Tips di viaggio – diario di bordo 27

Eravamo a Quito, in un centro commerciale vicino alla stazione degli autobus, l’intenzione era quella di fare una piccola spesa per poi cenare, ma non sapevamo che i ristoranti in Ecuador chiudessero alle 20.30. Vi sembra normale? In America Latina? Già solo perché parlano spagnolo dovrebbero cenare a mezzanotte… E invece lì si pagava in dollari e dopo le 20.30 cenare era un’impresa. Avevamo le buste della spesa e non ci rimaneva nessun’alternativa se non prendere un taxi e farci portare alle bancarelle più vicine. Mangiammo un dignitoso spiedino di carne, Ale fece anche il bis, forse era anche più che dignitoso. Mi portai gli avanzi di salsiccia in un sacchettino nero per lasciarli a qualche bisognoso, ma non trovai nessuno per strada, quindi li misi in un angolo della stazione prima di correre a prendere il bus.

La mattina dopo eravamo a Cuenca, una cittadina colorata, con un’aurea splendida, in cui ci siamo imbattute solo in persone splendide, dalla signora che vendeva i cannoncini alla crema a 0,08 centesimi, a quell’altra signora che c’invitò ad entrare negli uffici del ministero della cultura, guidandoci con amore, ai ragazzi che stanno viaggiando con macchine d’epoca per il mondo, a Filippo.

In quel contesto al sapore di crema, ho inaugurato il quadernino che dopo mesi ero riuscita a comprare proprio il giorno prima, al supermercato, mentre chiudevano i ristoranti.

Ci siamo sedute su una panchina, il sole tramontava dietro le montagne su cui avevamo camminato al mattino presto, alla ricerca dell’acqua termale, biro alla mano e via di elenchi.

Mentre si viaggia s’incappa sempre in errori, dimenticanze, in “cazzo, se potessi tornare indietro…” “se avessimo comprato…” “se avessimo cercato…” “se solo ci avessi pensato prima…”.

Così ci siamo messe d’impegno, ci siamo concentrate su tutte le varie imprecazioni fatte nei mesi precedenti e abbiamo iniziato ad elencarle, trasformandole in piccoli consigli, tips, suggerimenti.

Se foste polli come me smettereste di leggere ora, oppure continuereste senza prendere appunti, per poi ricordavi, nel bel mezzo di una bufera di neve, che se solo aveste preso un calzino in più non vi starebbe salendo la febbre.

Ogni viaggio è fatto a modo suo, ognuno porta con se la sua dose di fortuna, di sfiga e nessuno dice che si debba arrivare preparati, ma sicuramente se ne esce più consapevoli. Incapperete nei vostri errori personali, nelle vostre dimenticanze, per quanto possano essere accurati i miei elenchi, ma magari porterete con voi due cose in meno e qualche consapevolezza in più, giusto per uscire sereni e con il passaporto in borsa.
Nulla di scontato uscirà dalle mie mani, non ho bisogno di dirvi quante mutande ho portato, magari voi vi lavate meno di me, ma sì di dirvi che può essere utile un calzino apposta per dormire in bus e camminare senza scarpe.

Gli elenchi della spesa sono cosi suddivisi:

  • Consigli generici: cosa portare con te
  • Consigli di vita: saccente ed arrogante, dall’alto della mia non esperienza
  • Consigli specifici: on the road Cuba, Messico, Colombia, Perù, Bolivia

Consigli generici: cosa portare con te

 

  1. Vestiti versatili (es: vestitino leggero+collant pesante)
  2. Maglie termiche
  3. Pantaloni termici/leggins
  4. Tuta
  5. Cappellino
  6. Berretto
  7. Impermeabile
  8. Piumino 100gr richiudibile
  9. Sciarpa multiuso  (grande, che possa diventare un turbante, una coperta, una tovaglia…)
  10. Costume intero (per attività, tuffi, sport estremi…)
  11. Occhialini
  12. Crema solare
  13. Spray antizanzare
  14. Occhiali da sole (eventualmente graduati)
  15. Ciabatte/calze per bus
  16. Coperta (nel mondo hanno un problema con l’aria condizionata)
  17. Cuscino gonfiabile
  18. Mascherina occhi per dormire (lo spariglietto che entra dalla tenda del bus è la morte)
  19. Zaini/borse richiudibili (Decathlon, Longchamp, borse di stoffa…)
  20. Lucchetti con codice (non con chiavi)
  21. Carte di debito/credito di circuiti diversi (Visa, Maestro, Mastercard, AmericanExpress…)
  22. Moschettoni, ganci
  23. Borraccia
  24. Adattatori per prese di corrente, tanti piccoli, piuttosto che uno grande (per telefono, GoPro, pc, Reflex…)
  25. Multipla/ciabatta
  26. Kindle
  27. Portacellulare impermeabile (servirà, servirà, chiedetelo ad Alessia che ha i polpi nel telefono)
  28. Boccettine saponi ricaricabili (100ml max)
  29. Borse di stoffa (per la spesa, il bucato, qualsiasi evenienza)
  30. Carta igienica (vi servirà in bus, nei bagni pubblici a pagamento, nel bosco, per soffiare il naso, per pulire, al posto dei tovaglioli…)
  31. Salviettine umidificate (lavatevi ragazzi, almeno le mani)
  32. Amuchina
  33. Spazzolino
  34. Saponetta
  35. Asciugamani in microfibra
  36. Teli mare in cotone leggero o microfibra (non potete fare lo scrub con la sabbia della spiaggia, ogni volta che fate la doccia, portate almeno due teli)
  37. Batteria portatile
  38. Sdoppiatore cuffie (se non viaggi solo e non sei sociopatico)
  39. Nastro adesivo
  40. Mini sacco a pelo (anche se non hai intenzione di accampare, si può usare solo per non dormire su letti che sembrano sporchi)
  41. Cicche

