Apro la finestra un po’ di più

Apro la finestra, entra un po’ di musica, finisco di ripassare. È dalle 15.00 che studio. Entro in camera e il letto è ancora da fare, capisci di essere a pezzi quando fai il letto prima di entrarci. Domani dovrò studiare ancora, ma è quasi finita e vedere la meta sempre più vicina mi fornisce lo stimolo per non mollare. Ho scelto le mie facoltà. I miei capelli stanno crescendo e io anche. Sono sicura di rendere i miei genitori orgogliosi ogni giorno di una figlia così, anche se fanno fatica a dirlo. E sono fiera di me, da un po’ di tempo a questa parte. La musica ora è un po’ più lontana e non riconosco le parole, ma poco importa. Lo zaino e i vestiti sono già pronti, la colazione mi sorride. Avrei dovuto dirti che sono felice. Chiudo la porta, entro nel letto, le coperte sono ancora troppo pesanti, ma mi proteggono. Non ripasso più, il mio cuore batte di gioia, chiudo gli occhi e dormo, sola, ma piena. 

Arrivederci.
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Truly Madly Deeply

Chissà se hai letto il messaggio, chissà cosa pensi inserendo le chiavi nella serratura. Sei soddisfatto? Hai visto la luna stasera? Hai provato a contare le stelle? Hai corso in mezzo al parcheggio solo perché ti andava? Prova a spegnere la luce e ad ascoltare i suoni del mondo. Cosa senti? Credi davvero sia tutto qui?

Io credo che un po’, alla fine, non avesse ragione Ax. A volte mi sembra un po’ una comica, un dramma, un horror, un romanzo, questa vita. Una cosa è certa: imprevedibile.
E ho capito il valore di un respiro, di uno solo, sognando di essere in riva al mare, a pieni polmoni. E tanto basta.
Rimetto la canzone dall’inizio. Ho voglia di stare con me.
Quanto può essere luminosa quella sfera bianca volante? Incredibile. Il bello di natura Kantiano.
Che paura. Sei felice? Prova a scrivere “soldi” nella barra Cerca dei messaggi, dimmi poi quante cartelle vedi. Ora scrivi “felicità” e sentiti male, oppure sentiti una grande persona. Dipende da te.
Dipende quasi sempre da noi e fino a li non c’è da preoccuparsi.
Non so scrivere bene e sicuramente, per quanto mi piacesse, il tema ruoterà sempre attorno al 7. Un mulino.
Buonanotte amore, grazie per oggi anche a te.
A volte per aprire gli occhi non basta sentire la sveglia ed alzarsi, la mattina.
Adios.
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Dentro al divano

Ho imparato a commuovermi, ora so piangere anche per le storie belle, quelle a lieto fine, quelle un po’ invidiabili.

Ho imparato a commuovermi e quando lo faccio le mie lacrime sono un po’ meno salate, un po’ meno bagnate, un po’ più profonde, silenziose.
Ho imparato a commuovermi e non dico che vorrei commuovermi per ogni cosa, però quando capita mi piace.
Ho imparato a commuovermi e questo mi ha fatta sentire viva, capace di emozioni potenti.
Ho imparato a commuovermi e ho capito che anche nell’espressione più alta della tristezza può esserci gioia. Così ho capito, finalmente ho compreso, che se piango non mi si arrugginiscono le guance, che non sono di ferro, piombo, metallo o qualsiasi materiale troppo imperturbabile. Non sono una roccia, non sono un tavolo, non sono irremovibile, non sono un coltello, non sono inox, non sono un divano, se qualcuno mi si sdraia addosso mi faccio male anche io, posso rompermi anche io, deformarmi. Così, respiro, conto fino a dieci, mi rilasso e poi ricomincio, con calma, con la giusta dose di autostima e pazienza. 
Ho ancora tante cose da imparare, ma questo ormai lo so: sono viva, mi commuovo e non sono un divano.
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Supermercato d’emozioni

