Tips di viaggio – diario di bordo 27

Eravamo a Quito, in un centro commerciale vicino alla stazione degli autobus, l’intenzione era quella di fare una piccola spesa per poi cenare, ma non sapevamo che i ristoranti in Ecuador chiudessero alle 20.30. Vi sembra normale? In America Latina? Già solo perché parlano spagnolo dovrebbero cenare a mezzanotte… E invece lì si pagava in dollari e dopo le 20.30 cenare era un’impresa. Avevamo le buste della spesa e non ci rimaneva nessun’alternativa se non prendere un taxi e farci portare alle bancarelle più vicine. Mangiammo un dignitoso spiedino di carne, Ale fece anche il bis, forse era anche più che dignitoso. Mi portai gli avanzi di salsiccia in un sacchettino nero per lasciarli a qualche bisognoso, ma non trovai nessuno per strada, quindi li misi in un angolo della stazione prima di correre a prendere il bus.

La mattina dopo eravamo a Cuenca, una cittadina colorata, con un’aurea splendida, in cui ci siamo imbattute solo in persone splendide, dalla signora che vendeva i cannoncini alla crema a 0,08 centesimi, a quell’altra signora che c’invitò ad entrare negli uffici del ministero della cultura, guidandoci con amore, ai ragazzi che stanno viaggiando con macchine d’epoca per il mondo, a Filippo.

In quel contesto al sapore di crema, ho inaugurato il quadernino che dopo mesi ero riuscita a comprare proprio il giorno prima, al supermercato, mentre chiudevano i ristoranti.

Ci siamo sedute su una panchina, il sole tramontava dietro le montagne su cui avevamo camminato al mattino presto, alla ricerca dell’acqua termale, biro alla mano e via di elenchi.

Mentre si viaggia s’incappa sempre in errori, dimenticanze, in “cazzo, se potessi tornare indietro…” “se avessimo comprato…” “se avessimo cercato…” “se solo ci avessi pensato prima…”.

Così ci siamo messe d’impegno, ci siamo concentrate su tutte le varie imprecazioni fatte nei mesi precedenti e abbiamo iniziato ad elencarle, trasformandole in piccoli consigli, tips, suggerimenti.

Se foste polli come me smettereste di leggere ora, oppure continuereste senza prendere appunti, per poi ricordavi, nel bel mezzo di una bufera di neve, che se solo aveste preso un calzino in più non vi starebbe salendo la febbre.

Ogni viaggio è fatto a modo suo, ognuno porta con se la sua dose di fortuna, di sfiga e nessuno dice che si debba arrivare preparati, ma sicuramente se ne esce più consapevoli. Incapperete nei vostri errori personali, nelle vostre dimenticanze, per quanto possano essere accurati i miei elenchi, ma magari porterete con voi due cose in meno e qualche consapevolezza in più, giusto per uscire sereni e con il passaporto in borsa.
Nulla di scontato uscirà dalle mie mani, non ho bisogno di dirvi quante mutande ho portato, magari voi vi lavate meno di me, ma sì di dirvi che può essere utile un calzino apposta per dormire in bus e camminare senza scarpe.

Gli elenchi della spesa sono cosi suddivisi:

  • Consigli generici: cosa portare con te
  • Consigli di vita: saccente ed arrogante, dall’alto della mia non esperienza
  • Consigli specifici: on the road Cuba, Messico, Colombia, Perù, Bolivia

Consigli generici: cosa portare con te

 

  1. Vestiti versatili (es: vestitino leggero+collant pesante)
  2. Maglie termiche
  3. Pantaloni termici/leggins
  4. Tuta
  5. Cappellino
  6. Berretto
  7. Impermeabile
  8. Piumino 100gr richiudibile
  9. Sciarpa multiuso  (grande, che possa diventare un turbante, una coperta, una tovaglia…)
  10. Costume intero (per attività, tuffi, sport estremi…)
  11. Occhialini
  12. Crema solare
  13. Spray antizanzare
  14. Occhiali da sole (eventualmente graduati)
  15. Ciabatte/calze per bus
  16. Coperta (nel mondo hanno un problema con l’aria condizionata)
  17. Cuscino gonfiabile
  18. Mascherina occhi per dormire (lo spariglietto che entra dalla tenda del bus è la morte)
  19. Zaini/borse richiudibili (Decathlon, Longchamp, borse di stoffa…)
  20. Lucchetti con codice (non con chiavi)
  21. Carte di debito/credito di circuiti diversi (Visa, Maestro, Mastercard, AmericanExpress…)
  22. Moschettoni, ganci
  23. Borraccia
  24. Adattatori per prese di corrente, tanti piccoli, piuttosto che uno grande (per telefono, GoPro, pc, Reflex…)
  25. Multipla/ciabatta
  26. Kindle
  27. Portacellulare impermeabile (servirà, servirà, chiedetelo ad Alessia che ha i polpi nel telefono)
  28. Boccettine saponi ricaricabili (100ml max)
  29. Borse di stoffa (per la spesa, il bucato, qualsiasi evenienza)
  30. Carta igienica (vi servirà in bus, nei bagni pubblici a pagamento, nel bosco, per soffiare il naso, per pulire, al posto dei tovaglioli…)
  31. Salviettine umidificate (lavatevi ragazzi, almeno le mani)
  32. Amuchina
  33. Spazzolino
  34. Saponetta
  35. Asciugamani in microfibra
  36. Teli mare in cotone leggero o microfibra (non potete fare lo scrub con la sabbia della spiaggia, ogni volta che fate la doccia, portate almeno due teli)
  37. Batteria portatile
  38. Sdoppiatore cuffie (se non viaggi solo e non sei sociopatico)
  39. Nastro adesivo
  40. Mini sacco a pelo (anche se non hai intenzione di accampare, si può usare solo per non dormire su letti che sembrano sporchi)
  41. Cicche

