Qual buon vento – Buenos Aires pt.1

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Ho appena finito di vedere un film bellissimo, si chiama “The Intern”, “Lo stagista inaspettato” in italiano. 
Vado a dormire con il buon umore, domani è l’ultimo giorno di agosto e ho grandi progetti. 

Voglio che questa esperienza sia diversa, arricchirla e arricchirmi, quindi farò un elenco di propositi mensili, degli obiettivi, dei goal. Siamo ancora giovani, possiamo reinventarci, scoprire, curiosare, provare.
Io inizio da qui. 

Sono andata a lezione di yoga lunedì e hai presente come le fanno vedere nei film? Luci calde, musica da yoga, incenso, a metà tra il sacro ed il profano? Beh è proprio così, è un culto, è un rito, è come una preghiera, però non è sufficiente avere le mani giunte. Per pregare in yoghese devi metterci tutto te stesso, abbandonarti completamente, lasciare veramente fuori dalla porta tutte le preoccupazioni, cercare dentro di te le soluzioni più semplici, prendere contatto con il tuo corpo e con te stesso. 
E poi la meditazione. 
Hai presente quando dicono che solo una persona veramente devota è in grado di galleggiare nell’aria e alzarsi e svolazzare a gambe incrociate? Beh a questo livello non sono arrivata, però la meditazione è stato qualcosa di veramente extra corporeo, un’illuminazione. Il mio corpo era lì, sdraiato in maniera disordinata su quel tappetino, il cuscino sotto al ginocchio, una copertina in pile bianca, una mascherina con i pallini sugli occhi, ma io ero da un’altra parte. Il mio corpo era leggero, morbido, fluido e mi lasciavo trasportare dalla melodia, disarmata. Come quando da bambini ci cantavano la ninna nanna o ci raccontavano una storia, ecco, quello era il livello. E credimi, per raggiungere quella sala di yoga c’è un cavalcavia degno delle peggiori zone di Caracas (poi te lo dirò se fanno veramente così paura i bar di Caracas), nonostante sia abbastanza centrale, le luci calde delle vie di Buenos Aires non sono così rassicuranti. Anzi. Sono il set perfetto di un film horror. Soprattutto perché è facilissimo passare dalle vie delle strade principali, illuminate a giorno, al buio caldo e soffuso.
Beh, dopo quel cavalcavia, più in basso dell’altezza della strada, c’è il numero 40, una porticina e una ragazza gracile con lo smalto nero che, aprendo la porta, la prima volta che ti vede, ti bacia. Si, ok, qui lo fanno tutti, ma lei ci ha messo più amore.
Ecco, insomma, proprio lì dentro, in un posto forse tetro, mi sono sentita al sicuro e disarmata come nella culla della principessa dove io e le mie sorelle siamo cresciute a suon di Fra Martino e racconti di mamma e papà. 

Non sono ancora convinta, probabilmente farò Crossfit due volte a settimana e yoga una sola, come se fosse un premio, un regalo a me stessa. Questo lo pianificherò domani, prima che arrivi settembre.

Tornando al film, basta che tu legga la trama per capire perché mi sia piaciuto. Una cucciola randagia intraprendente, di cuore, indaffarata, nevrotica, amorevole, che impara a fidarsi davvero, sotto l’ala dell’esperienza, della vecchiaia, della calma, ha trovato il suo yoga in De Niro. E cosa non meno importante ha lanciato una start up della madonna (lo devo mettere maiuscolo? In realtà non volevo essere blasfema, solo l’avrei detto così se ti avessi avuto qui davanti. Se ti avessi davanti muoverei anche le mani come una matta, con i palmi aperti, toccando il cruscotto, facendo disegni nell’aria e questo era un inciso ecco).

Buenos Aires è bella, mi ricorda Milano al principio, quando sono arrivata e dovevo imparare ad amarla. In realtà non assomiglia per niente a Milano, è il mio modo di guardarla che mi ricorda gli occhi che mi hanno accompagnata, quelli primavera/estate 2017. 

