Oaxaca – Diario di bordo 11

Signore e signori Oaxaca, che non si pronuncia esattamente come si scrive, bensì “Uahaca” aspirando un po’ all’altezza dell’h e con una U che ricorda una G. Nzomma, è stata una lotta dalla prima pronuncia ed ora è amore a prima vista. Che spettacolo.
Una cittadina in pietra, tranquillissima all’1 di notte come alle 10 di mattina. Cediamo alla tentazione di un taxi a 50$ perché era già fin troppo tardi per presentarsi a casa del nostro couch, arriviamo davanti al portone, nessun campanello ed un cartello “rento cuartos, tocar fuerte la puerta”, ormai convinte che il nostro couch in realtà fosse un impostore e volesse dei soldi da noi, bussiamo forte senza successo, una, due, tre volte… Quando ormai il vicinato era stato svegliato, ok cerco un wifi.
Incredibilmente compare un “gratis!.-&” e lo chiamo. Esce da un’altra porta Juaquin. Un amore di ragazzo che non affitta proprio niente, ha semplicemente una stanza libera per noi, in pieno spirito couchsurfing.
Entriamo in questa casetta calda, non si sa come sia possibile visto l’assenza di riscaldamento, ma ci dice che battendo il sole tutto il giorno la riscalda per la notte.
Ci chiede gentilmente ed intimorito, forse non vuole sembrare un maniaco, di togliere le scarpe.
Ed è lì che scatta l’imprinting. Sei il numero uno Juaquin. Talmente numero uno che tra una risata e l’altra si fanno le 4 e mezza.
Domani mattina Juaqui andrà a lavorare alle 9, lavora in aeroporto, vive a Oaxaca solo da 1 anno e mezzo perché mediamente ogni 3, se non hai famiglia, ti trasferiscono da un aeroporto all’altro. La sua famiglia è di Merida però lui ha lavorato anche a Puerto Escondido e Cancun, ci riempie di consigli, ci deride per il nostro mood di viaggio e ci confessa che in questa città non sono tanto socievoli, per questo da quando il suo coinquilino è andato via Netflix è diventato parte della sua quotidianità. La confessione in realtà riguarda un weekend intensivo di Netflix e cinema, di cinema e Netflix “così almeno faccio anche due passi fino al cine”. Cucciolo, domani ti portiamo fuori noi, altroché.

10 di mattina, sole alto in cielo, pronte ad una giornata random alla scoperta dei modi più economici per raggiungere domani l’albero del Tule, dov’è passato papà con il nonno bis quando sono venuti in Messico insieme “se ci passi ha visto 3 generazioni di Bosio in un secolo”. E certo che ci passo pà, ma poi andiamo fino a Mitla e Hierve el agua, quindi… Importuniamo la gente per sapere dove prendere, come e quando i bus. E la gente si sente così poco importunata che ci accompagna, ci regala mappe, ci spiega. Ma non erano quelli poco socievoli?
Dopo una colazione a base di massa madre, che Juaqui ci ha consigliato con estrema fierezza e che effettivamente è la più buona da un mese a questa parte, abbiamo un piano.

Visitiamo il centro, ci perdiamo nelle stradine e poi andiamo a conoscere un Pueblo Magico. No l’avessimo mai fatto!
Il Pueblito di Morelos è composto da un ampio mercato, una piazza, un OXXO, una chiesa e qualche via. Per salvare le apparenze festeggiano in chiesa anche gli anniversari di matrimonio. Magico, ma l’autostop per tornata a Oaxaca sarà ancora meglio.
Io ci provo, alzo il dito, mentre cammino in direzione della città, facendo non 1, ma 2 errori contemporaneamente:
1. Dovrei camminare in senso opposto, così da farmi vedere dalle macchine che arrivano
2. Sto facendo autostop, in un paesino sperduto del Messico, quel posto in cui nei film le bionde di solito vengono rapite in cambio di un telaio. Ma che me frega? Sono venuta qui apposta per vedere, per toccare con mano, per sfatare i miti degli altri e quelli che ho nella mia testa, per azzerare i cliché e crearmene di personali. Su i pollici!
Passano circa 5 macchine e poi un camioncino si ferma, ed ecco che Pechino Express prende il sopravvento: ci buttiamo nel cassone e via! Il sole tramonta dietro le colline che mi ricordano tanto Casale, il vento mi apre la camicetta di lino fuxia che svolazza imperterrita dopo avermi lasciata mezza nuda, come se nulla fosse. Ma chissenefrega.
Chissenefrega è quello che c’è da pensare quando viaggi, quando dubiti, ma che cazzo me ne frega? Se qualcuno storce il naso non lo vedrò mai più nella vita, il massimo che può accadere è di trovare qualcuno che invece si unisca, di trovare un amico nuovo, una persona degna di condividere il tempo con me. E allora lasciate che le camice si sbottonino, buttatevi nelle spiagge nudiste, correte, sudate, urlate quanto vi pare. Che cazzo ve ne frega? Siete liberi.