 

Tutto quello che dimenticate a casa potete comprarlo, ma se l’avete già sarebbe un peccato, lo spazio non sarebbe calcolato e non sapete quanto vi potrà costare.
Di tutte le cose elencate io sono sopravvissuta fino alla fine senza alcune come:
– il berretto, ma penso di avere qualche ruga in più
– il sacco a pelo, ho stretto i denti, a volte, pensando a chi aveva dormito prima di me su alcuni letti
– secondo telo, gravissimo errore, a volte ci è toccato asciugarci tutte con l’asciugamano dei piedi oppure prenderlo in prestito nelle case dei cuochi
– Kindle, con una grande tristezza nel cuore ogni volta che vedevo un libro e avrei voluto comprarlo
Tutte le altre, se non le avevamo da prima, le abbiamo comprate perché veramente indispensabili.

Consigli di vita: saccente ed arrogante, dall’alto della mia non esperienza

 

  1. Avere un budget per gli imprevisti, come vedrete dal prossimo post il nostro budget è stato mensilmente sforato di 400 euro, che corrispondono al 66% in più del budget iniziale, 2/3, non poco
  2. Scaricare un’app per controllare in budget, in vacanza non bisognerebbe tenere i conti, ma siamo dei giovani scappati di casa, dobbiamo e possiamo osare, ma rendendocene conto è meglio. Ale ha usato l’app Mobills (su iOs e Android) per segnare ogni spesa, categorizzarla e poi portarla in excel, l’ho scaricata anche io e ve la consiglio, ma una qualsiasi va bene.
  3. Uber, se ancora non l’avete, attivate un account prima di partire, l’SMS con i codici di attivazione non sempre arriva se non sei nel tuo paese e a volte potrebbe essere l’unica ancora di salvataggio alle 3 di mattina a Montevideo nel parcheggio di un Casinò chiuso (noi non l’avevamo)
  4. SIM personale, la vostra, quella italiana, quella a cui avete abbinato l’internet banking, le carte e chi più ne ha più ne metta (la mia era nella valigia, a casa della nonna di Giuliano, a Buenos Aires ed è stato un madornale errore)
  5. Password, la fretta può fregarvi, come quando siete in aeroporto, in 10 minuti chiudono le porte e sbagliate il codice di sicurezza della carta di credito sul sito da cui state comprando l’uscita dal Perù, le porte si chiudono e voi restate a piedi a Bogotà. Meglio scrivere, in codice, le password che utilizzate meno e potrebbero tornare utili. Non datele a qualcuno come le amiche di Alessia, fidatevi di voi stessi, inventatevi un codice segreto per salvarle, aguzzate l’ingenio.
  6. Internet banking, se ancora non vi siete staccati dal conto storico di mamma e papà forse è ora, non potrete chiamare Babozzi perché vi risolva i problemi quando non accetteranno la vostra carta e un passante vi proporrà qualche magheggio, svegliatevi.
  7. Dollari d’emergenza, niente, qui profuma il dollaro, lo accettano ovunque se siete nella merda, portatevi qualche pezzo, consapevoli che per cambiarli le banche accettano solo 50 e 100, ma i negozianti anche 10 e 20.
  8. Attenzione ai cambi climatici, mentre a Lima è piena estate a Machu Pichu è inverno, com’è possibile che sulle Ande ci siano stagioni diverse? Non lo so, la natura è pazzesca e il Sud America, per esempio, è abitato a delle altitudini in cui non andiamo nemmeno a sciare. La Paz è a 4000 metri, a Medellin è sempre primavera, a Santa Marta è sempre estate, #sapevatelo e armatevi di conseguenza.
  9. Ascoltare gli stimoli del proprio corpo, fame, sete, non fatevi influenzare dall’orologio, ci sono tanti fusi orari che potrebbero scombussolarvi, non lasciate comandare il tempo, sentitevi.
  10. Leggere termini e condizioni di ciò che si compra, questo vale per i voli, per i visti e per le frontiere in particolare, non lasciatevi cogliere impreparati.
  11. Cibo d’emergenza, da buone italiane non mancavano mai delle barrette e della frutta secca nei nostri zaini, non si sa mai che morissimo di fame.
  12. Chiedere sempre, senza timore, meglio una volta in più che una in meno.
  13. Comprerete, lasciate spazio nello zaino, meglio un pantalone in meno in partenza che lasciare il cuore su una bancarella.
  14. Assaggiare, tutto, anche il pesce fresco a colazione.
  15. Non fermarsi alle apparenze, guardare oltre, non siamo abituati a nulla di tutto ciò.
  16. Guardare prima di scegliere, questo vale per un ostello o per il menu di un ristorante, non abbiate paura di sembrare meticolosi, ve ne pentireste al momento di pagare o dopo una notte insonne.
  17. Non temere a dire di no
  18. Provare a dire più sì 
  19. Contrattare SEMPRE
  20. Non avere rimpianti, MAI: entra, chiedi, presentati, saluta, sorridi, insulta se è il caso.
  21. Risparmiare sui mezzi, se il tempo non è un problema vai dal punto A al punto B nella forma più economica possibile, c’è sempre una maniera più cheap di quella che stai pensando, chiedi ai locali, insisti.
  22. Comprare alla seconda, non d’impulso, ma nemmeno troppo tardi.
  23. Usare i fast food per bagni e wi-fi
  24. Crearsi un proprio concetto di “pericolo”, siamo tutti diversi, ognuno con le sue fobie, le sue paure, le sue stranezze. Portatele tutte dietro, ma non lasciate che sia qualcun altro a limitarvi. Prendete atto di tutti consigli, ma non lasciatevi sopraffare da paure inutili. Non è come vi raccontano, non è come vedete nei film, non è come 30 anni fa.
  25. Pagare con carta al posto degli altri, se si ha bisogno di contanti. Quando manca un giorno alla partenza, ma non avete nemmeno più i soldi per fare colazione, ha senso prelevare 20 con 5 di commissioni? Non sarebbe più facile sfoggiare un sorriso e pagare con carta il conto del tavolo affianco al vostro? Le persone possono essere molto disponibili, basta chiedere.
  26. Approfittare dei supermercati, soprattutto per l’acqua che è carissima ovunque fuori dall’Italia.
  27. Equilibrare l’alimentazione, una delle cose più difficili da quando l’uomo va in vacanza è regolarsi, ma pensate sempre che anche domani ci sarà qualcosa di nuovo da provare, assaggiate tutto, ma in piccole dosi. State attenti all’eccesso di fritto, di piccante, non siamo abituati e non fa nemmeno così bene, meglio una piccola porzione piuttosto che un giorno sul cesso.
  28. Day-off, non abbiate paura di perdere tempo riposando. Il corpo non è una macchina e per quanto reagisca in base agli impulsi che gli diamo con il cervello, a volte chiede pietà: dategliela. Infilatevi in un cinema, sdraiatevi sul divano, ordinate d’asporto, il giorno dopo vi ringrazierete.
  29. No al panico. C’è sempre sempre sempre una soluzione a tutto, non ha senso entrare nel panico. Se è il caso insultate qualche operatore, non c’è problema, ma poi rientrate in voi. Siate costruttivi, il karma vi aiuterà.
  30. Esiste sempre qualcosa di più cheap. SEMPRE. Che si tratti di cibo, trasporti, escursioni, attività. Sta a voi.
  31. NON prelevare in aeroporto, quando meno non alla partenza. Se ci fosse qualche problema con la carta non avreste tempo di risolverlo prima della partenza del volo.
  32. NO ad attività troppo pericolose inutilmente, dico sempre sì a tutto, ma ha davvero senso andare in quad il giorno prima della scalata a Machu Pichu? Davvero avete voglia di rischiare per qualcosa che potete fare anche a casa?
  33. Leggere prima di firmare, che mamma e papà ce l’abbiano detto sempre non significa che l’abbiamo imparato. Ci sono poche attività assicurate, per esempio, state attenti al noleggio di un’attrezzatura che vi potrebbe poi costare più di un acquisto.
  34. Massimo 2 zaini, che tutto vi stia sempre in 2 borse, uno zaino grande ed uno piccolo. Nel piccolo potrete mettere tutti i documenti, le cose fragili ed elettroniche, per metterlo nella cappelliera magari, lasciando il grande nel baule.