 

Tutto quello che dimenticate a casa potete comprarlo, ma se l’avete già sarebbe un peccato, lo spazio non sarebbe calcolato e non sapete quanto vi potrà costare.
Di tutte le cose elencate io sono sopravvissuta fino alla fine senza alcune come:
– il berretto, ma penso di avere qualche ruga in più
– il sacco a pelo, ho stretto i denti, a volte, pensando a chi aveva dormito prima di me su alcuni letti
– secondo telo, gravissimo errore, a volte ci è toccato asciugarci tutte con l’asciugamano dei piedi oppure prenderlo in prestito nelle case dei cuochi
– Kindle, con una grande tristezza nel cuore ogni volta che vedevo un libro e avrei voluto comprarlo
Tutte le altre, se non le avevamo da prima, le abbiamo comprate perché veramente indispensabili.

Consigli di vita: saccente ed arrogante, dall’alto della mia non esperienza

 

  1. Avere un budget per gli imprevisti, come vedrete dal prossimo post il nostro budget è stato mensilmente sforato di 400 euro, che corrispondono al 66% in più del budget iniziale, 2/3, non poco
  2. Scaricare un’app per controllare in budget, in vacanza non bisognerebbe tenere i conti, ma siamo dei giovani scappati di casa, dobbiamo e possiamo osare, ma rendendocene conto è meglio. Ale ha usato l’app Mobills (su iOs e Android) per segnare ogni spesa, categorizzarla e poi portarla in excel, l’ho scaricata anche io e ve la consiglio, ma una qualsiasi va bene.
  3. Uber, se ancora non l’avete, attivate un account prima di partire, l’SMS con i codici di attivazione non sempre arriva se non sei nel tuo paese e a volte potrebbe essere l’unica ancora di salvataggio alle 3 di mattina a Montevideo nel parcheggio di un Casinò chiuso (noi non l’avevamo)
  4. SIM personale, la vostra, quella italiana, quella a cui avete abbinato l’internet banking, le carte e chi più ne ha più ne metta (la mia era nella valigia, a casa della nonna di Giuliano, a Buenos Aires ed è stato un madornale errore)
  5. Password, la fretta può fregarvi, come quando siete in aeroporto, in 10 minuti chiudono le porte e sbagliate il codice di sicurezza della carta di credito sul sito da cui state comprando l’uscita dal Perù, le porte si chiudono e voi restate a piedi a Bogotà. Meglio scrivere, in codice, le password che utilizzate meno e potrebbero tornare utili. Non datele a qualcuno come le amiche di Alessia, fidatevi di voi stessi, inventatevi un codice segreto per salvarle, aguzzate l’ingenio.
  6. Internet banking, se ancora non vi siete staccati dal conto storico di mamma e papà forse è ora, non potrete chiamare Babozzi perché vi risolva i problemi quando non accetteranno la vostra carta e un passante vi proporrà qualche magheggio, svegliatevi.
  7. Dollari d’emergenza, niente, qui profuma il dollaro, lo accettano ovunque se siete nella merda, portatevi qualche pezzo, consapevoli che per cambiarli le banche accettano solo 50 e 100, ma i negozianti anche 10 e 20.
  8. Attenzione ai cambi climatici, mentre a Lima è piena estate a Machu Pichu è inverno, com’è possibile che sulle Ande ci siano stagioni diverse? Non lo so, la natura è pazzesca e il Sud America, per esempio, è abitato a delle altitudini in cui non andiamo nemmeno a sciare. La Paz è a 4000 metri, a Medellin è sempre primavera, a Santa Marta è sempre estate, #sapevatelo e armatevi di conseguenza.
  9. Ascoltare gli stimoli del proprio corpo, fame, sete, non fatevi influenzare dall’orologio, ci sono tanti fusi orari che potrebbero scombussolarvi, non lasciate comandare il tempo, sentitevi.
  10. Leggere termini e condizioni di ciò che si compra, questo vale per i voli, per i visti e per le frontiere in particolare, non lasciatevi cogliere impreparati.
  11. Cibo d’emergenza, da buone italiane non mancavano mai delle barrette e della frutta secca nei nostri zaini, non si sa mai che morissimo di fame.
