Vado a spulciare tra le bozze, nei post non pubblicati esattamente un anno fa, il cuore va per conto suo e la testa ha voglia di sbattersi da sola contro il muro. Lo sapevo, ne avevo una dannata consapevolezza ed è andata, è andata ed esattamente come avevo predetto, temuto, esorcizzato.
Un anno è passato e tutto quello che è successo a Siviglia è solo un lontano ricordo.
La situazione è un po’ questa… tra lavoro e studio ho smesso di santificare i giorni, mi sono messa da sola una taglia sulla testa, una scadenza, un obiettivo inutile, ma sono troppo testarda per tirarmi indietro.
La situazione è questa, non so dire di no e mi comprometto, mi sovraccarico, mi riempio fino all’orlo.
Ho perso un aereo.
Ho preso un aereo quando dovevo tornare a Siviglia ed è stato emblematico, una scossa, un avvertimento: “hey wonder woman, datti una calmata, non puoi continuare così, impara a rinunciare”.
Eppure non ci sono riuscita, ho accettato un lavoretto del cazzo, l’ennesimo, per mettere da parte un po’ di soldi, per non disturbare, per non chiedere, per camminare a testa alta.
Perché la mia mano si alza da sola quando c’è qualcosa da fare?
Perché sono così dannatamente intraprendente?
Ma soprattutto, per quale cazzo di motivo non riesco a smettere?
Nel negozio in cui lavoro vendiamo addobbi natalizi, è una fiera di colori, luci, fragilità e dinamiche famigliari. Passo dal ritenermi una persona fortunatissima ad incantarmi sui brillantini negli occhi dei genitori dei bimbi. Mi lascio trasportare dalle mamme premurose e dai papà che le guardano innamorati, mi lascio spaventare dal rigore e dalla freddezza di altre coppie, non me ne lascio scivolare nessuna addosso, le prendo tutte di petto, di cuore. Non sono fatta per fare la commessa: spavento i clienti. Osservo come una dannata e quando arrivano so già cosa cercano, in che lingua parlargli, come si chiama il cane, il gatto, il topo e pure l’elefante. Non sono fatta per fare la commessa in un negozio natalizio perché mi manca tanto un Natale come si deve e ancor peggio non so quanto tempo dovrò aspettare per inventarmelo io.
Ma poi ci ripenso, penso a tutto questo consumismo, a queste scuse inventate da grandi markettari per far spendere soldi alla gente, per farla star male, per inculcargli in testa un’idea perfetta di cos’è la famiglia, la felicità, il benessere… e allora vaffanculo. Il valore è un’altra cosa.
E allora vaffanculo, è bello così, senza albero, ma con due coinquilini che riscaldano casa a suon di risate.
E’ bello così, con un cappellino rosso luminoso in testa a Clara, che mostra qualche insicurezza sull’abbigliamento, ma sai, chissenefrega di quello che indossi.
E’ bello così, dopo 8 ore in negozio, senza finestre, scoprire che c’era il sole ed un tramonto è lì pronto ad aspettarti.
E’ bello così, che Siviglia sia un ricordo, il più bello di tutti, ma che i legami che ha creato non lo siano e non lo saranno mai.
E’ bello avere Luca in sezione, poter andare a pranzo con Antonio, a colazione con Franci, perché Milano ha tenuto insieme un po’ di pezzi.
E’ bello anche vedere le foto di Gabri, Angelo, Stefi, con la corona d’alloro in testa, piangere perché non sei lì al loro fianco, ma averci rinunciato per una serata un po’ speciale, per i nostri Erasmus, per scontare il mio debito.
E’ bello perché tra tutte le persone con cui Alba avrebbe potuto scegliere di scattare quella polaroid, ha voluto me.
E’ bello anche quando fa male, quando torni a casa e c’è una coccarda sulla porta, è bello anche quando le lacrime rigano il viso, davanti ad un uomo rotto dal dolore che dimostra tutto il suo amore con un “stavo pensando che.. adesso come potrò vivere senza di lei?” è bello continuare a crederci, la speranza è bella.
E allora rileggere queste parole fa un po’ meno male, un po’ più sorridere e dà la carica giusta.
Cuaderno del caos dia 1
La situazione è un po’ questa…
Ho iniziato con le playlist natalizie, il livello di felicità sta toccando vette mai raggiunte prima d’ora, la bilancia piange, i miei capelli diventeranno verdi, il mio spagnolo è migliorato alla grande e non sono più in grado di trovare differenze tra una persona di colore ed una mozzarella, tra un francese ed un portoghese, tra un cinese ed un russo. Non vedo più i confini tra gli stati, se non quelli disegnati sulla carta. Non c’è nessun posto che non abbia voglia di vedere, di scoprire, di assaggiare. La faccia da culo è aumentata esponenzialmente a furia di pensare “ma tanto questo chi lo rivede più?” ed il coraggio e la voglia di fare di pari passo.
La situazione è un po’ questa, all’alba di dicembre, dopo 3 mesi in questa città magica: la paura.
Sono partita con mille certezze: vado, cerco casa con spagnoli, faccio gli esami che devo fare, studio, imparo lo spagnolo, torno a casa, mi laureo, inizio la specialistica, cerco lavoro, inizio a scalare quella montagna chiamata carriera e poi il resto si vedrà.
Ed invece…
La casa l’ho trovata, con 3 spagnoli, uno più matto dell’altro, gli esami li faccio per me ed anche per i miei compagni di corso, studio il giusto e sto imparando lo spagnolo.
Ma il resto?
