Unthought known

Sono qui, sul divano, in questo salotto ovattato, i cuscini
sulle sedie, i divani sfoderati. Mi ciondolo tra insicurezza e pulizie. In
questa casa è sempre primavera, quando si tratta di lavare i pavimenti.
C’è un silenzio surreale e posso sentire il rumore dei miei
pensieri. Mi sono dimenticata di mettere il deodorante. Sto leggendo un
romanzo, invece di preparare quel test. Alla ricerca disperata di tutto
quell’amore che io non so tenere e preferisco guardare dallo spioncino, leggere
su un divano sfoderato che mi punge il culo con le sue piume, ricordandomi
canonicamente che dovrei alzarmi e godermi la vita.
Ieri ho fatto vedere il cimitero di Santa alla mamma, era
entusiasta, “veramente carino” diceva, ma non le interessa, non riesco a farmi
dire dove vorrebbe essere seppellita. Mi aveva dato un senso di serenità
immenso, quella volta che mi hai presentato i tuoi, lo stesso che mi da vedere
il mare allo svincolo di Genova Ventimiglia, lo stesso che mi da questo posto.
Santa.
Mamma invece non mi prende sul serio, mi dice che non ci
pensa minimamente a morire, che deve ancora iniziare a vivere, che sarebbe una
bella presa per il culo. Cerco di farle capire che l’antidoto è solo uno,
mentre pulisce, guardando “malati di pulito”, mentre discutiamo per queste futilità
che in mano ad una mamma riescono a sembrare così catastrofiche. La pozione
magica è quella che decidiamo di bere ogni mattina quando ci alziamo, quando
scegliamo il colore dei vestiti, quando pettiniamo il sorriso all’insù e
arruffiamo un po’ i capelli.
Il segreto è vivere, a crepapelle, al limite, fino allo sfinimento.
– Ei
– Ei
– Come stai?
– Confusa, smarrita e con un po’ di mal di pancia, sul divano che leggo,
piagnucolo e aspetto che l’oki faccia effetto.
– Mangiato dall’ansia, esasperato, stanco, sul letto che
fisso l’iPad senza produrre assolutamente niente.
Ho fatto suonare l’allarme “datemi una matita” quando ieri
mi sono scontrata con una Mazzantini che sembrava parlarmi a tu per tu, nel suo
Splendore, mi diceva “Chi ha detto
che i ragazzi sono coraggiosi? Il coraggio io l’ho trovato con gli anni,
insieme a ogni sbaglio, a ogni pezzo mancato di strada. Non ero abbastanza
disperato, forse. Avevamo poco più di vent’anni, tutta la vita davanti…”
Ed è così che mi sento, con poco più di vent’anni e tutta la
vita davanti: confusa, smarrita e con un po’ di mal di pancia. E siamo un po’
di confusi e smarriti, di esasperati e stanchi, di mascherati che escono e ci
bevono su, si distraggono, provano. Basta prendere una posizione, scegliere,
mantenere una linea, ma essere anche flessibili, darsi l’opportunità di
sbagliare, accettarlo. Dici poco.
La vita è quella cosa che accade tra un’estate e l’altra,
quando hai ancora vent’anni, quando sei Doralice e ti permetti di dividere in
scomparti il tempo, di accantonare e riprendere persone, di fare quello che
t’ispira e ti fa stare bene, a breve termine, al lungo ci penserai dopo, al
lungo ci pensi solo se si tratta di te, della carriera, della vita davanti che
devi iniziare a modellare.
Ma cos’è?
Fa un rumore strano l’incertezza, ha quel retrogusto di eccitazione, ma fa
paura.
Rimando e non sono convinta di rimandare, voglio studiare e non sono convinta
che sia la scelta migliore, sembra solo un rimandare, e se sbagliassi? Devo
fermarmi o continuare a correre? Perché qui la gente non si scusa? Sembra
troppo facile, troppo difficile, verrà da sé? Troppo comodo delegare al
destino. Cosa me ne faccio di questi vent’anni? In che giostra devo salire? Chi
mi devo portare dietro, chi mi seguirà, chi devo lasciar andare? Perché ho queste
manie di onnipotenza e penso che dipenda tutto da me? E’ forse questa la
depressione post erasmus? La paura di prendere scelte che non emozionino come
ha fatto quasi ogni giorno, la vita, Siviglia, quest’anno?
Temo il giorno in cui l’estate sarà solo un periodo in cui fa troppo caldo, clienti e fornitori non rispondono al telefono perché sono in vacanza e la confusione di questo periodo sarà solo un lontano ricordo. Non voglio che arrivi mai.
Per uno strano gioco dell’eco sento in sottofondo una
canzone conosciuta, mentre chiudo le persiane. Nella penombra, sulla terrazza
di una palazzina ottagonale che mi ha sempre incuriosita, ci sono 3 ragazze che
cantano Tiziano Ferro nell’inconsapevolezza dello show di cui mi stanno
rendendo partecipe. Immagino siano 3 amiche, in vacanza, magari anche per loro
è l’ultima sera e non vogliono che finisca, non vogliono chiuderla e se proprio
devono, che sia con una canzone. Cantano, stridule, come me, credendo di non
essere udite, strillano “ma vuoi dirmi come questo può finire” e si
abbracciano. Immagino i loro volti, quel mix letale di tristezza e felicità che
conosco benissimo.
Mi riprendo un pezzo di Siviglia, un pezzo di me, sorrido.
Se c’è qualcuno all’altezza di tenere alto l’entusiasmo Sivigliano è Santa
Margherita, lo sapevo ancora prima di tornare, mentre assaporavo i profumi del
pitosforo guardando il ponte di Triana.
Sembra ieri quando Pedro m’insegnava a chiudere i tacos ed eccomi qui a 2000km
di distanza a sbrodolarmi con la piadina, a costruire monopoli su carta, a
distrarmi.
Poi sono tornata, giri immensi, per finire qui, come sempre.
E anche questa è finita, come ogni domenica, come ogni
messa, come ogni estate.
E cambio divano e cambio scenario, ma sono sempre io, che mi
attorciglio tra titubanza, paura e nausea, questa volta con i Pearl Jam. Non la
facevo uno da Pearl Jam professore, ma la ringrazio.
Il tempo scorre, inesorabile, i dubbi si attaccano alle mie
caviglie e rallentano i miei passi, ma va bene così. Del resto ormai siamo
precoci, non serve avere 25 anni per “la crisi di un quarto di secolo”,
ne bastano venti, una laurea e tante opportunità.
Dove ci porterà questo turbinio di pensieri rumorosi? Ne
saremo all’altezza? Ci renderà abbastanza felici? Ci ricorderemo di essere
felici?
Quest’anno cambio strada, non piango andando via da Santa,
siamo troppo vicini per piangere.

Buona fortuna ragazzi, chissà quanto saremo cresciuti al
prossimo giro di giostra, non dimenticatevi la felicità nel piano di studi,
senò non arriveremo da nessuna parte.
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Cuaderno de viaje – Ultimo día – se acabó lo que nunca se acabará

