Cuaderno de viaje – Día X – La strada tra la terra e il sole

Tra i miei suggerimenti di amicizia ancora spagnoli, ragazzi e ragazze Erasmus, volti noti, alcuni conosciuti, aggiungi, non si sa mai.
Sono in pole position su di un Megabus, di ritorno da un viaggio durato 18 giorni e non sono comunque abbastanza. Potrebbe sembrare un viaggio post laurea, perché cronologicamente collocato dopo la discussione della tesi, ma non lo è. È una scusa, è un pretesto, è una sfida, è un palese allungamento del mio Erasmus che sarebbe dovuto finire a maggio, invece si è protratto fino a fine giugno, si è lasciato disturbare da qualche dovere (3 esami, 1 tesi, miliardi di ore di burocrazia e una laurea) per poi tornare, vivo ed entusiasta, a riprendersi ciò che era suo di diritto: me.
Sono tornata il 28 giugno, dopo 10 mesi a Siviglia, buttandomi immediatamente sullo studio, giusto il tempo di leggere la bandiera, il tempo di sfogare le mie lacrime e di rimpinzarmi delle delizie culinarie del territorio e poi testa china sui libri. Perseverante, testa di cazzo e rompicoglioni, sono riuscita a chiudere il cerchio a modo mio: alla perfezione. E sulla cresta dell’onda me ne sono andata, dopo una delle esperienze più belle della mia vita, dopo una delle giornate più belle della mia vita, sono ripartita.
Non cercavo relax, non cercavo sole, non cercavo mare, cercavo di non darmi per vinta. Cercavo con tutta me stessa di trovare appigli, di vedere con i miei occhi che Erasmus saremo un po’ per sempre, che non finirà mai, che non ci divideremo, che non saranno le distanze ad ucciderci, che le distanze non esistono.
Ho guardato Ilenia, dietro ai suoi occhiali scuri, abbassare la testa ed inghiottire la parole e santificare la sua Sardegna. Ho guardato Monse partire, un’altra volta, per prima, zaino in spalla e sorriso malinconico alla volta di quella mistica e grigia Germania che tanto mi disturba. Ho schiaffeggiato Pedro fino al gate, ammonendolo ed abbracciandolo, lasciandolo alla sua Africa. E poi vi ho visti, Stefania, Federica, Angelo e Gabri, vi ho visti da dietro il finestrino sporco di un regionale pugliese, vi ho visti cercarmi nel treno, tra quell’ammasso di umanità, vi ho visti non trovarmi e scendere le scale, lasciarmi lì con tanta generosità, prepararvi a nuove lacrime, a nuovi sorrisi, ad un nuovo giro di ninja.
Vi ho visti e le lacrime non ho potuto trattenerle, perché si, noi saremo sempre Erasmus e basterà essere insieme perché ricominci ogni volta un piccolo Erasmus, perché la voglia di saltare sui soffitti ci prenda, ma non sarà più la stessa cosa.
