
Chichen Itza & Valladolid – diario di bordo 6
Ore 6.30, la casa si sta già lentamente e silenziosamente svegliando, tutti quatti quatti ci laviamo e vestiamo. Il sole sta sorgendo, il cielo è colorato di rosa in direzione del mare, allungo il passo perché voglio assolutamente vedere la spiaggia. La immaginavo più amplia, invece è giusto un pezzettino di sabbia con alcune moto d’acqua, qualche barchetta ormeggiata, i bar praticamente nell’acqua e qualche altro romantico come me si sta godendo lo spettacolo. Hanno la faccia di chi associa all’alba il sapore di sale, di chi l’assapora tutte le mattine e un po’ li invidio perché dobbiamo correre all’autobus.
Ovviamente in ritardo ci dirigiamo al Cenote X’Canché, una grotta enorme con un buco circolare al centro, che lascia entrare la luce, dal quale si forma una piccola cascatina incredibilmente suggestiva. L’aria è freddina, l’acqua anche, ma vaffanculo. Buttiamoci. Prendo Ale per mano, visto che non si vede il fondale e cercando di galleggiare in acqua dolce, alzo gli occhi al cielo, a quel cerchio che mi ricorda tanto il Pantheon. Mi sento come quei forellini posti proprio sotto all’unica fonte di luce del tempio, raccolgo l’acqua, guardo le nuvole, mi lascio investire dal sapore di acqua dolce, dalla calma, dall’eco delle voci dei pochi turisti attorno… Che pace.
Buffet, tequila, imbustiamo due biscotti per le emergenze e di nuovo in marcia.
Il Chichen Itza è imponente.
Appena entrati c’imbattiamo direttamente nella sua grandezza, non c’è un percorso che lo precede, giusto qualche metro dopo la taquilla, senza alcun tipo di suspence è già li. La faccia nord e quella ad ovest illuminate dal sole, gradini, serpenti, storie Maya. Meglio non dire niente, altrimenti non prenderete una guida quando ci andrete e sono così carini che si meritano un po’ di pesos. Posso solo dire che a genialità non hanno nulla da invidiare a romani, egizi e babilonesi. Grandi architetti, grandi astronomi, un culto degli dei estremamente originale, una devozione verso l’alto e verso il basso. Devoti alla terra ed al cielo. Mi fermo, che gioia.
L’operazione fotografia è stata più o meno semplice, non c’era così tanta gente da ostruire la vista, ma serviva pazienza e un ragazzo italiano scalzo non ne ha avuta abbastanza. Penso che volesse fotografare le sue scarpe, ma proponendo di tenerle in mano, mi dice che in realtà era solo comodo camminando scalzo sull’erba.
Io con le persone che camminano scalze ho un problema. Un giorno a Siviglia c’era un ragazzo che camminava scalzo per il centro, dopo qualche oretta l’ho incrociato nuovamente e a quel punto anche la fidanzata era scalza. Non potevo non chiedergli. Mi disse che adorava sentire dove metteva i piedi, come cambiava il terreno, come si deposita il calore sulla pietra e poi l’erba, l’acqua. E io a bocca aperta. Io che storco il naso anche quando Betta si toglie le zeppe di Prada per tornare a casa dal Covo.
Ma non ho mai nascosto che i piedi siano un mio grande punto debole, quindi anche in questa occasione, mi autogiustifico e riesco a scherzarci.
Che razza di esseri curiosi questi umani.
Tornando verso Playa, “de acuerdo con El programa” ci fermiamo a Valladolid, una città coloniale spagnola che mi mette immediatamente a mio agio. Sarà l’ora del tramonto, il sole dietro la cattedrale ornata con festoni colorati, ma c’è una luce particolare, una vera piazza che è una cosa estremamente rara in Argentina. Grazie tante, ma i tour guidati non fanno troppo per me, firmiamo una liberatoria e ci fermiamo qui, vediamo cosa offre questo paesino.
11 e 12 dicembre si festeggia la Virgen de Guadalupe con la processione più trash che abbia visto nella storia della mia vita. Macchine con sirene, casse legate in maniera precaria, foto della Madonna, modellini, palloncini, e ancora moto piene di led, ragazzi che corrono passandosi la fiaccola ed inneggiando a Maria. Numeri uno.
Tacos d’asporto, rivelatosi i peggiori della storia, riprendiamo il bus e torniamo a Playa dove ci attende una spiaggia buia, ma stellata. Mi lascia sempre attonita l’oceano, l’infinito, io che sono abituata a vedere sempre Rapallo, Sestri, Camogli davanti alla mia costa preferita, non ho normalmente sotto gli occhi una cascata di stelle che arriva fino al mare. Qui invece le stelle arrivano fino alla linea dell’orizzonte, il cielo si confonde con il mare, facendomi percepire la forma della terra, disorientandomi, non ho una vista a 360º come le panoramiche, devo girare su me stessa, non ho abbastanza occhi.
Io lo sapevo dall’inizio che due occhi non sarebbero bastati per cotanto mondo.
Buonanotte.
Qui prossimamente potrete trovare un po’ di foto della city e qui un po’ di tips per organizzare il vostro viaggio!