  12. Chiedere sempre, senza timore, meglio una volta in più che una in meno.
  13. Comprerete, lasciate spazio nello zaino, meglio un pantalone in meno in partenza che lasciare il cuore su una bancarella.
  14. Assaggiare, tutto, anche il pesce fresco a colazione.
  15. Non fermarsi alle apparenze, guardare oltre, non siamo abituati a nulla di tutto ciò.
  16. Guardare prima di scegliere, questo vale per un ostello o per il menu di un ristorante, non abbiate paura di sembrare meticolosi, ve ne pentireste al momento di pagare o dopo una notte insonne.
  17. Non temere a dire di no
  18. Provare a dire più sì 
  19. Contrattare SEMPRE
  20. Non avere rimpianti, MAI: entra, chiedi, presentati, saluta, sorridi, insulta se è il caso.
  21. Risparmiare sui mezzi, se il tempo non è un problema vai dal punto A al punto B nella forma più economica possibile, c’è sempre una maniera più cheap di quella che stai pensando, chiedi ai locali, insisti.
  22. Comprare alla seconda, non d’impulso, ma nemmeno troppo tardi.
  23. Usare i fast food per bagni e wi-fi
  24. Crearsi un proprio concetto di “pericolo”, siamo tutti diversi, ognuno con le sue fobie, le sue paure, le sue stranezze. Portatele tutte dietro, ma non lasciate che sia qualcun altro a limitarvi. Prendete atto di tutti consigli, ma non lasciatevi sopraffare da paure inutili. Non è come vi raccontano, non è come vedete nei film, non è come 30 anni fa.
  25. Pagare con carta al posto degli altri, se si ha bisogno di contanti. Quando manca un giorno alla partenza, ma non avete nemmeno più i soldi per fare colazione, ha senso prelevare 20 con 5 di commissioni? Non sarebbe più facile sfoggiare un sorriso e pagare con carta il conto del tavolo affianco al vostro? Le persone possono essere molto disponibili, basta chiedere.
  26. Approfittare dei supermercati, soprattutto per l’acqua che è carissima ovunque fuori dall’Italia.
  27. Equilibrare l’alimentazione, una delle cose più difficili da quando l’uomo va in vacanza è regolarsi, ma pensate sempre che anche domani ci sarà qualcosa di nuovo da provare, assaggiate tutto, ma in piccole dosi. State attenti all’eccesso di fritto, di piccante, non siamo abituati e non fa nemmeno così bene, meglio una piccola porzione piuttosto che un giorno sul cesso.
  28. Day-off, non abbiate paura di perdere tempo riposando. Il corpo non è una macchina e per quanto reagisca in base agli impulsi che gli diamo con il cervello, a volte chiede pietà: dategliela. Infilatevi in un cinema, sdraiatevi sul divano, ordinate d’asporto, il giorno dopo vi ringrazierete.
  29. No al panico. C’è sempre sempre sempre una soluzione a tutto, non ha senso entrare nel panico. Se è il caso insultate qualche operatore, non c’è problema, ma poi rientrate in voi. Siate costruttivi, il karma vi aiuterà.
  30. Esiste sempre qualcosa di più cheap. SEMPRE. Che si tratti di cibo, trasporti, escursioni, attività. Sta a voi.
  31. NON prelevare in aeroporto, quando meno non alla partenza. Se ci fosse qualche problema con la carta non avreste tempo di risolverlo prima della partenza del volo.
  32. NO ad attività troppo pericolose inutilmente, dico sempre sì a tutto, ma ha davvero senso andare in quad il giorno prima della scalata a Machu Pichu? Davvero avete voglia di rischiare per qualcosa che potete fare anche a casa?
  33. Leggere prima di firmare, che mamma e papà ce l’abbiano detto sempre non significa che l’abbiamo imparato. Ci sono poche attività assicurate, per esempio, state attenti al noleggio di un’attrezzatura che vi potrebbe poi costare più di un acquisto.
  34. Massimo 2 zaini, che tutto vi stia sempre in 2 borse, uno zaino grande ed uno piccolo. Nel piccolo potrete mettere tutti i documenti, le cose fragili ed elettroniche, per metterlo nella cappelliera magari, lasciando il grande nel baule.