Mi sto asciugando le lacrime nella bandiera quando improvvisamente la pubblicità di Spotify interrompe il pianto… è in italiano e cado. Cado su me stessa, cado su queste voci nuove, cado in questo mondo vecchio.
Ho paura di addormentarmi e di svegliarmi qui, nel letto di casa mia, quel letto che mi ha accompagnata dalle medie, per tutti gli anni del liceo, questo letto che non è più così tanto mio. Ho paura perché significherà che il sogno è davvero finito. E non si torna indietro.
Fermate tutto, dove sono le coperte sbiadite? Dov’è il cuscino stretto e lungo? Dov’è il mio terrazzo? Dove sono le luci fuori dalla mia finestra? Dov’è Pedro? Dov’è Edu? Dov’è Robi? 
Se grido non mi risponde nessuno. 
Ora lo so Gabri, lo so cosa dobbiamo rispondere quando ci chiedono di dove siamo: siamo di dove abbiamo voglia di svegliarci. 
Apro facebook e lo richiudo. Voglio vedere, ma non voglio sapere. C’è chi è partito ancora prima di me che sta riprendendo in mano la vita precedente, feste di bentornato, chi è ancora là, nel limbo, nell’attesa, guardando partire gli altri, soffrendo forse ancora di più di chi è a casa. 
Siviglia è magica, con la pioggia o con il sole, di notte e di giorno, d’estate e d’inverno, però la mia Siviglia siamo noi. Noi tutti. Dai miei migliori amici, alla compagnia, alle persone di contorno, con le quali avresti voluto approfondire, le avevi lì, ad un passo, le hai avute magari per un anno, ma non si può avere tutto, non c’è tempo.
Tempo.
Lo so, chi è partito nel secondo semestre vorrebbe tirarmi un ceffone, io che di tempo ne ho avuto il doppio, ma anche il triplo non sarebbe mai abbastanza. Come si fa a dire addio serenamente a questa classe di felicità?
Non è un addio, è un arrivederci, con le persone, con alcune almeno… però è un addio con questa Siviglia, Sevilla Erasmus 2015/2016. 
La Torre dell’Oro si fermerà lì, a guardare dall’alto altri ragazzi, ad accoglierli, a spiare nuovi amori, a nascondere botellon, ad asciugare lacrime.
Hoyo19, Casino, ma anche Bilindo, Libano, Uthopia, non si muoveranno, continueranno a regalare serate indimenticabili, a far incazzare i fautori del “facciamo qualcos’altro?” “ma un po’ di rock?” “andiamo all’Alameda!” eppure torneranno lì, anche solo un salto, anche solo un’oretta, perché è così: casa è dove c’è chi ti scalda il cuore. E allora tanto vale.
Nemmeno Plaza d España si sposterà, continuerà ad accogliere le visite inaspettate ed illegali di qualche ragazzo coraggioso e folle. Statuaria, immensa, tuffandosi nei loro cuori con leggerezza e lasciandoli sussultare sempre anche solo immaginando quella grandezza, quella vastità, che ci frega, quella fortuna.
E poi la Giralda, la Cattedrale, Plaza Nueva, l’Alfa Alfa, il Parasol, calle Feria, l’Alameda, il parque del Alamillo, Duo Tapas, 100 montaditos, la UPO, il rectorado, l’Alfonso XIII, gli aranci, il ponte di Triana, Calle Rosario Vega, la mia camera…
Tutto resterà immobile, cambieranno i sensi di marcia, cambieranno i piedi che la calpesteranno, mentre lei resterà lì a prostituirsi a tutti, a far godere generazioni di Erasmus con gli occhi a cuoricino.
Non è stato nemmeno poi così emozionante farsi il bidè di nuovo, alla fine mi manca anche lo squat nella doccia.
Sono passati due giorni ormai da quando sono tornata, la voce inizia a spargersi e adesso sono io qui, dall’altra parte, ad aspettare una chiamata su Skype, a stare in disparte, a cercare di non dare fastidio, di non mettere il dito nella piaga.
E’ strano, ovattato, m’immaginavo nella mia bolla e qui sono, seduta sul mio divano, davanti al mio specchio, nella casa dove sono cresciuta, ospite.
In camera mia è pieno di pezzi di altre case, ormai di mio sono rimasti solo i vestiti nell’armadio, nemmeno tutti, perché le valigie ancora non le ho svuotate. Sono tornata e mi sono buttata a capofitto sull’università, studiando fino a tardi, pensando poco, respirando tanto.
E poi arriva lui.
Ore 2.00 di mattina, dopo una serata passata a ricordare, davanti ad una coppa gelato più grande di me, arriva lui in boxer, calzettoni e grembiulino. Un panettiere sconosciuto in quel di Acqui che impasta qualcosa che sembra una pizza. L’odore si sente da fuori, ma non è pizza. E’ odore i pane, di brioches, di panetteria. Mi fermo e chiudo gli occhi. Sì, questo mi è mancato. E’ un momento magico, mi riprendo un pezzo di me, mi lascio inebriare da questo profumo e da tutto ciò che si porta dietro. E’ bello essere a casa.
Avevo programmato di tornare ad inizio giugno, per potermi laureare, ma alla fine avevo lasciato che prevalesse la voglia di vivermi ancora un mese d’Erasmus e nonostante i mille dubbi, non me ne sono mai pentita, era la cosa giusta da fare, ci avrei perso troppo rispetto a quello che avrei guadagnato. Ed invece la vita è imprevedibile e pare che il karma avesse qualche debito con me… 
Davvero posso laurearmi a luglio?
Davvero ho vissuto l’anno più spettacolare della mia vita, torno ed ho ancora la possibilità di laurearmi?
Ma come ho fatto a meritarmi tutto questo?
Un bagno freddo nella realtà, bisogna rimettersi in marcia, esami, tesi, corri Doralice, corri.
Ci ho messo dieci mesi per imparare ad apprezzare chi si piazza in mezzo alle scale mobili ed ora devo riprendere a correre?
Fermi tutti.
Una cosa alla volta.
Tutto andrà bene.
Siviglia mi manca, ogni mattina quando mi sveglio e non vivo in Calle Rosario Vega 4 è un gradino in più verso la realtà ed uno in meno verso il sogno. Forse aveva proprio ragione Mari, alla fine era un sogno e con quell’atterraggio brusco Ryanair ci ha fatte svegliare, di soprassalto, affannate,  con le lacrime agli occhi. Chissà se raccontandolo ci crederanno, dobbiamo assolutamente stampare le foto sennò ci dimentichiamo qualche dettagli, aspetta però… non eravamo soli.
E’ qui il trucco, è qui la magia, è tutta qui la differenza tra un sogno ed una vita.
Non eravamo soli.
E ripenso al receptionist dell’Oasis “Hola, tienes reserva?”, penso a calle San Clemente, a Matteino che mi fa vedere casa sua, come sarebbe andata se avessi vissuto lì? Dopo sarebbe arrivato anche Valerio, che figata! Penso a Nico con la maglietta del pagliaccio, a Fra con il vestito colorato, alla fermata della metro di puerta Jerez, i primi. Penso a quel biglietto giallo con il numero di Pepe, a Cristina che mi fa vedere l’edificio, a Pedro nel salotto, con la chitarra “è questa, è casa mia”. Penso alla prima volta che sono uscita con Pedro, rubando involontariamente lo scotch alla Fnac, con la sua felpina rossa dalle tasche grandi, non capivo nulla di spagnolo eppure c’intendevamo alla perfezione. Penso ai post-it su qualsiasi oggetto della casa, che una volta erano arancioni, mentre adesso sono bianchi. Penso al primo tramonto dalla finestra della mia cucina, dietro a Triana, dolce, sui tetti rossi, dietro le colline di Tomares. Ed il primo giorno alla UPO, Federica e Davide stanchi morti sulla metro, Adrian che m’insegna il verbo essere e la cultura della tostada a 90 centesimi in caffetteria. Chi l’avrebbe mai saputo che in quella caffetteria avrei portato addirittura la mia bandiera da firmare, che ci avremmo fatto colazione tutti i giorni, dopo il corso, che si sarebbe rubata una delle tradizioni più dolci del primo semestre della nostra vita. Penso al mio Buddy, JuanCa, austero a descrivere ESN  a parole, come se le parole bastassero, che ne sapevo, dietro a quella scrivania, che sarebbe diventato una delle pietre miliari di quest’esperienza. Come Lucas, come Roberto, come Simon. Penso a quella prima sera a Torre del Oro, con il vestito nero lungo e le all star, a Federico che arriva solo, incamiciato, con il suo zainetto “no guarda questo è il mio secondo Erasmus, quest’anno starò più calmo, studio e tesi” che ridicolo che sei stato. Penso a quel coglione sorridente che mi presenta Nico, “ti presento un fenomeno” “piacere, Giulio” “Doralice”. Cazzo c’ha da ridere. Chi l’avrebbe mai detto. Penso a quel chitarrista ai piedi della cattedrale, che tanto piaceva a Fede. Penso a Leonardo al supermercato, a cosa sarebbe cambiato se non gli avessi chiesto “sei italiano vero?” e se non mi avesse proposto di cenare con lui, Mattia, Claudia, Simone e Vanessa. Penso al FaceTime con Simone, pezzi di storia. Penso a quella prima cena da Nazca, al mio imprinting con Monse, al pub irlandese in cui siamo andati dopo, secondo piano, scuro, a raccontarci aneddoti strani della nostra vita, c’era anche Laura quella volta. Penso alle cene internazionali, a quando sono diventate una tradizioni, a Julie, a Raissa, Klara, alla prima volta che Leo ha portato Tina “è una mia compagna, non è bellissima?”. E poi Lisbona, Giovanni il muto, la colazione a sorpresa per il compleanno, la gamba dei selfie, la pioggia, Sintra di notte, perdersi nei mercatini dell’usato, conoscere un amico argentino che Leo aveva conosciuto a Bologna, che stava facendo un altro Erasmus a Lisbona, che si chiama Gaston e fa video, come Gaston videomaking di Alessandria, scrivere solo G su Facebook e scoprire che sua nonna italiana è la migliore amica della nonna di Giorgia. Ridere di gusto, per quanto sia piccolo il mondo. 
E quella sera, al tandem, c’era una ragazza riccia, carinissima, con le sue 2 compari, si chiama Eugenia, cazzo se parla già bene, ah beh studia lingue… chi l’avrebbe mai detto che da quei boccoli sarebbe nata un’amicizia così grande. Propongo di andare a mangiare un boccone tutti assieme, è il primo “sì” dei mille che arriveranno da Eugi, anche Lucio ed Antonio si aggregano, le orazioni di Lucio sull’efficienza di Erasmus Club, Antonio ed i suoi piani precisi sull’università. E poi Granada, Lucio in ritardo, la futura miss Erasmus pure, Hannah che mi racconta in che lingua sogna, lei che parla italiano ed inglese madrelingua, quello spettacolo dell’Alhambra, godermela litigando con Lucas, benedetta quella litigata, dalla quale nacque una grande ammirazione reciproca. Belle le persone che non te le mandano a dire. 
E poi c’era la Juve, ad Alessandro era arrivato il pacco con il cibo, lo stesso giorno che a me arrivava una busta con il biglietto della mia Juve, ovviamente settore ospiti. Llorente, non esulta, ci vuole bene. Però non insultateli sti Sivigliani, sono brava gente, “hey, tu sei l’avvocato di Ale?”, perdiamo, ma l’inno del Sevilla mi ha emozionata così tanto che torno a casa con una sciarpa ed una vittoria personale.
Ed in un batter d’occhio arriva mia mamma, Arabella, che spettacolo condurre una vita Erasmus e poter andare a pranzo a casa dalla mamma, sembrava che non mancasse nulla a quel momento. Poi però dall’Italia parlano di un attentato, la tv spagnola non dice ancora niente, ansa.it sì, eccolo. Parigi. Il panico.
Crescere in paese ti mantiene lontano da questa classe di paure, ma quella sera, per la prima volta, sentendo il rumore di fuochi d’artificio, ci siamo affacciati tutti sul balcone ed abbiamo avuto paura.
Penso alla pelle d’oca, davanti al consolato francese, con tutti quei ragazzi che da un momento all’altro iniziano ad intonare l’inno. Non un eterno riposo, non una preghiera, non una canzone qualsiasi, La Marsigliese. “Voiture!”. Julie con gli occhi lucidi ce lo traduce, è una chiamata alle armi, che curioso che unisca così tanto qualcosa che incita all’attacco, che curioso questo patriottismo.
Ma il panico non può avere la meglio e due giorni dopo siamo già su un traghetto in direzione Marocco. E chi ci ferma a noi? La polizia alla frontiera, chi non ha il passaporto torna indietro. Charlie aveva già cambiato foto profilo, aveva già la GoPro al petto. Che fregatura. Chissà se avessi conosciuto Federica quella settimana, come sarebbe andata. Invece ho conosciuto Valentina ed abbiamo fatto subito squadra, mentre insegnava le parolacce a Tristan, mentre dormiva in autobus. Ed anche Alice, Laura, un ragazzo che parla a bassa voce, sorride a mille denti e si sdraia per terra per fotografare il mondo: Giovanni. Se chiudo gli occhi sto ancora cercando la prospettiva migliore per guardare il tramonto su Chefchauen e lì, nel posto scelto da me, ci trovo loro tre, Sylvian, Giovanni e Tristan. Ed è subito feeling. In quel momento magico, in quel luogo unico, solo quattro persone si erano staccate dal gruppo per vedere oltre le piante di quel terrazzo. Vi sembra poco?
Se chiudo gli occhi sento ancora gli sguardi di quelle ragazze, il buon Fabio che mi parla dell’Islam, della gelosia, della paura, dell’ISIS, della realtà, lo sento che mi dice “pazzesco, stai dicendo che devi fare la cacca, non l’ho mai sentito dire da nessuna ragazza qui, mi mancherai”. Ho ancora il mio nome scritto da lui nella taschina del passaporto. Ci sono persone che non si dimenticheranno mai.
E poi si rompe l’autobus, ci facciamo giochi di logica fino a scoppiare di caldo. E poi fotografiamo il tramonto, sul mare, dopo aver comprato facce strane ad Assilah, ci guardiamo nei riflessi dei vetri, perdiamo il traghetto, botellon alla frontiera, siamo tutti ninja.
Monse, andiamo alla ONCE, vediamo senza vedere, annusiamo senza vedere, tocchiamo senza guardare, andiamo in tandem, fidiamoci, impariamo il braille, invece di andare a ballare.
Ripenso alle luci di Natale, a tutte le volte che io e Charlie abbiamo detto che saremmo dovuti uscire prima delle 11 per vederle, alla paura che avevo di vedere quella città ancora più bella di quanto già non fosse. E così è stato. Tra una lucina e l’altra ci siamo buttati anche da un ponte, abbiamo rubato mandarini da un campo, mostrato le nostre abilità con il pattinaggio sul ghiaccio. E poi Valentina. Davanti alla metro di San Bernardo, arriva con il francesino delle parolacce quella biondina alla quale aveva comprato una collana proprio a Chefchauen. Carina sta ragazza. Davvero ci siamo aperte il cuore fino in plaza Nueva? Non ti ho mai chiesto scusa Tristan per avertela rubata per così tanto tempo. Eppure le ho voluto bene fin da subito. Ciao belli, vado a fotografare le lucine di Natale.
Monse, amore mio, vorrei tanto conoscere la tua mamma, però me ne vado a Praga qualche giorno con papà e Fiore, faccio Natale a casa, capodanno a Limone e torno.
Scusate raga, ma riatterrare a Sevilla dopo le vacanze di Natale è stata la sensazione di sollievo più grande della storia: finalmente, di nuovo a casa.
Lanciano le caramelle da dei carri di carnevale? Ma cos’è questo posto? Ah i regali li portano i Re Magi? Beh ha tutta la sua logica.
Cazzo Matti falli restare di più sti ragazzi, questa Puglia ci piace da matti e non si fanno nemmeno una serata. Ok, ci vediamo quest’estate.
Alessandria in finale di coppa Italia, salto sui soffitti.
Angelo, i gradini del Casa Blanca, cosa sarebbe cambiato? Un altro incrocio che dovrà aspettare.
Paolo, il nuovo ragazzo che vivrà in casa di Matti, con Gianluca e Valerio, dice che gli amici del primo semestre ce li dimenticheremo, perché i rapporti del secondo saranno quelli più veri, a lui è andata così a Granada. Non ci voglio credere.
Carnevale? Ci prendiamo tutti seriamente, io, Doro, Vale e Andy a sfoggiare la nostra varicella per tutta Cadiz. Io e Vale su quel muretto, a guardare l’oceano, a raccontarci la vita, a prometterci di non smettere.
Ed è già tempo di despedidas. 
Vale, Doro, Levies, solo adesso conosco davvero Maurizio e Gianfranco? Ma cos’è sta fregatura? E già ve ne andate? E dovrò tornare a casa sconsolata con Fede, parlando di Genni e di quello che non c’è più? No dai, fermatevi anche voi. La Juve deve ancora vincere il campionato.
Dario, sei fantastico. Solo uno con i controcazzi si sarebbe infiltrato negli abbracci di una despedida, con la tua classe. Ti sei meritato di vedermi sudare come un maiale in palestra per i prossimi 4 mesi.
Julie, cara Julie, continuo ancora a ripetere “ma ma ma” con mille intonazioni diverse ogni volta che vedo un cinese. Il nostro tramonto tartarughiano sul Parasol, quel risotto al bar Antojo, l’Abril per una volta è stato pure carino, Plaza d España, io e Monse addormentate su ogni superficie, l’alba. Buon viaggio cucciola, è stato bellissimo.
E bum. Precipito. Precipitiamo in realtà. A 300 km/h, nel vuoto, con un militarino da quattro soldi, che si è fatto un paio di mandati nella legione straniera, un decennio ne La Folgore e ha combattuto in Iraq, in Kenia e chissà in quanti altre guerre. Mi metto quest’uomo a mò di zainetto e mi lancio tranquillissima tra le nuvole. Il paracadute si apre, è andata bene, benissimo, voliamo. E Monse è lì, anche lei, voliamo assieme, come abbiamo fatto tutti questi mesi.