A proposito di collezioni, oggi sono andata ad un incontro splendido in Università, era una “charla” che qui è un modo molto conviviale di chiamare una conferenza, potrebbe essere l’equivalente di workshop, ma in realtà è un finto workshop come sempre tranne che alle school, però questo è troppo ESNenniano quindi non lo capiresti comunque. Il titolo era “la comunicazione della moda – la trasformazione del linguaggio della moda nella contemporaneità”, c’erano 3 giornaliste che si sono dovute reinventare con l’arrivo di internet, dei blog e poi di Facebook e di Instagram e di tutto quello che uso io insomma. Davano una visione ampia anche sulle nuove posizioni lavorative che sono nate sull’onda del web, tutto molto bello di conseguenza ho pensato che nel secondo semestre potrei cercare uno stage.

Se in Spagna mi aveva dato un grande aiuto a capire cosa non volessi fare nella vita, magari in questo emisfero l’impulso potrebbe essere in direzione opposta!
Ma questo rimane un buon proposito per il prossimo semestre, quindi non mi devo portare troppo avanti, va nel box del lungo termine.

A proposito, oggi sono anche tornata al box. Ovviamente non nel mio bellissimo dietro alla Sogegros di Alessandria, bensì ad uno nuovo porteño, si chiama BIGG ed è molto più metropolitano, ciò nonostante mi ha dato modo di confermare il mio sospetto: un ampio campione di segretarie delle palestre oltre che un dito in culo ha anche un leggero ritardo mentale. 
Sorvolando sul dettaglio, sono abbastanza stanca, anche se non si direbbe dall’orario e ho tutte le parti appuntite del corpo ustionate dallo sfregamento (sono sicura che ci sia una parola che indica gomiti e ginocchia, ma non riesco proprio a ricordarla). Beh non serve nemmeno dirlo, dopo Crossfit mi sento rinata, orgogliosa e fiera di me stessa, soprattutto completando il pomeriggio merendando (perché non esiste anche in italiano questo verbo? Lo voglio importare, è il mio preferito) con una banana. 

Ok, sono sicura che a questo punto, quando domattina leggerai queste righe, inizierai a pensare che stia nuovamente partendo per la tangente (o forse non sono mai stata dritta) però (ok sicuramente sono sempre stata un po’ stranina) in realtà ho solo voglia di riassettare tutto, di raddrizzare un po’ questa tangente e guardare, a porta spalancata, non dallo spioncino, il mondo e me stessa al suo interno.

In realtà avrei voluto anche parlarti del fatto che qui girano veramente tante droghe, di qualsiasi tipo e sai che c’è? Che non ho più voglia nemmeno di motivare il perché non bevo, di rispondere alla solita cantilena “Ma davvero?” “Ma perché non ti piace o…?” “Ah quindi sei astemia?” “Ma hai mai provato?” “Nemmeno la birra?” sorrido, “scelte” e giro i tacchi. Non mi piacciono quegli occhi da scienziati che osservano un topo in gabbia, io non sono in gabbia, saranno le vostre le gabbie a forma di bottiglia! A me fa cagare anche la coca cola, non mi sforzerò di certo per farmi piacere qualche intruglio schifoso di quelli lì che ti servono in discoteca. Perché poi? Va bene così. Se sono presa male sto a casa, se non mi diverto me ne vado, se sono stanca bevo un te, se ho paura sudo freddo, se non ho il coraggio di fare qualcosa stringo i denti. A me va bene così. Mi piace sentire tutte le emozioni, vive, ustionanti, sulla pelle, nella testa, fino al cuore.

Dovrei aggiungere qualche dettaglio sulle persone che ho deciso di frequentare, su quelle che invece saluto dopo cinque minuti e su quelle che mi hanno già accolta nel loro mondo. Vorrei anche dirti alcune cose sulle associazioni e su un volontariato diverso da quello al quale sono abituata, ma devo ancora approfondire l’argomento, quindi per ora mi fermo. Lo appunto, così me lo ricordo al prossimo giro.

Credo che ad aggiornamenti per oggi siamo a buon punto. Avevo bisogno di svuotarmi un po’ e lo yoga non era forse sufficiente, non fa rumore e io sono una casinista. 
Ma mi placherò un pochino, sarà nei propositi che stilerò domani, ti aggiorno!

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