Consigli specifici: on the road

Cuba

  1. Portare euro, visto gli ottimi rapporti con gli Stati Uniti il dollaro è estremamente svalutato, in cambio l’euro è ben visto e si può cambiare facilmente
  2. Prenotare anticipatamente Airbnb, dall’interno dell’isola non è possibile
  3. Viaggiare in gruppo
  4. Noleggiare un auto, i trasporti a Cuba sono difficili e costosi
  5. Internet non è libero, potete acquistare presso i punti ECTSA delle tessere utilizzabili nei punti Wifi, il costo è di 1 euro all’ora se le comprate nei negozi officiali e non per strada. Non sarà difficile rivenderle se ne comprate una in più.
  6. Visto, non è necessario andare all’ambasciata, ma controllate quanto costa il visto con la vostra compagnia aerea, in ambasciata il prezzo è di 26 euro, noi l’abbiamo pagato 150.
  7. Taxi abusivi, a Cuba i taxi sono cari, ma è pieno di macchine che abusivamente ti accompagnano come un taxi, anzi, possono diventare anche fedeli compagni e guide. Chiedete ai locali in che via trovarli più facilmente.
  8. Non offrire niente, per ovvie ragioni dare un dito a Cuba significa lasciare il culo, purtroppo soprattutto a La Habana c’è grande povertà e c’è anche chi se ne approfitta, occhi aperti.

Messico

  1. ADO è una compagnia di bus che funziona meglio di Trenitalia. Prima compri, meno paghi. E paghi veramente poco.
  2. “Pica?” Chiedere sempre se quello che ti servono è piccante. Se stai per morire chiedi del latte.

