Più in alto della nostalgia, in vetta, in punta di piedi.

Quanto può essere duro dire addio a qualcosa?
Dopo tutta la giornata con il magone, alla fine ho preso
l’autobus, fa un po’ caldo, poi un po’ freddo, quelle temperature da mezzo di
trasporto che non è più la tua macchina.
Chiudo gli occhi e le sento una ad una, le curve, questi maledetti tornanti sui
quali abbiamo riso, scherzato e vomitato come matte. Ripercorro al contrario,
forse per l’ultima volta, la galleria, quella dove papà ci faceva chiudere gli
occhi, per riaprirli appena arrivate, finalmente nel fiabesco ed innevato mondo
del Cervino. Ho fatto tenere il volante a mamma qualche giorno fa, per
chiuderli ancora, anche se stavo guidando, “incosciente”.
Che fortuna la casa in montagna, che fortuna la casa al
mare, che fortunata che sono, che brava milanese…
A Cervinia ho imparato a sciare, per la prima volta ho infilato quei due pezzi
di plastica sotto ai Moon Boot e mi solo lanciata, avevo 3 anni e non ce n’era
per nessuno, papà e mamma facevano a gara per farmi fare su e giù con il
piattello-racchetta, dal fuxia della plastica sono presto passata agli sci veri
della carica dei 101, un mostro di dolcezza.
A Cervinia mi sono rotta il braccio per la prima volta, ho rotto un’infinità di
pantaloni in sala condominiale, mi sono innamorata di settordici maestri di
sci, ho odiato e amato lo sci club, sono cresciuta.
A Cervinia, tra la sala studio ed il salone, io e Didi, abbiamo racchiuso
segreti d’adolescenza, timori e traguardi, paure e racconti, per anni ed anni,
tra toast, fonduta, crespelle, sciate e compiti. Da Didi ho imparato a
calendarizzare lo studio in terza media e non ho ancora smesso. Ci siamo
arrampicate sui balconi, sui tetti, abbiamo scovato ogni angolo nascosto e
remoto del nostro planet, che non ha più segreti, che sarà sempre nostro.
A Cervinia andavo a sciare da sola quando ancora c’era Rocce Nere, al Cretaz
esistevano solo i piattelli e tutti i ragazzi degli impianti erano miei amici,
ad ogni rotella urlavo e sbraitavo, perché era casa mia. Qui ho brindato con lo
Champagne alla fragola per bambini, non so quanti capodanni, tra la sala carte
ed il proiettore, tra amici, conoscenti e genitori.
Sono responsabile della morte di svariate poltrone del salone, del pacchetto di
cacca, avvolto ed infiocchettato nella carta igienica, che venne regalato a mio
cugino, di overdose da profumo della lavanderia. Confesso. Sono scesa mille
volte in garage con le ciabatte, abbiamo suonato un sacco di campanelli del
planet 2, abbiamo perso un’infinità di palline da calcetto e rotto millanta
racchette da ping pong.
A Cervinia mi sono vestita da tigrotto, da cappuccetto rosso, a carnevale, con
Cecilia-Cenerentola in salone; ho viaggiato sulla carrozza della befana all’epifania,
mi sono lasciata trainare in bob fino a Il Forno, quando ancora era nascosto
sotto la gradinata, indicato solo da una lavagnetta, per prendere il pane, poi dai
puzzoni, a prendere salumi e formaggi, ho comprato da Sabolo le giacche più belle
e ancor prima da Petit Loup. Ogni anno ritrovare il maestro dell’anno precedente
era una botta di culo immensa: da Leone, a Federico, da Giovanni a Marco,