Non so quando tornerò a casa, definitivamente intendo, l’idea di tornare a casa mi fa lo stesso effetto dei krumiri: posso sentirne l’odore tutti i giorni ed impazzire, ma poi ne mangio solo 2 alla volta. Sarà bello tornare, a dicembre, il Natale, il freddo, Casale, la montagna, le persone che amo… ma sarà strano. Ora ho un altro posto che chiamo “casa”, un nuovo posto di cui sento la nostalgia quando viaggio, nuovi amici, nuove abitudini, nuove cassiere del supermercato, nuovi fratellini, nuovi vicini.
E poi? Che io mi fermi qui 1 anno o 6 mesi, il prossimo anno di Sevilla e di questa spettacolare esperienza rimarrà solo un ricordo. Ci sarà un nuovo gruppo di ragazzi erasmus, che inizierà quest’avventura, come l’abbiamo iniziata noi: pieni di punti interrogativi e la concluderà allo stesso modo: con altrettanti punti di domanda, ma una miriade di amicizie sparse per il globo, una moltitudine di persone che quando sentiranno il nome “Spagna” alzeranno le orecchie e al suono di “Sevilla” si bagneranno gli occhi d’emozione.
Ho paura.
Ho paura di questo momento. Ho paura perché sono dannatamente felice, ogni giorno, senza esclusione di colpi e non posso immaginare che questo entusiasmo si spenga.
Poi però mi ricordo che forse sono io, che è la mia persona, che sono l’entusiasmo fatto a persona e non importa il luogo, serve solo il solito sorriso.
Non posso scrivere oggi, ho troppo caos in testa.
Sono felice, super felice, consapevole della mia felicità, della mia fortuna e voglio che duri il più a lungo possibile, nonostante sappia che finirà.
Come finisce la vita.
Verremo sostituiti, le nostre camere andranno ad altri, il nostro posto sulla metro, il nostro biglietto per il marocco, il nostro buddy…
che cazzo di dimensione è questa?
La situazione è un po’ questa…
Milano non è Siviglia, la mia vita non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un anno fa ed io non sono più in Erasmus. Ma… mi ricordo che sono io, che è la mia persona, che sono l’entusiasmo fatto a persona e non importa il luogo, serve solo il solito sorriso.
La sera, per cenare, ci aspettiamo a vicenda. Io ed i miei coinquilini intendo. Sì, lo so, avevo parlato di una sola, infatti rimane sempre lei, ma abbiamo adottato per un mesetto un senzatetto: Alessandro. Che poi non ho nemmeno parlato a dovere di Jessica. Jessica ha i capelli corti, neri e riccissimi, ma da qualche giorno se li piastra, le stanno ancora meglio, sembra più grande, anche troppo. Ha sempre il sorriso sul viso e quando si affievolisce non se lo concede, si nasconde nel cuscino finché non torna a risplendere. Jeje è stata un regalo del destino, subito dopo che si è preso la mia macchina, mi ha portato una macchina di coinquilina, una sorella. Je è una forza della natura, ci assomigliamo dannatamente, nel bene e nel male e ci siamo volute bene dal primo giorno. Non dimenticherò mai il suo sorrisone colorato come i palloncini che ancora ingombrano la sala, dal giorno del suo compleanno.
Alessandro, l’homeless, è la bontà fatta a persona, uno di quegli elementi che non si arrabbiano mai. Sì, quei tipi che ti fanno irritare fino al punto in cui non gli scoppi a ridere in faccia perché ti stai lamentando davvero dell’aria fritta e la sua calma ne è la riprova. Perché in fondo che motivo c’è per perdere anche solo un secondo della propria vita discutendo?
Ale dorme poco, fino a ieri si sacrificava su un materasso gonfiabile, lavora tanto e non perde mai un’occasione per tirare fuori la sua splendida terronaggine che si manifesta sotto forma d’iniziative culinarie, generosità, educazione smisurata, terminologie discutibili, convinzioni linguistiche che non stanno né in cielo né in terra, attenzione al prossimo e testa dura. Da ieri sera è andato a dormire nella sua nuova casa, esattamente due piani sopra le nostre teste, ma con foce flebile ha confessato “mi dispiace lasciare questa casa”. Ipocrita. La porta è sempre aperta e lo sai benissimo.
La sera, per cenare, ci aspettiamo a vicenda e anche se il frigo è sempre dannatamente vuoto, casa è sempre incredibilmente viva.
E poi c’è ESN, gli Erasmus, le discussioni inutili, le regole infrante, le fermate della lilla, il cielo rosa dietro a San Siro quando torno a casa alle 4, le luci di Natale in galleria, la vicina pugliese, il nuovo bando Erasmus, l’Argentina, la casa a Genova, il mare, gli amici di sempre, le conferme, i loro traguardi, le loro partenze, le mie, Amsterdam, Barcellona, i miei obiettivi…
Sono anche tornata a Siviglia, con un altro aereo un po’ più caro di quello che ho perso, la valigia mezza vuota ed una paura fottuta. E indovinate un po’? E’ stato bellissimo, di nuovo, da mangiarsi le mani fino ai polsi, da santificare, ancora.
La situazione è un po’ questa…
Milano non è Siviglia, la mia vita non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un anno fa ed io non sono più in Erasmus. Nuovamente si avvicina Natale, tornerò a Casale, il profumo dei krumiri, mamma quest’anno ha perfino fatto l’albero, mi aspettano svariati cenoni, il capodanno è ancora da definirsi, le cene dell’epifania sono già fissate invece, come i turni in negozio, ma…
Vi dirò: non è poi così male continuare a respirare, a sorridere, a vivere.
P.s. Se martedì non prendo 30 mi uccido.
