Puebla – diario di bordo 12

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A marzo 2015, dopo 6 mesi a Siviglia, dopo cene da 100 montaditos, shopping, serate, cucina messicana, domeniche in casa, viaggi, costumi di carnevale e tanta vita condivisa, salutai un’amica, promettendole che ci saremmo riviste. Ogni volta che ho salutato un amico latino o sudamericano l’ho sempre fatto con un groppo in gola. “El otro lado de charco” era una terra inesplorata che mi affascinava, ma meno dell’Oriente. All’epoca non sapevo che una volta tornata in Italia avrei scelto l’università in funzione di una doppia laurea, a Buenos Aires, proprio in quella parte di mondo lì, con l’idea di rivedere davvero tutti.

Scendiamo dall’autobus dopo essere state bloccate per ore nel traffico e la vedo sbraitare, con un nuovo taglio di capelli, la sua solita eleganza ed una mamma veramente cool. Andrea, Andy, sono veramente qui. Sono passati due anni, siamo dall’altra parte del mondo, forse siamo un po’ invecchiate, ma nemmeno vistosamente. Andiamo subito a riempire la pancia con un po’ di ribs in un locale buono e super americano, come tutta Puebla del resto. Il pranzo a base di sporchiamoci le mani è un pranzetto pre-Natalizio con i figli del precedente matrimonio del papà di Andrea, il che dimostra già da subito un grande equilibrio famigliare che a 3 giorni dalla notte di Natale mi mette proprio a mio agio. La città è piena di addobbi e lucine, grande ed industrializzata, ma circondata da piccoli paesini. Piccoli e caratteristici, come direbbe qualcuno.

Andiamo a Cholula, Andy già mi aveva parlato di questa zona, era uno di quei racconti che mi avevano fatto venir voglia di volare in Messico e sicuramente era il primo posto a cui pensavo quando si nominavano i famosi “Pueblos magicos”. 365 chiese sarebbero sufficienti per la mia nonna? Il paese perfetto per i vecchi, ma anche per chi ha voglia di fare festa, perché anche se non è il primo pensiero che potrebbe toccare la nostra mente, 365 chiede corrispondono a 365 santi, a 365 giorni di celebrazioni e scuse per festeggiare. E si sa, i messicani sono dei casinari.
A vegliare sul paesino c’è la chiesa più bella di tutte, costruita sulla parte più alta di un tempio, illuminata da luci calde s’impone alla fine di una galleria di luci, davanti alla macchina, dandoci solo la possibilità di girarci attorno e guardarla lottando contro le diottrie.
Niente cena, qui fanno pranzi troppo lunghi ed abbondanti, ci grattiamo lo stomaco con una bella merendina, alle 20.00 per poi tornare a casa.

Andy vive appena fuori città in una villetta con le pareti tondeggianti, bianca e fredda come tutte le case messicane, ma ad accoglierci c’è una stanzetta piena di coperte ed il set di vestaglie in glicine e pelosine della famiglia Spinola.
Nessuna esigenza speciale mi affligge stanotte, non ho bisogno di vedere più di tanto, mi piace questo clima famigliare. Sono le 3 di notte e stiamo giocando a domino. Ribadisco, mi piace questo clima famigliare.

Today’s the day! Andiamo a visitare il centro storico di Puebla, ma non m’interessa più di tanto, quello che conta è che stasera andremo ad una vera posada in famiglia!
Già sapete cos’è una posada perché a San Cristobal siamo già state in una dell’associazione dell’amico di Monse, ma sarebbe come paragonare una festa aziendale con i vecchi del CDA ad un compleanno a Las Vegas con i tuoi amici.
Andy era emozionata all’idea di prendere quella cosa che per me è l’abominio del turismo, satana con 4 o più ruote: il turibus. Quel cazzo di autobus che spesso è rosso in Europa perché è di City qualcosa, che in fretta e furia di porta in giro a vedere i monumenti più importanti delle città. Come se le città andassero viste e non vissute. Poco male perché Puebla non mi fa impazzire, quindi facciamo sto benedetto giretto che per quanto fosse breve e superficiale almeno ci dà un po’ d’informazioni storiche su la grande Puebla de Zaragoza. In realtà il centro è carino, ma solo il centro giuro. Due commissioni ed è già ora di uscire, tutti a bordo!
Guida il fratello di Andy, Mauricio, ci schiacciamo in 4 nei sedili posteriori ed in qualche minuto arriviamo alla casetta della zia.
Io le situazioni famigliari non le vedo da un po’, ma aprendo la porta ci ritroviamo di fronte a quello che, almeno nei film, è un tipico scenario natalizio: il presepe illuminato, le mamme in cucina, i ragazzini che si rincorrono per casa, i vecchi spaparanzati sul divano che bevono ponch, i giovani che si godono lo spettacolo. Ci presentiamo e la zia, nonché padrona di casa, doña, inizia a spiegarci in cosa consiste la posada, dopo una veloce lettura del passo della Bibbia, faremo una rappresentazione (decisamente allegorica) di quello che è stato il cammino di Maria e Giuseppe, gireremo attorno alla casa pregando, con una candelina in mano, per poi dividerci in due gruppi, uno che incarnerà i proprietari di casa ed un altro la Madonna e Giuseppe. Cantando i due gruppi rispettivamente chiederanno ospitalità e non la riceveranno finché non gli verrà data la capanna. A quel punto festa grande, dobbiamo fischiare e cantare. Adesso immaginatevi una malata della fotografia in una situazione del genere. Con la GoPro al polso penzolante, una candelina in mano, il telefono nell’altra, un fischietto in tasca. Peccato che di notte a Puebla faccia un pinche frio e tiri pure un po’ di vento, quindi la candelina, tra un Ave Maria e l’altro, si spegne, va protetta con la mano, proprio quella dove ho il telefono con la cover di plastica. E mentre proteggi la candelina, cammini, cerchi di pregare e non bruciare i capelli al cugino musicista della tua amica, dovresti anche sapere la canzoncina e avere un’ottava mano per prendere il fischietto dalla tasca. Morale: prego in italiano, mi ustiono, canto in playback, fischietto quando di dovrebbe fare silenzio, ma è tutto bellissimo e saltello anche di gioia, mentre tutti i ragazzi ridono a crepapelle.
Aggiungiamo un personaggio al presepe e chiediamo grazia per la famiglia.
Quasi dimenticavo le stelline luminose! Avete presente quelle di capodanno? Quelle che portano al tavolo insieme alla bottiglia? Inutili come la schiuma da barba quando cerchi lo shampoo? Ecco, quelle lì, erano da accendere mente fischiavamo! Quando dicono che le donne sono multitasking pensate a me con tutte queste cose in mano e la ridarola.
A parte i giochi di abilità è stato un momento sacro e consacrato, religioso e non, sicuramente rispettoso della tradizione, dell’autorità del capofamiglia, della famiglia stessa. Si poteva respirare la gioia e la serenità che solo una bella famiglia sotto Natale possono infondere.