ricordo ogni fissazione e medaglietta guadagnata e vinta, festa grande alla
fiaccolata, bravi tutti, attenti ai fuochi, auguri, bon anno.
Sono un piccolo buddah cicciottello nelle foto sul balcone, con Vittoria ed
Aurelio in cameretta, con i loro cagnolini in giro per casa. Poi sono
cresciuta, il biberon è passato alle mie sorella ed a loro lo scettro dello
sci, la fatica dello sci club, lo stress psicologico dei genitori invasati
degli altri ragazzini, le gare, le sveglie all’alba, i km…
A Cervinia, in quella casetta piccola, marroncina e calda, ho lasciato alcuni
dei migliori ricordi della mia infanzia ed adolescenza e piango oggi tutte
quelle lacrime che non ho mai versato in questi anni, quando finivano le
vacanze. Perché Cervinia non è Santa, perché Didi ha smesso di salire, Aurelio
e Vittoria hanno iniziato l’università negli States, i bambini che comandano in
sala condominiale ormai non so nemmeno più di chi siano figli e Cervinia è più
morta che viva, per quanto provino a risollevarla. Eppure, per me, anche una
settimana intera in casa, non ha eguali. In nessun posto, come a Cervinia, mi
sono dedicata alla mia famiglia.
E sono anni che io e papà non rivendiamo il giornaliero a quelli in fila per fare
il pomeridiano, i bar hanno cambiato gestione, Juri dicono sia finito in
galera, non c’è più la Caterina in portineria, ormai di ski lift non ne è
rimasto nemmeno uno, dal deposito non si può più uscire con gli sci ai piedi,
le porte si chiudono a chiave ed i bimbi non possono vedere il paese trainati
in bob, non c’è più la neve che c’era una volta, non sono più una bambina e
vendiamo casa.
Vendiamo casa e non c’è cifra che potrà mai ripagarmi del
dispiacere che mi riga il viso, perché una casa è un’oggetto, in teoria
effimero, statico, freddo e senza personalità, ma purtroppo, dentro,
c’infiliamo una vita intera ed un numero considerevole di ricordi che non fanno
altro che scaldarla, riempirla, appesantirla… e non basteranno tutti gli
scatoloni che mamma ha portato giù in questi mesi a riempire il vuoto che si è
stanziato stamattina tra lo stomaco e la gola, quando dopo essermi svegliata,
ho dovuto smembrare il letto e chiuderlo con forza nel baule. Sbam. La realtà.
Ho 21 anni, ho vissuto in 7 città diverse, ho cambiato 10 case, ho viaggiato
tanto, in Europa, fuori, ma ho sempre avuto due punti fermi: Santa e Cervinia.
Oggi uno dei due viene meno, cade e non mi sento più così fortunata. E non mi
sento più punto.
Bisogna essere freddi, a volte, fare i conti, rendersi
conto, prendere coscienza… eppure, oggi, lasciando alle spalle il Cervino
all’imbrunire, con tutta la valle all’ombra e lui padrone, ancora illuminato,
non riesco a non piangere, a non sentirmi ancora bambina, a non tirare su con
il naso, non posso fare altro che ammettere che pochi posti sono belli come il
Breuil e che sono comunque, indubbiamente, infinitamente, fortunata.
Godete, spremete, sfruttate, rispettate, amate, celebrate tutto ciò che avete,
dal materiale all’immateriale, dalle cose alle persone, dai luoghi ai rituali,
dalle tradizioni alle novità, perché quando verrà a mancare sarà dannatamente
troppo tardi.
Ad maiora.

