare tutto. Ed è una cosa che forse non avevo visto prima di sedermi al PalaFerraris. La lunghezza di un attimo, la durata di 1 secondo. A parole non si può spiegare, ma il groppo in gola, le mani sudate, il tabellone che si muove calmo, l’agitazione è tutta nelle bocche aperte, nel fiato fermo, nei polmoni in standby, lì, in quella piccolissima, quasi insignificante percentuale di vita, il basket mi è entrato dentro al cuore. Dopo la sirena mi ha riportata con i piedi per terra e il ricordo è solo di mani che si stringono, abbracci, complimenti, qualche lacrima, qualche coro, ma solo in sottofondo.
Certe cose non capitano tutti i giorni, certe squadre non si vedono in tv, certe squadre non sono come la mia Juve, sono di più.
Grazie Junior, grazie a tutti.

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