Possiamo ritrovarci, come abbiamo fatto adesso, ma non saremo più a Siviglia, e non è questo il problema, nonostante fosse la cornice perfetta, il problema è che non saremo mai più tutti assieme. I volti noti e quelli meno noti, gli occhi da orientale ed i lineamenti da sud americana, le labbra da nero e la pelle scottata dei bianchi. Le porte delle nostre case saranno sempre aperte, fino a quando? Diventeremo adulti e cosa resterà di quei desideri lasciati in mano alle stelle cadenti, una notte d’agosto, a bordo piscina? Diventeremo adulti? Davvero smetteremo di essere Erasmus e diventeremo adulti? Rientreremo in carreggiata? Ci basterà vedere due soldi per dimenticarci di quanta vita avessimo nelle mani? Accetteremo di sottostare ad un contratto a tempo indeterminato che c’incollerà ad una scrivania, con una vita scandita da due settimane di ferie ad agosto? Arriverà il giorno in cui ad un nostro amico Erasmus  che capiterà nella nostra città dovremo dire “scusa, sto lavorando”? Inizieremo ad essere schizzinosi, a cercare la prima classe, a snobbare gli autobus, ci lamenteremo dello stato, parleremo di politica al solito bar, macchina nuova in garage, mogli e mariti, figli pettinati, lavoro stressante, intolleranze alimentari e tutto questo sarà solo un ricordo? 
Forse ha ragione chi dice che l’Erasmus fa male, anzi, senza il forse, L’ERASMUS FA MALE, fa amare il mondo, la vita, apre le menti, i cuori e schiude le ali, rendendo ragazzi di 20 anni pieni di coscienza, di consapevolezza del proprio io e insita in loro interrogativi sottopelle, nascosti dietro le orecchie, sussurri, fili di vento, gli dà il coraggio necessario per affrontare ogni situazione, per guardare negli occhi ogni classe di umanità, con rispetto, con meraviglia, con amore.
L’erasmus fa male perché è una Cappella Sistina di colori, appesa al sole della vita quotidiana, che lentamente si sbiadisce, che lentamente si consuma.
Ci guardo, neolaureati di 20 anni, laureandi di 24, sognatori di 28, cuori che battono all’impazzata, occhi attenti che sanno cogliere e fotografare il mondo, bocche che assaporano, addentano la vita, mani che s’intrecciano, destini che si dividono per poi toccarsi di nuovo.
Sono qui, ho 20 anni, una laurea in economia, una passione per tutto ciò che è legato alla parola, alla conoscenza e alla scoperta. Sono qui, ho 20 anni, alla mia destra un signore romano che parla da solo con il telefono, di fronte a me la strada di casa, dietro una squadra di calcio nigeriana dall’odore strano, ma non importa, perché ci si abitua, anche agli odori diversi dai nostri. Sono qui, ho 20 anni, voglio continuare ad abituarmi agli odori, a pensare di essere distante 20€ dalla Puglia, ad essere Erasmus, a vivere a crepapelle. Sono qui, ho 20 anni e non voglio che vinca il denaro, non voglio che vinca il contratto a tempo indeterminato, non voglio che vinca la monotonia, non voglio che vinca la paura. Sono qui, ho 20 anni e sono felice. Non smetterò.

