Il clan dell’alba – 4,6 km insieme al sole di Bordeaux

Gli uccellini ginguettano, una signora apre le persiane cigolanti con un colpo deciso, attorno ai tavolini dei bar si accomodano le sedie, un signore sospira affannosamente portando nel locale una cassa di frutta. Battito d’ali di piccione. Voci flebili e lontane. Profumo di burro. I miei passi.

Il sole investe un palazzo in prima fila sul lungo fiume e di rimando, il suo riflesso, arriva fino ai miei occhi. Le strade sono tutte bagnate, non perché abbia piovutoX ma perché di notte sono state lavate. Con il sole in fronte ed il semaforo rosso, attraverso la strada. Ho fatto proprio bene a venire verso il fiume.

Qui la vita ha un altro ritmo, I cani portano già in giro i padroni, alcuni ragazzi ballano in canottiera, considerando quanto si appiccichino le suole delle scarpe nel tratto di strada a loro limitrofo, oso pensare che siano lì da ieri sera. Alla loro destra una ragazza, magari un’amica, che fa la pipì tra i cespugli, alla loro sinistra la sponda del Garonne che è veramente ampia, almeno 500 metri ci separano da quella antistante.

Mi fermo e mi lascio cullare fissando la corrente. Attorno ad entrambe le sponde è pieno di arbusti, che si riflettono nell’acqua rendendola estremamente verde. Un tram suona la campana. I netturbini buttano la spazzatura. Un uomo sulla sessantina corre con le chiavi in tasca e questo suono, per un secondo, mi fa pensare a Luigi Bazzi. È difficile che suoni, che non siano canzoni, vengano associati ad una precisa persona, ma con quelle chiavi Gigio ha dato ritmo agli anni del liceo, il link è più forte di me.

Un ragazzo in bicicletta porta a spasso un dalmata, mentre qualcuno si sta arrampicando su uno degli arbusti precedentemente citati, rischiando di cadere in acqua. Sono incuriosita e mi sporgo, sono due persone in realtà è la prima cosa che li vedo fare è sputare verso il fiume: ne deduco che non sia uno spettacolo interessante, mentre un crampetto alla pancia mi sta indicando la strada verso la patisserie. Entro da sola dalla porta Cahilau, la calma è così soffice che anche le auto sembrano spostarsi a ritmo lento, poco invadente.

Che bello svegliarsi riposati prima della sveglia.

Una signora tira l’acqua dalla finestra, la vedo, la guardo, si sente volte in flagrante, ma è abbastanza noncurante. Un’altra fuma lasciando ciondolare la mano fuori dalla finestra, quanto può essere affascinante l’umanità? Mi chiedo per tutto il tragitto che mi separa dal burro che incontra la farina.

Ho dormito sommariamente male. Mi sono svegliata svariate volte, probabilmente per irrequietezza più che per il rumore. I tappi per le orecchie svolgono egregiamente il loro lavoro, ma non sono stati sufficienti a zittire l’emozione.

Sono contenta così, questa passeggiata mi ha permesso di classificare gli umani che si sveglino presto in alcione categorie:

⁃ i pelandroni: quelli che si si svegliano presto, ma non mettono i piedi fuori casa

⁃ I lavoratori: gli tocca, devono per forza svuotare quintalate di cibo dai camion per permettere ai comuni mortali di fare la spesa all’apertura. Devono raccogliere la nettezza per non farlo di giorno. Smontano la pila di sedie fatta la sera prima, che sanno già verrà nuovamente umiliata da lì a qualche ora, ma non si può rischiare che vengano rubate le sedie di un bar. Può essere che abbiano imparato ad amare questo susseguirsi di albe, oppure semplicemente vorrebbero godersi il tramonto una volta tanto.

⁃ Gli sportivi: corrono, corrono e ancora corrono. Per loro la giornata non inizia se non c’è stata prima la corsetta. Sono schiavi delle endorfine e sembrano saltellare leggeri in questa schiavitù.

⁃ Uomini e donne della strada: che dire, loro non l’abbandonano mai. Supportano con dedizione i netturbini nel loro lavoro di pulizia ed al contempo fanno girare le palle a chi le strade le deve pulire. Un controsenso molto umano. In Francia non è bello chiamarli clochard, anche se in Italia sembra molto elegante, qui equivale a “barbone”. Sono persone il cui tetto è il cielo, mi piace pensare.

