cene salutari a base di orzo e legumi, peggio dei vegani. Ripongo ordinatamente
nella dispensa i piatti, dopo che si sono asciugati, quel movimento lento,
preciso, a volte troppo brusco, con cui ho giù rotto due bicchieri ed una tazza.
Davvero sposto le stoviglie da un ripiano all’altro, solo perché quello è il
loro posto? Davvero rompo l’anima anche ad Ale perché lo faccia? Tolgo le borse
dall’armadio, le ripongo nuovamente in ordine di altezza. Ritiro il cuscino da notte
nell’anta in basso, tiro fuori quelli da giorno, ogni maledetta mattina. Quanto
tempo ho per questi riti inutili, per curare questo contenitore bianco?
Scrivo mail, apro un account, copio, apro l’altro, incollo. Ringrazio anticipatamente,
cordiali, distinti, luccicanti, colorati saluti, dottoressa. Impagino anche i
riassunti, impagino anche il vassoio della mensa, impagino anche me stessa
davanti allo specchio, ma per cosa? Per chi? A quale scopo? Per dimostrare che
cosa?
Prendo la metro, qui viene il bello. Prendo la metro, dopo aver scaldato con le
mani il telefono, perché la batteria patisce il freddo e non avete idea di
quanto sia lungo il viaggio senza uno schermo da guardare. Che cazzo di pensieri faccio? Inserisco il jack
delle cuffie, infilo gli auricolari e apro Netflix.
Lorenzo mi ha consigliato
di iniziare Black Mirror ed i consigli di Lollo sono oro colato. Quanto mai,
maledetto.
Sto mettendo in discussione la filiazione, me stessa, chiunque mi si
sieda accanto, ad ogni puntata. Download, Black Mirror, Episodio, rotellina,
telefono spento.
Mi ritrovo a guardare questo schermo, nero, quasi persa, spaventata. Mancano
ancora 16 fermate. Alzo gli occhi e cerco sostegno, l’ho quasi trovato in un
uomo girato di profilo, non ha il telefono in mano, sono carica di parole dopo
questa giornata, adesso inizio una di quelle conversazioni che gli farà perdere
la sua stazione, mi avvicino… aveva l’auricolare.
La ragazza di fronte chiama
un’amica, non prende, ci rimane molto male. Non c’è nessuno nel mio raggio
visivo che non abbia il telefono in mano.
Mi rimbomba nelle orecchie la voce di
Jude che tagliando la mela dice “il black mirror è questo, sono gli schermi dei
nostri telefoni…”.
Vorrei gridare.
Vi prego parliamo di qualcosa, non c’è un artista di
strada? Un mendicante? Il conducente da distrarre? Nessuno?
Non c’è nulla di più alienante di questa metropolitana, di sapere già che le
porte si apriranno a destra, che se devo scendere in università mi conviene
stare a ¾, se devo andare a Garibaldi, in fondo o all’inizio, se devo tornare a
casa in mezzo. Non c’è nulla di più terrificante delle teste chine su questi
telefoni, mentre questo bambino peruviano gioca a chi riesce ad alzare di più
le gambe senza tenersi, con la sorella, sotto gli occhi sorridenti della mamma,
alla mia sinistra. Nessun altro che lo stia ammirando, che si stia perdendo nei suoi dentini storti come quelli di Gianni alle elementari.
Per favore, scegliamo un tema, un argomento di discussione giornaliero,
appaltatemi la gestione della felicità sulla metropolitana, qualcuno mi aiuti a
lanciare una start up. Datemi delle caramelle da regalare, insegnatemi a
suonare la chitarra, apriamo un vagone solo per gli uomini che vogliono parlare
di calcio, uno per la moda, uno con la musica dance anni ’80, facciamo qualcosa. Dov’è finito l’uomo di quella sera con l’orso gigante? Dove sono i ragazzi che urlano e saltano con me?
Voglio fare amicizia, vi prego,
non deviate lo sguardo, tenete su quegli occhi, siamo solo umani e lamiere,
guardiamoci in faccia.
Chi ce lo restituisce il tempo che perdiamo in metropolitana?
Potrei impazzire.
Toglietele questo odore di sacchetto di plastica. Fatela profumare da qualche merda di P&G, votiamo il profumo della settimana, aiutatemi.
Aprite i finestrini. Disegnatemi il mondo qui, fatela a 100
metri da terra questa merda di tube, fate in modo che esca ogni tanto, che dopo
Cocheras ci sia il sole, che si veda Siviglia dall’alto, che non ci siano
fabbriche a Ponale, ma il parco della Pablo de Olavide. Datemi un napoletano che inizi a provolare, i mosaici di Toledo, le piastrelline bianche luminose di Parigi, di Lisbona, aprite le porte ai writer, muovetevi però.
Ho bisogno di respirare.
La pentola a pressione fischia, vaffanculo all’orzo.