Auguri Monse! Non ci lasceremo prendere dalla tristezza, non c’è storia, adesso ce ne andiamo a conoscere chiunque, prima però prenditi sto formaggio fritto, offro io, e tieni un massaggio, ne avremo bisogno. Poi ci siamo risollevate da sole, il massaggio è ancora nella cartellina, scaduto.
Ciao Matti. Lo sai che è un “a prestissimo”, abbiamo già programmato tutto, dobbiamo sfruttarla questa Puglia. L’album è finalmente pronto, mi porto a casa la tua crema e ti lascio su quell’autobus. E’ stato bellissimo.
Pedro, ti prego, andiamo a suonare al fiume. Forse è stato quello l’inizio sai? Con la mia camicia fuxia ed uno stronzo che tirava le bottiglie per terra.
E’ San Valentino e mi regalo Netflix, diventa nostro e Breaking Bad farà compagnia a tutti i nostri pasti, per un mese. Seguito da Narcos, con Monse ed House of Card, ormai sulle mie gambe.
Adesso io e Monse ce ne andiamo a Cordoba, a lasciarci colorare dai riflessi delle vetrate di quella Mezquita. Uno di quei posti che assaporai fino all’ultimo arco, nel dubbio di non rivederlo mai più, senza sapere che qualche mese dopo Tommaso avrebbe avuto una macchina ed io altri 8 euro da regalare al comune di Cordoba.
C’è una Gaia che si sdraia a fare una siesta con noi sotto il sole di febbraio, è una ragazza un po’ sulle sue, un po’ dura, ma avrò la fortuna di poter sbirciare sotto quel guscio e trovarci un cuore grande.
Torniamo di corsa, c’è il compleanno di Edu. C’è il vicino incazzato nero, 50 persone in casa, un concerto in camera di Victor, Monse ubriaca, io con un pigiama da unicorno, da Mc Donald, alle 5 di mattina. 
Il giorno dopo era già resaca & pic nic time al fiume. Hola familia, è il 29 di febbraio e siamo in canottiera al fiume, a mangiare, cantare e chi più ne ha più ne metta.
Ciao Darin, ci vediamo alla feria, non tornare tedesca mai.
1 marzo, inizio del mio tirocinio. Quintas Energy, plaza nueva, è il giorno in cui inizia una tradizione fatta di piccoli gesti, rallegrata dall’omino dei giornali in puerta Jerez, da Margaret davanti al bar Genova, dalla colazione delle 10.30 da Paco, dal mio capo che è una persona squisita… Il terzo giorno mi stavo già maledicendo. Ma chi me l’ha fatto fare di cercare uno stage, in Erasmus, a Sevilla, il secondo semestre, in un dipartimento di finanza e contabilità? Eppure, l’ultimo giorno piangerò lacrime salatissime uscendo da quel contesto, ma ancora non lo sapevo.
E’ la settimana dell’evento nacional. Sta biondina che dicono mi somigli, a quanto pare, vive sotto casa mia! Roberta. E incrociamo anche Fede, non abbiamo una compagnia, io, Monse, Mattia su FaceTime e c’è un incrocio inconsapevole di quelle strade che torneranno poi ad attraversarsi più tardi.
Una serata pazzesca, trovando due ragazze magiche: Ilenia e Mariana, un nuovo inizio.
Ciao Sylvian, buon viaggio, non c’è niente da aggiungere, ci vediamo a giugno, forse.
E con l’innocenza di un Minions regalo il mio Galaxy S5 e tutte le foto che portava con se, ad uno stronzo di Sevilla Est. Avrai il mio telefono, ma non la mia anima e nemmeno il mio sorriso, Pedro andiamo a fare la denuncia, non ne voglio un altro, svegliami tutte le mattine alle 8.15. E da questo furto senza rimorsi nacque una sveglia, quella dei miei coinquilini che con puntualità e generosità, a turni, si svegliavano per darmi il buongiorno e buttarmi giù dal letto. Grazie familia.
Posso osare andare a Gibilterra con Erasmus Club? Ma davvero nessuno canta in questo autobus? Questa cosa deve cambiare.
Los pollos hermanos. La gioia.
Ed il conto alla rovescia finisce, ed alle 9.00 siamo i primi clienti del Mercadona di Triana, io, Monse e Pedro, sulla cresta dell’onda.
Cenetta a casa di Mariana? Dario, vieni anche tu, vabbè raga sono alla frutta: mi addormento appena tocco il divano ed attorno a me continua una serata tranqui, ma non me ne renderò nemmeno conto. Bene così, è nata una nuova connessione, Dario è dentro.
E via di Semana Santa, anche Fede è dei nostri, portiamo Ile a sconfiggere la timidezza, inebriamoci d’incenso, sbagliamo mille volte strada, corriamo sotto la pioggia per vedere il muso sconsolato di Edu che rientra in chiesa, che bello conoscere la tua famiglia.
Aspetta, è già ora di andare a Ceuta? Quattro giorni a farci coccolare dalla Mari, da Pedro, svegliandoci con il rumore del mare nella testa, ogni mattina. Un pezzo di paradiso. Fernando ti possiamo portare con noi? Grazie.
Raga, torno in Italia solo due giorni, promesso. Le lacrime di gioia di Alice e Lucia sono un toccasana, ma sono già di nuovo a casa.
Cenetta sotto la cattedrale? Trattiamoci bene. Andiamo a fare surf? Un surf che si trasformerà in Malaga, una Malaga che sarà un toccasana, La Vacanza, una Malaga che darà tutto un altro sapore ad una città che non mi era piaciuta per niente e che ora porto stretta nel cuore. Unica, come un Picasso, come ogni gamberetto, come i discorsi con Mariana sulla malagueta, tra una folata di vento ed una botta di culo. Come i consigli di vita del receptionist dell’ostello.
E già profuma a feria, possiamo sfoggiare i nostri abiti di seconda mano, a vivere 24/7 in casa di Charlie, io a dormire 3 ore a notte per poter andare a lavorare ogni mattina. Quanto siamo belle. Che spettacolo è questo mondo? In che secolo siamo? Cavalli, alcol, non fermarsi mai, casette, abiti spettacolari, un po’ di sano classismo. Finalmente ci trucchiamo, finalmente sembriamo di nuovo persone normali e non Erasmus, per un paio di giorni solo, ma siamo splendide.
Com’è splendido quel Gabriele che nonostante si sia seduto a 3 tavoli da dove sono io, continua a parlarmi, sorvolando tutti gli altri, guarda che ci ritroviamo testina, sarò la tua croce.
Com’è splendido anche il monopoly che ha costruito Carlo e giocarci fino alle 6 di mattina… ah sì e vincere.
Mi sembra il caso di andare a vedere una corrida, almeno una volta, per sapere di cosa si parla. Coinvolgente quasi più che allo stadio il clima che si crea tra una canzone e quei fazzoletti bianchi, ma il mondo ha superato i Gladiatori, non c’è più bisogno di questo tipo di divertimento, non serve ucciderlo. Una volta nella vita, basta ed avanza.
E ormai siamo un gruppo, dobbiamo lasciar andare la feria, ma noi restiamo uniti. Ed è questa la spinta gentile che mi tiene in piedi durante la despedida peggiore delle despedidas: quella della mia migliore amica. Non so se ho mai imparato a farne a meno, penso di no, visto che fino all’ultimo giorno, tornando a casa da ogni discoteca, le arrivava una nota vocale, però l’ho superato. Dopo qualche giorno di depressione e pianti, sono andata avanti, senza sostituirla mai, ma non ho perso la nostra gioia. Avremmo vinto noi.
E continuano le cene, i botellon a casa di Mari, le serate anche con il Casa Blanca vuoto, io ed Ile scopriamo la fondazione, una domenica mattina, mentre tutti ancora dormono. 
Salutiamo ripetutamente Hoyo, tra lacrime, vomito e gioie.
E diamo il benvenuto, un altra volta a Manhattan, Casino, Bilindo, Alfonso, Libano… alle gambe scoperte, alle infradito, al sudore, al sole fino alle 10.30, alle cene a mezzanotte, alle spiagge, continuiamo con i pic nic, questo prato sa un po’ di mare.
12 maggio, ti giuro che è la prima volta che vedo la casa di Ale, auguri. Promesso Giu, andiamo a prendere una birra. Tu allergico, io non la bevo. Fantastici a livello esponenziale.
14 maggio, Merida, perché non mi sono innamorata di Sara? Sei fantastica ragazza, cercherò nei ricordi un tuo abbraccio ogni volta che avrò bisogno di forza.
Ma cazzo, Camilla, Madga, Sara, Sonia e Cristina, insieme sono un portento di ragazze, dobbiamo uscire più spesso.
Esco solo un attimo stasera, giuro, sono stanchissima e domani dobbiamo andare in spiaggia presto. Brava Doralice, poi sei tu la croce. Quel molo, Gabri, il passato, il presente, il futuro ed un’affinità della quale non posso fare a meno.
Gio, galeotta fu la ricerca del tuo fidanzato, Emma, Robi, finalmente.
15 maggio, spiaggia, Conil de La Frontera, la prima di una lunga serie, un angolo di terra solo per noi, ma che bello è quest’albergo Emmì? Torniamo su. Robi, stiamo vicine, troviamoci, ma cos’abbiamo fatto fino ad ora? Viviamo ad una rampa di scale l’una dall’altra. Era solo l’inizio.
Arenal, sono scottata come una cretina, ho il vestito di quella volta che “vuoi davvero vivere un Erasmus a metà?” e Luca ci regala un po’ d’ilarità e di Padania.
Incredibilmente incroceremo anche il giorno dopo lui e quella mitica di sua cugina. In una città così grande, niente, inutile, non un metro di privacy.
Chi l’avrebbe mai immaginato a settembre, seriamente? Cosa ci faccio qui? Non dovrei nemmeno, il 99.9% di probabilità dice che è inutile, un illusione. Bum, chissenefrega. Quello che affermano le statistiche frega solo a I Cani.
Pennyboard.
Raga se non studiamo non andiamo da nessuna parte, proviamo assieme. Casa di Ilenia mi sembra un posto tranquillo… e fu così che, guardando l’orologio, arrivano magicamente le 22.00. Fede, Ile, siamo serie? A piedi nudi, stomaco pieno e cuore aperto, sigilliamo tra quelle quattro mura, davanti a degli appunti assolutamente inutili, un’amicizia che non si supera.
Vale, domani abbiamo un esame, non possiamo assolutamente… andiamo a Casino, ci vediamo lì!
Canoa?
Raga cena da me, questa volta davvero Gabri. Polizia? Perché no. Ognuno prenda uno strumento, questo è un concerto alla Rosario Vega. Restate.
Ed è già domenica, è già tempo di tornare in spiaggia, seriamente sei di Bra? Prof, pazzesco, due piemontesi, Mada, ma da dove siete spuntate? Con tutta questa dolcezza mista a schiettezza, restate qui!
Surf? El Palmar, di nuovo Erasmus Club, questa volta l’autobus canterà, a tutti i costi, anche a costo di farci fare il culo persino da Nabil. Bravi, bravi tutti, vedo che c’è affinità. Ma poi una tavola in testa. Non dire stronzate Stefi, non parti dopodomani. Non dirlo. Anche Cri? Ma state scherzando? Proprio adesso?
La prima dell’Italia, i pastelli a cera, i 12 anni che non abbiamo più, la voglia di cantare ancora, un trio che suona bene.
Ed è già despedida. Di nuovo in ballo, ricomincia il giro, questa volta però arriverà anche il nostro turno, non possiamo fare i furbi.
Il sole che scende dietro la torre dell’oro è lo stesso di sempre, anche se quando si riflette sui palloncini, su quella tavolata, sembra più malinconico del solito. No Matti, ma pure tu? Mi prendete per il culo? 
Incastri, affinità, piuttosto mi faccio menare, ma io la torta a Fede la compro. E anche se arriva dopo mezzanotte perché Carlo è il solito… è felice.
Ciao Stefi, ciao Cri, la faccia è quella che è, sembra quella di Cri, in realtà è triste e non perplessa. Se solo ci fossimo trovati prima…
e via, in un baleno, un pezzetto di quest’iceberg si stacca e va, solo, a sciogliersi, a tornare nel mare.
Ma ributtiamoci in carreggiata, pare che qui ci sia una crew! 4 pennyboard? All’arrembaggio! C’è una fiera de las tapas in Alameda, facciamo il parco, arrampichiamoci sopra al labirinto, non pensiamo a nulla. Mi piace questa crew.
E non si sa come diventa un circolo, studio, sport, despedidas, spiaggia, discoteca, torre dell’oro, bandiere, partite, lacrime.
Le ultime settimane sono così.
Tutto diventa più forte, più intenso, più nostro, più intimo.
Magda conosce Chiara dello Iacovo e pure Bianco, non dovremmo andare al Libano, ma ci andiamo comunque e poi spiaggia di nuovo. Franci, Fili, ma dove sono state tutte queste belle persone fin ora?
Davide, Federica, Laura e adesso sì che è arrivato, forte e chiaro, come il viaggio introspettivo attraverso le metafore di Davide, è sceso caldo e potente come quello shot di tequila, si è fatto sentire dopo, all’ultimo sguardo, vedendovi saltellare sul ponte, ripensando a tutti i momenti, a partire dal primo, lasciando precedere ogni evento dalla parola “ultimo”.
Però fino a ieri era ancora nostra, questa Sevilla, piena di cantanti improvvisati in Alameda, donne in bicicletta che vendono empanadas e passeggini pieni di mojito, con una chitarra, qualche canna e la pelle d’oca. Buon viaggio Napulé, resterà sempre un po’ nostra, ci vediamo presto.
Le persone sono come gli uccellini, solo se li lasci volare torneranno da te, Achraf, quanto hai ragione amico mio.
Nel dubbio ci riempiamo la pancia con il Casatiello napoletano di Valerio, prima di fare gli auguri a Totti, prima di cenare per l’ultima volta con JuanCa, di andare a salutare Andres a Torre dell’Oro.
Prima di un’altra spiaggia.
Prima di un altro successo dell’Italia, questa volta al Phoenix, c’è tutto un altro sapore, quell’inno è tutto nostro e davanti al calcio si sente, più o meno con la stessa intensità del La Marsigliese davanti al consolato. C’è chi si unisce nel dolore, chi nella gioia, noi nel calcio. Ad ognuno il suo.
Ed è un circolo vizioso, Eugi, quello della nostra compagnia lo apri tu.
Prima ci concediamo un po’ di wakeboard e poi siamo tutti tuoi, a far impazzire un ristorante, ad impazzire noi, a ridere, a piangere. La felicità e l’angoscia. Pieni, ma presto vuoti. Non cadere da quel penny, per carità. “Cazzo ridi?” “Ti ha chiesto cazzo ridi”, non mi parlare così Eugi, niente lacrime, alziamoci e balliamo il twist a squarciagola.
Michi… maledetto tempo. Ci vediamo al nord tanto, la LIUC è troppo vicina.
Ci sta sfuggendo dalle mani, è l’ultima.
Non può essere.
Carlo, per favore, gestiamola bene, non ho più voglia di piangere. Nasce così #despedidasweek, nasce così il flag party, nasce l’idea della battaglia d’acqua in Plaza d España, di salutare Casino come si deve, di salutare Los Coloniales, con gli stessi ornamenti ridicoli che ci hanno regalato a Casino, di battezzare la terrazza di Calle Rosario Vega con il compleanno di Caro, con un festino andato non troppo bene, chiuso un’altra volta in Alameda, perché riserva sempre sorprese, piacevoli, belle, come Cri e Leti che alla fine non sono così male, anzi, sono proprio due belle persone. E bussa, anche lì, il tempo, a ricordare che stringe. Ragazze ci ritroviamo, davvero, ne avremo l’occasione.
E poi Bilindo, siamo già in plaza d’España con l’acqua alle ginocchia, un po’ di cagarella, tanta adrenalina e voglia di continuare.
Alba sì o no? Facciamo i bravi, sennò domani Gabri ti sgrida. Domani devo studiare e poi salutare la fondazione, con quel gruppo che risuona già nella mia 500. Non compravo un cd da 2007, che emozione, rinascerà il mercato discografico.
Ragazze mangiamo da me, vuotiamo il frigo, “Robiiiiii, saliiiii”, niente raga, oggi le chiudiamo ste valigie. Serve un pacco, ma non ci crederò fino all’ultimo minuto.
E no, il Libano non ci avrà, questa sera restiamo qui, a sperare fortissimo che duri per sempre, a guardarci negli occhi, a non piangere, ok, qualcuno sì. Michele, sei veramente una bella persona. “Ragazzi non ve ne andate, aspettateci, aspettate un attimo”, quegli occhi, Angelo, me li porto dentro. Che bello sarebbe stato aspettarvi ancora un po’, tutti assieme. Piuttosto, venite anche voi in spiaggia domani.
L’ultima spiaggia. O come direbbe Ca, l’ultima playa.
Bandiere, salsedine, musica, risotto, pallavolo, andiamo al faro, cazzo è così lontano? La battaglia di Trafalgar? Stiamo camminando a piedi scalzi sulla storia. Non abbiamo nemmeno un telefono per immortalarlo. “Scusi, non è che ci farebbe una foto e ce la manderebbe pure?”, mi manca già l’odore di questa notte, questo cambio di suolo sotto ai piedi, correre tra l’alta e la bassa marea, mi mancate già voi, ragazzine, cuori, corriamo. Corriamo per goderci questa ultima ora.
Incrociamo Giovanni, ovviamente, è lui che ha l’occhio lungo come me, però ha portato il telefono, bravo.
Siamo noi, ancora noi, sempre noi.
Jenni, veloce, dammi il quaderno, l’altra sera è stato un attimo, un flash, un nodo, quando verrai in Italia, quando verrò in Germania, dobbiamo recuperare, è una promessa…
Il sole si sta abbassando dietro quel faro, la musica si sta alzando, le bandiere ormai sono tutte firmate, prendiamoci due minuti, incastriamoci, i tuoi occhi color tramonto promettono più delle parole.
Uno shot di Malibù, perché dobbiamo suggellarlo questo momento. La pizza più buona della terra, un telo umido, il cielo rosa, un altro telefono che muore, una giornata che finisce, il buio che arriva, due parole, una canzone, lacrime sorridenti. Che dolcezza, che amarezza, che spettacolo.
Mi manca già l’aria di questa notte, dove tutto è sospeso in bilico.
Non è finita raga, finché non metti l’ultima noi non ce ne andiamo e se ce ne andiamo l’ultima la mettiamo noi. Facciamo tremare questo autobus.
Mi manca già questo Carmelo che mi sta dietro e poi mi fa strada in tutte le canzoni. Vale svegliati, vieni. Non è finita.
Non saluto nessuno. Col cazzo.