Consigli specifici: on the road

Cuba

  1. Portare euro, visto gli ottimi rapporti con gli Stati Uniti il dollaro è estremamente svalutato, in cambio l’euro è ben visto e si può cambiare facilmente
  2. Prenotare anticipatamente Airbnb, dall’interno dell’isola non è possibile
  3. Viaggiare in gruppo
  4. Noleggiare un auto, i trasporti a Cuba sono difficili e costosi
  5. Internet non è libero, potete acquistare presso i punti ECTSA delle tessere utilizzabili nei punti Wifi, il costo è di 1 euro all’ora se le comprate nei negozi officiali e non per strada. Non sarà difficile rivenderle se ne comprate una in più.
  6. Visto, non è necessario andare all’ambasciata, ma controllate quanto costa il visto con la vostra compagnia aerea, in ambasciata il prezzo è di 26 euro, noi l’abbiamo pagato 150.
  7. Taxi abusivi, a Cuba i taxi sono cari, ma è pieno di macchine che abusivamente ti accompagnano come un taxi, anzi, possono diventare anche fedeli compagni e guide. Chiedete ai locali in che via trovarli più facilmente.
  8. Non offrire niente, per ovvie ragioni dare un dito a Cuba significa lasciare il culo, purtroppo soprattutto a La Habana c’è grande povertà e c’è anche chi se ne approfitta, occhi aperti.

Messico

  1. ADO è una compagnia di bus che funziona meglio di Trenitalia. Prima compri, meno paghi. E paghi veramente poco.
  2. “Pica?” Chiedere sempre se quello che ti servono è piccante. Se stai per morire chiedi del latte.

Colombia

  1. Aerei, in Colombia sono arrivate le compagnie low cost, può essere più economico volare che viaggiare su ruote.
  2. Viva Colombia, è la compagnia più economica attualmente in Colombia, i voli sono frequenti come i treni Milano-Genova, ma il 70% della compagnia è stato comprato da Ryanair. Con tutti i pregi e tutti i suoi difetti.
  3. Zaino piccolo, in Colombia fa caldo, ma anche fresco, volare low cost non include il bagaglio, ma nemmeno serve. Noi abbiamo lasciato lo zaino grande a Bogotà e abbiamo viaggiato 25 giorni con quello piccolo. Un sollievo per le mie spalle.

Ecuador

  1. Prelevare più dollari, potrebbero servirvi durante le prossime tappe

Perù

  1. Lima, è una città che sta migliorando, ma non è così turistica da perderci più di un giorno, se non per mangiare il secondo. La cucina migliore di tutto il Sud America è lì.
  2. Aeroporto di Lima, per arrivare in aeroporto o andare in città non è un calvario, basta prendere un taxi fino a plaza e poi un bus tra i mille che passano per l’aeroporto o viceversa.
  3. Ica e Paracas meritano anche loro solo 1 giorno
  4. Prenotare bus in anticipo, potrete organizzare bene il tempo e spendere nettamente meno.
  5. Bus Flores, è una compagnia molto economica, se vi siete dimenticati di comprare anticipatamente il biglietto VIP di Cruz del Sur/Norte potete ripiegare su Flores. Puoi viaggiare con le galline, senza aria condizionata. Da Ica partono per Lima ad ogni ora.

Bolivia

  1. Metterci la faccia. Scoprire come muoversi prima di arrivare in Bolivia può essere più difficile, vai, scoprilo.

 

P.s. Questo post potrebbe essere aggiornato in futuro, con illuminazioni mattutine, colpi in testa o in funzione delle domande che mi farete.

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Pacchanta – diario di bordo 22

Fa così freddo che devo solo preoccuparmi di non morire assiderata, che la mia temperatura corporea rimanga alta il più possibile, che le dita continuino a muoversi, anche quelle dei piedi, che non si atrofizzi niente. Respiro profondamente, mi ripeto che siamo quasi arrivati, parlo sottovoce al mio cavallo, “dai dai, resisti, non mollare”.

È giovedì 8 febbraio, mezzogiorno, il sole alto nel cielo sopra la montagna di Ausangate. Quando qualche mese fa ho chiesto dei consigli a Clara su un Perù non turistico mi ha parlato di Eusevio. A 3 ore di bus da Cusco non c’è solo Machu Picchu. “Se vuoi vivere davvero il Perù vai in questo paesino Quechua dove non parlano spagnolo e vivono di alpaca”, con questa nota audio mi aveva già conquistata, senza troppi dettagli, lasciando decidere al mio spirito d’avventura.
Una volta approdata in Perù le ho chiesto dove fosse, come arrivarci e il numero di Eusevio, che ho sempre scritto Eusebio ovviamente.
Dopo tutte le peripezie fatte per entrare in questo paese, per toccare con mano le Ande, siamo partite da Cusco per Tinki. Tinki è il paese più vicino a Pacchanta, il villaggio dove siamo diretti, peccato che nessuno lo conosca ed un taxista ci abbia insinuato il dubbio che forse si debba scendere prima, a Ocongate. Senza nemmeno una meta chiara e piena di lividi dalle chiappe ai piedi, zoppicante, ci dirigiamo a Coloseo, dove dovrebbe esserci una fermata del bus. Non troviamo il diretto, ne prendiamo uno per Urcos e da lì un auto fino a Tinki, anche se all’ingresso del paese svetta il cartello Tinke, con la E.