Colombia

  1. Aerei, in Colombia sono arrivate le compagnie low cost, può essere più economico volare che viaggiare su ruote.
  2. Viva Colombia, è la compagnia più economica attualmente in Colombia, i voli sono frequenti come i treni Milano-Genova, ma il 70% della compagnia è stato comprato da Ryanair. Con tutti i pregi e tutti i suoi difetti.
  3. Zaino piccolo, in Colombia fa caldo, ma anche fresco, volare low cost non include il bagaglio, ma nemmeno serve. Noi abbiamo lasciato lo zaino grande a Bogotà e abbiamo viaggiato 25 giorni con quello piccolo. Un sollievo per le mie spalle.

Ecuador

  1. Prelevare più dollari, potrebbero servirvi durante le prossime tappe

Perù

  1. Lima, è una città che sta migliorando, ma non è così turistica da perderci più di un giorno, se non per mangiare il secondo. La cucina migliore di tutto il Sud America è lì.
  2. Aeroporto di Lima, per arrivare in aeroporto o andare in città non è un calvario, basta prendere un taxi fino a plaza e poi un bus tra i mille che passano per l’aeroporto o viceversa.
  3. Ica e Paracas meritano anche loro solo 1 giorno
  4. Prenotare bus in anticipo, potrete organizzare bene il tempo e spendere nettamente meno.
  5. Bus Flores, è una compagnia molto economica, se vi siete dimenticati di comprare anticipatamente il biglietto VIP di Cruz del Sur/Norte potete ripiegare su Flores. Puoi viaggiare con le galline, senza aria condizionata. Da Ica partono per Lima ad ogni ora.

Bolivia

  1. Metterci la faccia. Scoprire come muoversi prima di arrivare in Bolivia può essere più difficile, vai, scoprilo.

 

P.s. Questo post potrebbe essere aggiornato in futuro, con illuminazioni mattutine, colpi in testa o in funzione delle domande che mi farete.

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Cartagena e Islas del Rosario – diario di bordo 18

Dopo una giornata intera passata a camminare tra i vicoli di Cartagena, appiccicaticcia, quando il sole ormai era sceso, siamo state attirare da una voce angelica nella cattedrale di San Pedro. Una ragazza stava aprendo la celebrazione del matrimonio di Maicol ed Eliana. Sono le 19.00 e nella chiesa non c’è nessuna luce naturale, entrano le luci calde della strada, i flash illuminano la camminata della sposa all’altare, i ventilatori le spostano il velo ed i capelli, dolcemente, rinfrescando l’aria.
Ale ha visto i miei occhi a cuoricino ed è già rassegnata di sorbirsi tutta la messa (scusami). All’altezza del portone centrale, in mezzo alla corrente, cercando di non dare nell’occhio, ci sediamo per assistere alla cerimonia, allo spettacolo. Le carrozze passano sulla strada accanto, si sentono dall’interno della chiesa e non serve dire che mi riportano immediatamente a Siviglia, come non pensarci, in questo contesto così spagnolo e colorato?
Mentre la cantante con l’abito troppo corto sulla base di halleluia canta per fare un sottofondo all’eucarestia, non riesco a non sognare questo giorno anche per me, nonostante sembri ancora lontano. Chissà cosa sta pensando Eliana, chissà se a 22 anni già sapeva che sarebbe stato Maicol. Tendendo in considerazione i pargoli che gli si attaccano alla gonna penso che sia arrivato tutto dopo. Bea mi potrebbe disegnare l’abito, chi sarebbero i testimoni? Sicuramente con papà entrerò saltellando, con una camminata tutta nostra. Ripenso alle persone che sono passate nella mia vita, tornerò sui miei passi? Mi sconvolgerà un amore nuovo? Resterò zitella?
A pensarci bene nessuna delle ragazze ha una relazione che potrebbe convertirsi in matrimonio, nessuno che “sicuramente loro si sposano”, chi cadrà per primo? È strano pensarci ora, adesso che i temi delle nostre conversazioni ed i nostri pensieri si muovono bonariamente tra carriera ed università, tesi e business. Ma che ce ne facciamo se non lo condividiamo? Lo condivideremo. Sicuramente tra noi, ma anche con qualcun’altro.

A Cartagena si sposano la sera, di giorno fa troppo caldo per stringersi in abiti lunghi e banchettare, questo non mi piace. Le luci finte non mi piacciono, ma la location è spettacolare, la brezza marina, le casette colorate, i terrazzi in fiore, è tutto così romantico. Poco importa se in due giorni l’abbiamo già girata tutta, non mi stanca nemmeno lontanamente e non finisce di stupirmi ad ogni angolino.

