22, disordinatissimi, anni – Buenos aires pt.4

*Allarme spoiler*
Avevo un’idea per questo compleanno, avrei voluto scrivere su un altro blog, uno nuovo, mio, più degno di tale nome, ma il destino ed il mio supporto oltreoceano hanno deciso che non era il momento.
Ed effettivamente avevano ragione loro, perché non ti avevo salutato come meriti.
Pensavo di pubblicare tutte le carinerie che ho ricevuto in questi mesi, da quando sono qui, da parte di tutti i miei Amici. Nulla a che vedere con i messaggi comandati da una notifica Facebook, ai quali mi è quasi pesato dover rispondere per educazione.
Avrei voluto ringraziare i miei amici, quelli veri, per avermi dimostrato tutto il loro affetto in questi mesi, da quando sono ripartita.
Con una foto, con un video, con un messaggio, con una lettera, cogliendo l’occasione del mio compleanno, pensandomi in una giornata di sole, al mare, sotto la pioggia, davanti ad un tramonto.
L’ho pensato, spero vi basti, perché il nuovo blog non è ancora pronto quindi non posso portare avanti quell’idea.
Quindi, ricominciamo.

Mezzanotte e qualche minuto. Non è più il mio compleanno, in Italia era già finito da qualche ora.
Mi fermo e penso a quei due numeri, 22, ventidue.
Non li ho sentiti pronunciare molte volte oggi, la candelina era una sola ed il mio unico regalo di compleanno sono un paio di roller, che mia madre ricorda di avermi regalato anche verso gli 8 anni.
E’ finita la giornata e mi prendo qualche minuto per ascoltare e leggere quelle note vocali più lunghe, quei messaggi più profondi.
Sono nel mio salotto di Buenos Aires, su un divano da esterni, pieno di cuscini, di legno, ma duro come la pietra. Horacio ha deciso di offrirci questo e poco più.
Sul pollice della mano destra ho una puntura di zanzara, la bastarda sta ronzando proprio qui, ma non ho intenzione di farle del male.
Mi metto le cuffie per non sentirla.
E’ il 31 di ottobre, ci sono stati 26° per tutto il giorno, Alessia mi ha regalato una colazione al parco, sotto il sole e non posso che essere felice anche delle zanzare.
E’ il 31 ottobre e per la prima volta in 22 anni festeggio il mio compleanno durante la stagione più bella del mondo: la primavera.

Nelle orecchie ho la stessa playlist “Random soft” creata apposta per quando voglio piangere o scrivere, nonostante abbia compiuto 22 anni, ci sono abitudini che non voglio perdere.
Fossi la Ferragni farei un lungo elenco numerato di obiettivi per il prossimo anno, ma la ammiro e basta.

22 anni.
Sono tanti?
Sono pochi?
Sono ancora giovane?
Inizio ad invecchiare?
Non c’è mai stato un momento nella vita in cui abbia pensato “come ti vedi a 22 anni Dolly?”, sembrano una via di mezzo, un limbo tra i 20 ed i 25, eppure a quanto pare questo sarà il mio anno.
Non voglio pensare a quando tornerò a casa, ma so che ad attendermi ci saranno tante responsabilità, oltre a tutte le persone che più amo.
Sì, perché se c’è una consapevolezza che mi hanno dato questi 3 mesi a Buenos Aires è proprio questa: quanto amo determinate persone.
Se a Siviglia quasi mi sono dimenticata di chi fossi e da dove venissi, qui non è successo, non ho lasciato indietro proprio niente, mi sono portata via tutto e lo custodisco con gelosia.
In questi 3 mesi mi sono sentita orgogliosa delle mie origini, di essere Europea e prima ancora Italiana.
E’ curioso, quando sei lontana da casa, riflettere molto su dove sia “casa”.
A Siviglia era stato estremamente complicato rispondere alla domanda “di dove sei?”, ero un po’ persa, “un po’ di Casale, un po’ di Santa, però sto vivendo ad Alessandria e l’anno prossimo? Ancora non lo so”.
Qui invece Milano prende il sopravvento, al punto che Andrea deve correggermi ricordandomi che in realtà sono piemontese e che questo fatto che mamma si sia trasferita a Genova risalta un po’ la mia genovesità (in realtà sono solo meticolosa nella gestione dei soldi, spendaccione). Beh fatto sta che, senza indugi, rispondo “Sono Italiana, di Milano”.
Ed è proprio “Milano” il nome che darei a questo mio 21esimo anno di vita che si conclude.
Proprio come ho fatto con lei, ho fatto con me. Con i miei tempi e tanta tenacia, mi sono guardata dentro, nei cortili più nascosti, quelli bui e quelli che racchiudevano giardini e chiostri luminosi. Quest’anno ho tirato le somme, ho pensato, ho respirato, ho pianto, sono stata male, il mio corpo è stato male insieme alla mia testa, ho dormito a volte male, ho sentito la malinconia, la paura, l’emozione, la delusione, la tristezza, la gioia, l’affetto, l’amore.
Da questa prospettiva è tutto più chiaro e finalmente 22 non sembra il numero di un punto d’arrivo, ma un nuovo grande punto di partenza.