Eusebio/Eusevio arriva con una giacca North Face arancione, uno zaino professionale azzurro ed un cappello tipico adornato da una fascia di stoffa e perline. Ha una placca metallica a forma di stella sull’incisivo destro, non troverò mai il coraggio di chiedergli se fosse per bellezza, forse per timore che mi risponda di sì. Non parla perfettamente spagnolo, ma ci capiamo! Con i compaesani invece parla Quechua e ride. Quando non conosco una lingua e la gente mi ride in faccia mi sento sempre un po’ a disagio, ma come biasimarli, si chiederanno che cazzo ci facciamo qui.

“Siete vegetariane o normali?” Ora siamo noi a ridere, che razza di domanda. “Normali, normali”. Spesa e via, saliamo a bordo della sua moto e di un’altra (per 15 soles) e saliamo, saliamo, saliamo per almeno mezz’ora guidano sullo sterrato, nell’acqua, sulle rocce, nel prato. Tutto attorno verde, cavalli, mucche, alpaca, qualche casa in mattoni, una scuola, un cimitero.

A Pacchanta vivono circa 70 persone, ma non ne vedremo mai più di 5 contemporaneamente.
Eusebio ci fa scegliere la stanza, in una casetta recentemente costruita, ci sono un sacco di posti letto e solo a quel punto capiamo che ci sarebbe costato qualcosina.
Fa freddino, così a rigor di logica scegliamo la stanza più piccola e con il letto matrimoniale. Nella nostra camera ci sono 2 finestre, una verso valle ed una verso le montagne innevate, una porta senza maniglia veramente faticosa da aprire, un comodino, il letto con 5 coperte alle quali si aggiungeranno le nostre 4.
Sono in tuta, con una maglia termica, suppongo ci siano 5 gradi o meno, non penso alla faccia che farebbe mamma e m’infilo vestita nel letto, Ale mi segue a ruota, fa freddo.
Eusebio come un angioletto arriva con un termos e del tè. Penso solo a come alzare la mia temperatura interna, mi avvolgo nelle mie due coperte, una presa in aereo e l’altra in bus, e torno a rintanarmi.
Il tempo passa e a fatica, lentamente mi riscaldo.

La mamma di Eusebio è in giardino, con i suoi abiti tipici, seduta su una pietra, scalza, sta tessendo. Tesse una coperta, con la lana di alpaca, un telaio in legno e l’ausilio di un osso. Al mattino al mercato mi sono informata: 15 soles la copertina. “Quanto impieghi a terminarla?” Il figlio traduce, “15 giorni”.
Quindici. Q u i n d i c i giorni. 1 soles al giorno vale il suo lavoro. 0,25 euro. Venticinque centesimi.
Non so se mi lasci più attonita questo o i suoi piedi nudi che non riesco a smettere di fissare.

Accanto alla nostra casetta ce ne sono varie altre: una è la cucina, l’altra quella di Eusebio e la mamma, l’altra del fratello e dei figli, le altre sono in costruzione perché vuole poter ospitare più persone.
Dietro alle sue casette s’intravede del vapore, ci porta a vedere le terme naturali. L’acqua esce a non so quanti gradi dalla terra, con un sistema di miscelazione la mischiano con quella fredda del torrente e riempiono le piscine a 45º. 5 soles per fare il bagno, d’estate, quando c’è “tanta” gente, cambiano l’acqua ogni ora e mezza.

Minestra di quinoa e verdure, alpaca con verdure, finalmente cibo salutare. Le patate sono loro, non le vendono, le usano solo in casa, le piantano mentre gli alpaca ora sono in montagna a pascolare, per 5 mesi.
Alle 18.30 fa buio, alle 19.30 ceniamo, alle 20.30 siamo già di nuovo a letto. Adesso si, possiamo iniziare Casas de Papel, anche se la mia batteria non regge queste temperature e devo massaggiare il telefono come un cane. Meno male che la giornata è stata stancante e domani la sveglia suona presto, andiamo a vedere le 7 lagune dell’Ausangate. Speriamo smetta di piovere.

Alle 7 ci svegliamo ed il sole è alto nel cielo, si vede la vetta più alta: 6’600 metri, cose mai viste.
Colazione dei campioni ed in sella, approfittiamo della giornata.
Cavalcata dopo cavalcata, passo dopo passo, mi si aprono davanti agli occhi degli scenari nuovi, in cui la natura è veramente padrona assoluta. L’erba verdissima cresce rigogliosa durante la stagione delle piogge, qualche alpaca la macchia in lontananza, insieme a leprotti, stambecchi e pecore al pascolo.
Saliamo, 4500, 4700, 4850… Le montagne innevate ci circondano, ora anche l’erba è stata ricoperta da questo bianco candido che mi sta palesemente scottando la faccia. Per fortuna Eusebio ci ha prestato due giacche così ci ripariamo dal vento. Sotto ai nostri zoccoli due lagune di un azzurro intenso come quello del mare di Barù. Non sto nemmeno patendo l’altezza, come se non fosse il punto più alto in cui sia mai stata, anzi, banchettiamo anche. Pane, formaggio, una banana ed il cielo si oscura, riprendiamo il cammino, manca ancora la laguna sagrada.
Scendiamo da cavallo per immergere i braccialetti che abbiamo comprato alla mamma, un rosario che mi ha dato la nonna prima di partire, due preghiere ed inizia a gocciolare. Per fortuna Fiore mi ha regalato un poncho giallo super sexy prima di partire.
Non l’avessi mai pensato.