Mi piacerebbe essere stata negli scout, abituata alla vita nei boschi, a montare tende e dormire nei sacchi a pelo, avere il manuale delle giovani marmotte nella libreria, conservare ancora oggi lo spirito avventuriero di una bambina a cui non hanno mai fatto schifo determinate condizioni precarie d’igiene.
Invece non è così.
Quando mostrerò le foto dell’isola di Baru, che in realtà non è un’isola, ma è talmente isolata da sembrarlo, con l’acqua cristallina e la sabbia finissima, l’unica banale parola che potrà uscire è “Paradiso”. È vero che io il paradiso l’ho sempre immaginato come il parco Tayrona, lo ammetto, però nel mio personale paradiso, dopo una giornata con la sabbia fine e l’acqua salata, vorrei una doccia. Non che lavarmi e rimettere i piedi nella sabbia mi dia fastidio, è una cosa particolare, che ci sta, che mi piace, ma per più di due giorni di fila mi dà un po’ fastidio. Soprattutto perché dormendo nelle capannine sulla spiaggia è inevitabile che quella sabbia entri anche nel letto e questo è veramente veramente irritante. Non so se sia io troppo snob e schizzinosa o se sia semplicemente questione di abitudine.
In casa mia è categoricamente vietato dalla madre superiore andare in giro scalzi. In una casa di 350 mq come quella di Casale se tu sei scalzo in sala, mamma lo percepisce dalla camera da letto, le antenne si drizzano ed inizia ad urlare come una pazza. Quando ero piccola anche il calzino semplice era bandito, perché se il piede aveva sudato durante la giornata, con il calzino avrei lasciato le impronte. Un pomeriggio, mentre mamma era in bagno – abitavamo ancora a Varese, dove il pavimento era di marmo bianco ovunque – tentai di sfuggire ai calzini detector per sentire un po’ di freschino sotto ai piedi. Dal bagno di alzò un urlo di minaccia, una maledizione pendeva sulla mia testa “mettiti le ciabatte che altrimenti scivoli”. Io? Scivolare? Con i piedi sudati si lasciano le impronte, mica si scivola! Eppure tanto sudati non erano i miei piedini, perché scivolai con una precisione tale da prendere con la testa lo spigolo del mobile di legno del salone. Mentre sanguinavo su una polo verde Benetton – madre mia, oltre al danno anche la beffa – corsi in bagno a mostrare la ferita di guerra e un giro si alzò firme “te l’avevo detto di non andare in giro scalza, così impari”.
I vari punti senza anestesia a qualche centimetro dall’occhio erano serviti, avevo imparato talmente bene la lezione che oggi, a distanza di 16 anni, ancora mi sembra qualcosa di speciale andare in giro scalza. Sarà per questo che ci faccio tanto caso. O perché sono cresciuta con la cabina, la ghiaia, la doccia calda in spiaggia e nessun granello di sabbia nelle chiappe. Ma come fate a sedervi nella sabbia? Io v’invidio dal profondo, sembra un bel contatto con la natura, ma non mi convince ancora.
Mentre penso alla mi schizzinosità il sole sta scendendo verso la Isla Grande, la brezza non ha smesso un attimo di tirare e la penisola è finalmente svuotata. Solo chi si fermerà a dormire è rimasto, qualche ambulante che cerca di parlarmi in italiano, dopo avermi scambiata per l’ennesima volta per Argentina.
È tanto bello e noioso il relax. Ora capisco perché la Lella si rompeva le balle delle Maldive e nessuno le credeva. Sticazzi. Datemi un Kindle tra l’altro, perché non ne posso più della mancanza di spazio nello zaino, ho bisogno di leggere.

Abbiamo il lusso di poterci rompere i coglioni, di poterci lamentare anche della sabbia. Che fortunate.

 

 

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Santa Marta – diario di bordo 17

Che bellino questo aeroporto! Sono le 8 di sera e la temperatura si aggira attorno ai 25º ventilati e umidi. Aspettiamo Jaime, il couch che senza esitazione ha risposto ad Ale solo qualche secondo dopo aver ricevuto il suo messaggio.
Ci accoglie un colombiano, finalmente morenito, con un fuoristrada suzuki che fa dei rumori strani, ma è così bohémien che è proprio quello che ci vuole.
Lui non vive a Santa Marta, ma a Rodadero, una zona di mare ad una 15ina di minuti dal super centro di Santa Marta.
Ale è contentissima perché non deve sforzarsi a trovare argomenti di cui parlare, fa tutto lui. È appena tornato da un viaggio con i suoi amici d’infanzia, una di quelle cose che mi fa sognare il mio rientro in Italia ed una settimana in qualsiasi posto con le ragazze e Filippo. Beh sono andati a passare l’epifania in un paese sulla serra nevada dove vivono alcuni suoi parenti, una zona per niente turistica ed estremamente indigena dove a qualche km di macchina si può raggiungere un paesino incredibilmente primitivo con leggi, usi e costumi propri, con una propria prigione, dove puniscono fino alla redenzione i ladri e traditori, in cui si sentono responsabili dei danni che l’uomo fa alla natura quindi un giorno sì e l’altro pure chiedono perdono, celebrano l’acqua, la terra, il cielo, gli animali e secondo me anche la marijuana. Ne parla entusiasta, chiedendosi come siano finiti a parlare dell’ultimo posto del mondo, invaso dal cattolicesimo, finché non sono riusciti a cacciare pure i cristiani.
Nel mentre la brezza di mare entra dal finestrino, i suoi denti sono estremamente bianchi e non riesco a non fissarli, ma il cambio mi gratta sotto ai piedi e mi distrae, respiro profondo e dietro al Serro si apre la città, illuminata, sotto quei piedi tremolanti. Mi mancava l’aria di mare.

Andiamo subito a cena nel centro di Santa Marta, qui sono come gli spagnoli: se la festività cade nel weekend la recuperano il lunedì. È l’8 di gennaio e stiamo recuperando il 6, infatti i vicoletti più antichi della Colombia sono pieni di gente, giovani, profumi, artisti di strada, umidità e argentini. Figa sempre argentini da tutte le parti. Per iniziare con il piede storto ci pappiamo una bella pizza, Argentina per l’appunto, ma mi passerà velocemente di mente solo sentendo il rumore del mare nell’atrio della torre in cui dormiremo. Lo sento, è vicino, ma non si vede, finché non mi affaccio alla finestra e capisco che è proprio sotto di noi, davanti, tutto il nero è mare e ancora mare finché non si fonde con il cielo.
Chissà che vista ci sarà domattina.