Tra 28 giorni parto, mamma non me ne volere. Io e Ale abbiamo perso un biglietto di sola andata e programmato un grande e lungo itinerario che ci porterà a camminare, correre, sudare, odiarci, probabilmente farci rapinare, rapire e trucidare.
Se così non fosse, sarò qui per raccontarvelo ed è questo che vorrei regalarmi e regalarvi per i miei 22 anni, un po’ di ordine nel disordine.
E’ questo che ho imparato a trovare dentro di me e nelle città che mi ospitano, nei cortili di Milano, nei parchi di Buenos Aires, sul Puente de San Telmo a Siviglia, dalla Fundacion Amalio, nel parcheggio di Alessandria, nella mia prima casetta a Casale.
Ho sempre cercato dei rifugi fisici per respirare, per prendere aria, quando il realtà era dentro di me che avevo bisogno di fare ordine.
Eccoci.
22 anni ed un ordine che spero non sia solo apparente e si riesca ad adattare a tutti i nuovi disordini di cui mi farò carico.

Ho troppi pensieri questa sera e non riesco ad essere ordinata.
Penso a Bea che domani raggiungerà Marta a Varsavia, penso a Fil sul tetto della sua residenza ad Hong Kong, ad Ele mentre guarda il tramonto a Moncestino e mi riempio di gioia, pensando alla loro felicità, a tutti i compleanni condivisi, vicini e lontani, a quanti ancora ne condivideremo, a quelli dei nostri figli. Penso a quanto siamo cresciuti, a dove siamo arrivati e a dove ancora dobbiamo arrivare. Ripenso al punto di partenza e no posso che sorridere.
Penso a mamma, a casa da sola con Tiffany, perché siamo cresciute ed è veramente inaccettabile.
Penso a papà, con il suo piccolo dispiacere composto post partita, mentre esce dallo stadio senza di me al suo fianco, proprio il giorno del mio compleanno.
Penso alla nonna, mentre si mette gli occhiali e cerca di vedere su quel piccolo schermo del telefono della badante le foto ed i video che le mando da qui. Quanto vorrei abbracciarla.
Penso alla piccola Arabella, mentre si lascia rigare il viso da qualche lacrima, scrivendomi i suoi dolcissimi auguri, per poi correre da Lalla e vivere la sua adolescenza sbagliando, come merita di poter fare.
Penso a Fiore, a Padova, mentre ride come una matta della stupidità di certi elementi dell’umanità, lei che ha sempre visto più in là, dentro.
Diamine.
Non posso scrivere tutto quello che penso, ho così tante cose per cui ringraziare…
Orrendo.
Questo post.
Resterà privato.
Troppi spoiler.
Troppo disordine.

Non ero convinta di questa città, non ero convinta di me qui dentro, volevo che il mondo avesse la forma che aveva a Siviglia, ma senza uscire solo con internazionali e vivendo con Italiani questa volta. Volevo essere quella che ero a Siviglia, spensierata e felice all’impazzata.
Ho iniziato a non digerire nemmeno l’acqua ed a svegliarmi di notte.
Mettevo una mano sulla pancia e sentivo pulsare, sentivo una stretta, tra lo stomaco e la gola, quella di cui parlava il Liga riferendosi all’amore, alle farfalle nello stomaco, io la sentivo ingerendo qualsiasi alimento.
Pensavo di avere qualche problema, ho preso delle pastiglie per un mesetto, sono migliorata.
Non pensavo ad altro.
Mi sentivo in colpa perché avevo fame, mi sentivo in colpa perché mangiavo qualcosa che non fosse verdura, pur sapendo che mi sarebbe rimasto sullo stomaco.
Magari sono celiaca, magari non sapevo di essere incinta, magari sono allergica all’aria.
Ho fatto gli esami del sangue. Bea mi ha insultata perché ancora non avevo fatto degli esami del sangue in vita mia. Ho fatto la pipì nel vasetto e mi sono fatta riempire la pancia di unguento gelido per guardare dentro.
Insomma, dei banalissimi esami di routine per vedere se tutto fosse a posto.
E tutto era a posto.
Dannatamente a posto.
Incredibilmente a posto.
Gli OGM non avevano colpe, il glutine nemmeno, era tutto nella mia testa.
Questo avrebbe dovuto calmarmi o spaventarmi?
I problemi fisici si risolvono con le medicine, con le operazioni, ma cos’ha la mia testa che non va?