Fede, è il tuo turno, è l’ultima, sono le 2.30 di mattina, ma chissenefrega, doccia e alle 3 ci vediamo a Torre dell Oro, con la testa all’insù, con il cuore fermo su quelle pietre, che batte, che risuona, che non si spegne nemmeno quando si spegne la Torre.

Buonanotte, buongiorno, andiamo a chiudere le pratiche, UPO, vieni a me, vieni a noi. Questo campus così grande, questo luogo così diverso dalla mia università, lontano dal centro, scomodo, ma con tutto, enorme, pieno di gente, di vita, di ricordi. Magari un giorno daremo una lectio magistralis o c’inviteranno, saremo ospiti ad una cerimonia, ex studenti divenuti grandi imprenditori. Oppure non torneremo più. Addio non te lo dico però, ciao Pablo de Olavide, ciao pasillo, ciao caffetteria, ciao biblio, ciao viale alberato, è il mio ultimo giorno, non posso stare qui a salutarti. 
Buttiamoci su queste maledette valigie, pranziamo fuori? No, non facciamo in tempo, tutto quello che rimane nel frigo, dentro ad 1kg di spaghetti e via al Phoenix. Qualcuno dentro, qualcuno fuori, goal. Sara? Ma non sei partita? “ho perso il volo!” che cosa fantastica il destino, non ti avevo salutata, vieni quì, vieni stasera, non mollare.
Fede, è il momento, asciuga le lacrime, ci vediamo tra poco, sii forte, buon viaggio, ti voglio bene.
Vale, che ore sono? e 44. Cuore in gola, gambe in spalla e di corsa a veder finire la partita. Poggio il culo sulla sedia e lo alzo subito. Goal. Goal. Goal. Gooooooooal.
Un’ora dopo stavamo ancora gridando.

Ceniamo sul tetto, non poteva andare diversamente, un anello, una pizza, il tramonto, suggelliamo questa convivenza come si deve e poi raggiungiamo gli altri a Levies, Bilindo, barra libre per gli italiani, Plaza d España di nuovo, bandiere, poster, abbracci che sono addii, abbracci che sono arrivederci, abbracci che sono un per sempre.

Rami, giuro, non me la dimentico questa faccia, così, con questo sorriso, mai e poi mai.

Sì Franci, me lo sto mangiando questo ponte, non voglio dimenticare nemmeno un centimetro di questo spettacolo, di questa notte, di queste persone che sono venute solo per salutarmi, che arriveranno alle 5 di mattina sotto casa mia, che hanno speso lacrime per me, per noi, per quello che abbiamo costruito. M’abituerò, ma non è ancora ora. Ora me lo assaporo, me lo annuso, con questo retrogusto di mare che solo il Guadalquivir, a Sevilla, sa avere.

La mattina arriva luminosa, dopo una notte in bianco, la colazione mi rimane sullo stomaco, voglio vomitare, calmati. Andiamo ancora una volta a guardare il ponte. Grazie Giu.
Adesso sì mi serve un pacco.
E poi bum.
Ci sono io lì.
Valentina spulcia cose utili dalla busta che lascerò in casa, forse le servirebbe solo il palo dei selfie, magari imparerebbe a farli, Pedro rimane a casa ad aspettare Pepe, Edu ha la sua lettera sulla scrivania, Victor mi prende in braccio, Ale si sveglia e viene a salutare, sale anche Lupì, Gabri muoviti, c’è ancora una valigia da prendere, alla fine del ponte Lucio, già alla fermata ci sono Carlo, ovviamente con una busta in mano, Salvo, Magda, Cami, Sylvian arriva di corsa.
Devo piangere? Si dovrebbe piangere in questo momento…
Ma chi me lo fa fare, non posso, non riesco, è tutto qui, sono tutti qui, tranne chi già è andato, chi ci dev’essere c’è. Sono felice.
Abbraccio tutti felice, una di quelle felicità consapevoli, forti, quella che mi torna in mente ogni volta che qualcuno mi chiede “com’è andata?”.
Tu vieni con me, col cavolo.
Ciao Mari, eccovi, tiriamo fuori altri 5kg da queste valigie, freghiamo Ryanair, quanta esperienza, Mari ci vediamo presto, non è stato solo un sogno. Non si possono ricordare tutte queste cose di un sogno.
Giu, sei pronta? Gli occhi si riempiono di lacrime, fortunatamente c’è questo bracciolo da stringere e Tiziana, la bimba italodominicana che mi ha fatto giocare a sardina fino a due minuti prima dell’atterraggio.
Sbam.
E’ finita.
Grazie a tutti.
E’ stata la scelta migliore che potessi prendere in tutta la mia vita.
E’ il ricordo migliore che mi porto dietro ogni giorno.
E’ una cicatrice che arriva da un’elevazione, invece che da una caduta.
E’ un tatuaggio invisibile (o visibile).
E’ una fotografia che non ingiallirà mai.
E’ un filo invisibile che attraversa tutto il mondo, che attraversa i nostri cuori.
E’ e sarà per sempre, perché i sogni finiscono, l’Erasmus pure, ma la voglia di guardare alla vita con gli stessi occhi con cui si guarda la prima pizza italiana dopo mesi, lo stesso naso con cui si annusa il profumo di panetteria alle 2 di mattina, le stesse mani con cui hai stretto promesse on the road, le stesse orecchie con cui hai ascoltato e compreso lingue diverse, come se di diverso non ci fosse nulla, con lo stesso gusto con cui hai assaporato ogni pietanza, quello no, quello non si perderà mai, è nostro per sempre.
E dobbiamo tenerlo con noi, dobbiamo portarlo a casa, alla facciazza di tutti.
Perché è solo l’inizio, di una vita di tanti ex Erasmus che hanno capito un po’ di più cosa significhi vivere. E come si faccia, insieme.
La magia non si spegne con un atterraggio, anche se brusco, ci abbiamo messo un anno intero per forgiare queste ali, non provate nemmeno lontanamente a pensare di riporle in cantina.