 

 

Ho iniziato ad appassionarmi alla lettura un’estate di una decina di anni fa, andai in libreria con la nonna e mi lasciai trascinare dai titoli romantici di una collana colorata tra cui TVUKDB e cose simili. Mamma mi aveva comprato un grande classico, per partire in quarta, ma proprio non mi andava giù e a tutt’oggi risiede stantio nella libreria. Io ho iniziato ad apprezzare il rito della lettura con i libri di Valentina F, che altro non è che un Fabio Volo in versione colorata per dodicenni. Era il mio periodo romanzi per ragazze e mi chiudevo nella camera degli ospiti ore ed ore, mentre mamma puliva, prima di andare in spiaggia. Ne leggevo uno al giorno e facevo spendere un sacco di soldi a mamma, ma li volevo tutti li, da guardare, toccare, a volte sottolineare rigorosamente. A matita, proprio come faceva mamma sui suoi.
Era l’inizio, con tutta la leggerezza di una ragazzina di 12 anni che sognava in grande, di un vero e proprio amore per la lettura ed ancor di più per tutto quello che vi sta dentro e attorno. L’odore dell’inchiostro, la rugosità delle pagine, la collezione di segnalibri, la morbidezza della poltrona, l’eleganza della libreria piena, il fascino dei tour delle biblioteche, la serenità delle librerie, i dibattiti a fine capitolo, la corrente che mi spinge a continuare a leggere e la mia testardaggine, la voglia di assaporare, che duri il più a lungo possibile un bel libro. Dal periodo romanzi per ragazzi sono passata direttamente a quello dei gialli, intenso, che non lasciava scampo nemmeno ai controcorrente: i gialli si leggono in una notte, si fa after insieme agli scrittori nordici, ci si sveglia quando il tono ci cade in faccia ormai all’alba e ci si incazza, pesantemente, quando il film non rende nemmeno lontanamente giustizia al libro. Questo con tutti i generi in effetti. Suona così sofisticato “no guarda io ho letto il libro ed il film è una porcheria a confronto”. Che sia bello o brutto, veramente bello è veramente brutto, un lettore non sarà mai soddisfatto di una rappresentazione cinematografica di un libro che ha amato, accarezzato, annusato, assaporato. Perché?
Un libro è un compagno di vita, per ore, per giorni, per viaggi, per intere settimane quando non si ha tempo. Un libro, senza bisogno d’immagini, suoni e luci soffuse, non solo ti entra dentro, come potrebbe fare un film, ma esce completamente da te. Quello che ti rimane di un libro è un mix di ciò che hai letto, di quello che hai provato, dei visi che hai immaginato, dei luoghi che hai creato. Non è nulla d’imposto, è solo leggermente delimitato da alcune descrizioni più o meno accurate, ma non è vincolato a nessuno, se non a te. Sono i suoi ricordi, i tuoi sogni, la tua fantasia a plasmarlo nella tua mente e poi ad imprimerlo come un ricordo realmente vissuto sulla tua pelle.
Il presente, il passato ed il futuro s’intrecciano quando leggi, quello che stai vivendo entra dentro al libro, credo sia per questo che alcuni periodi della vita ci spingono verso determinati generi, determinate letture. Così Ornby letto in un volo per Londra ha un sapore, letto ad Alessandria in un negozio di vinili ne ha un altro.
Con i libri c’inventiamo, lavoriamo, ci sforziamo, mentre con i film è tutto un gioco di associazioni, immedesimazione, analisi, viene dallo schermo verso di te e meno da te verso lo schermo.
Un film è come la scopata di una notte, due o tre, un libro è un paziente e fedele, compagno di vita. Le serie hanno lo stesso obiettivo, la stessa voglia di accompagnarci, ma facendoci sforzare meno.

Uno dei primi libri che ho preso in mano, uno di quella collana colorata, era di Paola Zannoner, probablemente cugina della F. “A piedi nudi a cuore aperto”. Sorvolando sulla splendida trama romantica, d’intestazione e rispetto tra popolazioni diverse, quello che mi è sempre rimasto impresso è il titolo.
E mi ritorna in mente, anche qui, soprattutto qui, a Santa Marta.

Qui, la prima mattina, la luce entrava prorompente dalle fessure delle tende, rimbalzando sulle pareti bianche ed illuminando a giorno la stanza. Ale era già andata a comprare la colazione e l’unico rumore che si sentiva in casa, oltre al tintinnio di piatti e posate, era quello del mare. Non c’era tempo per mettere le ciabatte, dovevo andare assolutamente a vedere la vista. Il marmo della camera era a perfetta temperatura cagarella, quello del salone invece piacevole. Oltre l’amaca colorata appesa in terrazzo solo azzurro. Azzurro mare, azzurro cielo, con qualche difficoltà per capire dove iniziasse uno e dove finisse l’altro, talmente era azzurro.
In quel momento, in quel preciso momento, ho deciso che Santa Marta non sarebbe stato un luogo di passaggio, che avevo bisogno di ricaricare le pile e che mi trovavo esattamente nel posto giusto, al momento giusto.