E invece è bastato respirare, sapere di stare bene, lasciar scivolare l’ansia, prendere un traghetto e guardare il mare, aprire un po’ di più il cuore, accettare.
Il mio ultimo anno è stato un’accettazione, una presa di coscienza dopo l’altra.
Ho accettato che l’Erasmus finisse, ma non le amicizie che mi aveva regalato, così sono andata a festeggiare i 21 ad Amsterdam con Monse. Ho accettato Milano, come nuova casa, dopo settimane di terribile indecisione. Ho accettato la magistrale teorica, invece di un bel master, pur di poter ripartire. Ho accettato la nebbia, dopo un anno intero di sole. Ho accettato di dividere il mio monolocale perché cucinare solo per me era troppo triste. Ho accettato di lavorare all’immacolata, nelle vacanze di Natale, per fare cassa. Ho accettato che mi avessero rubato la macchina. Ho accettato di comprare la mia prima casa, in cui probabilmente no vivrò mai, per dare un nuovo inizio a mamma e Ara.
Ho accettato tante cose, alcune facilmente, altre con grandi sforzi, ma sono stati tutti ripagati.
La nebbia si è diradata, è arrivata la primavera ed è valso la pena ogni singolo passo, ogni scatto, ogni sollevamento.
La Bicocca mi ha regalato dei compagni che non pensavo di poter ritrovare, mi ha servito ESN su un piatto d’argento. Milano mi ha dato la possibilità di godere di Santa anche durante l’anno, ci ha riuniti finalmente quasi tutti. Mi ha fatta trovare con Je e Ale, ci ha resi famiglia. Con la macchina probabilmente non avrei mai studiato così a fondo la lilla, no avrei vissuto Milano in scooter, non sarei caduta, non mi sarei distrutta una caviglia, non mi sarei rialzata. La nuova casa di Genova sembra veramente accogliente, il posto giusto per andare a respirare un po’ di serenità.
Buenos Aires mi sta regalando, finalmente, i tramonti giusti. Quel contatto, oltre all’inquinamento acustico, con me stessa. Quello che cercavo.

Dove mi porteranno questi 22?
Di preciso non lo so, non ancora, so che mi aspetta il mio personale cammino di Santiago e poi ancora 5 mesi di buone arie, so che mi aspetta un’altra laurea al mio ritorno, forse anche una tesi in mezzo (se mi decido a contattare la prof) e poi… Se Fili mi ci fa pensare ancora una volta lo blocco su tutti i social come una ex impazzita.
Dopo raccoglieremo ciò che è stato seminato, in giro per il mondo e dentro me.
Ovunque mi portino, so chi ci sarà sempre al mio fianco.
Ovunque mi portino, so cos’avrò sempre dentro: un grandissimo, cazzutissimo, arruffato, sorriso a denti stretti, a volte a bocca aperta, ad occhi chiusi, con il naso all’insù.
Ovunque mi portino, so che non perderò mai la voglia, incessante, di toccare, assaporare, guardare negli occhi, osservare furtiva, annusare, provare, tuffarmi, abbracciare, ringraziare, stupirmi.

Fanculo all’età, la paura non vincerà, non oggi.

Tanti auguri DCB.

Cucina Paradiso

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14’000 km non mi separeranno da te, CASAle – Buenos Aires pt.3

Mezzanotte passata, in quel di Buenos Aires, mi metto a testa in giù sul letto, appoggiata al muro e faccio due esercizi per la circolazione, guardando Instagram.
Mia sorella ha fatto un video ad un ragno enorme che alberga affianco alla seconda porta di cas… no. Mi rendo conto che oggi sono usciti da quel cortile 126 scatoloni contenenti stoviglie, cornici, apparecchi tecnologici di vario genere, vestiti e la mia vita.
E’ parte anche questo del gioco, ritrovarsi a 14’000 km da casa e doverla salutare, chiudere, inscatolare.
Un giorno diventerà facile, per ora non lo è mai stato.