A presto pezzettini di cuore.

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Cuaderno de viaje – dia 250 – Quinta essentia

La routine è una centrifuga, il cratere di un vulcano, ma anche un divano morbido, un soffice marshmallow.

E’ da due mesi che aspettavo il 13 maggio. Ho cerchiato la data sul calendario, ogni giorno, prima di uscire dall’ufficio. Da lunedì ho iniziato a contare le ore… eppure quando sono scattate le 14.00, oggi, sono rimasta seduta, non avevo più fretta. 
Ho baciato tutti i miei colleghi, uno per uno, ho ringraziato e salutato. E tornerò ancora, prima di partire, perché nel farlo mi si è stretto il cuore.
244 ore alla destra di quel fenomeno di Riccardo, 49 giorni con la sveglia alle 8.00, 49 colazioni “da Paco”, 49 “Buenos dias” al ragazzo dei giornali, 98 “hola guapa” a Margaret, la ragazza dei fazzoletti, parlare di calcio, contabilizzare fatture, aspettare le 10.30…
L’ho capito subito che sarebbe stato diverso, io che ho sempre bazzicato tra ferie, stadi, palazzetti, viaggi e discoteche. Io, inchiodata ad un computer, stretta in un ufficio, seduta composta, non mi sento a mio agio.  Eppure sono meticolosa, precisa, ordinata e soprattutto rigorosa: s’ha da fare.
E’ che darsi degli orari è una cosa, doverli rispettare per forza è un’altra. 
Così, nel bel mezzo di un anno senza tempo ne spazio, ho avuto la bella idea di approfittare dell’occasione per fare tre cose in una: studiare, vivere il mio Erasmus e perché no? Buttiamoci dentro anche un tirocinio, tanto le giornate durano 48 ore ed io sono invincibile.
Il cazzo.
Dopo 2 mesi e mezzo di “non torno tardi, domani lavoro”, dopo 244 ore che mi hanno fatto capire chi voglio essere, ma soprattutto cosa non voglio fare, ho fatto per l’ultima volta quei tre piani di scale, piroettando felice, con gli occhi lucidi.
E’ stato bello provare a fare l’adulta per un po’, scegliere tra dormire e vivere, maledirsi per non aver chiesto una firmetta al commercialista, dimenticarsi che bisognerebbe riposare 8 ore a notte, pranzare alle 16.00, rinunciare ad un viaggio ad Ibiza, in Algarve, anteporre l’umiltà a qualsiasi conoscenza, guardare con gli occhi ancora da bambina il mondo dei grandi…
Lo rifarei?
Mille volte.
Anzi, dovremmo iniziare a farlo prima, tutti. Dovremmo avere la possibilità di fare uno stage ogni anno, dal primo anno di Università, perché no, già dal liceo, capire chi siamo, renderci conto di chi vogliamo diventare, di quello che vale davvero la pena, di quali sono le nostre inclinazioni, i nostri punti di forza, ma soprattutto di quanto siamo fortunati. Provare.
Se già l’Erasmus è una grande fonte di consapevolezza, una traineeship lo è ancora di più.
Provare, solo un boccone, assaggiare, gustare, senza impegno.
Il lavoro nobilita l’uomo, ma solo se quest’ultimo è in grado di non lasciarsi mangiare vivo. Sì, mangiare vivo. Perché non c’è salario che valga la vita di cui ci priviamo per stare in ufficio. Il tempo passa, viene monetizzato, si trasforma in stipendio a fine mese e di 720 ore di vita ne avremo passate 160 lavorando, 10 andando e tornando da lavoro, 200 dormendo (nella migliore delle ipotesi), 24 in palestra, almeno 100 mangiando… e le altre 226, quasi 10 giorni, per lo meno, dovremmo passarle felici.
Cercatelo, dentro di voi, per strada, dal panettiere, al cinema, in università, cercatelo questo lavoro che vi porti in palmo di mano, vegano, che non mangi gli umani, un po’ fascista, che non mangi quei bambini che siamo ancora e che dovremmo continuare ad essere, anche una volta diventati adulti. 
Assaporateli questi stage, invece di cercare di deviarli, mangiateli con le mani, sporcatevele, perché se non lo fate adesso dopo potreste non avere tutta questa scelta.
E approfittatene, adesso che i doveri sono ancora un’opzione personale e le responsabilità limitate, approfittatene, ora che la frequenza non è obbligatoria, i voli sono economici ed i continenti ad una manciata di ore. Approfittatene per rispetto dei nostri genitori, che forse non hanno avuto tutte queste opportunità, per rispetto dei nostri nonni, che hanno combattuto, con le armi o con il cuore, per difendere ed abbattere i confini del mondo. Approfittatene per rispetto dei vostri coetanei che non hanno potuto, per quelli che si sono lasciati centrifugare troppo presto e per quelli che l’hanno fatto volontariamente, per un pargoletto o per presa di posizione.
Ma soprattuto approfittatene per voi stessi, perché è passato un filo di vento tra quella orribile foto del tesserino universitario, a questa ricerca per la tesi. Un soffio caldo e piacevole, ma forza 9.
Quando passerà quest’attimo, quando finirete nella centrifuga, non lasciatevi cogliere impreparati, arrivate sorridenti e pieni di vita.
Approfittatene, adesso: viaggiate.
Rendetevi conto che la vita è una sola e bando ai convenevoli, basta con le ciance, chissenefrega dell’orgoglio, “dove sei?”, “partiamo!”, “scendi!”.
La routine è una centrifuga, il cratere di un vulcano, ma anche un divano morbido, un soffice marshmallow… però, per ora, voglio ancora ridurmi all’ultimo calzino, prima di fare una lavatrice, disegnare vulcani con i pastelli a cera, fare le capriole sul divano e masticare i marshmallow a bocca aperta.
Correte, ma senza fretta. La vita è adesso.
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Cuaderno de viaje – dia 248 – Il significato della parola “casa”

E’ il 10 di maggio.

Da qualche settimana ho smesso di contare i giorni dal mio arrivo ed ho iniziato a contare quelli che mancano al mio rientro, alla fine. E’ stato un passaggio rapido, una caduta dalle nuvole, difficile da accettare, ma dai confini ben precisi. Dicono succeda il contrario con i 50 anni, ma non è ancora un mio problema.

Siamo arrivati e 9 mesi sembravano un’eternità, sono passati lenti, nel primo semestre, perché pieni di novità. E’ passato Natale e siamo tornati, qualcosa era diverso.
Lucas ci aveva avvisati “Quando tornerete sarà un colpo, una presa di coscienza: vedrete la differenza.”
E così è stato, siamo tornati ed è stato come il penultimo giorno di una vacanza estiva, quando hai voglia di vivertelo al massimo, pensi ai giorni passati, alla preparazione prima della partenza, è stato tutto bellissimo, ma sai che domani finirà. Inizi a lasciarti prendere da una malinconia previa che ti accompagna, anche quando t’imponi di sfruttare al massimo gli ultimi giorni rimasti.
E’ stato come in Puglia, quest’estate, quando dopo 8 giorni stupendi, sono andati via i fenomeni e siamo rimasti io e Lori. Sempre bellissimo, ma malinconico.
Così, siamo andati avanti in questi mesi, dopo aver salutato gli amici del primo semestre, ce ne siamo fatti di nuovi, abbiamo approfondito vecchi rapporti, siamo andati a fondo. Abbiamo cambiato locali, cercato di mangiare tutto quello che ci mancava, di vedere oltre, di andare più in là, ma non sembra mai abbastanza.

E’ il 10 maggio e vivo a Sevilla da 8 mesi e 4 giorni. 
Sono andata almeno 60 volte alla UPO, 184 volte su e giù da quelle scale del metro, una 50ina di volte a fare la spesa al Supersol, 10 al Mercadona. Ho percorso Av. De La Constiucion praticamente tutti i giorni, 49 volte ho salutato l’omino dei giornali, 98 la ragazza dei fazzoletti, ho passato 15 martedì sera al Ruko, 6 mercoledì al Bribon, 5 lunedì al Karaoke e solo una 15ina di giovedì in Hoyo. Abbiamo organizzato una 20ina di cene internazionali a casa di Monse, 6 a casa di Mattia. 47 mattine ho fatto colazione alla boteguita Cerrillo, 24 in caffetteria, dopo la clase di Spagnolo. Ho mangiato 8 volte a Los Coloniales, 5 Al Solito Posto, 2 al Sushi con il rullo, 1 fortunatamente all’wok di Nervion. Ho visto interamente 3 serie (per ora), sono andata al cinema 14 volte, a casa di Monse 50. Sono entrata 3 volte all’Alcazar, 3 alla cattedrale e solo oggi al Pabellon de Marruecos. Ho fatto 6 grandi viaggi, visitato 18 città, ancora troppe poche spiagge. Ho imparato 1 lingua e scoperto un sacco di dialetti. Ho prestato 4 volte soldi a Victor, rotto 1 pantalone, 2 calzini, 4 mutande. Ho lavato troppe volte i piatti e fatto troppe lavatrici, ma solo 1 volta ho stirato. Ho comprato 4 travestimenti, troppe pizze, 2 abbonamenti per la palestra. Ho mangiato una quantità indefinita di tartas de queso, di tortillas, di jamon cerrano, di tacos improvvisati. Ho imparato a mangiare la cipolla, la frutta, ho trovato 1 cocktail ed 1 amaro che mi piacciono. Ho visto 248 tramonti, almeno 200 dal Puente S Telmo, se li può rivedere lo stronzo che mi ha rubato il telefono, ma a me hanno riempito occhi e cuore.

Ho fatto 3 mesi di tirocinio e 9 di Erasmus.
Tutti i giorni ho dato il buongiorno a Pedro. Tutte le volte che sono entrata in casa ho gridato “Hola familia”. Tutti i giorni mi sono concessa una colazione con i fiocchi. Tutti i giorni ho conosciuto qualcuno di nuovo, un angolo nascosto di questa città. Tutti i giorni mi sono alzata con la voglia di vivere. Tutte le sere sono andata a dormire sperando che non mi abbandonasse. E pensando alla colazione del giorno dopo. 

Tutti i giorni ho sorriso. Tutti i giorni ho riso. Qualcuno ho pianto.

E’ il 10 maggio, Mariana mi scrive “baja” ed io apro la finestra. Dario è già ubriaco, Mari mi canta una serenata, vanno al concerto degli AC/DC. “Disfruten!”. Pedro mi sente gridare ed apre la finestra. Abbiamo i balconi comunicanti, se la ride. Mi chiede cosa stia combinando “It’s time to planning!”. 

– Sto organizzando la mia vita.
-Ma cosa organizzi, fai e basta

-Devo organizzarmi, non voglio perdere nemmeno un giorno di questi… 30.

Mi si gela il sangue, rido e piango.
Non posso farne a meno.
Piango e rido.
Piango.

E’ il 10 maggio, mi guardo allo specchio e devo ammetterlo: è ora di compare un biglietto. 

Tra 1 mese devo tornare a casa e me la sto facendo sotto.
Vorrei fermarmi, vorrei tornare, vorrei già ripartire.
Mi sento a casa qui, mi manca l’Italia, mi mancherà la Spagna, mi mancherà Sevilla. Dov’è casa? Cos’è casa?
Sono i Krumiri Rossi o la focaccia di Pinamonti?
E’ questo Guadalquivir o il mar Mediterraneo?
E’ la mia famiglia o Pedro?
E’ un posto fisico o uno stato d’animo?
Cosa sarà cambiato? Incroci, sguardi, cielo? Cosa cambierà? Chi verrà a vivere qui? Chi vive nelle mie vecchie case ad Alessandria?
Vorrei portarmi dietro gli amici di qui, oppure portare qui gli amici italiani, oppure andare in un altro posto, tutti assieme.
Vorrei andare a pranzo dalla donna la domenica, ma vivere a Sevilla dal lunedì al giovedì, il venerdì andare a Milano, il sabato però passarlo a Santa. Inventare altri giorni della settimana e viaggiare ancora.

Ha ragione Ca, è il tempo la chiave. E’ solo il tempo.