Due gocce diventano un temporale forte, neve, grandine, William che ci stava accompagnando scende da cavallo, si mette la coperta in testa, cerca di ripararsi. Ale non riesce a tenere su il cappuccio, si sta bagnando il cappello, cerco di spostare il mio da dentro, per non tirare fuori le mani e non bagnarle, ma la plastica si rompe, proprio nel momento meno opportuno.
Tiro il più possibile la maglia termica affinché mi copra le mani, le dita rimangono per forza fuori, con una mano cerco di tener chiuso l’impermeabile, con l’altea stringo le briglie.
Ogni folata di vento è una doccia fredda. Per non bagnarmi la testa devo cercare di tirare il più possibile l’impermeabile, finché non si rompe completamente davanti.
Porca troia. Porca troia! Ma proprio adesso?
Abbozzo un nodaccio orrendo, non c’è verso di riparare le gambe. La tuta inizia a bagnarsi, ad inzupparsi, insieme alle scarpe. Cerco di stringere quel nodo, perdo le briglie, non c’è verso, sono fradicia. Un rigolino d’acqua entra nella scarpa, fin sotto al piede, adesso anche i calzini sono zuppi.
C’è proprio poco che possa fare se non stringere i denti ed essere paziente.
Fa così freddo che devo solo preoccuparmi di non morire assiderata, che la mia temperatura corporea rimanga alta il più possibile, che le dita continuino a muoversi, anche quelle dei piedi, che non si atrofizzi niente. Respiro profondamente, mi ripeto che siamo quasi arrivati, parlo sottovoce al mio cavallo, “dai dai, resisti, non mollare”.
Non penso di aver mai provato così tanto gelo.
In montagna si, ci sono quelle giornate in cui vai a sciare a -10, anche a -20 a Plateau, quelle giornate in cui vento e bufera erano talmente forti che scendevi dal Ventina con i guanti sulla faccia, ma non è la stessa cosa.
Questo è più un freddo da passamontagna bagnato, quando ben sapendo che poi si sarebbe congelato, ti ostinavi a ciucciare il passamontagna o lo scaldacollo, che dopo 5 metri ovviamente diventava un pezzetto di ghiaccio insieme al tuo mento bordeaux o peggio, alle labbra. Ecco, quel freddo, esteso a tutte le gambe, ai piedi, alle mani, un freddo bagnato.
È un freddo fine a se stesso, non è come quando vai a sciare e puoi già visualizzare le crespelle alla valdostana della baita o la vasca calda che ti aspetta a casa, qui anche a casa farà freddo e la doccia, beh la doccia la farò quando tornerò a Cusco.
Quando sento una goccia arrivarmi anche alle mutande capisco che mi posso aiutare solo psicologicamente.
Il maestro Leone ci diceva sempre di pensare a cose calde quando avevamo freddo, i bambini normali pensavano alla cioccolata della baita, io alla coperta di pile del divano arancione della montagna, al sole sul ciambellone, al termosifone di metallo di Casale, a pane e latte d’emergenza.
Così inizio a pensare alle ultime cose calde che ho provato, penso al tè alla coca, alla doccia del Tayta Wasi, a Santa Marta, al sole che riscalda anche il marmo e ti fa venir voglia di camminare scalza, all’amaca al tramonto.
Inizio a pensare ad ogni minuzioso passaggio che farò per svestirmi. Toglierò il cappuccio, quello che resta dell’impermeabile, la giacca, le scarpe, i calzini, i pantaloni, poi entrerò in stanza, metterò i piedi sul legno che sembrerà caldo, mi toglierò anche le maglie, con le salviette mi darò una ripulita, cambierò mutande, metterò l’unico pile asciutto che mi rimane, i pantaloni con gli elefanti, le calze di Andrea, mi avvolgerò nelle coperte e m’infilerò sotto ai 10kg di letto. Magari prenderò anche una tachipirina preventiva.
Ale mi chiede se sono arrabbiata, figa no, cosa c’è da arrabbiarsi? Sono solo bagnata fradicia a 4500 metri, con un diluvio universale e ancora 1 ora e mezza di strada da fare, non sono incazzata, sono solo congelata.
Piano piano perdo la sensibilità di alcune parti del corpo, per fortuna la testa è asciutta e gli organi vitali al caldo. I lividi sulle cosce non fanno nemmeno più male, la caduta dal quad sembra solo un dolore lontano rispetto a questo.
Ho visto Everest prima di partire a novembre, un gran film di merda, ma di cui ricordo chiaramente il protagonista quando con lucida coscienza diceva “mi si dev’essere atrofizzato un piede”.
Ma poi penso che queste persone vanno in giro con i sandali, vivono qui da secoli e a quanto pare non gli hanno amputato arti ne sono morti assiderati, quindi posso stare tranquilla, devo solo respirare e siamo sempre più vicini.