Ore 8.00 siamo in bolla! Sono emozionatissima, l’idea che papà abbia fatto questa strada, anni fa, insieme al nonno bis, che abbiano visto queste terre lontane, respirato quest’aria, aperto la bocca stupito ammirando la grandezza di un albero. Sarà davvero così impressionante?
Il taxi colectivo vince sull’autobus ed in una manciata di minuti siamo in un paesino che in realtà è una piazza. L’albero si vede già dalla strada, imponente, ospite di un giardino forse troppo piccolo per lui, che straborda fuori dal cancello, come la ciccia fuori dalla cintura a Natale. O dopo 1 mese di viaggio in Messico.
10 pesos simbolici e mi sento già protetta, con il naso all’insù, da questo nonno albero. La luce filtra tra i rami, tra le foglie, si riflette sulle persone, sulla chiesa a lato, sul mio viso. Giro su me stessa, chiedo ad Ale qualche foto, è veramente enorme. Ne deve aver viste di tutti i colori, è sopravvissuto a generazioni, nei secoli, sarà per questo che provo tanto rispetto per gli alberi, perché mi sembrano dei nonni. Sono lì, fermi, vecchi da sempre, sai dove trovarli, ti proteggono, ti ci puoi nascondere, non riusciresti a fargli del male nemmeno volendo, sono così indifesi.
Sarà per questo che amo tanto gli alberi, che li abbraccio e li accarezzo come se fossero la mia nonnina.

Dal Tule proviamo invano a fare autostop per poi cedere nuovamente ad un taxi colectivo fino a Mitla dove montiamo su un ape o un furgoncino, non saprei nemmeno come definirlo, forse è più simile ad un’ape con due panche ed una sedia.
Saliamo io ed Ale, alla mia destra c’è un Messicano del nord, sulla 50ina, che ha viaggiato molto ed ha la parlantina facile, alla mia sinistra un ragazzo con mamma e papà messicani, ma che è nato e cresciuto a Los Angeles, di fronte c’è il suo papà, che è proprio originario di Mitla e non aveva mai portato le altre due figlie, sedute alla destra di Ale, a conoscere le sue terre. Il chiacchierone lo riempie di domande alle quali il papà risponde senza indugi raccontandoci di un paesino vecchio, che ormai è estremamente moderno rispetto ai suoi ricordi.
Non posso fare a meno di pensare all’Esselunga di Casale. Lo so che non c’entra una bega però i suoi occhi mi danno quella sensazione, quella malinconia mista ad orgoglio. “Guarda che bel lavoretto che hanno fatto nel mio paesino” ti viene da pensare, finché non ti soffermi e ti rendi conto che non ne sapevo niente, che non è solo cambiata una via, ma anche la gente, le abitudini, il turismo è pure diventato un settore trainante della zona e tu? Dov’eri? Cosa stavi facendo mentre i vecchi del tuo paese controllavano il cantiere? Aspettavo che aprisse il Mercadona a Siviglia, in coda con le vecchie, per fare la prima spesa della storia nel Mercadona di Triana? Oppure stavo dormendo? Quanto tempo è passato? Sembra ieri, eppure era 3 anni fa.
Tra un racconto e l’altro siamo arrivate.
Paghiamo l’entrata ed iniziamo la camminata. Pensavo che sarebbe stata molto più impegnativa e invece sono già lì! Una dopo l’altra si apre sotto al nostro naso una cascata di piscine a strapiombo sulla valle. Non c’è hotel cinese che tenga, né piscina privata, qui è tutta natura e siamo a più di 2’000 metri di altitudine. Lo so per certo perché insieme alla funzione bussola dell’iPhone ho appena scoperto anche il misuratore di altitudine. Siamo in bolla. Ci addentriamo per vedere l’altra parte della valle e non si può descrivere. Fa caldo, ma tira vento, le persone non gridano, si siedono tranquille a guardare il panorama, a respirare a chiudere gli occhi. Alla fine dello strapiombo s’intravedono alcune stradine che devono essere nello stesso stile di quelle che abbiamo percorso per arrivare, una merda ai limiti tra la vita, la morte ed una saponetta.
Senza nessuna fretta ci bagniamo, respiriamo, sudiamo, in ordine opposto. Faccio anche la pipì, lavandomi le mani con l’acqua di una tanica, come si lava ogni giorno la famiglia di Augustoni a cui abbiamo costruito la casetta. Che strano come gli avvenimenti della vita s’intreccino, si ripetano, si spostino.

Autostop versione sicura: accalappio una coppia di canadesi nel parcheggio e mi butto in macchina. Scherzo, prima ho chiesto, però in maniera estremamente sfacciata e dandogli poco scampo. Sono carinissimi, ci accompagnano fino a casa, ci fanno ascoltare musica canadese. Lei bionda, con un cappello di panno a falda larga che fa sudare anche me, lui tipico ritratto del canadese: berretto, t-shirt, burlone. Mi chiedo come sarebbe viaggiare in coppia. Forse divago troppo, penso troppo. Stanno viaggiando un po’ per il Messico, comodi, in macchina, prima di tornare verso nord a passare il Natale con i genitori di lei che hanno una casetta a Guadalajara.
Dopo quante ore avrei voglia di uccidere il mio fidanzato se stessimo viaggiando insieme? Sarebbe la persona perfetta con cui stare zitta, conoscere sconosciuti, fare idiozie, dormire e andare a ballare? C’è? Batti un colpo oppure niente, continuo da sola.

La serata si conclude con l’ultima cenetta con Juaqui, che ci porta a provare la cosa più tipica di Oaxaca: tlajudas, in un posto veramente tipico, dal Negro. Cortile estremamente messicano, con cucina a vista, anzi, cucina sotto al naso direttamente, dove però il chitarrista si mette a suonare 19 dias (y 500 noches) riportandomi dritta dritta a Siviglia, ad un febbraio in canottiera, con Monse, Pedro e Cindya (la sua chitarra). Anche qui l’intreccio è ben riuscito, destino.

Andiamo a salutare il centro di Oaxaca e mentre un po’ di finti mariachi cantano e ballano, Juanqui ci racconta degli scioperi dei maestri che rendono nota questa città a tutto il resto del Messico. Un giorno sì e l’altro pure.
È proprio vero che tutto il mondo è paese.

 

 

 

2
1577
Add