Mi mancherai per sempre, montagna.
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Unthought known

Sono qui, sul divano, in questo salotto ovattato, i cuscini
sulle sedie, i divani sfoderati. Mi ciondolo tra insicurezza e pulizie. In
questa casa è sempre primavera, quando si tratta di lavare i pavimenti.
C’è un silenzio surreale e posso sentire il rumore dei miei
pensieri. Mi sono dimenticata di mettere il deodorante. Sto leggendo un
romanzo, invece di preparare quel test. Alla ricerca disperata di tutto
quell’amore che io non so tenere e preferisco guardare dallo spioncino, leggere
su un divano sfoderato che mi punge il culo con le sue piume, ricordandomi
canonicamente che dovrei alzarmi e godermi la vita.
Ieri ho fatto vedere il cimitero di Santa alla mamma, era
entusiasta, “veramente carino” diceva, ma non le interessa, non riesco a farmi
dire dove vorrebbe essere seppellita. Mi aveva dato un senso di serenità
immenso, quella volta che mi hai presentato i tuoi, lo stesso che mi da vedere
il mare allo svincolo di Genova Ventimiglia, lo stesso che mi da questo posto.
Santa.
Mamma invece non mi prende sul serio, mi dice che non ci
pensa minimamente a morire, che deve ancora iniziare a vivere, che sarebbe una
bella presa per il culo. Cerco di farle capire che l’antidoto è solo uno,
mentre pulisce, guardando “malati di pulito”, mentre discutiamo per queste futilità
che in mano ad una mamma riescono a sembrare così catastrofiche. La pozione
magica è quella che decidiamo di bere ogni mattina quando ci alziamo, quando
scegliamo il colore dei vestiti, quando pettiniamo il sorriso all’insù e
arruffiamo un po’ i capelli.
Il segreto è vivere, a crepapelle, al limite, fino allo sfinimento.
– Ei
– Ei
– Come stai?
– Confusa, smarrita e con un po’ di mal di pancia, sul divano che leggo,
piagnucolo e aspetto che l’oki faccia effetto.
– Mangiato dall’ansia, esasperato, stanco, sul letto che
fisso l’iPad senza produrre assolutamente niente.
Ho fatto suonare l’allarme “datemi una matita” quando ieri
mi sono scontrata con una Mazzantini che sembrava parlarmi a tu per tu, nel suo
Splendore, mi diceva “Chi ha detto
che i ragazzi sono coraggiosi? Il coraggio io l’ho trovato con gli anni,
insieme a ogni sbaglio, a ogni pezzo mancato di strada. Non ero abbastanza
disperato, forse. Avevamo poco più di vent’anni, tutta la vita davanti…”
Ed è così che mi sento, con poco più di vent’anni e tutta la
vita davanti: confusa, smarrita e con un po’ di mal di pancia. E siamo un po’
di confusi e smarriti, di esasperati e stanchi, di mascherati che escono e ci
bevono su, si distraggono, provano. Basta prendere una posizione, scegliere,
mantenere una linea, ma essere anche flessibili, darsi l’opportunità di
sbagliare, accettarlo. Dici poco.
La vita è quella cosa che accade tra un’estate e l’altra,
quando hai ancora vent’anni, quando sei Doralice e ti permetti di dividere in
scomparti il tempo, di accantonare e riprendere persone, di fare quello che
t’ispira e ti fa stare bene, a breve termine, al lungo ci penserai dopo, al
lungo ci pensi solo se si tratta di te, della carriera, della vita davanti che
devi iniziare a modellare.
Ma cos’è?
Fa un rumore strano l’incertezza, ha quel retrogusto di eccitazione, ma fa
paura.
Rimando e non sono convinta di rimandare, voglio studiare e non sono convinta
che sia la scelta migliore, sembra solo un rimandare, e se sbagliassi? Devo
fermarmi o continuare a correre? Perché qui la gente non si scusa? Sembra
troppo facile, troppo difficile, verrà da sé? Troppo comodo delegare al
destino. Cosa me ne faccio di questi vent’anni? In che giostra devo salire? Chi
mi devo portare dietro, chi mi seguirà, chi devo lasciar andare? Perché ho queste
manie di onnipotenza e penso che dipenda tutto da me? E’ forse questa la
depressione post erasmus? La paura di prendere scelte che non emozionino come
ha fatto quasi ogni giorno, la vita, Siviglia, quest’anno?
Temo il giorno in cui l’estate sarà solo un periodo in cui fa troppo caldo, clienti e fornitori non rispondono al telefono perché sono in vacanza e la confusione di questo periodo sarà solo un lontano ricordo. Non voglio che arrivi mai.
Per uno strano gioco dell’eco sento in sottofondo una
canzone conosciuta, mentre chiudo le persiane. Nella penombra, sulla terrazza
di una palazzina ottagonale che mi ha sempre incuriosita, ci sono 3 ragazze che
cantano Tiziano Ferro nell’inconsapevolezza dello show di cui mi stanno
rendendo partecipe. Immagino siano 3 amiche, in vacanza, magari anche per loro
è l’ultima sera e non vogliono che finisca, non vogliono chiuderla e se proprio
devono, che sia con una canzone. Cantano, stridule, come me, credendo di non
essere udite, strillano “ma vuoi dirmi come questo può finire” e si
abbracciano. Immagino i loro volti, quel mix letale di tristezza e felicità che
conosco benissimo.
Mi riprendo un pezzo di Siviglia, un pezzo di me, sorrido.
Se c’è qualcuno all’altezza di tenere alto l’entusiasmo Sivigliano è Santa
Margherita, lo sapevo ancora prima di tornare, mentre assaporavo i profumi del
pitosforo guardando il ponte di Triana.
Sembra ieri quando Pedro m’insegnava a chiudere i tacos ed eccomi qui a 2000km
di distanza a sbrodolarmi con la piadina, a costruire monopoli su carta, a
distrarmi.
Poi sono tornata, giri immensi, per finire qui, come sempre.
E anche questa è finita, come ogni domenica, come ogni
messa, come ogni estate.
E cambio divano e cambio scenario, ma sono sempre io, che mi
attorciglio tra titubanza, paura e nausea, questa volta con i Pearl Jam. Non la
facevo uno da Pearl Jam professore, ma la ringrazio.
Il tempo scorre, inesorabile, i dubbi si attaccano alle mie
caviglie e rallentano i miei passi, ma va bene così. Del resto ormai siamo
precoci, non serve avere 25 anni per “la crisi di un quarto di secolo”,
ne bastano venti, una laurea e tante opportunità.
Dove ci porterà questo turbinio di pensieri rumorosi? Ne
saremo all’altezza? Ci renderà abbastanza felici? Ci ricorderemo di essere
felici?
Quest’anno cambio strada, non piango andando via da Santa,
siamo troppo vicini per piangere.