Dopo 2 ore, senza che la pioggia ci abbia dato tregua, vedo la casa. Corro. I passaggi sono importanti per recuperare velocemente calore, bisogna essere lucidi e non fare cagate.
Tolgo il cappuccio, quello che resta dell’impermeabile, la giacca, le scarpe, i calzini con le mani, i pantaloni che sbattono violentemente sul pavimento, talmente sono pesanti, entro in stanza, metto i piedi, che in realtà sono pezzetti di ghiaccio rosso, sul legno che sembra fin caldo, tremo. Questo non l’avevo messo in conto, il tremore dico, tremo tantissimo, la presa con le mani è molto difficile, le gambe sono rossissime e i lividi di svariate sfumature indecifrabili. Mi tolgo anche le maglie, con le salviette mi dò una ripulita veloce, cambio mutande, metto l’unico pile asciutto che mi rimane, i pantaloni con gli elefanti, le calze di Andrea e mi avvolgo nelle coperte, una attorno ai piedi, una attorno alle gambe e via sotto ai 10kg di letto.

Anche la mia voce trema, le coperte sono così pesanti che quasi mi fanno male. Alessia si scalda velocemente e le sale la febbre, io sono ancora freddissima quindi ne approfitto per metterle i piedi sulla schiena, quanto meno ci completiamo e ci diamo sollievo a vicenda. La mamma ha preparato una zuppa d’orzo, ma non ho la forza di alzarmi dal letto. Ale va, io aspetto di prendere coraggio. Le scarpe sono fradice, il che significa che possiamo uscire solo con le infradito e solo l’idea mi uccide.
Ma la zuppa potrebbe riscaldarmi quindi con una coperta sulle spalle ed una in vita, infilo le infradito con le calze ed il tutto in due sacchetti di plastica, purtroppo bucati.
Minestra e di nuovo sotto le coperte. Finiamo tutti gli episodi di casa de papel, lasciamo che tramonti il sole e forse solo dopo 5 ore abbiamo entrambe recuperato una temperatura quasi decente. Le mie dita si muovono ancora tutte, il viso è caldo non so se perché mi sono scottata con il sole o bruciata con il freddo, ma prendo quella famosa tachipirina preventiva.

Ora che non devo più concentrarmi sulla sopravvivenza posso pensare.
Guardo la mamma, i nipoti ed il figlio seduti in cucina, in silenzio, con lo sguardo nel vuoto, un sorriso sempre pronto. Mi chiedo cosa pensino, se siano felici davvero, se amino quello che fanno.
La routine di questo paese è di svegliarsi, fare colazione, far pascolare gli alpaca, le donne tessono, pettinano e lavano i cavalli, la botta di vita potrebbe essere scendere a piedi al paese a fare la spesa, per poi magari risalire in moto o nuovamente a piedi, con la coperta multiuso piena di cibo, pranzo, cena, nanna. Fino a Pacchanta arriva la corrente elettrica che comunque serve solo a fare luce, a caricare i telefoni e la radio. L’acqua calda è solo acqua del torrente canalizzata ai rubinetti e scaldata sui fornelli, che funzionano con le bombole di gas. Il bagno, esterno, ha un rubinetto in pietra, come le fontanelle di montagna, un water e basta.
William studia a Cusco perché fino si 18 anni adesso la scuola è obbligatoria, prima solo il 30% dei bambini ci andava, gli altri restavano nei campi, aiutavano con il pascolo, ora vanno tutti, si spostano nella città quando serve, studiano e magari tornano al paese e trasformano l’attività di sussistenza dei genitori in un’azienda di famiglia. Prima qui non c’erano nemmeno i soldi, il baratto fino a qualche anno fa era la moneta di scambio, chi faceva patate e chi mais. Ora invece Eusebio, che ha studiato turismo, pensa in grande e costruisce, chiama i maestri del paese e fa girare l’economia. Ci sembra troppo intraprendente per non aiutarlo, lo mettiamo in contatto con la cooperativa di Cusco dove andremo a fare volontariato settimana prossima, ci facciamo raccontare tutte le attività che si possono fare e raccogliamo foto per la nuova pagina Facebook che gli creeremo. Ci ringrazia, mille volte e ancora, con un’umiltà inaudita. Un umiltà senza precedenti, che non ha nulla a che vedere con la povertà, con l’assenza, con la privazione, è un’umiltà d’animo, quella che potrebbe avere un bambino quando si stupisce genuinamente anche del gesto più banale.