“E adesso piñata!” Grida la zia, per la gioia dei bambini! Una palla con 5 punte, che dovrebbero essere 7, come i peccati capitali, viene appesa ad una corda e la corda all’albero, ad un estremo, mentre l’altro rimane nelle mani di qualche zio al piano di sopra che provvederà a muoverla a suo piacimento per rendere più difficile possibile colpire la sfera piena di dolci.
A partire dai piccini, dal più imbranato al miglior battitore, finché non si spacca, finché non veniamo sommersi da una pioggia di dolci e frutta. Che strano connubio.
Guardo lo spettacolo chiacchierando con Marco e Juan Pablo, due bambini uni più sveglio dell’altro, ai quali si aggiungono anche Carolina e la Queen, età media quella di Arabella, ma i temi spaziano dal primo slogan della Ferrari, alla lingua latina studiata nelle scuole italiane, alla situazione politico economica del Messico dopo l’elezione di Trump. No, non ero sul sofà con i vecchi, ero in giardino con i bimbi che prendono a bastonate la scatola dei dolci e che nutrono una curiosità pura e senza pregiudizi. Juan Pablo mi lascia attonita ogni volta che apre bocca, è nato negli Stati Uniti, ma già da piccolo è tornato in Messico, parla inglese e spagnolo, ma è veramente informatissimo, fuori dal comune, tant’è che è stato ricevuto dal presidente per essere uno dei bimbi prodigio del Messico. E ci credo!

Una consuetudine che sembra non esserci è quella di sedersi a tavola, dalla cucina escono vassoi di assaggini, tacos, sandwich, tutti rigorosamente da prendere con le mani e bazzicare, a buffet. Ed è dopo essermi sporcata mani ed orecchie che i bimbi decidono di completare l’opera di mexicanizzazione delle due italiane: giochiamo a Eres! Un nome diverso per palla avvelenata senza palla. Come cavolo si chiamava in italiano? Beh insomma non proprio quello che ci voleva per digerire, ma sicuramente quello che serviva per vivere un’infanzia lampo messicana.
Ad Eres seguiranno nascondino, un due tre stella ed uno sbocchino nelle rose della zia. No, questo no, ma sarebbe stato un bel finale.

Ringraziamo tutti, vecchi e piccini per l’ospitalità e torniamo a casa: dobbiamo finire il torneo di domino cubano, domani Andy vola a Parigi e noi andiamo a Xalapa da Monse per il cenone di Natale con un’altra famiglia messicana.
Mi dispiace salutare questa, mi sono sentita così parte di quello che stavamo vivendo e celebrando che la giornata di Natale insieme sarebbe stata una degna conclusione. Ma non si può avere tutto.

La mamma di Andy quando ha fatto l’albero ha lasciato 4 palline per noi, immaginando che quest’anno non avessimo avuto il piacere né di farlo né di averlo, un albero. I piccoli gesti, quelli che dimostrano la grandezza del cuore di una persona, le attenzioni di una mamma, due palline, una colazione messicana pronta in tavola al risveglio… È proprio questo quello che pensavo quando sognavo un Natale messicano, un Natale che ci facesse toccare nel profondo una cultura, le sue tradizioni, le sue persone. È proprio questo il bello.

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