⁃ Gli irriducibili: proprio loro, i miei preferiti, quelli che a casa non sono mai tornati, non vorrebbero che quella notte finisse mai, finché la sbornia non smette di fare effetto e si guardano l’un l’altro con fare dubbioso. “Ma che cazzo ci facciamo ancora qui?”. Sottogruppo degli irriducibili sono coloro che a casa ci sono tornati, ma non era casa loro. Camminano con lo sguardo basso in abiti da sera, si interrogano sulla notte appena vissuta. Del resto, se ci fossero punti di domanda, sarebbero ancora in quel letto ad aspettare la colazione.

⁃ I viaggiatori: occhi sciupati e bagagli sempre troppo pesanti. La loro missione mattutina è quella di attutire in tutti i modi il suono che le rotelle fanno incontrando il suolo, qualsiasi esso sia. Inutile dire che falliscono miseramente. Temono, con questo rumore indomabile, di avere il potere di svegliare un’intera città. La solidarietà è massima. Può essere che un sottogruppo di questa categoria siano i viaggiatori come me, quelli senza trolley che semplicemente sono assetati di vita e vogliono vedere la città in tutte le sue nuance, dall’alba al tramonto.

Mi siedo ai piedi dell’hotel de ville, nella piazza che tanto mi ricorda Siviglia, ed addento finalmente il tanto agognato croissant. Si avvicina un uccellino con il quale decido di condividerlo. So già che lo digerirò stasera. Maledetta gola.

Il sole ha ormai illuminato interamente la torre, è ora di mettersi in marcia, 2 treni ed 1 bus mi dividono dalla partenza. Certo che almeno un 100 grammi avrei potuto portarlo.

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Milano – Bordeaux 733 km di volo verso il Camino

Rotelle di trolley

Macchine piene anche sui sedili posteriori

“Hai preso la colomba?”

In città solo lingue straniere

Qualche superstite che partirà domani si concede un aperitivo in piazza

Cosce all’aria

Dita dei piedi

È il battesimo delle vacanze

Un prequel dell’estate

Che è già nell’aria

Una città per occasionali

Attenzione a dove lasciate la macchina

Parto anche io

La meta non è Santiago

È qualche luogo dentro di me

Nemmeno troppo remoto

In cui aleggia un tesoretto di serenità

Di cui voglio conoscere la strada

Da cui voglio attingere all’occorrenza

A piccole dosi

Fino all’overdose


Sarei voluta partire due anni fa.

Se ripenso a me stessa due anni fa, che immatura. Eppure, se mi guardo indietro, sono svariati i momenti in cui, facendo i conti con me stessa, mi sono detta “che immatura che ero”. Ma sono altrettanti i periodi in cui mi sono arrogantemente sentita grande. A 12 anni, in prima media, con la pancia di fuori ed i pantaloni a vita bassa, già mi sentivo una piccola grande donna. Rido ripensandomi con la frangetta bionda ed i denti appena cresciuti. Arrogante. Sbruffona.

Che esperienza sarebbe stata due anni fa? Un viaggio con una Doralice diversa.

Meno consapevole, più giovane. Ecco, forse l’età, nel viaggio introspettivo verso se stessi, porta tanta consapevolezza. E la consapevolezza, nel mio caso, ha attutito l’arroganza ed acuito l’amore per il tempo personale, la voglia di scoprirsi.

Partirò da Saint Jean Pied De Port, l’inizio del cammino francese. Ho solo 11 giorni, di cui il primo e l’ultimo di viaggio. Non arriverò a Santiago. Questo dettaglio del viaggio ha lasciato attonito ogni persona, alla quale ho accennato i miei programmi. “Perché non fai gli ultimi 200 invece?” Mi chiedevano. “Perché voglio sfidarmi a non avere una meta, ad ascoltarmi, a limitarmi. Sono solita vivere per obiettivi, vorrei pensare a vivere e basta.” Rispondevo. Ma è solo adesso, mentre rimugino su quanto possano essere pesanti 6kg, che mi rendo conto che non è tutta la verità.

Se fossi partita 2 anni fa sarebbe stato semplicemente un viaggio diverso. Parto oggi e sono questa persona. Una persona che spera di vivere abbastanza a lungo da sentire nuovamente il bisogno di camminare. Anche se la Ginzburg, intervistata dalla Fallaci, esortava il mondo a prendersi tutto “non si dovrebbe mai mettere da parte soldi, sentimenti, pensieri: perché dopo non si usano più”, non arrivo a Santiago. Metto da parte questo pugno di km perché potrei averne ancora bisogno. Con parsimonia. Nella speranza di accontentarmi di quelli che riuscirò a fare.

Accontentarmi, ovvero essere contenta di quello che c’è, di quello che ho, che è semplicemente tutto.