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Te capì?

Non capisco.
Non capisco le persone che chiudono le finestre quando si alza un filo di vento, invece di accoglierlo tra i capelli.
Non capisco chi crede che l’amore non possa essere come la nuova pubblicità dei cornetti Algida, perché complicarsi la vita?
Non capisco chi ci mette più testa che cuore.
Non capisco chi si priva delle emozioni felici.
Non capisco chi non corre incontro a chi ama, chi perde quella frazione di secondo, che nessuno le restituirà.
Ma ci pensate mai che siamo vivi? A quanto valga la vita?
Ci penso dopo ogni canonica mezz’ora al telefono con la mia nonna. I nonni, instancabili, che la loro vita l’hanno già vissuta, che si disinteressano del tempo che perdono, perché hanno già dato. Loro, che ti chiedono anche dieci volte “hai mangiato?” “ma mangi?” “cos’hai mangiato?”, a perdifiato.
Non capisco questo Stato nel quale se non c’è il sole le persone non escono volentieri, siete razzisti o poveri di emozioni? Non sapete amare la pioggia? Il rumore di gocce che incontrano altre gocce e si abbracciano nelle pozze, il fruscio degli alberi, le foglie che si adagiano a terra, il temporale che ti segue ovunque provi a scappare, la neve che si adagia lieve, “su tutti i vivi, su tutti i morti”. Non valgono la pena di essere vissute queste cose?
Non capisco le priorità. Non capisco le amicizie di convenienza, di facciata. Non capisco.
Carpe diem non è un motto, ne uno stile di vita, forse la cosa più banale da tatuarsi, ma un consiglio. E’ probabile che domani saremo ancora qui e dovremo affrontare le conseguenze delle nostre scelte di oggi. Non capisco, voi volete affrontare davvero queste di scelte?
Non capisco i vari “non c’è lavoro in questo Paese”, detto dal divano di casa di mamma e papà, con il telecomando e tutto il set Apple sulle ginocchia. Davvero pensate di poter guardare qualcuno dall’alto verso il basso? Giusto quando vi affacciate alla finestra, se non siete al piano terra.
Non capisco, ignoro, per quale cavolo di motivo le persone non siano in grado di divertirsi senza un diamine di cocktail in mano, senza fumare. Potrò sembrarvi pazza, nevrotica, impulsiva, diversa, ma non penso che nessuno mi abbia mai vista incapace di divertirmi. Cos’ho che voi non avete? Nulla credo, solo che fa più comodo non pensare. Nè?
Non capisco e mi lascio infastidire dalle persone grasse, che non sono in grado di rinunciare a nulla e non apprezzano abbastanza il corpo che gli è stato donato e lo sprecano, lo maltrattano, lo riempiono. Riempireste tutti i giorni la vostra macchina di sporcizia, fino a non poterla più usare? Perché lo fate con voi stessi?
Non capisco chi pensa troppo, senza buttarsi mai, ma nemmeno chi pensa troppo poco, peccando d’irruenza. Non capisco chi rischia di avere rimpianti, perché abbiamo davvero troppo tempo per rimpiangere, rispetto alle occasioni da cogliere che ci vengono fornite.
Non capisco le persone dentro all’autobus che mi vedono corrergli dietro e non chiedono all’autista di fermarsi. E mi stupisco quando una lo fa, tanto da ringraziarla ossessivamente per tutto il viaggio.
Non capisco chi perde l’autobus ed aspetta quello dopo, senza punirsi un minimo.
Non capisco, non capisco, non capisco, ma alzo la testa, guardo fuori dalla finestra, respiro e mi godo questo mondo, non disprezzo nemmeno un singolo secondo di vita, li respiro tutti, anche quando l’aria non è quella di mare.
Come prima di partire, quando hai paura, sei stressata e vorresti stare a casa, racchiusa nelle tue abitudini sicure, senza rischiare, ma… Ma dopo non vorresti più tornare. E ti metti a piangere, di nascosto, salutando 44 ragazzi che ti sono entrati dentro in pochi giorni, perché non serve tanto tempo per instaurare un legame, basta uno sguardo, un sorriso, un gesto.
E voi?
Cos’avete capito?

A voi, che avete capito tutto, che guardo con ammirazione, perché siete convinti di non aver capito davvero niente.
Perché forse non c’è davvero niente da capire e si dovrebbe solo vivere.

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Da un finestrino gelido

La testa sul finestrino freddo del pullman, si sente il motore che trema, se parlassi avrei la voce titubante. Come i tuoi occhi. Vedo gente che cammina, tre uomini vestiti bene fumano fuori dall’ufficio, chissà cosa si dicono, scontatezze. Come le tue parole ormai. Un uomo è salito sul marciapiede con la moto, ha tagliato la strada a tutti e ha superato. Un monopattino. “Pure nella notte più fredda ti darò fiducia”. Scambio d’effusioni su un’altra modo. Ma i bar a che ora aprono qui? La povertà ha sempre lo stesso volto, in qualunque parte del mondo tu vada. La benzina costa meno. La gente è pazza, indistintamente. E materialista in ogni caso. Anche quella povertà, avida, vorrebbe esserlo, ma non può permetterselo. Così la domestica cammina qualche metro più avanti del signore, perché la schiavitù non c’è più, lincon l’ha combattuta, ma quelli di casa si chiamano sempre ‘padroni’.

Curiosità. Con quanta dolcezza quel bambino nell’altro pullman tira su la manina per fare il bullo, contento di essere ricambiato. C’è un peluches davanti al posto del passeggero, è così sporco, chissà da quanto suo figlio non sale sul camion di papà che è sempre troppo lontano, dovrebbero essere tutti puliti i peluches nelle macchine di papà, dovrebbero lavarli, dovrebbero saperlo se quando salirà non lo potrà abbracciare così ingrigito. Con un dito nel naso, anche le porcherie sono sempre le stesse, cinesini. C’è vento, siamo quasi arrivati, mi vesto, fa proprio freschino, già lo sento, sarà particolare. Come sempre. Non ho capito se turisti si nasca, comunque.
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