Quando ero a Siviglia avevo staccato tutto, l’Italia non esisteva più, sentivo te e nessun altro praticamente. 
Qui non è così, ho un sacco di cose in ballo là, la casa affittata a Milano, la nonna, aggiornarmi con le ragazze, rispondo sempre ai messaggi, con i miei tempi, ma rispondo, Fiore che si avvicina ai 18, Arabella che si trasferisce a Genova… 
Oggi hanno fatto il trasloco, casa a Casale è vuota e non riesco nemmeno ad immaginarla. La casa dove sono cresciuta, dove ho fatto l’amore per la prima volta, dove i miei si sono amati, dove hanno fatto nascere Arabella, dove ho festeggiato un sacco di compleanni, rifugio di serate tra amici, ha chiuso i battenti. Con tutti i divani rivolti verso la TV ed i film più stupidi della storia, incontri pomeridiani al piano di sopra, davanti a Netlog, con amiche del cuore che ora sono solo vecchie conoscenze, è stata un po’ la casa di tutti. La casa che ha visto la separazione dei miei genitori, le lotte di davanzale tra mamma e nonna, la porta sul pianerottolo che è stata sbarrata con gli anni, la casa da cui Fiorelisa è scappata, io dopo di lei e ora anche mamma e Arabella. 
Non c’è più nessuno. 
E sento il suo rumore. 
I miei piedi con i calzini che entrano di soppiatto la sera tardi, le luci spente, ma tutto è illuminato solo dalla Torre e dai suoi colori. Prima un giallo fisso, ora sfumature. Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Rintoccano le campane più intuitive della storia e cado.
Lorenzo dice che lì, tra il primo cortile ed il Pantagruel, c’è lo scorcio più bello di Casale. Quello scorcio che io ho sempre potuto comodamente ammirare dal divano di casa mia.
Posso sentire le risate provenienti dalla cucina, le urla dei miei, il profumo delle ultime lasagne al pesto cucinate da mamma, quella sera dopo piscina, il campanello finché funzionava, le mie amiche gridare dal cortile, vedo ancora tutti i ragazzi di ESN dormire per terra, i miei 18 anni, quando mi sono trasferita al piano di sopra insieme alla mattonella di Zac Efron, le cenette con le ragazze, il compleanno di Elena, il mio ritorno da Siviglia, la camera dei giochi con le bimbe, la tenda delle principesse, l’albero di Natale illuminato, le foto davanti allo specchio grande con le piccole ancora sdentate, tappare le orecchie ad Arabella. E prima ancora mamma in lingerie, nel bagno rosa, con il pancione, papà che le fa le foto. La nonna che prepara il pranzo di Natale, cugini da tutte le parti. I cenoni di Natale con gli insegnanti della scuola. I maghi ai compleanni delle bambine. Arabella e la piccola Franci, tutte le lotte perché potessero giocare insieme. Dormire nel letto di mamma, prima di partire. Bigiare nascondendoci al piano di sopra, senza che la domestica ci scopra, tecnica collaudata e poi ripresa da Fiore qualche anno dopo: il sangue non è acqua. La tesi, rinchiusa in casa. Mia sorella che nasconde tutti i manga dentro la caldaia. L’armadio dei regali. Windows 98. Tommi ed Edo in cortile. I Fendi al completo in complotto sul divano. La testa dell’orso quando non era nel baule di Simo. Pizza da me? Colazione a domicilio. La messa della 10.30, la domenica, svegliando tutti chiudendo il portone. Quella maledetta bottiglia di Fragolino che presi dal tappo ammaccando la piastrella della cucina. Gli album delle fotografie, impilati in ordine cronologico, da toccare con cautela. Intrufolarmi nel letto con Ara e Fiore, la domenica, per svegliarci ed infastidirci. La mia nuova cameretta tutta rosa, sfrattando quella dei giochi. La musica del Pantagruel dalla finestra, il profumo di Maria. Grace che ci viene a trovare. Le macchine al pascolo. I ponteggi fino al campanile, arrampicarsi insieme a Clelia ed Ylenia, per il tramonto più bello. Piadina o Kebab? Ancora uscivamo tutte assieme. Agnese che la sera prima dell’esame di maturità viene da Falde a sentire il discorso, perché io ero in pigiama ed agitata. Ale e Je in gita con me. Pedro e Monse, dal Messico a Ceuta, a Casale Monferrato. Tutti i miei più grandi amici di Santa a prendere multe per i miei 18. Ciotti, immancabilmente fan della notte di Halloween casalese. Gli anni in cui si regalavano sempre i poster da appendere, finché, un bel giorno, non mi è stato regalato un planisfero.
I ricordi arrivano a fiumi e mi travolgono. Potrei continuare a scrivere per tutta la notte.

