(May)day 3
E mentre io stendo lo smalto, bene, un’unghia dopo l’altra, la prima mano, la seconda, correggo con cotton fioc e acetone, per ogni dito, per ogni millilitro, una persona chiude gli occhi, un pesce galleggia, una mosca viene spiaccicata, un leone emette il suo ultimo ruggito, un aborto avviene spontaneamente, un ovulo cieco, una macchina si schianta, un bambino urla. Ed io non riesco a non pensarci.
Il giorno “3” è già più facile, la notizia non è più quella d’apertura, il silenzio c’è solo quando tutti dormono, è più semplice non pensarci, non leggere stati su facebook, i mi piace si sono calmati, la guerra è finita, accantonate le armi, si va avanti, ma solo lontano. Ed io non riesco a non pensarci.
Ho acceso per caso la televisione ed ho visto file di corpi sulla spiaggia, ognuno coperto da un telo scuro, perché la morte non si deve vedere in faccia, perché nascondere è rispettoso, meno macabro, più facile. Ho visto soccorritori piangere, superstiti piangere, ho lotto un dolore univoco. Vite.
La guerra è così? Non lascia il tempo nemmeno per asciugarsi le lacrime? Ci vorrebbe la guerra ed anche un po’ di miseria ad insegnarci a non sprecare i giorni?
Qualsiasi fosse il colore della guancia dalla quale si è staccata una lacrima, è caduta sulla nostra terra, ha innaffiato il nostro terreno, è entrata nel ciclo dell’acqua a partire da casa nostra, poco importa se fosse quella del Soccorritore 23485 o del Superstite 58737.
Qualsiasi sia il colore di un corpo di un uomo sdraiato sul fondale del nostro mare, sono certa che se ve lo trovaste davanti in un immersione subacqua il rumore sordo del vostro grido sarebbe indifferentemente sordo.
Qualsiasi sia il motivo per il quale una persona si trova di te in tram e hai l’opportunità di sentire la sua risata, sincera, vera, di quelle che contagiano, avresti davvero bisogno di guardarla in faccia? Di sapere perché si trova lì? Se 10 anni fa sia scappata, su una barca, da una guerra o fosse a casa a poltrire e farsi servire a tavola per non rovinarsi le unghie?
Qualsiasi sia il momento in cui un bambino inizia a camminare o a parlare, l’orgoglio nei cuori dei genitori non dipende dal luogo di nascita.
Ma qualsiasi sia la ragione che spinge un essere umano a non aiutarne un altro o a provare indifferenza verso il dolore, nemmeno questo dipende dalla nazionalità.
Non so quali siano le condizioni per le quali sia doveroso o meno indire un “lutto nazionale”, ma non m’interessa.
Per me il lutto è un senso di lacerazione che parte da dentro, un senso d’impotenza, di piccolezza, che mi lascia attonita e vuota. Un senso che nessuno può impormi, ma che non riesco a togliermi di dosso.
La discussione non esiste, non è il termine “nazionale” che può infastidire, che da più valore ad un vuoto piuttosto che ad un altro.
Se penso alle persone che mi sono morte accanto al cuore, ma ancora vivono dentro di me, sento un lutto mondiale, viscerale, infinito, che non ha bisogno di parole, manifestazioni, politica, retorica, leggi o limiti.
Mentre ascolto Einaudi non riesco a non pensare, a non vergognarmi di di poter amare, odiare, sognare, mangiare, parlare, ascoltare, sentire, ridere, piangere, perdere tempo, studiare, lavorare, pensare al futuro, non riesco a non vergognarmi di essere viva. Non riesco a non sognare un sorriso smagliante di un bambino nero, a non credere che le parole di una nonna cinese valgano quanto quelle della mia. Non riesco a non sentirmi in imbarazzo per lo spazio che ho in casa e che potrei regalare. Non posso aprire l’acqua senza pensare che la sto già sprecando.
Non è vero che gli italiani sono stronzi, non è vero che l’Italia è un Paese di merda, di spaghetti alla Mafia. è però vero che chiunque dovrebbe pensare di più, parlare di meno e donarsi, ovunque.
Mi fermo e sono sicura che Cristian, Roberto, Paolo, Valeria, Andrea, Tizio, Caio, Sempronio e Pinco Pallino abbiano pianto, abbiano perso qualcuno, abbiano sentito un vuoto, abbiano interiorizzato una morte, abbiano lasciato un pezzo del loro cuore ad un essere, in qualche posto e non ho dubbi sulla loro umanità.
Non ho dubbi sull’umanità di nessuno, indipendentemente dalla casella che hanno sbarrato alle scorse elezioni e da quella che sbarreranno alle prossime e sono certa che la notte, prima di chiudere occhio, un pensiero voli dal basso verso l’alto, a tutti.
La politica è una cosa, la vita un’altra. L’indifferenza è una cosa, il silenzio un’altra.
E la morte…beh la morte è vita che richiede silenzio. Solo e soltanto attenzioni silenziose.