 

 

Siamo andate al Tayrona. Dopo una settimana passata a ripeterci “ma chi ce lo fa fare di camminare al caldo per andare al parco?”. Dopo le 4 ore di camminata a Minca, ci eravamo ripromesse di lasciar perdere il trekking, ma la curiosità ha preso il sopravvento e l’idea di poterci arrivare in barca ci ha convinte totalmente. Sveglia ore 7.00, Andres si aggrega, partiamo per Taganga. Passiamo a prendere Clao e alle 9.00 siamo già in bolla, peccato che la lancha partisse alle 10.30, che da nuovo anno siano entrate in vigore le nuove tariffe ovviamente aumentate e che abbiamo piazzato una bella taquilla per chi arriva con i pirati. Insomma, come direbbe Andrea: Caporetto, scansati lesta.
La barchetta ha 2 motori e 26 posti a sedere, mettiamo gli zaini a prua, tengo solo il telefono e gli occhiali da sole, sai, con una bella navigata potrebbero servire. Nemmeno il tempo di agganciarli al giubbotto di salvataggio che mi rendo conto della grandissima idiozia che mi affligge. Siamo su una barchetta di merda, stiamo per lasciare la baia, l’oceano, per quanto gli piaccia chiamarlo mare dei Caraibi, è più mosso dei miei capelli dopo una giornata al mare ed iniziamo ad imbarcare acqua.
Uno schizzo, due, finché non riesco più nemmeno a tenere gli occhi aperti. Infilo il telefono nella custodia di stoffa degli occhiali, tentando di proteggerlo. Telefono con il quale avevo fatto ben 4 indispensabili foto di merda. La custodia sotto la giacchetta, sotto l’ascella, con una ciabatta davanti. Passo l’altra ciabatta ad Ale, a cui a quanto pare ho attaccato questa malattia delle fotografie, lei sceglie un’atra tecnica: posiziona il telefono sotto le chiappe del passeggero che ha di fronte, con lo schermo verso la sedia e l’acqua che teoricamente scivola sulla cover. Mentre i compagni di viaggio si spaventano, rischiano il vomito, bevono acqua salata e cercano di proteggersi con tutto quello che hanno – le mani – io non riesco a fare a meno di ridere. Recito il testamento del mio telefono, mi maledico un po’ per aver scelto questa imbarcazione e non essere andata a piedi come tutti i normali esseri viventi turisti della zona. Effettivamente la situazione stava sfiorando il ridicolo, la mia posizione assurda, l’acqua ovunque, Gardaland non sarebbe mai più stato lo stesso, iniziavo veramente a divertirmi.
Ci fermiamo per fare rifornimento e salto in testa ai vari passeggeri, i telefoni andavano portati in salvo, ravano, li avvolgo nell’asciugamano e torno di corsa al mio posto. Come se non bastasse mi rendo conto di 3 cose:
1. Ho dimenticato il giubbotto di salvataggio a prua
2. Non ho preso gli occhialini
3. Ho una canottiera bianco, senza reggiseno, sono totalmente bagnata e senza giubbotto di salvataggio a mo di gilet.
Sarebbe potuta andare peggio. Da quel momento il divertimento è stato puro e senza preoccupazioni. Atlantideeeeeee!

Vediamo la riva! Una spiaggia vergine e deserta, sabbia bianca, acqua trasparente, verde sullo sfondo. Come avete sempre immaginato l’Eden? Io così. Natura selvaggia che incontra la sabbia e poi il mare, esattamente così.
Sulla sabbia nessuna cartaccia, niente di fastidioso, tranne la taquilla che ci chiede la bellezza di 55’000$, che riusciamo comunque a far diventare 35’000$ imbucando Andres e Claoh. Ci spostiamo a Cabo San Juan.
Lo stomaco pieno, dopo un bel pisolino, c’incamminiamo verso un’altra spiaggia e poi nella giungla. Incrociamo alcuni indigeni lungo il percorso, vestono di cotone bianco, chi più, chi meno, scalzi o con ciabattine fatte a mano, sembrano proprio degli indiani. Vivono nel parco, mantengono l’equilibrio tra natura e umanità. Da qualche anno, visto il grande boom turistico, chiedono di chiudere il parco per 1 mese, per riavvicinare la flora e la fauna, per espiare i nostri peccati, in quel mese, che sta per arrivare, scendono dalla Sierra tutte le specie animali, indisturbate, persino i giaguari e si riappropriano dei loro spazi.
Li guardo negli occhi, le bambine soprattutto, mi sembra una cosa così lontana da noi, dalla nostra Europa moderna. Mi soffermo a pensare a quali siano le nostre tribù indigene. I greci, i romani sarebbero il corrispettivo dei arhuacos (o ikas), wiwas, kogis e kankuamos? Non ne restano però, si sono evoluti tutti (o quasi). È qualcosa di unico.
Non riesco a pensare ad altro mentre diventiamo come Moogly per 3 ore di camminata nella selva, sudati, nell’umidità assoluta, ma vivi, vivissimi. Non so se il tutto sembrasse più l’isola di Jurassic Park, il libro della giungla o appunto la mia idea di Eden, abitato però da indigeni con buffi cappellini Bianchi che vivono in sintonia con la natura. Chissà come si lavano… Forse a questo è meglio non pensare.