Buona fortuna ragazzi, chissà quanto saremo cresciuti al
prossimo giro di giostra, non dimenticatevi la felicità nel piano di studi,
senò non arriveremo da nessuna parte.
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Briciole datate

4 settembre 2013.

Mi fermo a leggere in ogni angolo, a riempirmi di vite scritte, vite altrui e non m’interessa niente di chi mi guarda, di chi mi vede, non m’interessa niente.
Con tutti questi libri una cosa credo di averla capita: che l’amore non ha età. Ma non nel senso che la differenza d’età non conta, bensì che i rapporti amorosi sono pieni d’amore e basta. Sono egualmente immaturi o maturi a 20 o a 50 anni, magari a 35 sono contornati da una situazione più stabile per un piccolo dono, ma l’amore è indifferente, l’affetto che potrebbe ricevere un bebè è sempre amore.
Laura mi ha chiesto di scrivere di lontananza, qualsiasi cosa, ma quello è il tema. Io sono sempre fuori tema e se mi concentro, nonostante sia fuori casa da quasi 2 mesi, le parole per la lontananza non arrivano. Oppure si.
La lontananza la sento, quando si tratta di papà, quando sento Arabella dire “anche io vorrei un papà che…”, la respiro quando si parla di università, di futuro, che vedo terribilmente vicino e incredibilmente lontano. La lontananza la vedo, quando guardo il mare calmo, passeggiando sulla riva, quando il sole ha già abbandonato le spiagge ed è diventato esclusiva proprietà di altri lidi, più esposti, vedo la lontananza di quei luoghi, la lontananza esclusivamente fisica.
Ho percepito la lontananza delle anime quando quel treno è scivolato insieme ad una lacrima sulle mie guance, quando le strade si sono divise ed il “noi” è tornato un “io”, quando il “nostro” è diventato “mio”. Mia sorella è lontana, 10 metri da me vicino alla fontana di Cristoforo Colombo, 5 metri da me, sul cannone, quello dove ho anche io le foto da bambina, mi parla di un bambino che potrebbe essersi innamorato di lei, le lascio dire questa lunga parola perché non sono nessuno per poterlo negare. Mia sorella è ad 1 metro da me e io la vedo cresciuta, ogni giorno, più sveglia, più vispa, più autonoma, “Dolly andiamo? Non mi piace!” “Si amore” “cosa stai facendo?” “Scrivo” “allora restiamo, vado a giocare un po’ li mentre tu scrivi” e anche se adesso è a 20 metri la sento vicinissima, ha capito quello di cui avevo bisogno, il sangue che ci scorre nelle vene ci lega ad ogni distanza. Così, ho scelto di vivermela da vicino, di guardarla crescere accanto a me, sorridere anche se dovrà mettere l’apparecchio.
Vieni qui, stammi accanto, dormiamo assieme questa notte, stringimi, voglio sentire il tuo cuore nella mia schiena, battere nel mio, il tuo respiro inglobarsi nel mio, così che la tua aria sia anche la mia, prendo la tua forza e la tua vivacità, la tua gioia ed inconsapevolezza, la faccio mia e la conservo, non esiste lontananza quando c’è amore.