Vedendo questo posto, la sua incontaminazione, l’autenticità delle persone che vi vivono, sarebbe magico ed egoistico che restasse così per sempre. Eusebio merita che i suoi sogni diventino realtà, che i turisti si avvicinino, che guadino anche l’altro lato della montagna, non tutti, quelli più temerari, quelli disposti a morire di freddo, a sentire sulla loro pelle com’è la vita da queste parti. Viaggiatori, non turisti. Mettiamo da parte l’egoismo e facciamo in modo che questo paesino che non compare nemmeno sulle mappe geografiche diventi conosciuto, una perla, senza che cambi questo profumo di montagna, di sterco di cavallo, di natura e sopravvivenza.

 

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Finalmente Perù – diario di bordo 21

Non mi lavo da due giorni, solo le parti intime con le salviette. Dormiamo sugli autobus da due giorni, stanotte ho anche dormito bene perché i sedili in fondo erano liberi ed ho potuto distendermi su due, alzare le gambe e raggomitolarmi.

All’una di notte Ale mi ha svegliata brutalmente perché eravamo sul confine, dovevamo passare migraciones.

Ed eccoci, in Perù.

Ho sognato questo momento tutta la vita, da quando ho infilato per la prima volta un pacco di pasta in un sacchettino, da quando abbiamo chiuso le prime scatole al Sacro Cuore, da quando ci facevano vedere con il proiettore le foto dei bimbi, da quando ci facevano parlare su skype, con quella connessione internet impossibile da trovare, con qualche animatore in missione.

Ho sognato come potesse essere, ne parlavo con Margherita quando eravamo piccole, pensavamo e ci confrontavamo, avremmo voluto fare lo stesso, “solo un annetto” dicevamo.

Con il tempo le cose sono cambiate, io sono cambiata e non ho più potuto fare un’affermazione del genere a cuor leggero. La percezione di me stessa, del contesto, la paura si fa avanti con gli anni, quella curiosità irrequieta ed infantile è stata affiancata da altre prese di coscienza, una fra tutte la mia memoria.

Ricordo troppe cose, dalle più inutili alle più importanti. Dagli outfit della veglia della Cano 2012, alle esatte parole con cui mi sgridava il nonno quando avevo 5 anni, a quella volta che a 3 mi vomitai addosso al casello.

Mia madre ne rimane sempre impressionata, anche Michi, non con tutti posso fare la super ricordona perché non è carino. Una cosa carina invece è che lascio scivolare i brutti ricordi, dopo aver perdonato, quando mi rendo conto che non ha senso trattenerli, se riesco a perdonare.

Beh, con il tempo, con i libri letti, con i racconti degli altri, provando per brevi periodi a calarmi nella povertà, ad aiutare, a sporcarmi le mani, ho avvertito il timore di non poter più tornare indietro.

Quando parlavo della missione Mato Grosso, mi veniva ormai spontaneo, come una forte presa di coscienza, dire “non sono mai partita, ho paura che vedere tutta quella povertà mi faccia sentire troppo in colpa per quello che ho, che non possa più tornare indietro”.

Questo viaggio, dall’inizio, da quel Techo in Argentina, mi ha aperto tanto gli occhi e mi ha fatto cambiare opinione.

Non mi sento in colpa per quello che ho, mi sento incredibilmente fortunata. Sarei pronta a lasciare tutto per aiutare chi ha bisogno? Per un periodo, a priori posso solo dire “per un periodo”, posso pensare che potrei farlo e poi mettere oceani e chilometri tra me e la povertà perché non penso più che la povertà sia quello che pensavo fosse.

Anche per me sarà difficile esprimere questo concetto.

La povertà, in sé, è senso di mancanza, di precarietà, solo il termine provoca sentimenti tristi e cupi. La povertà, quella vera però, non è così fredda, non è nemmeno così consapevole. Ci sono persone che hanno poco e persone che hanno troppo. Le prime, come le seconde, desiderano sempre di più, per la loro natura umana, ma le prime, forse ancor più delle seconde, sanno essere grate, accontentarsi e vivere in pace. Non hanno bisogno di più, forse dal nostro punto di vista sì, certo è giusto e doveroso pensare di poter aiutare e semplificare la loro vita, ma non come crediamo. Non è detto che tutti desiderino una super casa, non è detto che la scambierebbero volentieri con una umile immersa nella natura. Ci sono degli equilibri di cui nemmeno siamo a conoscenza che probabilmente non andrebbero toccati, intaccati, con la presunzione di chi è abituato a vedere semplicemente qualcosa di diverso.

Non migliore, diverso.

Sì, tutti qui meritano di più, quanto meno di poter scegliere se prendere la strada sterrata o quella asfaltata, se andare in bus o a piedi a scuola, se vivere nella natura selvaggia o avere un bagno. Sì, sicuramente tutti meritano un salario minimo che gli permetta di mangiare meglio, che gli dia tutta la salute di cui hanno bisogno. Tutti meritano un tetto, che non gli piova in casa, aria.

Non tutto ha la forma che noi siamo abituati a dargli. Questo sto iniziando a vedere.

 

Adesso scendo dall’autobus, magari vedo qualcosa di più.

Inizia.

Mi lego le scarpe.

 

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