Un masala di umanità, Agra edition – My Times of India n.3

Volevo sentirmi bianca. Volevo sentirmi donna. L’unica donna bianca nella stanza. Ero una delle poche donne bianche in uno spazio esponenzialmente più grande di una saletta ed è stato comunque claustrofobico.

Benvenuti al Taj Mahal. Meglio non andarci in un giorno di festa.

L’India è sempre stata nel mio retrocranio. Dopo l’Erasmus a Siviglia ho scelto due anni di magistrale, invece di un master, per poter partire per uno. Dopo un anno europeggiante mi sarebbe piaciuto tantissimo vivere un’esperienza culturalmente molto diversa, “vorrei andare in India” dicevo. All’epoca l’unica cosa che conoscevo dell’India era un cartone animato che guardavamo da bambine in macchina, con il lettore DVD portatile: Parva ed il principe Shiva. Non c’erano accordi con nessuna università indiana, così ho preso quello che il destino mi ha proposto: l’Argentina, l’America Latina. Non era l’Oriente, ma si è comunque rivelato un mondo distante da quello occidentale, molto più di quanto mi aspettassi, nonostante l’influenza delle colonizzazioni.

Così l’India è passata in secondo piano, è rimasta nei film di Bollywood e silente nella mia testa, finché non è arrivato il covid. Mesi di clausura e di lettura. Mesi di silenzio e di viaggi solo mentali, di mascherine e pulizia. Durante una grigliata nella vecchia casa di Ema, Toni e Maga a Sarzana, una ragazza girava con un mattone nella borsa, che usava come vassoio per le braciole. “Mi hanno detto tutti che è un libro che cambia la vita, ho ceduto”. Me l’ha presentato così: Shantaram.

Un libro così alto si può iniziare solo d’estate, quando le giornate sono più lunghe e la mente più accogliente. L’ho ordinato, usato, ma nuovo, su Depop. È arrivato in una busta ocra della posta, con il servizio piegodilibri. Era ocra anche lui e sulla sua copertina campeggiavano sfocati una gradinata, un fiume, qualche uomo ed un paio di barchette. Non mi diceva niente, ma ero emozionata. Ho filmato l’unboxing con l’effetto glitter di Instagram, come fosse un qualcosa di prezioso.

È stato difficile scegliere di lasciarlo a casa, quando ho preparato lo zaino per la Sicilia, ma ne avrebbe occupato metà e mi avrebbe distratta troppo dalla vita.

Non era ancora tempo.

Il suo momento è arrivato allo scoccare della mezzanotte, in concomitanza dell’inizio della seconda quarantena e la consapevolezza che avrei passato un paio di mesi al mare, d’autunno.

A Santa ad ottobre non serve la giacca, si può uscire vestiti leggeri e riempire la borsa di altro. Quel libro era in tinta con i divani del mare e con il cestello di pelle che usavo in quel periodo. Era in sintonia con l’ambiente esterno e con quello interno, con me.

Così l’India è tornata nella mia vita, riga dopo riga, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, sottolineatura dopo sottolineatura. Il mio corpo era fermo e la mia mente volava. Chiudevo gli occhi ed immaginavo. Lo sentivo.

E l’ho sentito per mesi.

Vivevo la mia vita e quella di Karla, Linbaba, Prabu, Hasan… ero a Santa, a Roma, a Genova, a Casale, ma anche a Bombai, al Leopold, nello slum ed al Taj.

Poi è finito. Ho deciso di finirlo a capodanno, nel letto della cameretta del liceo di Bea, con l’abat-jour accesa, gli occhi pieni di lacrime ed il cuore in subbuglio. Così finiva il 2020. Finalmente sapevo rispondere alle domanda “qual è il tuo libro preferito” e “qual è la prossima meta?”.

Il resto è una serie di coincidenze fortuite e fortunate che mi hanno fatto pensare che questo posto qui, questa nazione a forma di rombo sbilenco, mi stesse chiamando.

Sono semplici eventi, coincidenze, che si possono leggere come tali o come segno del destino, come sempre. Per esempio:

⁃ Sono uscita per qualche mese con un ragazzo che, il caso vuole, stesse leggendo lo stesso libro

⁃ La mia libreria preferita di Milano ha scontato Siddartha

⁃ Un’azienda per cui ho fatto un colloquio mi ha proposto un business case su una fittizia compagnia indiana

⁃ Ma soprattutto, in un Airbnb a Napoli, dove mi trovavo per il matrimonio di Stefania, tra una dose di vaccino e l’altra, ho conosciuto il mio migliore amico indiano: Tilak.

E potrei continuare.

Così ho studiato, così mi sono informata, così ho fatto domande, così ho aspettato di avere il tempo, quello che mi avrebbe permesso di sentire davvero una regione così profondamente sfaccettata del mondo. Pensavo a Natale, pensavo con Tilak, invece è arrivato inaspettatamente durante la stagione dei monsoni: un mese di ferie tra un lavoro e l’altro. Raro, prezioso, fuori stagione. Il minimo per potersi vestire di una bandiera nuova.

Ho controllato i voli, ho controllato i viaggi organizzati, ho immaginato un mio itinerario, ho iniziato a seguire influencer locali, pagine di ambasciate, giornali indiani. L’ho scritto sul gruppo delle vacanze estive. L’ho detto a papà. L’ho detto ad alta voce. L’ho scritto su Instagram. Ho raccolto contatti. Ho ricevuto informazioni preziose. Ho prenotato. È diventato reale.