Scontato, come Cade la pioggia dei Negramaro in una giornata come questa.
Scontato, come Wake me up when september ends dei Green Day appena tornata dalle vacanze estive.
Scontato, come November rain dei Guns N’ Roses in una buia giornata di novembre.
Scontato, come i prodotti della coop invenduti.
Pensa a quante persone avresti potuto conoscere se non avessi rifiutato l’amicizia a chi non avevi mai visto.
Ricercato, come It’s a beautiful day in una giornata uggiosa.
Ricercato, come Bon Iver.
Ricercato, come quello spacciatore che hai visto l’altro giorno che ti ha fatto perdere il tempo di girare attorno ad una macchina.
Pensa se ogni goccia fosse davvero una lacrima di Dio, che sensi di colpa dovrebbe avere l’umanita.
Infattibile, come lavarsi i denti con l’acqua calda.
Infattibile, come ascoltare davvero la musica con una sola cuffia.
Infattibile, come dormire bene su un pullman.
Infattibile, come crescere senza smarrirsi ogni giorno.
Pensa se non avessero messo la pubblicità nei video di Youtube quanti film in meno avremmo visto, quante canzoni in più avremmo ascoltato senza chiudere la pagina scocciati.
Dolce, come la musica classica.
Dolce, come il ticchettio ritmico dei tacchi per strada, che ha lo stesso suono della pioggia sui vetri, solo meno leggiadro.
Dolce, come il profumo dei biscotti fatti in casa in una giornata ispirata.
Dolce, come i gesti naturali, le mani che s’intrecciano, l’ombrello che ti si apre sopra la testa, l’auricolare offerta, il caffè pagato, la mano allungata a chi è caduto, la portiera aperta, la sedia spostata, il fiore raccolto e regalato.
Pensa se potessi fermare il mondo e guardare nei cuori di tutti con un’occhiata.
Insipido, come svegliarsi in casa da soli, nel silenzio inquietante di un cielo grigio.
Insipido, come la pasta senza sale che ci hanno dato martedì, ma in compagnia ha tutto un altro sapore.
Insipido, come lo sputo di quello che cammina davanti a te e non ha ritegno.
Insipido, come una bestemmia che esce spontanea e irrispettosa.
Pensa se ogni giorno qualcuno ti svegliasse con un sorriso, o più semplicemente se qualcuno ti sorridesse appena sveglia.
Soave, come un ‘ti amo’ sussurrato in un momento di disperazione.
Soave, come alzarsi e sedersi accanto a qualcuno che sta male, in silenzio, offrendogli della musica e una carezza, semplicemente essendoci.
Soave, come la canzone che canticchiavi da tutto il giorno che parte alla radio.
Soave, come le lacrime che si mischiano al the caldo, ai pensieri più brutti, che diventano più leggeri una volta usciti dalla bocca.
E penserò a voi, ogni volta che berrò un the caldo. Penserò a voi quando fuori diluvierà e piangerò silenziosamente dietro ad un vetro, scaldandomi le mani sulla tazza. Penserò a voi, al vostro futuro, alle nostre strade che si sono intrecciate e poi separate. Penserò a voi sulla metro, con i sacchetti della spesa in mano, i capelli sfatti, una cuffia che non riuscirò ad infilare nell’orecchio perché avrò le mani impegnate. Penserò a voi dopo una giornata di studio intenso quando vorrò calmare lo stomaco. Penserò a voi guardando le luci delle città, dall’alto, penserò a quando l’ultimo anno del liceo siamo andate a Parigi e le nostre anime si sono toccate, in un momento qualunque, per ragioni stupide, penserò a voi e al bene che ci ha legate e ci legherà sempre, nonostante le nostre strade si allontaneranno. E penserò alla tav, alle manifestazioni nella val di Susa, dove siamo passate per attraversare il Frejus, penserò che ci sono molti modi per non allontanare davvero le strade.
Vi porterò nel cuore qualunque sarà il nostro destino e nonostante queste parole diventeranno aria in balia delle intemperie, io saprò che sono riuscita a far toccare la mia anima a qualcuno che sapeva con che mani prenderla.
Pensa se non esistesse l’amicizia: niente sarebbe più scontato, ne ricercato, ne infattibile, ne dolce, ne insipido, ne soave. Pensa se non ci fossimo incontrate: tutto sarebbe più scontato, infattibile, insipido.
Penso che grazie a voi tutto è diventato più ricercato, dolce, soave.
Grazie.

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Viscerale

E mentre i mozzi abbandonano la nave, il capitano va giù con lei. E mentre tutti dormono chiudo il libro e m’infilo le cuffie, sembra già di essere in Italia con questi campi verdi e il cielo finalmente azzurro. Ci sono una moltitudine di strani odori, strani versi, rumori diversi. La gita è finita, andate in pace, era l’ultima gita al liceo della vostra vita, l’ultima gita da bambini irresponsabili e affidati a qualcuno, l’ultima comoda, economica e sicura per mamma e papà. Qualcuno si è svegliato, il film è quasi finito e provo una strana sensazione di piacere. Con tutto questo verde penso a pasquetta, ai vari lunedì agli ottotigli, chissà cosa farò quest’anno. Va bene lo stesso no? Spero solo che non piova davvero, perché di pioggia ne ho vista un po’ troppa, ora cerco il caldo. Con una t shirt stranamente bucata di aber, ad esibire i miei sfoghi, cerco il caldo. Si è svegliata qualcun’altra, beve, che facce stanche, sembriamo tutti così animali appena svegli, ci strofiniamo a secco come i gatti, cerchiamo sempre qualcosa, chissà cosa, chissà quando si trova. È bello leggere gli stessi libri, pensare a te che rifletti sulle stesse parole sulle quali sto riflettendo io ora. Chissà in che modo. Non abbiamo una nostra canzone, ci pensavo ora, è bellissimo poterti trovare in una canzone qualsiasi. Ora lo so, nel mio curriculum potrei scrivere: 

viscerale.
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Da un finestrino gelido