Il mondo le cambiava attorno.
Giovannacci chiudeva, la locanda Rossignoli riapriva, il barbiere mancava e Falde arrivava, il profumo di Krumiri in sottofondo.
E noi crescevamo.

Sto annegando nelle lacrime. 
Non posso immaginarla. 
Non posso immaginarla vuota. 
Non posso immaginare di non averla salutata per bene. 
O forse meglio così, la ricorderò intatta, piena. Colorata, come quando studiando arrivava il riflesso della finestra sul tavolo della cucina, nero, che dava modo di vedere anche l’azzurro del cielo. 
La casa in cui ho preparato tutti gli esami importanti della mia vita, da quello di terza media, alla laurea… 
Ci sono lati positivi e negativi dell’essere una zingara. Stasera, ora, dopo aver visto le storie di mia sorella, felice del suo nuovo inizio, di un nuovo posto da chiamare casa, sento la nostalgia della mia, che non c’è più definitivamente. 
Vuota, mi aspetta, perché raccolga le mie ultime cose e la chiuda, per sempre, insieme a quella bambina che a 8 anni ha messo piede a Casale, a quella ragazza che aveva trasformato la cucina nell’ufficio di Stay, a quella ragazza cresciuta che ora forse dovrà diventare donna a tutti i costi. 
Tornerò e non solo mi toccherà laurearmi un’altra volta, ma anche chiudere e salutare per sempre la casa della mia infanzia, adolescenza e gioventù. 
E allora scusami, ma non riesco proprio a smettere di piangere.
Che colpo al cuore.
Che naufragio. 

In bocca al lupo alla principessa, che tutte le vecchie rinunce siano solo futuri guadagni in termini di sorrisi. 
Ti auguro un’adolescenza splendida, princi, in questa città nuova, in questa nuova casa. La mia rimane Casale, per sempre.

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2 años después… Erasmus 2.0 – Buenos Aires pt.2