E allora mi prendo il mio, tutto quello che c’è, tutto quello che resta e tutto quello che verrà. E lo prendo di petto, di cuore, come dev’essere. E me lo divoro, fino all’ultimo boccone, leccando il piatto. E che non cadano briciole.

Titoli di coda

Oggi invece è l’11 maggio, piove che Dio la manda e mi concedo una cosa di cui spesso ci priviamo: approfitto della pioggia e mi ci butto, senza ombrello, con il rischio del raffreddore, il fiato corto, i capelli bagnati ed il sorriso.
Sono solo 29 e continuo a farmela sotto… ma stasera smetterà di piovere.

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Cuanderno de viaje – dia 240 – Felice da paura

Felice.

Felice da paura.
Felice delle piccole cose, del sole, del caldo, dei piccoli gesti, di un sorriso, di una battuta di un cameriere, vedendo una coppia innamorata, del vento tra i capelli, dell’aria d’estate.
Felice quando apro la finestra e respiro incenso, misto ad aranci.
Felice, quando con amici di qualche mese, ci s’intende come fossero con me da una vita. Perché è una vita, questa.
Felice, per tutte quelle cose che erano nuovissime ed adesso sono diventate rituali, quotidiane, ma non mi stufano mai.
Felice, ogni mattina, salutando il ragazzo dei giornali, la signora bionda con i capelli sempre bagnati, Federica, la ragazza dei fazzoletti.
Felice per queste amicizie facili, per questa voglia di conoscere, per quest’ansia di presentarsi.
Felice quando esco dall’ufficio e c’è il sole ad aspettarmi, una città sorridente.
Felice con i tramonti, dopo una giornata al parco, senza guardare l’orologio, aspettando che il sole scompaia. E sono le 10.
Felice, per le serate inutili, dove ci s’inventa qualsiasi cosa per essere sempre sulla cresta dell’onda. Per santificare questo Erasmus. Perché manca poco. Perché non voglio perdervi. Perché non voglio nemmeno un ricordo sfregiato, nemmeno una notte inutile.
Felice di questo senso di libertà, di aver trovato questo senso della vita, che va oltre al vile denaro, che va oltre tutto.
Felice di questa serenità, di questa primavere costante dell’anima.
Felice, perché è tutto così incredibilmente perfetto.
Ed impaurita.
Impaurita, pensando che tutto questo spettacolo sia davvero un momento, una menzogna, come dice Mariana. 
Impaurita, all’idea che questa umiltà e questa serenità non possano tornare con me, in Italia. Impaurita, perché ho lasciato indietro tante parti inutili e superficiali di me e non voglio tornare a prenderle, non mi appartengono più e probabilmente non mi sono mai appartenute.
Impaurita pensando alla mia amata Santa, ad una sera normalissima, circondata da apparenza, ignoranza, saccenza, superficialità. Ma fortunatamente ci sono le eccezioni. Poche, buone, mie.
Impaurita perché non so se riuscirò ancora a sentirmi al mio posto, al posto giusto, come mi sento da 8 mesi a questa parte, quì.
Impaurita perché non so se riuscirò mai a convincere i miei amici, di quanta tolleranza si possa imparare ad avere, uscendo di casa.
Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere lo stesso entusiasmo e lo stesso coraggio di partire, alle mie sorelline.
Impaurita perché non so cosa ci sarà dopo aver saltato il fosso della laurea e dopo ancora.
Impaurita, da un divario d’anime tra me e quelli che sono sempre stati i miei amici, le mie amiche, che però non hanno avuto la fortuna, la voglia o il coraggio di aprirsi ad un’esperienza simile. Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere la mia serenità e tutto quello che ho guadagnato, anche a loro.
Impaurita di dimenticarmi, poco a poco, di cosa significa santificare ogni giorno, come fosse l’ultimo, come adesso, come quando sai che manca solo 1 mesetto al tuo ritorno, alla fine di questa vita.
Impaurita perché vorrei essere per sempre così, come sono adesso: ventenne, leggermente abbronzata e felice da paura.

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Cuaderno de viaje – Día X – ESN Paradise

Scorro i volti, uno per uno e continuo a ripetermi che è stato un incidente. Che poteva capitare a chiunque. 
Avrebbe potuto essere un pullman di nonnini, di quelli che ho accompagnato io in Spagna 2 anni fa, un pullman di tifosi, un pullman di bambini, un pullman di liceali in gita, un pullman di ESN Sevilla, invece che Barcellona, uno dei nostri. Uno di quelli che ho preso una settimana sì e l’altra pure, da quando sono qui.
In qualsiasi caso sarebbe stata una tragedia, ma in questo di caso mi tocca più a fondo e non riesco a trattenere le lacrime. Non c’è rabbia, come poteva esserci qualche mese fa, dopo uno degli attentati, non c’è cattiveria, ma solo tristezza.
Guardo i sorrisi di tutte queste ragazze e non posso fare a meno di piangere. “Vado in Erasmus, in Spagna, ho ottenuto la borsa di studio, è solo qualche mese mamma, torno presto” le immagino salutare le famiglie, con la stessa tristezza mista ad entusiasmo, con cui ho salutato io la mia. 
Le immagino arrivare in una città nuova, spaventate ed incuriosite, cercare casa, impazzire, trovarla e trovarci dentro una nuova famiglia, che parla una lingua nuova, che non lava i piatti dopo mangiato, che non usa il bidè. Le immagino prenotare il viaggio per vedere Las Fallas, di corsa, sennò i posti finiscono, uscire gasate e trionfanti, con la loro ricevuta, un timbro, un nuovo viaggio targato Erasmus. 
E poi le immagino lì, a cantare canzoni da pullman, inneggiare cori, ad animare tutto il mezzo, come solo gli italiani sanno fare, qualcuna dormicchia, la sera prima non l’ha fatto, qualcun’altra mangia, magari è in piedi, parla con una nuova conoscenza… Si sà che l’autobus è sempre la parte più bella di un viaggio, tutti insieme, vicini, a sconfiggere la noia nella maniera più spontanea ed infantile possibile. 
Il telefono pieno di foto, gli occhi pieni di luce, dopo qualche giorno a Valencia, la testa piena di punti interrogativi, di domande, quelle ci stiamo facendo tutti, da quando siamo partiti ed il cuore pieno di sogni, progetti, obbiettivi.

Lo so che il mondo continua a girare, che non dobbiamo lasciarci spaventare, che non possiamo fermarci, che ogni giorno ci sono migliaia di incidenti nel mondo, però…
Immagino la mia nonna, davanti alla televisione, che arriva vicinissima all’infarto quando sente le parole “ragazze” “italiane” “Erasmus” “incidente” “Spagna” e cerca subito di chiamarmi. Io, che normalmente prima parto e quando torno dico dove sono andata, che prima mi butto con il paracadute e poi mando le foto, per non far preoccupare nessuno, perché “cosa vuoi che succeda?”. Immagino le nonne di queste ragazze, che non hanno ricevuto una risposta, un conforto immediato, che non hanno trovato nessuno dall’altra parte della cornetta a dire “tranquilla nonna, sto bene”. Immagino i genitori, prendere un aereo per andare a riconoscere i loro corpi, invece che a trovarle, a conoscere il loro nuovo mondo, ad aprire un po’ gli occhi su quanto abbiano fatto bene a lasciarle andare. Perché hanno fatto bene, nonostante tutto, perché non devono rimproverarsi niente. Immagino i fidanzati che hanno lasciato a casa, gli amici con il volo già prenotato, la carne nel frigo, l’affitto da pagare, le valigie ancora da disfare, il Learning Agreement da cambiare…

“Chiudersi invece d’aprirsi. Spaventarci invece che sognare, per i nostri figli e nipoti, un futuro condiviso e migliore. Ecco l’errore che non dobbiamo commettere, per rispetto ai ragazzi di Tarragona.”
Questi ultimi due mesi saranno anche per voi, ce li godremo con una marcia in più, avrei preferito non ce ne fosse bisogno, non ci faremo scappare un occasione, non perderemo un attimo, perché è quello che avreste fatto anche voi.
Sapete già cosa dovete fare in Paradiso, no?. Noi, nel mentre, continueremo a consigliare 1 anno d’Erasmus, al posto di 1 minuto di silenzio, in vostro onore.
Buon viaggio ragazze.





Miro las caras, una cada una y sigo repetiendo que ha sido un accidente. Que podría pasar a cualquiera.


Podría ser un autobus de abuelos, como lo que he acompañado hace 2 años, aquì, en España, podría ser un autobus de ultras, un autobus de niños, de colegiales de vacaciones, un autobus de ESN Sevilla, en lugar de lo de Barcelona, uno de los nuestros. Uno de los que he cogido una semana sì y la otra tambien, desde cuando lleguè aquí.
En casa hipótesis seria una tragedia, pero en este caso no puedo parar las lagrimas. No estoy enfadada, como hace unos meses, después los atentatos, pero estoy triste.
Las imagino llegar en una ciudad nueva, asustadas y curiosas, buscar casas, volverse locas, encontrarla y encontrar dentro una nueva familia, que habla un nuevo idioma, que no frega los platos y que no usa el bidè. Las imagino reservar el viaje para ver Las Fallas, corriendo, porque se acaban los sitios, salir felices y triunfantes, con el recibo y un nuevo viaje firmado Erasmus.
Y después las imagino allì, cantando canciones de autobus, coros, animando todo el autobus, como solo los italianos saben hacer, unas duermen, a noche no lo hizò, otra come, puede ser que sea en el pasillo, hablando con una nueva amiga… Se sabe que el autobus es la parte mas bonita de un viaje, todos juntos, cercanos, a luchar contra el aburrimiento de manera espontanea y infantil.
El movil lleno de fotos, los ojos llenos de luz, después unos días en Valencia, el cerebro lleno de signos de interrogación, de preguntas, las que nos ponemos todos desde cuando estamos aquí y el corazón lleno de sueños, projectos, objetivos.
Ya lo se que el mundo sigue dando vueltas, que no podemos asustarnos, que no podemos pararnos, que cada dia hay mil accidentes en el mundo, pero…
Imagino mi abuela, en frente de la televisión, que llega muy cerca a un infarto, cuando oye las palabras “chicas” “italianas” “Erasmus” “accidente” y pronto intenta llamarme. Yo, que normalmente antes me voy y después digo donde he ido, que antes salto con el paracaídas y después mando las fotos, así que nadie se preocupe, porque “que crees que pueda pasar?”.
Imagino las abuelas de esas chicas, que no obtuvieron respuesta, consolación, que no encontraron a nadie a el otro lado del movil que decía “tranquilla abuela, estoy bien”.
Imagino los padres, cogiendo un avión para ir a reconocer los cuerpos de sus hijas, en lugar de ir a visitarlas, para conocer sus nuevo mundo, para abrir un poco los ojos y entender cuando hicieron bien a dejarlas partir. Porque hicieron bien, a pesar de todo, porque no tienen nada que reprenderse.
Imagino los novios que dejaron en Italia, los amigos que ya tenían el billete del avión reservado, la carne en la nevera, el alquiler pendiente, las maletas todavía de deshacer, el Learning Agreement errado…
“Cerrarse en lugar de abrirse. Asustarnos en lugar de soñar, para nuestros hijos, nuestros nietos, un futuro compartido y mejor. Eso es el error que no tenemos que hacer, para el respeto de los chicos de Tarragona”.
Sabeis ya lo que teneis que hacer en el Paraiso, verdad? Nosotros, mientras tanto, seguimos recomendando 1 año de Erasmus en lugar de 1 minuto de silencio, en vuestro honor.
Buen viaje chicas.

Miro las sonrisas de todas esas chicas y no puedo no llorar. “Me voy de Erasmus, a España, me dieron la beca, solo son unos meses mama, vuelvo pronto”, las imagino que despiden las familias, con la misma tristeza mixta a entusiasmo, que tenia yo cuando despedí la mia.

Esos ultimo dos meses serán tambien para vosotras, no perderemos ninguna oportunidad, ni un minuto, porque eso hubierais hecho vosotras.


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Nostalgina – Cuaderno de viaje – dia 144

Nostalgina. E torno indietro, fino al liceo. Mia sorella ha appena compiuto 16 anni e sembra ieri che veniva al mondo. Come sembra ieri il 5 settembre.
Quando ancora andavo all’oratorio il dubbio era sempre lo stesso: lasciare il mare per andare ai vari campi o no? Al mare già mi divertivo come una matta, valeva la pena interrompere un super divertimento per un’incognita? 
Puntualmente partivo e puntualmente, quando era ora di tornare al mare, piangevo come una matta. 
Il dubbio e l’incertezza prima, la certezza di non voler tornare, di voler fermare il tempo, di volermi fermare in quel momento, in quel luogo, con quelle persone, dopo.