È con quei famigerati 6kg, che vi dico già con certezza: sono troppi, e con una corposa dose di dolci aspettative, che lascio Milano. Torrida. In una giornata emblematica per il surriscaldamento globale. La lascio con i suoi 28º, con la mailbox vuota come il frigo, con la casa pulita come non mai, le chiavi consegnate al portinaio per accogliere Georg quando io non ci sarò, lo scooter legato al palo, un po’ di pezze ed un sorriso a 32 denti.

La macchina la porto via, che fidarsi è bene, ma non ripetere gli stessi errori già commessi in passato, è meglio.

Chiedo a papà se posso lasciarla da lui e, come sempre, acconsente. Con la scusa che Varese è vicino a Malpensa, papà è sempre presente ad ogni mia partenza importante. Quelle partenze che prevedono che l’auto non rimanga sola, insomma i Viaggi con la V maiuscola.

Mi piace pensare che, nella sua apparente cinicità, questo rito banale, sia il suo modo di portarmi ancora in braccio, di sentirsi ancora necessario per la sua bimba che ha sempre voluto rendere indipendente e si vergogna a lusingare.

Mi lascio cullare sul sedile del passeggero, rendendomi conto di aver dimenticato la cosa più banale dell’elenco: il caricabatterie. Lo prendo come un segno positivo, sono già predisposta a dimenticare il telefono in fondo allo zaino.

6kg ed un telefono.

Inversione ad U.

Buon viaggio.

22.39, bus aeroporto- ostello

Cosa si fa in volo verso il cammino? Se mi avessero detto che avrei guardato il documentario di Laura Pausini non ci avrei creduto, invece eccomi, a riscaldare il mio francese con Primavera in anticipo nelle orecchie.

Qual è lo spartiacque della vostra vita?

Quel momento, quella scelta, dopo la quale nulla è stato più lo stesso? Quella botta di culto che ha cambiato tutto?

Per la Pausini è stato vincere Sanremo a 18 anni. Per tutto il documentario cerca di capire chi sarebbe stata se quell’anno La Solitudine non fosse stata prima in classifica in mezza Europa.

Sul mio blog il tempo è diviso in “before” ed “after”, il punto 0 è l’anno 2015, l’anno del mio Erasmus. Ho sempre considerato quell’evento come la rivoluzione copernicana della mia vita. Da quell’anno tutto ha cambiato forma, dimensione. Le paure, il coraggio, il mondo stesso, io. Cosa sarebbe stato di me se non avessi scoperto, dal mio compagno di università riccioluto, che le borse di studio Erasmus erano accessibili a qualsiasi classe di reddito? Che persona sarei? Quante lingue parlerei?

Più domande mi pongo e più mi rendo conto che forse, in un modo o nell’altro, sarei diventata cittadina del mondo comunque. E allora forse non è quello il bivio che ha condizionato il mio presente. Divago, ma lo so benissimo, è semplice, ma dirlo ad alta voce lo rende qualcosa di passato ed irrealizzato. Scriverlo lo rende quasi ipocrita. La vera scelta che ha condizionato e condiziona la mia vita quotidiana è stata quella di non intraprendere la carriera giornalistica.

Ecco, l’ho scritto.

E non voglio scriverlo di nuovo, perché è un desiderio così recondito, così intrinseco in me, che non voglio lasciarlo andare via, non voglio classificarlo nel passato. Mi ciondolo ancora nell’idea che non sia un sogno da chiudere nel cassetto, ma una passione modellabile come il pongo ed adattabile ad ogni vita. È una tiritera che regge spesso, finché non scoppiano le guerre, finché non smettono di aumentare i follower su Instagram, finché qualcuno mi legge, finche non leggo la Fallaci, finché non vedo giornaliste della mia età avere un successo che in qualche modo vorrei condividere con loro.

Ma torniamo a noi. Fermata Palais de Justice. La temperatura è perfetta, non mi ha ancora dato Moro di pentirmi della giacca lasciata a casa. Ho una decina di minuti di camminata a piedi fino all’ostello e questo mezzo chilometro è sufficiente per decretare Bordeaux la Sevilla di Francia. Che sensazione magica. La cattedrale è imponente, la torre Pey Berland mi ricorda così tanto la Giralda. C’è pure la sabbia in un angolo di piazza e gli attraversamenti pedonali sono segnalati per gli ipovedenti proprio come nella capitale andalusa, manca solo l’incisione no8do. Vorrei passeggiare ancora un po’, ma forse togliere lo zaino dalle spalle potrebbe essere una buona idea, cosi, preventivamente.

Gabri, prossimo viaggio qui.

Il profumo di pizza è fortissimo, ma io penso solo ai croissant di domattina.

Buonanotte Francia.

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