Sono
Passati
D U E 
Anni

Sono passati 2 anni. Davvero? 365×2? Avevo 19 anni quando sono partita? La stessa età dei ragazzi che qui a Buenos Aires mi fanno sentire fuori target?
Ad un certo punto della vita si dovrebbe avere il diritto di traslare il giorno del proprio compleanno o quanto meno i festeggiamenti. Beh, se si potesse, io lo sposterei al 6 settembre: la rinascita. Nasciamo, respiriamo, mangiamo, cresciamo, caghiamo, salutiamo mamma e papà e rinasciamo.
Io sono rinata ad Alessandria, quando ho montato il mio primo divano letto Ikea, di nuovo l’anno dopo, quando ho firmato il mio primo contratto per l’appartamento in via Milano, per poi dover rimettere in gioco tutto, in terra andalusa.
No signori, dopo 1 mese e mezzo nel paese di Maradona, dell’asado e delle empanadas, ve lo posso dire: nulla è come il primo Erasmus.
Non sputo nel piatto in cui sto mangiando, lunge da me un simile affronto a questa città che ha tantissimo da regalarmi, soprattutto ora che si avvicina la primavera, ma è tutto diverso.
Ormai due anni fa sono partita con la valigia vuota, il cuore spalancato, tuffandomi di testa. A Siviglia ho trovato me stessa, amicizie sconfinate, il paradiso in terra, ho capito che direzione prendere e quando sono tornata mi sono anche resa conto di chi ci sarebbe stato al mio fianco. Tornare però non è stato facile. Staccarsi da quella città era un po’ come staccare la pelle dopo una scottatura: non viene mai via tutta e lascia il segno. E tutti ti avvisano: “metti la crema”, “è l’esperienza più bella della vita”, ma tu ti convinci, è solo la prima di tante, è il trampolino di lancio, però te la godi. La assapori, la bevi, la assaggi, fino all’ultimo respiro, all’ultimo goccio, all’ultimo chilo.
Tornare è una doccia fredda.
Le lacrime che versai l’ultimo mese non le ho versate in tutta una vita.
Ed è per questo che ripartire sarà sempre diverso, non per forza più brutto, meno entusiasmante, ma diverso.
Dopo la reticenza iniziale ho lasciato entrare Milano, come si dovrebbe fare con Ascanio, fin sotto la pelle, fino a sentirne la mancanza adesso che non sono lì con lei. Ora che l’estate sta finendo, la sessione di settembre iniziando e tutti tornate alle vostre case da fuori sede, proprio adesso, sono in grado di sentire la mancanza anche dei gas di scarico di viale Zara alle 8 del mattino.
Beh stavo dicendo che, a differenza della prima volta che si fa l’amore, l’Eramsus è davvero buona la prima, perché ti sbatte in faccia così tanti aspetti di te stesso, del mondo, delle persone che ti amano, in ogni fase del percorso, che alla fine tutto è diverso.
Sono partita per Buenos Aires consapevole di quello che stavo lasciando a casa. A Siviglia non lo ero. 
Pensavo che il mondo si sarebbe fermato, che nulla sarebbe cambiato e mi sbagliavo.
Sono qui e non sono lì, ma lì, per quanto m’illuda che il mondo vada più piano, mia sorella inizierà il liceo fra una settimana, qualcuno risponderà alla call da RL, Fiorelisa diventerà maggiorenne, la SWEP sarà a Milano, mia mamma inaugurerà la casa a Genova, Je e Ale si trasferiranno, Bea amerà sempre di più Carpi, Elena è già tornata, Marta partirà, Filippo è già ripartito, Betta anche, la Fanga continuerà a spaccarsi a Bergamo, Lollo delizierà solo Franci con le sue cenette vegetariane, papà ha già prenotato tutte le partite di Champions, la nonna si avvicinerà ai 90… E io non ci sarò.
Non importa quanto possano evolversi le tecnologie, quanti pixel abbia la tua fotocamera interna, quanti punti neri ti riesca a distinguere con un selfie, se non ci sei non ci sei. E io non ci sono, di nuovo.
Quando pensate che partire sia da egoisti, non credete che non ci sia un risvolto della medaglia. Un costo-opportunità. C’è sempre ed è caro, spero non carissimo.
Così cerco di essere più presente possibile, questa volta, di far preoccupare le persone, ma non troppo, per ora. M’impegno.

Abbiamo mandato l’application per un’associazione che raccoglie viveri da imprese, supermercati e privati, una di quelle cose assolutamente illegali in Italia che invece risolverebbero molti problemi di fame nel mondo. Venerdì andiamo a conoscere i ragazzi ed a farci conoscere, lunedì iniziamo. Quando ho detto ad Ale “se va bene la entrevista lunedì iniziamo” si è messa a ridere, come se effettivamente ci potessero snobbare anche le ONG.
Mi sono anche candidata per aiutare nella costruzione di una casa a novembre, se Ale non viene le tiro un mattone.
Ho pagato il mensile di yoga, andrò tutti i lunedì, per iniziare bene la settimana e perché mi piace molto la sede del lunedì, la via si chiama Ciudad de la paz e già questo dovrebbe bastare a farvi capire il livello di serenità che m’infonde tutto l’insieme.
Stasera, comodamente dal divano – si, anche qui sono arrivati questi mezzi altamente tecnologici – ho pagato anche il box, 3 mesi, 2 volte a settimana, fino a dicembre escluso. Sono tornata al box settimana scorsa, dopo 2 anni di stop è ancora mi chiedo se il fatto che l’addio me mi faccia così male sia dovuto alle mestruazioni o all’allenamento di venerdì scorso.
Ho anche provveduto ad un piano d’attacco per lo studio, dando inizio al famigerato tour itinerante delle biblioteche che ho deciso di riproporre a me stessa (ed al pubblico di Instagram) dopo l’enorme successo che ha riscosso (ai miei occhi) a Milano. Forse ne uscirò viva.

Sono andata al parco, il 31 agosto, dopo l’ultimo post, a stilare proprio questa lista di propositi, di obiettivi, di mete da raggiungere. Per me stessa, per gli altri, per investire il mio tempo, riassumendo l’elenco era questo:
1. Studio
2. Lezioni
3. Yoga
4. Crossfit
5. Fondazione
6. Blog
7. Exploring 

A colpo d’occhio sembrava un programma troppo ambizioso, a giochi fatti mi sono resa conto che 24 ore sono davvero tante.

