Xalapa – diario di bordo 13

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A Puebla ti parcheggiano la macchina. Mi è sembrata fin da subito una genialata. Anche nel bar più scadente, se è posizionato in una zona con pochi parcheggi, c’è un parcheggiatore che s’incaricherà di portarti la macchina da un’altra parte, normalmente al parcheggio pubblico più vicino. Una cosa semplicissima che fa risparmiare una quantità incredibile di stress e nervosismo inutili, che sembrano inevitabili quando si gira in macchina in città. Soprattutto in una città come Puebla, in cui i nervi a fior di pelle possono venire ad ogni semaforo, dal momento che il traffico regna sovrano ed è meglio non suonare il clacson, visto che qualcuno ha pensato bene di tirar fuori una pistola ed ammutolire anche l’airbag, un po’ di tempo fa.
Siamo ovviamente bloccate nel traffico con Andy e sua mamma che ci stanno riportando alla stazione ADO da cui siamo arrivate. Abbiamo fatto i numeri a colori per comprare questi biglietti per Xalapa e adesso saliamo a bordo.

Xalapa è una “cittadina”, ci hanno detto che avrebbe fatto freddo, ma come al solito il nostro concetto di freddo è ben diverso e distante da questo. Le strade sono buie ed il taxista le conosce meno di me, che cerco di districarmi tra maps ed i cavi della batteria portatile.

La casa della zia di Monse, una volta casa dei suoi nonni, è bellina e particolare, con un salotto a mezza scala, una scala a chiocciola nascosta che dal tetto porta alla cucina, una stanza sul tetto.
Il programma della serata prevede la cena con la zia, il papà di Monse, sua moglie, la sorellina di Monse, due zii. Una famiglia ristretta rispetto a quella di Andy e con pochi bambini, che si sa, sono la gioia del Natale.
Il menù è composto da due tipi di carne, agnello e mucca, spaghetti in bianco o al sugo, un formaggio cremoso che sembra tomino – che sarà la mia parte preferita della cena – chile ripieno – che ovviamente guarderò senza toccare. Niente pandoro o panettoni, il dolce è cioccolatoso o budinoso, tradotto in doralicese: niente dolce.
Mangiamo e chiacchieriamo finché gli occhi non si chiudono da soli e c’infiliamo tutte e tre nel king size della zia, talmente king che non ci sfioriamo nemmeno.

Il 25, mentre noi ancora dormiamo, in Italia banchettano. Chiamo la nonna, mamma e le bimbe e poi anche papà.
Vorrei il teletrasporto, lo dico sempre ad Ale che questo sarebbe il super potere che sceglierei per me. Un bel teletrasporto rapido ed indolore che praticamente corrisponde al dono dell’ubiquità. E invece ancora niente, nemmeno una toccata e fuga per Natale, io qui e loro li.

Il 24 è il giorno del cenone e il 25 del recalentado!
Pranziamo velocemente ed andiamo in gita, a mangiare un gelato in un Pueblo Magico, a farci raccontare com’è cresciuta la città da quando il papà di Monse è andato via. Mi ricorda il signore di Mitla che si è trasferito a Los Angeles, solo con qualche appunto architettonico in più, degno di un professore, ma la stessa felicità malinconica. Arriverà anche il nostro turno di genitori- viaggiatori.
All’ora di cena, torniamo a banchettare spazzolando quello che rimane nel frigo. Si aggiunge anche il cugino di Monse che manderà Ale in bancarotta giocando a carte, finché non intervengo cambiando gioco e sbancando i nonnini.
È particolare vedere Monse con il suo papà, era da tanti anni che non tornava per Natale e, anche se so che vorrebbe essere in Germania con suo fratello, la vedo serena, felice, senza nessun imbarazzo, come se il tempo non fosse passato. Mentre noi ci riposiamo lei recupera gli anni con la zia, si aggiornano e si raccontano, tutti sono felici di sentirle dire che probabilmente si fermerà di più in Messico, che è felice di essere tornata.

Dopo un’ultima colazione messicana ed abbondante, con tamales e frivole, abbracciamo gli zii come se fossero un po’ anche nostri e saliamo tutti in macchina: io, Ale, Monse, sua sorella Majo, Ceci, suo papà e due cani, uno degno di nota per essere il più brutto della storia, Magghy.
Attraversando km di consueto niente arriviamo alle porte della Ciudad e ci fermiamo nella Mexican version degli autogrill: ovviamente baretti callejeros con tortillas in 46 versioni a prezzi ridicoli.
Pappiamo ed eccoci, fermi nel traffico: bienvenidos a Ciudad de Mexico cabrones!

 

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