 

 

Torneremo davvero nei posti in cui siamo stati felici? “Torneremo davvero nei posti in cui siamo stati bene? Perché ho creato un mondo in un paesino sulla costa colombiana e pensare di lasciare per sempre tutto questo equilibrio e queste persone, mi fa impazzire.”
Ho scritto questo tweet sabato, era un pensiero che mi martellava la testa mentre il sole tramontava come di consueto davanti alla piscina, che era più piena del solito. Sabato pomeriggio in piscina con gli amici, qualche pacchetto di patatine, musica e le solite diatribe sul cibo della propria nazione. Mi sono appoggiata alla balconata e, senza occhiali, con la vista un poco appannata, la pelle d’oca per quel filino di vento sulla schiena bagnata, ho pensato che non avrei davvero voluto che finisse. Eravamo qui solo da 6 giorni, che sono poi diventati 10 e sembravano molti di più. Sembrava un mese, sembrava di essere tornati a casa per le vacanze, come Andres, come Caro, si respirava quella serenità che solo Santa Margherita riesce a darmi. Sarà il mare, il caldo e la sveglia solare. Saranno i tavolini fuori dai bar, in piazza, le vie pedonali, il mercato, il costume sempre sotto ai vestiti, ma è tutto troppo famigliare e non posso crederci se mi dicono che domani andiamo via. Andiamo via, perché non possiamo fermarci qui. O meglio, potremmo, ma c’è ancora tanto da vedere e finalmente ieri ci siamo decise a comprare un volo per Lima, per quel Perù che ho tanto sognato tutta la vita e che ora che sono a Santa Marta potrebbe anche aspettare.
Un nuvolone grande ha coperto il sole che a momenti rispunterà per poi tuffarsi in mare, per l’ultima volta, davanti ai miei occhi. Ho già voglia di piangere solo a scriverlo, ad immaginarlo. Sistemerò la sedia di metallo – madre mia quanto rumore fanno le sedie di metallo?! – tornerò in casa, lancerò le ciabatte e dondolerò sull’amaca, finché non fa buio, come ogni sera da 10 giorni a questa parte. Una parte di routine che non mi stancherebbe mai. Essere troppo rilassata si, vedere Jaime lavorare mi fa solo venir voglia d’inventare nuovi business, di programmare e progettare qualcosa di nuovo una volta rientrata in patria, di fare i conti e pensare a quanti investimenti intelligenti potrei fare proprio qui.
Non sto cercando una scusa per tornare, ancora prima di essermene andata, ma è veramente una potenziale miniera d’oro. (Non vi dirò i numeri per non farmi rubare le idee, ma se siete ispirati da investimenti immobiliari scrivetemi)
Ok forse sto anche cercando una scusa per tornare, è che mi sembra folle lasciare tutto questo e non aver ben chiaro quando ci ritornerò. Dipende da me, certo, come vado a Santa ogni estate potrei anche tornare qui una settimanina o due, appena ho tempo, tanto qui è sempre estate. Si può fare davvero? È fattibile? E i soldi? E il tempo? Di quanti altri posti m’innamorerò in questo modo? Quanti altri posti mi faranno sentire come Santa Margherita, come Siviglia, come Santa Marta? Quando una persona si sente “così” cosa deve fare? E per così intendo completa, viva, allegra, entusiasta, ottimista, piena di voglia di fare, con il sorriso in viso già dal mattino, già dalla colazione sul terrazzo, cosa bisogna fare? Valigie e andare a vivere proprio dentro a questa perfezione? Prenderla di petto?
Quando mamma diceva di voler andare a vivere a Santa io ero sempre contraria, d’inverno è triste e sarebbe diventata troppo monotona, è così preziosa perché è una perla, un momento unico che ci concediamo ogni anno, qualcosa di lontano dalla routine. Se mangiassimo focaccia tutti i giorni sarebbe ancora così buona? Sicuramente sarei un bue, ma sarebbe ancora così speciale?
Iniziò a pensare che… Si, sarebbe davvero così orgasmatica ogni cazzo di mattina, che ho sempre temuto la routine perché non avevo ancora trovato la mia, quella che mi faceva sentire completa. E poi a Santa esistono le stagioni, che possono cambiare le carte in tavola, a Siviglia e qui decisamente meno.
Quindi?
Che fare?
Quanti altri tramonti dovrò aspettare per decidere in che posto stare? Davvero devo decidere?
Grazie, per ora, Santa Marta.
Grazie Alessia, per esserti fermata, per aver dato adito ai miei capricci, per essertela goduta insieme a me. Grazie Andres, Claoh, Caro, Majo, Daniel, Ross, grazie anche ai portieri, a casa pargo, al muesli del supermercato, agli indigeni, ai ragazzi delle borse, al Tayrona e a te, Jaime. Grazie per aver dormito sull’amaca mentre noi ci spaparanzavamo nel letto, per le ore di pianoforte, per la pazienza, l’ospitalità, le attenzioni, per la condivisione, le serenate, colazioni, pranzi e cene, gite, serate e film, per non aver battuto ciglio, forse solo storto il naso, quando era ora di salutarsi, non sono cose da poco per uno scorpione.

Grazie per tutti i “sembra che siate qui da molto di più, sembrate Samarie, due di noi” perché è esattamente così che ci siamo sentite, a casa.
Questa volta si, ho proprio voglia di ringraziare. Mi mancherà tutto, più che qualsiasi altro posto visitato fin ora, più che qualsiasi altra persona conosciuta. Qui, ora, adesso, mentre sento “pf pf” dal balcone di sopra, mentre il sole si libera dalle nuvole, mentre ci tuffiamo, in mare, per l’ultima volta.

Cule vaina rara la vida.

 


1879
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