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Buon viaggio

Il cielo è cristallino, di un azzurro puro ed innocente, come non vedevo da molto. Mentre Fede cambia continuamente canzone in radio, io penso che certe anime meritino una giornata di sole per salutare la terra, meritino di poter vedere tutto dall’alto senza fatica, meritino di lanciare baci a mamma e papà senza ostacoli nuvolosi. In una giornata come queste, da fotografie sorridenti con gli occhiali da sole mi chiedo fino a che punto ci si possa sentire vicini ad una persona mai conosciuta, vicini ad un dolore, svuotati di qualcosa, mancanti. Perché a 16 anni non è giusto morire dopo essere usciti con la propria migliore amica, solo per qualche centimetro, solo per qualche chilometro orario, solo perché questo doveva essere. 
Non saprei nemmeno come arrivare a San Martino, intanto Matteo accelera e mi sento in colpa per tutte quelle volte che non ho detto a papà di rallentare, e non riesco ad astenermi da un segno della croce appena vedo un cimitero. È così? In un attimo? Il tuo profilo Facebook diventa una lapide? Il tuo ultimo stato diventa un coltello, quali avresti voluto che fossero le tue parole? Sognavi anche tu come il mio ragazzo di suonare in uno stadio con la tua famiglia in tribuna d’onore?
E stimolo la capacità di non sentire quello che mi sta attorno, entro nel mio universo ovattato. L’Italia scherza con il tuo nome, torni indietro? Torna indietro, ti prego, fammi ancora credere che esista una giustizia divina, che i bambini siano sacri ed intoccabili, dimmi che ci conosceremo, dimmi che non devo piangere. 
Mi dispiace tanto.
Scusa se ti ho rubato un po’ di attenzione che devi lasciare ai tuoi cari, buon viaggio Pietro, un po’ di rock in paradiso non farà male.

Respiro, ancora. Respiriamo ancora, non smettiamo di ringraziare per quello che abbiamo e perché respiriamo.