Non sarà Siviglia, non ho più 19 anni, magari scelgo di mangiare sano, andare a dormire presto ed investo il mio tempo in maniera diversa, ma pensò che faccia tutto parte del pacchetto. Ogni esperienza è fatta a modo suo. Ogni luogo, ogni persona, noi, siamo pongo.
L’importante?
Andare a dormire con il sorriso, presto o tardi che sia.
Ma soprattutto, che manchino ancora undici mesi e che basti un giorno per ribaltare completamente tutto.

P.s. Il punto 6. sarà oggetto di nuove discussioni, stay tuned.
P.p.s. Qui trovate il post di esattamente 2 anni fa: http://doralicebosio.com/2015/09/cuaderno-de-viaje-dia-1/

Buona giornata Erasmussini.

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Qual buon vento – Buenos Aires pt.1

Ho appena finito di vedere un film bellissimo, si chiama “The Intern”, “Lo stagista inaspettato” in italiano. 
Vado a dormire con il buon umore, domani è l’ultimo giorno di agosto e ho grandi progetti. 

Voglio che questa esperienza sia diversa, arricchirla e arricchirmi, quindi farò un elenco di propositi mensili, degli obiettivi, dei goal. Siamo ancora giovani, possiamo reinventarci, scoprire, curiosare, provare.
Io inizio da qui. 

Sono andata a lezione di yoga lunedì e hai presente come le fanno vedere nei film? Luci calde, musica da yoga, incenso, a metà tra il sacro ed il profano? Beh è proprio così, è un culto, è un rito, è come una preghiera, però non è sufficiente avere le mani giunte. Per pregare in yoghese devi metterci tutto te stesso, abbandonarti completamente, lasciare veramente fuori dalla porta tutte le preoccupazioni, cercare dentro di te le soluzioni più semplici, prendere contatto con il tuo corpo e con te stesso. 
E poi la meditazione. 
Hai presente quando dicono che solo una persona veramente devota è in grado di galleggiare nell’aria e alzarsi e svolazzare a gambe incrociate? Beh a questo livello non sono arrivata, però la meditazione è stato qualcosa di veramente extra corporeo, un’illuminazione. Il mio corpo era lì, sdraiato in maniera disordinata su quel tappetino, il cuscino sotto al ginocchio, una copertina in pile bianca, una mascherina con i pallini sugli occhi, ma io ero da un’altra parte. Il mio corpo era leggero, morbido, fluido e mi lasciavo trasportare dalla melodia, disarmata. Come quando da bambini ci cantavano la ninna nanna o ci raccontavano una storia, ecco, quello era il livello. E credimi, per raggiungere quella sala di yoga c’è un cavalcavia degno delle peggiori zone di Caracas (poi te lo dirò se fanno veramente così paura i bar di Caracas), nonostante sia abbastanza centrale, le luci calde delle vie di Buenos Aires non sono così rassicuranti. Anzi. Sono il set perfetto di un film horror. Soprattutto perché è facilissimo passare dalle vie delle strade principali, illuminate a giorno, al buio caldo e soffuso.
Beh, dopo quel cavalcavia, più in basso dell’altezza della strada, c’è il numero 40, una porticina e una ragazza gracile con lo smalto nero che, aprendo la porta, la prima volta che ti vede, ti bacia. Si, ok, qui lo fanno tutti, ma lei ci ha messo più amore.
Ecco, insomma, proprio lì dentro, in un posto forse tetro, mi sono sentita al sicuro e disarmata come nella culla della principessa dove io e le mie sorelle siamo cresciute a suon di Fra Martino e racconti di mamma e papà. 

Non sono ancora convinta, probabilmente farò Crossfit due volte a settimana e yoga una sola, come se fosse un premio, un regalo a me stessa. Questo lo pianificherò domani, prima che arrivi settembre.

Tornando al film, basta che tu legga la trama per capire perché mi sia piaciuto. Una cucciola randagia intraprendente, di cuore, indaffarata, nevrotica, amorevole, che impara a fidarsi davvero, sotto l’ala dell’esperienza, della vecchiaia, della calma, ha trovato il suo yoga in De Niro. E cosa non meno importante ha lanciato una start up della madonna (lo devo mettere maiuscolo? In realtà non volevo essere blasfema, solo l’avrei detto così se ti avessi avuto qui davanti. Se ti avessi davanti muoverei anche le mani come una matta, con i palmi aperti, toccando il cruscotto, facendo disegni nell’aria e questo era un inciso ecco).