Poi sono cresciuta e l’incertezza iniziale ha lasciato il posto all’adrenalina, alla curiosità, alla positività perenne che è diventato un mio marchio di fabbrica.


Ho passato questa sessione esami svegliandomi ogni giorno rimembrando una citazione dell’Angelino, che scrissi a caratteri cubitali sul quaderno di scienze della terra, l’ultimo anno del liceo; a sua volta citava Chiambretti, che citava non so chi, la morale era che “comunque vada, sarà un successo”. 
Perché così è sempre stato, perché ogni momento, bello o brutto che sia, inizia, finisce e lascia qualcosa, un sorriso o una lezione.
Quando ho deciso di catapultarmi in questa vita, ero piena d’adrenalina, ma sopraffatta dall’incertezza, come da bambina. 
Ad ogni fiera in cui lavorai, incontrai ragazze che erano già state in Erasmus, che avevano già vissuto questa vita, e ne parlavano con gli occhi luminosi, sorridenti, gli occhi di chi pranza dalla nonna dopo tanto tempo. Ho visto in quegli occhi il mio destino ed ho preso, sempre più, la consapevolezza che quella sarebbe dovuta essere la mia meta.
Non avevo paura della distanza, non avevo paura delle mancanze, erano sempre stata una costante nella mia vita… Poi sono arrivata.
Mi sto fermando, un attimo, come qualcuno fa l’ultimo giorno dell’anno, a tirare una riga, ma sembra essere una retta infinita. 
Tante volte è capitato di chiedersi “ma se sapessi esattamente quando morirò, cosa farei?”. Logico è pensare “vivrei intensamente ogni attimo, senza sprecare nemmeno un secondo, ogni giorno come fosse l’ultimo”.
Ecco, qui è esattamente così. 
E’ una vita. 
Sai il giorno in cui inizia ed il giorno in cui finisce, solo che hai la certezza dell’aldilà: tornerai da dove sei venuto, ma ci sarà tutta una vita in mezzo.
Forse è per questo che i ragazzi Erasmus hanno gli occhi a lasagna della nonna, che sono pieni d’entusiasmo, che non dicono mai “no”, che si mettono in gioco davvero, che respirano a pieni polmoni e accantonano la tristezza.
Perché finisce. 
Anche se sembra di avere tanto tempo davanti, finisce. E la fine arriva in un batter d’occhio.
Per qualche mio compagno di avventura è già arrivata, per qualcuno sta per arrivare, per qualcun altro è ancora lontana, qualcuno è appena nato.
Noi vecchiotti guardiamo gli appena nati con un sorriso malinconico, come fanno gli adulti con i bambini, perché vorrebbero ricominciare, ma sono soddisfatti degli anni che si portano sulle spalle. I bambini invece ci guardano pieni di voglia di conoscere, fare, imparare, correre, crescere. Esattamente come noi, che volevamo tanto diventare grandi.
Ci accingiamo a vivere questa vita, con una nuova famiglia, lasciando a casa la nostra, che non è più vera di quella che avremo qui, è solo biologica, ma ci mancherà, come non ci è mai mancata in tutta la nostra precedente vita. Lasciamo a casa gli amici, quelli veri e quelli che in realtà non sono forse nemmeno amici, sono persone che abbiamo accanto per casualità, per coincidenza e che per qualche strano motivo, sarà che non avevamo alternative migliori, ci siamo portati appresso per anni. Fino ad ora.
Lasciamo a casa il nostro armadio e la nostra macchina, la casa stessa, le abitudini e le comodità, la banalità e gli affetti. Ci carichiamo di vestiti e prendiamo il volo, sulla nostra cicogna Ryanair.
E’ un mix di fattori a rendere questa vita perfetta.

Tutti partiamo, con un grosso respiro, tanto coraggio ed entusiasmo. E questo è quello che ci troviamo davanti, nelle persone che intrecciano le loro strade con la nostra, lasciando che s’incontrino in un punto preciso: Sevilla, ci troviamo noi stessi. Le nostre stesse paure ed il nostro stesso coraggio.

Abbiamo tutti quell’età perfetta in cui non siamo più bambini, non siamo ancora abbastanza grandi e vorremmo fermarci. Ci siamo resi conto che il tempo invecchia in fretta, dopo i 18, che avevano ragione gli amici di mamma e papà quando ci dicevano che avrebbero voluto essere nei nostri panni. Abbiamo quell’età che chiunque vorrebbe avere per sempre. “Ok capo, mi fermo quì, tu continua a far girare le giostra, io scendo al binario 20.”

Abbiamo tutti l’ignoranza, i pregiudizi, le idee inculcate dai telegiornali, dai genitori, ma anche la forza di lasciarle scivolare, di renderci conto che possiamo camminare con le nostre gambe, calpestare terre che i nostri nonni guardavano solo sull’atlante, quello vecchio, dove c’è ancora la Jugoslavia. 
E così, non per rappresaglia e nemmeno per cattiveria, ci rendiamo conto che i tedeschi non sono poi così nazisti, che i portoghesi non sono poi così avidi, che il cibo messicano non è nemmeno troppo piccante e non facciamo più caso al colore della pelle, all’orientamento sessuale, alle marche dei vestiti, alla nazionalità, alla lingua… ed in un batter d’occhio guardiamo con un sorriso dolce, come si guarda un bambino innocente, quelle persone che eravamo, così inconsapevoli di quello che c’era al di fuori di casa, quelli saccenti, quelli un po’ spocchiosi. 
E siamo nuovi. 
Rinati. 
Non perché ora siamo a conoscenza di tutto, ma perché abbiamo la consapevolezza che ci sia un sacco da imparare.
E allora, piuttosto che sentenziare, abbiamo imparato ad ascoltare. Eravamo qualcuno, qualcuno che siamo ancora, ma di cui abbiamo conservato solo il meglio.
E così siamo arrivati ad avere quella sensibilità, quella di chi si rende conto di quanto è fortunato e non può fare altro che ringraziare. 
Me ne rendo conto ogni volta che qualcuno pubblica una foto scattata da Ponte Sant’Elmo (quello che collega Plaza De Cuba a Puerta Jerez, non importa se non sai come si chiama), ogni volta che vedo un ragazzo fermo su quelle panchine, ogni volta che qualcuno mi dice che vorrebbe vivere a Triana, solo per attraversare quel ponte, ogni sera, come abbiamo la fortuna di fare noi.
E’ strano che ci sia un luogo in cui tanti cuori, inconsapevolmente, si sono trovati. 
La mia casetta, qui, non è un posto solitario, nascosto e solo mio, la mia casetta qui è quel ponte. E non è solo mio! Lo condivido con tutti quelli che inciampano per guardare il Guadalquivir, il ponte di Triana, la Torre dell’Oro, i riflessi delle luci dei ristoranti che si muovono sull’acqua, la Cattedrale che s’intravede oltre i palazzi, Paseo Colon illuminato a giorno, il teatro il lontananza, la Plaza de Toros. Lo condivido con tutti quelli che inspirano questa meraviglia e ripetono tra se e se “sono troppo fortunato”.
Perché non sono più solo io. Perché abbiamo un marchio per la vita, un nodo nell’intestino, che ci terrà legati per sempre.
Passeranno in fretta le ultime settimane di alcuni di noi e ci toccherà salutarli, ci toccherà spezzettare il cuore in tante piccole parti e guardarle prendere il volo.
Saluteremo qualcuno con la consapevolezza di non vederlo mai più, o chissà, ancora una volta. Saluteremo qualcun altro con la certezza di vederlo ancora prima di nostra madre.
Saluteremo tutti con la tristezza di chi sa che in questa vita, questa qui, quel qualcuno ha finito il suo tempo. E allora lo celebriamo, baciamo quell’ultimo granello di sabbia che cade nella parte inferiore della clessidra, torniamo a casa alle 9 di mattina, scavalchiamo i cancelli di Plaza D’Espana, piangiamo davanti ad un tramonto sul Parasol e ridiamo, sorridiamo, per quanto fantastica sia stata e continuerà ad essere, un’amicizia vera, un’amicizia tra Erasmus.
Quante opportunità ci serve, il mondo, su un piatto d’argento.

A tutti quelli che partono, ed a me stessa, auguro di vivere ogni giorno come se fossero a conoscenza della data di scadenza, come un Erasmus. Un Erasmus nel proprio paese, nella propria città, nel proprio stato.
Vi auguro di guardare ogni ponte, ogni alba, ogni tramonto, ogni torre, ogni fiume, ogni chiesa, ogni luce di Natale, ogni spiaggia, ogni amico, ogni mendicante, ogni bambino, ogni amore, ogni università, ogni futuro lavoro, ogni aereo, ogni piatto, ogni libro, ogni appartamento, ogni vita e lo specchio, con gli stessi occhi con cui guarderete le lasagne della nonna o la pizza, appena tornati a casa.
Con gli stessi occhi con cui avete sempre guardato la vita Erasmus. Quegli occhi che mi porterò nel cuore per sempre.

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Cuaderno de viaje – dia 100

Oggi è il giorno 100.
Non serve che scriva nulla nel mio “quaderno di viaggio” perché ho solo una parola ed è “felicità”. E quando sono troppo felice posso solo saltare e cantare. Fortunatamente esiste Pedro che lo fa con me.
100 giorni lontana da casa, 100 giorni in questa città che ha più di un colore speciale, 100 giorni lavando i piatti con Edu, 100 giorni conoscendo gente speciale. Amiche, amici, sorelle, fratelli, gemelle nate da altri genitori. 100 giorni condivisi con persone di tutto il mondo. 100 giorni mangiando cibo spagnolo, tedesco, messicano, vietnamita, marocchino, francese, meridionale. 100 giorni per innamorarmi di questa vita, della vita 100 giorni viaggiando, con la mente e con il corpo. Quasi 100 giorni di sole. 100 giorni che mi sveglio con il sorriso. 100 giorni per imparare lo spagnolo. 100 giorni per comprendere che siamo tutti diversi e speciali, che il razzismo è una cosa che esiste solo nelle teste delle persone che non viaggiano, che non sanno cosa c’è fuori dalla porta delle loro case. 100 giorni per imparare a ballare. 100 giorni per innamorarmi dell’amicizia vera, quella che sopravvive alla distanza e che nasce tra persone di tutto il mondo e soprattutto tra donne che non conoscono l’invidia. 100 giorni per rendermi conto che il linguaggio dell’amore è uno solo e non cambia niente se a parlare sono uomini, donne o viceversa. 100 giorni di festa. 100 giorni senza pregiudizi e giudizi. 100 giorni con lo stesso entusiasmo di una bambina che vuole conoscere tutto quello che vede. 100 giorni spendendo soldi solo per mangiare, viaggiare e fare sport. 100 giorni con Doralice, però una Doralice migliore.
100 giorni che respiro la vita.
100 giorni di felicità.
100 giorni a Siviglia.
100 giorni alla grande.
100 giorni di Erasmus.
Grazie a tutti i partecipanti.
Hoy es el día 100.
No hace falta escribir nada en mi “cuaderno de viaje” porque tengo solo una palabra y es “felicidad”. Y cuando me encuentro demasiado feliz puedo solo saltar y cantar. Por suerte existe Pedro que lo hace conmigo.
100 días lejos de casa, 100 días en esta ciudad que tiene más de un color especial, 100 días compartiendo un piso con 3 chicos españoles, 100 días fregando los platos con Edu, 100 días conociendo gente especial. Amigas, amigos, hermanas, hermanos, gemelos de otros padres. 100 días compartidos personas de todo el mundo. 100 días que como comida española, alemana, mexicana, vietnamita, marroquí, francés, italiana del sur. 100 días para enamorarme de esta vida, de la vida. 100 días viajando, con la mente y con el cuerpo. Casi 100 días de sol. 100 días que me despierto con la sonrisa. 100 días que intento aprender este idioma. 100 días para aprender que todos somos diferentes y especiales, que el razismo es una cosa que existe solo en las mentes de las personas que no viajan, que no saben lo que hay fuera de la puerta de sus casas. 100 días para aprender a bailar. 100 días para enamorarme de la verdadera amistad, que puede sobrevivir a la distancia y nacer entre personas de todo el mundo y además entre mujeres sin envidia. 100 días para darme cuenta que el idioma del amor es uno solo y no pasa nada si es entre hombres, mujeres o a la inversa. 100 días de fiesta. 100 días sin prejuicios y juicios. 100 días con el mismo entusiasmo de una niña que tiene que conocer todo lo que ve. 100 días gastando dinero solo para comer, viajar y hacer deporte. 100 días con Doralice, pero una Doralice mejor.