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(May)day 3

E mentre io stendo lo smalto, bene, un’unghia dopo l’altra, la prima mano, la seconda, correggo con cotton fioc e acetone, per ogni dito, per ogni millilitro, una persona chiude gli occhi, un pesce galleggia, una mosca viene spiaccicata, un leone emette il suo ultimo ruggito, un aborto avviene spontaneamente, un ovulo cieco, una macchina si schianta, un bambino urla. Ed io non riesco a non pensarci.
Il giorno “3” è già più facile, la notizia non è più quella d’apertura, il silenzio c’è solo quando tutti dormono, è più semplice non pensarci, non leggere stati su facebook, i mi piace si sono calmati, la guerra è finita, accantonate le armi, si va avanti, ma solo lontano. Ed io non riesco a non pensarci.
Ho acceso per caso la televisione ed ho visto file di corpi sulla spiaggia, ognuno coperto da un telo scuro, perché la morte non si deve vedere in faccia, perché nascondere è rispettoso, meno macabro, più facile. Ho visto soccorritori piangere, superstiti piangere, ho lotto un dolore univoco. Vite.
La guerra è così? Non lascia il tempo nemmeno per asciugarsi le lacrime? Ci vorrebbe la guerra ed anche un po’ di miseria ad insegnarci a non sprecare i giorni?
Qualsiasi fosse il colore della guancia dalla quale si è staccata una lacrima, è caduta sulla nostra terra, ha innaffiato il nostro terreno, è entrata nel ciclo dell’acqua a partire da casa nostra, poco importa se fosse quella del Soccorritore 23485 o del Superstite 58737.
Qualsiasi sia il colore di un corpo di un uomo sdraiato sul fondale del nostro mare, sono certa che se ve lo trovaste davanti in un immersione subacqua il rumore sordo del vostro grido sarebbe indifferentemente sordo.
Qualsiasi sia il motivo per il quale una persona si trova di te in tram e hai l’opportunità di sentire la sua risata, sincera, vera, di quelle che contagiano, avresti davvero bisogno di guardarla in faccia? Di sapere perché si trova lì? Se 10 anni fa sia scappata, su una barca, da una guerra o fosse a casa a poltrire e farsi servire a tavola per non rovinarsi le unghie?
Qualsiasi sia il momento in cui un bambino inizia a camminare o a parlare, l’orgoglio nei cuori dei genitori non dipende dal luogo di nascita.
Ma qualsiasi sia la ragione che spinge un essere umano a non aiutarne un altro o a provare indifferenza verso il dolore, nemmeno questo dipende dalla nazionalità.
Non so quali siano le condizioni per le quali sia doveroso o meno indire un “lutto nazionale”, ma non m’interessa.

Il lutto, almeno dice il dizionario, è un sentimento di vivo dolore che si prova per la morte di qualcuno o per gravi disgrazie, sono i segni esterni del dolore.
Per me il lutto è un senso di lacerazione che parte da dentro, un senso d’impotenza, di piccolezza, che mi lascia attonita e vuota. Un senso che nessuno può impormi, ma che non riesco a togliermi di dosso.
La discussione non esiste, non è il termine “nazionale” che può infastidire, che da più valore ad un vuoto piuttosto che ad un altro.
Se penso alle persone che mi sono morte accanto al cuore, ma ancora vivono dentro di me, sento un lutto mondiale, viscerale, infinito, che non ha bisogno di parole, manifestazioni, politica, retorica, leggi o limiti.
Mentre ascolto Einaudi non riesco a non pensare, a non vergognarmi di di poter amare, odiare, sognare, mangiare, parlare, ascoltare, sentire, ridere, piangere, perdere tempo, studiare, lavorare, pensare al futuro, non riesco a non vergognarmi di essere viva. Non riesco a non sognare un sorriso smagliante di un bambino nero, a non credere che le parole di una nonna cinese valgano quanto quelle della mia. Non riesco a non sentirmi in imbarazzo per lo spazio che ho in casa e che potrei regalare. Non posso aprire l’acqua senza pensare che la sto già sprecando.
Non è vero che gli italiani sono stronzi, non è vero che l’Italia è un Paese di merda, di spaghetti alla Mafia. è però vero che chiunque dovrebbe pensare di più, parlare di meno e donarsi, ovunque.
Mi fermo e sono sicura che Cristian, Roberto, Paolo, Valeria, Andrea, Tizio, Caio, Sempronio e Pinco Pallino abbiano pianto, abbiano perso qualcuno, abbiano sentito un vuoto, abbiano interiorizzato una morte, abbiano lasciato un pezzo del loro cuore ad un essere, in qualche posto e non ho dubbi sulla loro umanità.
Non ho dubbi sull’umanità di nessuno, indipendentemente dalla casella che hanno sbarrato alle scorse elezioni e da quella che sbarreranno alle prossime e sono certa che la notte, prima di chiudere occhio, un pensiero voli dal basso verso l’alto, a tutti.
La politica è una cosa, la vita un’altra. L’indifferenza è una cosa, il silenzio un’altra.
E la morte…beh la morte è vita che richiede silenzio. Solo e soltanto attenzioni silenziose.

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