Buenos Aires è bella, mi ricorda Milano al principio, quando sono arrivata e dovevo imparare ad amarla. In realtà non assomiglia per niente a Milano, è il mio modo di guardarla che mi ricorda gli occhi che mi hanno accompagnata, quelli primavera/estate 2017. 

A proposito di collezioni, oggi sono andata ad un incontro splendido in Università, era una “charla” che qui è un modo molto conviviale di chiamare una conferenza, potrebbe essere l’equivalente di workshop, ma in realtà è un finto workshop come sempre tranne che alle school, però questo è troppo ESNenniano quindi non lo capiresti comunque. Il titolo era “la comunicazione della moda – la trasformazione del linguaggio della moda nella contemporaneità”, c’erano 3 giornaliste che si sono dovute reinventare con l’arrivo di internet, dei blog e poi di Facebook e di Instagram e di tutto quello che uso io insomma. Davano una visione ampia anche sulle nuove posizioni lavorative che sono nate sull’onda del web, tutto molto bello di conseguenza ho pensato che nel secondo semestre potrei cercare uno stage.

Se in Spagna mi aveva dato un grande aiuto a capire cosa non volessi fare nella vita, magari in questo emisfero l’impulso potrebbe essere in direzione opposta!
Ma questo rimane un buon proposito per il prossimo semestre, quindi non mi devo portare troppo avanti, va nel box del lungo termine.

A proposito, oggi sono anche tornata al box. Ovviamente non nel mio bellissimo dietro alla Sogegros di Alessandria, bensì ad uno nuovo porteño, si chiama BIGG ed è molto più metropolitano, ciò nonostante mi ha dato modo di confermare il mio sospetto: un ampio campione di segretarie delle palestre oltre che un dito in culo ha anche un leggero ritardo mentale. 
Sorvolando sul dettaglio, sono abbastanza stanca, anche se non si direbbe dall’orario e ho tutte le parti appuntite del corpo ustionate dallo sfregamento (sono sicura che ci sia una parola che indica gomiti e ginocchia, ma non riesco proprio a ricordarla). Beh non serve nemmeno dirlo, dopo Crossfit mi sento rinata, orgogliosa e fiera di me stessa, soprattutto completando il pomeriggio merendando (perché non esiste anche in italiano questo verbo? Lo voglio importare, è il mio preferito) con una banana. 

Ok, sono sicura che a questo punto, quando domattina leggerai queste righe, inizierai a pensare che stia nuovamente partendo per la tangente (o forse non sono mai stata dritta) però (ok sicuramente sono sempre stata un po’ stranina) in realtà ho solo voglia di riassettare tutto, di raddrizzare un po’ questa tangente e guardare, a porta spalancata, non dallo spioncino, il mondo e me stessa al suo interno.

In realtà avrei voluto anche parlarti del fatto che qui girano veramente tante droghe, di qualsiasi tipo e sai che c’è? Che non ho più voglia nemmeno di motivare il perché non bevo, di rispondere alla solita cantilena “Ma davvero?” “Ma perché non ti piace o…?” “Ah quindi sei astemia?” “Ma hai mai provato?” “Nemmeno la birra?” sorrido, “scelte” e giro i tacchi. Non mi piacciono quegli occhi da scienziati che osservano un topo in gabbia, io non sono in gabbia, saranno le vostre le gabbie a forma di bottiglia! A me fa cagare anche la coca cola, non mi sforzerò di certo per farmi piacere qualche intruglio schifoso di quelli lì che ti servono in discoteca. Perché poi? Va bene così. Se sono presa male sto a casa, se non mi diverto me ne vado, se sono stanca bevo un te, se ho paura sudo freddo, se non ho il coraggio di fare qualcosa stringo i denti. A me va bene così. Mi piace sentire tutte le emozioni, vive, ustionanti, sulla pelle, nella testa, fino al cuore.

Dovrei aggiungere qualche dettaglio sulle persone che ho deciso di frequentare, su quelle che invece saluto dopo cinque minuti e su quelle che mi hanno già accolta nel loro mondo. Vorrei anche dirti alcune cose sulle associazioni e su un volontariato diverso da quello al quale sono abituata, ma devo ancora approfondire l’argomento, quindi per ora mi fermo. Lo appunto, così me lo ricordo al prossimo giro.

Credo che ad aggiornamenti per oggi siamo a buon punto. Avevo bisogno di svuotarmi un po’ e lo yoga non era forse sufficiente, non fa rumore e io sono una casinista. 
Ma mi placherò un pochino, sarà nei propositi che stilerò domani, ti aggiorno!

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