Da un finestrino gelido

La testa sul finestrino freddo del pullman, si sente il motore che trema, se parlassi avrei la voce titubante. Come i tuoi occhi. Vedo gente che cammina, tre uomini vestiti bene fumano fuori dall’ufficio, chissà cosa si dicono, scontatezze. Come le tue parole ormai. Un uomo è salito sul marciapiede con la moto, ha tagliato la strada a tutti e ha superato. Un monopattino. “Pure nella notte più fredda ti darò fiducia”. Scambio d’effusioni su un’altra modo. Ma i bar a che ora aprono qui? La povertà ha sempre lo stesso volto, in qualunque parte del mondo tu vada. La benzina costa meno. La gente è pazza, indistintamente. E materialista in ogni caso. Anche quella povertà, avida, vorrebbe esserlo, ma non può permetterselo. Così la domestica cammina qualche metro più avanti del signore, perché la schiavitù non c’è più, lincon l’ha combattuta, ma quelli di casa si chiamano sempre ‘padroni’.

Curiosità. Con quanta dolcezza quel bambino nell’altro pullman tira su la manina per fare il bullo, contento di essere ricambiato. C’è un peluches davanti al posto del passeggero, è così sporco, chissà da quanto suo figlio non sale sul camion di papà che è sempre troppo lontano, dovrebbero essere tutti puliti i peluches nelle macchine di papà, dovrebbero lavarli, dovrebbero saperlo se quando salirà non lo potrà abbracciare così ingrigito. Con un dito nel naso, anche le porcherie sono sempre le stesse, cinesini. C’è vento, siamo quasi arrivati, mi vesto, fa proprio freschino, già lo sento, sarà particolare. Come sempre. Non ho capito se turisti si nasca, comunque.
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