100 días que respiro la vida.
100 días de felicidad.
100 días en Sevilla.
100 días de puta madre.
100 días de Erammu.

Gracias a todos los participantes.


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Io sto con Fucio – Cuaderno de viaje – dia 99

Sarò scema io, a complicarmi sempre la vita, ma proprio non ce la faccio. Ormai sono anni che mi crogiolo attorno a queste persone che devono assolutamente bere per divertirsi. A questi elementi che mi guardano sbigottiti perché “no, grazie, non bevo, non mi piace”. Forse dovrei iniziare ad essere più onesta: non mi piace e mi fate ridere.
Una cosa è bere, assaporare un calice di vino, un flute di champagne, assaggiare le birre più diverse e disparate, gustarsi un cocktail, essere allegri, lasciar scendere la tensione. 
Un altro è avere la necessità di bere per poter fare una determinata cosa. 
“Se non bevo in discoteca non mi diverto”. Se non ti diverti in discoteca perché non stai a casa? 
Non mi capacito.
Non riesco a trovare una spiegazione.
Non è una dipendenza, perché le dipendenze hanno forme ben diverse, a me sembra una totale sottomissione, consenziente. Un auto-sottomissione.
“Non bevo, sono già abbastanza pazza così”, grazie.
Non so che cazzo abbiate nel cervello, che si è stanziato lì attorno ai 15 e che in teoria dovrebbe andarsene, prima o poi. A quanto pare, più poi che prima.
Il geometra qualche settimana fa mi ha scritto: 
Mai fidarsi di una persona che non beve, non fuma, non si droga e nonostante ciò ha sempre il sorriso sulle labbra
Non so se sia una persona affidabile, io, però sicuramente sul mio sorriso si può fare affidamento. Perché dev’essere una rarità?

Non ci crede mai nessuno, dopo avermi offerto da bere, che sia in discoteca, per strada, in un bar o in qualsiasi luogo, quando dico che non bevo, che non ho bevuto e che non accetterò la sua offerta. “Non ci credo, tu sei sbronza marcia.”
No, non sono sbronza marcia, sono solo entusiasta. A 20 anni, nel 2015, sono entusiasta. Sono entusiasta delle opportunità che ho avuto, che mi hanno regalato e che mi sono creata. Sono entusiasta di tutti i momenti veri che ho vissuto, di tutti gli attimi di cui conservo un ricordo intatto, ben preciso. Sono entusiasta quando prendo un aereo o quando vado al bar sotto casa. Sono entusiasta quando faccio fatica e quando mi rilasso. Sono entusiasta delle amicizie e dei rapporti coltivati fino ad oggi. Sono entusiasta quando studio quello che mi piace e quando mi addormento appena tocco il letto. Sono entusiasta quando discuto con qualcuno, quando faccio pace. Sono entusiasta anche quando piango e, lavandomi la faccia, rido di quanto sono scema. Sono entusiasta perché sono nata in occidente, perché dopo anni di divisioni, finalmente mi sento un collante, per la mia famiglia e non un oggetto da contendersi. Sono entusiasta perché tutti i miei sforzi vengono ripagati e perché, fino ad ora, non c’è un obbiettivo che non abbia raggiunto, per quanto modesti o giganti potessero essere stati. Sono entusiasta dei miei errori, perché davvero mi hanno fatta crescere, maturare e riesco a ripensarci con un sorriso. Sono entusiasta dei rammarichi e di non aver nessun rimpianto, o quasi.
Sono entusiasta della vita. E grata. 
E non ho intenzione di sprecarne nemmeno un attimo, non ho intenzione di vivere nemmeno un attimo a metà, di nascondermi al nulla, di scacciare i pensieri tristi in qualche maniera che non sia dormendoci su o ponderando fino all’esaurimento, di bermi, iniettarmi o fumarmi denaro che può essere speso in maniera molto più onorevole.
Non ne ho intenzione e non mi vergognerò mai a dirlo.
Prima imparate ad accettarvi per quello che siete, meglio è.
Se le persone con cui uscite non vi fanno divertire, cercatene altre. Se la discoteca non vi piace c’è il club del libro, Netflix, il teatro, il letto. Se l’alcol non vi piace, beh non inizio l’elenco. 
Non c’è niente di disonorevole, se non sprecarsi, buttarsi via e regalarsi.
Rispettatevi un attimo di più, svegliatevi felici una domenica, con un po’ di voglia di fare, piuttosto che di smaltire.

Abbiamo due vite: la seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una.

Confucio

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Chiamatelo come volete, io lo chiamo karma – Cuaderno de viaje – Día 96

L’equazione per la quale quante più persone conosci, più ti troverai a confrontarti con te stessa, rimane per me, tuttora, indecifrabile. Però ho dovuto imparare la formula a memoria, perché, a quanto pare, così è “prendetela com’è, poi chi vuole approfondirla venga che gliela spiego”, un po’ come con Longo.

Oggi c’era un profumo troppo malinconico, da qualche giorno a questa parte aleggiano sulle nostre teste dei numeri, preceduti da un meno: sono dei conti alla rovescia. 
Sulla mia testa, oggi che è il 10, aleggia il -7. 
Una settimana. 
U n a  s e t t i m a n a.
Tra una settimana torno a casa.
Sì, lo so, molti di noi si fermeranno qui un anno, dopo un paio di settimane in patria, ritorneranno… ma non tutti. E poi ne arriveranno di nuovi. Nuovi volti, nuove storie, nuovi esami, un nuovo semestre, un nuovo treno di Erasmus.
Sembra che la faccia tragica, in diretta da quel mondo in cui il 10 dicembre, si esce ancora in giacca di pelle la sera, ma un po’ tragica, per me, lo è.

Ho visto Thelma & Louise, dopo un pomeriggio in casa, sono uscita con le cuffie nelle orecchie, per andare “a vedere le luci che si spengono”. Ho detto davvero così? Scusa Ale, sono un po’ matta.
Anche voi quando arrivate al semaforo vi sentite attraversare da un piccolo spirito di competizione e fate di tutto per passare per primi, magari quando è ancora rosso?
Credo di essere un po’ deviata questa sera.

La pubblicità di Spotify uccide la mia creatività, ma non avranno il mio denaro.

Torniamo a noi, dopo il ponte e la mia lotta con il semaforo, sono corsa ad imbattermi nelle luci. Non so cosa mi sia successo da quando ho visto questa città illuminata, avevo paura proprio di questo, d’innamorarmi eccessivamente. Pedro è stato in grado di chiedermi se in Italia non abbiamo le luci per le strade, a Natale, talmente mi ha vista esaltata. Certo che le abbiamo Perro, ma non puoi capire.
“Mi riprendo le cuffie, vado a fare due passi”

La notte ci sono luoghi di Sevilla completamente vuoti, in cui puoi intrufolarti con le auricolari ed il tutone, correre e cantare, senza che nessuno ti dica nulla, sono quei posti in cui vado a rifugiarmi la sera, per specchiarmi nella sabbia, nelle mura dell’Alcazar, nelle piastrelline delle piazzette in Santa Cruz o nelle fontane di Plaza d Espana. 
A volte le trovi, altre anime solitarie, che si lasciano andare ad uno sguardo. Io, nel mentre, sorrido e saltello come una bambina scappata di casa senza nessuna meta.
Mi chiedo solo perché non l’ho fatto prima.
M’infilo solo in vie che non conosco, mi butto, mi stupisco, corro, respiro. A piedi polmoni.

Prima di partire me lo ricordavo esattamente così: questo calore speciale, questo colore dell’aria, questa luce diversa, l’ho ritrovato appena arrivata e lo ritrovo tutti i giorni. Qui, tra un turista ed un indigeno, tra un vecchio ed un barbone, tra una mamma e la sua bambina. Lo ritrovo in università, dopo il corso di spagnolo, tra un numero e l’altro, tra una discussione ed un abbraccio. Lo ritrovo in palestra, tra un sorriso sudato ed un sorso d’acqua. Lo ritrovo ogni volta che Monse grida “Doraguapa aquì està tu Romeo” sotto la mia finestra. Lo ritrovo ogni volta che Edu entra in camera per raccontarmi la sua giornata. Lo ritrovo negli occhi di tutte le persone che ho conosciuto, che a Sevilla sono state in grado di sentirsi “a casa”, che l’hanno amata, che ne hanno sentito la mancanza ogni volta che sono andate via, anche solo per un finde. Lo ritrovo ogni sera, quando torno a casa, attraversando questo benedetto ponte che mi porta a Plaza de Cuba, dal quale posso ammirare contemporaneamente tutti i ponti della città, la Torre dell’Oro, la Giralda e le luci colorate della Darsena sevillana che colorano il Guadalquivir… ogni dannata sera in cui mi ripeto “sono troppo fortunata”. Lo ritrovo in tutte quelle persone, che provano la stessa identica cosa, attraversando questo o un degli altri ponti: questo senso di libertà, misto a felicità, misto a malinconia. Lo ritrovo in tutte quelle persone che “no, solo 6 mesi, però vorrei fermarmi tutto l’anno, prolungo”.
Lo ritroverò anche quando tornerò, a gennaio, anche se cambieranno i colori, cambieranno i nomi, cambieranno le temperature, cambieranno i corsi, lo sfondo sarà sempre questo: un luogo magico.

“L’erasmus non è 1 anno della tua vita, è tutta la tua vita in 1 anno” ho trovato questa massima vagabondando su instagram. Frase fatta o dannatamente malinconica, di un ex soldato Erasmus?

Ecco, così ci sentiremo, tornando a casa? Come i soldati quando tornano dalla guerra? Felici di riabbracciare la nostra famiglia, di essere sopravvissuti, di essere tornati a casa, ma con ancora nelle orecchie le note del chitarrista appena fuori da Plaza de las Banderas? Con i battiti di mani delle ballerine di flamenco? Con l’occhio che cade su ogni braccialetto di stoffa? Chiamando bocadillo un semplice panino? Illuminandoci sentendo qualcuno parlare spagnolo? 
Soldati di una guerra interna, con noi stessi, con le nostre ambizioni, con i nostri doveri, che un giorno ci siamo prefissati o ci hanno imposto. Soldati in guerra costante con la vecchia e nuova voglia di viaggiare, che si fa largo nei nostri progetti lavorativi statici… 
Soldatini, di questo progetto, Erasmus+, che torneranno a rapporto, a fare un test di lingua, un resoconto della battaglia, una conta dei morti per amore a distanza, di quelli che hanno cambiato legione, fermandosi, delle mogli tradite con le infermiere.
Non prendetemi per blasfema, accogliete il paragone estremo, la nostra è una guerra felice, ma il nome “guerra” suona subito male. Battaglia? Conflitto? Combattimento? Sembrano tutti nomi così rossi, sporchi di sangue, in realtà, in questa lotta mi sono sporcata solo di pizza, di dentifricio, di alcol e biro. E mannaggia alle lavatrici di mamma che vengono sempre meglio delle mie.

Grazie a tutti i partecipanti.
Grazie a tutti i sopravvissuti.
Grazie a quelli che torneranno in patria e non ripartiranno, lo sappiamo che il vostro pensiero sarà rivolto a noi, quando la mattina mangerete un cornetto caldo, sorseggiando un vero caffè, lo sappiamo che riuscirete a sentire la nostalgia delle tostadas
Grazie a quelli che ritorneranno, ma solo per il colpo finale: gli esami, per poi salutarsi definitivamente, magari per sempre, parliamoci chiaro.
Grazie a quelli che ripartiranno. Per un altro Erasmus o per nuovi viaggi, lunghi o corti, vicini o lontani, perché lo faranno con uno spirito tutto nuovo, tutto nostro.
Grazie, perché senza tutti questi attori, Sevilla sarebbe solo una location da urlo, vuota e malinconica, come quando si spengono le luci di Natale alle 23.00 in punto e tutto torna “normale”, anche se, di normale, non c’è proprio niente e nessuno, quì.

Grazie.

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