La testa sul finestrino freddo del pullman, si sente il motore che trema, se parlassi avrei la voce titubante. Come i tuoi occhi. Vedo gente che cammina, tre uomini vestiti bene fumano fuori dall’ufficio, chissà cosa si dicono, scontatezze. Come le tue parole ormai. Un uomo è salito sul marciapiede con la moto, ha tagliato la strada a tutti e ha superato. Un monopattino. “Pure nella notte più fredda ti darò fiducia”. Scambio d’effusioni su un’altra modo. Ma i bar a che ora aprono qui? La povertà ha sempre lo stesso volto, in qualunque parte del mondo tu vada. La benzina costa meno. La gente è pazza, indistintamente. E materialista in ogni caso. Anche quella povertà, avida, vorrebbe esserlo, ma non può permetterselo. Così la domestica cammina qualche metro più avanti del signore, perché la schiavitù non c’è più, lincon l’ha combattuta, ma quelli di casa si chiamano sempre ‘padroni’.

Curiosità. Con quanta dolcezza quel bambino nell’altro pullman tira su la manina per fare il bullo, contento di essere ricambiato. C’è un peluches davanti al posto del passeggero, è così sporco, chissà da quanto suo figlio non sale sul camion di papà che è sempre troppo lontano, dovrebbero essere tutti puliti i peluches nelle macchine di papà, dovrebbero lavarli, dovrebbero saperlo se quando salirà non lo potrà abbracciare così ingrigito. Con un dito nel naso, anche le porcherie sono sempre le stesse, cinesini. C’è vento, siamo quasi arrivati, mi vesto, fa proprio freschino, già lo sento, sarà particolare. Come sempre. Non ho capito se turisti si nasca, comunque.
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Pensieri vaganti

Happy Is the new chic.

Ogni volta che torno da un viaggio mi rendo conto di quanto l’Italia sia bella, di quanto sono fortunata, dovremmo pensare meno a lamentarci e di più a godere. Inutile cercare il proprio posto, meglio fare proprio ogni posto.
Che poi voglio dire, cosa c’è di più bello del mare della liguria, nel suo sporco di cui puoi sempre lamentarti. Cosa c’è di meglio delle Alpi, dei valdostani antipatici e scontrosi? Cosa c’è di meglio delle corse in centrale in mezzo ad una folla di coglioni che non si sanno orientare, per prendere in tempo l’ultimo treno? Ditemi cosa c’è di meglio dell’odore di focaccia che entra dalle finestre la mattina, della fragranza di krumiri, della nebbia lisergica, dell’alternanza delle stagioni? Vorrei ogni giorno essere in me, respirare profumo di vita, sentirmi viva. Dimmi, ora, adesso, cos’è meglio di un matrimonio in Italia? Perché non ce ne rendiamo conto? Lamentarsi è più facile che accontentarsi, semplicemente. Ma non è meglio.
Ma i sogni restano. Scappare, trovarsi, chissà, in capo al mondo, dove? Nella natura selvaggia della Patagonia, nell’oceano indiano, nelle palafitte cinesi, nei deserti africani, oppure semplicemente aprendo la finestra di casa. Oppure semplicemente svegliandoci al mattino con qualcuno affianco, qualcuno che ci sorride e ha voglia di fare colazione con noi. Semplicemente.
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Odore di caffè

Non beveva caffè, ma ne adorava il profumo, così ogni occasione era buona per offrire una tazzina. Quando c’era suo padre ‘ti faccio un caffe?’ Era la sua domanda preferita, la risposta era sempre la stessa ‘si, se ti va’. E a lei andava, andava sempre. Sentire quella fragranza spargersi per la casa era rilassante, coinvolgente. Lo sentiva salire, era ora di spegnere il fuoco e guardarlo salire, lento e poi veloce, fumate. La tazzina diventava una tazza da latte e il tintinnio del cucchiano, insieme ai granelli di zucchero rotolanti, era troppo breve. Poi un sorso solo, o due. Ma la magia non era finita. Sul fondo della tazzina c’era ancora quell’inafferrabile rimasuglio di amarezza, che per quanto provasse ad afferrarlo, qualcosa restava sempre. Il cucchiano puntualmente macchiava con una gocciolina la tovaglia e lei pensava a quando da bambina suo papà glielo faceva pulire, la faccia schifata, ma interessata. La stessa che l’accompagna quando, costretta, deve bere qualcosa di gassato. Forte.

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