Chi non c’è mai stato mi ha presa per matta. Chi c’è già stato mi ha consigliato di partire con qualcuno. Gli amici e contatti indiani mi hanno dato altri contatti ancora. Chi mi conosce mi ha chiesto di stare attenta, abbracciandomi e augurandomi buon viaggio.

I giorni prima di partire sono stati un susseguirsi di emozioni contrastanti. La curiosità, il dubbio, la voglia di partire, la paura, la voglia di restare, il timore di avere il covid, l’estate italiana. Guardavo le coppiette in vespa con le gambe nude andare verso la spiaggia, guardavo la tavola apparecchiata per una cena con gli amici di una vita, guardavo la discoteca gremita, cantavo e trattenevo il respiro, sperando di non prendere il covid. Pensavo che l’estate italiana è la più bella del mondo e che avrei voluto viverla e poter fare questo viaggio in un altro momento. Lasciavo parlare tutte le vocine nella mia testa e mi agitavo, riconoscendo quella sensazione che mi prende lo stomaco prima di ogni grande viaggio: l’ansietta. Si è manifestata la prima volta sotto forma di insonnia, prima di ogni gita o campo estivo: per paura di non svegliarmi e perdermi la vacanza puntavo mille sveglie e non riuscivo a dormire. È diventata vomito appena atterrata a Siviglia. Ho battezzato un angolo di Santa Cruz pensando di aver mangiato qualcosa che mi avesse fatto male. È stata una forte cistite prima di partire per Baires. Era qualche linea di febbre due settimane fa. È il mio corpo in allerta che mi dà un’altra chance, sembra chiedermi “sei sicura? Sei proprio sicura?”. Ed io lo sfido. Sfido il confort, sfido l’ansia, sfido i miei stessi limiti, perché so qual è l’evoluzione di questa ipocondriaca morsa allo stomaco: lacrime amare quando è ora di tornare a casa, la voglia che duri di più.

Ed eccomi qui, dopo 10 intensi giorni, in seconda classe su un treno in direzione Chandigarh. La playlist indiana nelle orecchie, sotto il sedere il lenzuolo pulito che danno ad ogni pazzeggero, in viso la mascherina perchè il ragazzo davanti a me soffiava troppo il naso. Vado verso nord, ho scombussolato i miei piani perché questo paese ha scombussolato me.

Mi chiedo come l’avrei vissuto se, invece che a CABA fossi venuta qui, a 21 anni, da sola. Sarei più stata più selvaggia? Avrei saputo districarmi? Mi sarei abituata al piccante? Avrei imparato l’hindi? Quanti Sari avrei nell’armadio? Sarei tornata a casa? Con chi sarei in treno in questo momento? Con quanti uomini avrei litigato? Come sarebbe cambiata la mia concezione di spazio e privacy? Come avrei vissuto una giornata come quella di ieri?

Quest’anno Raksha Bandhan cade l’11 ed il 12 agosto. In questa giornata di festa le famiglie induiste ed in generale anche molte famiglie indiane che professano altre religioni, celebrano la fratellanza, nello specifico il rapporto tra fratello e sorella. L’usanza prevede che le sorelle leghino al polso dei fratelli un braccialettino, in segno di ringraziamento per i fratelli, i quali ricambiano con un pensierino e la promessa di eterna protezione. Un gesto dolce, di amore fraterno, bilaterale, in cui – non posso fare a meno di notare – la donna è inevitabilmente la persona da proteggere. Non c’è malizia, ne cattiveria, è così e basta.

Nel paese in cui si consuma 1 stupro ogni 15 minuti del resto, cosa ci si può aspettare? La prima volta che ho letto questo statistica, in un articolo di The Passenger India, ne sono rimasta impressionata. Nonostante fosse decontestualizzata, la fonte è ufficiale, il Report annuale sui crimini del Ministero degli Interni di Nuova Delhi: in media 92 stupri al giorno vengono denunciati ogni giorno.

Cosa significa?

92×365=33580 donne stuprate all’anno. Su 1 miliardo 412 milioni di abitanti, di cui poco più del 50% sono donne. Significa che lo 0,0048% circa delle donne indiane viene stuprata ogni anno.

Per avere un metro di paragone si può osservare l’Italia, dove si consuma 1 violenza sessuale ogni 131 minuti (tra stupri, violenze e abusi). Una media di 11 stupri al giorno. 11×365=4015 donne violentate all’anno. Su circa 59 milioni di abitanti, di cui, anche in questo caso, poco più del 50% sono donne. Significa che lo 0,0136% delle donne italiane viene stuprata ogni anno.

Numeri che statisticamente possono risultare poco rilevanti, ma che emotivamente, civilmente, socialmente sono enormi e che cumulati portano a constatare che il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale (https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza). Una. Che basterebbe per sempre, ma non è detto che sia una sola.

Che cos’è una violenza? Qual è il limite tra mancanza di rispetto e violenza? Qual è il limite tra inconsapevolezza ed abuso? Qual è il limite? Il mio? Il tuo?

Me lo chiedevo ieri sera, mentre non riuscivo a prendere sonno e continuavo a rigirarmi nel letto, agitata. Mentre mi chiedevo, per la prima volta, che cazzo di faccio qui, da sola, dall’altra parte del mondo, mentre mi domandavo se ho fatto una cazzata a prenotare un viaggio così lungo, mentre rimuginavo sulla giornata assurda appena vissuta.

Sulla strada per il nord, dove mi sto dirigendo per cercare un angolo d’india più silenzioso, per vedere le montagne, mi sono fermata per un pit stop irrinunciabile: il Taj Mahal. Sono arrivata in città con un paio di ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia, provata da 16 ore di treno, mi sono buttata sui divani della piscina dell’hotel dai quali mi sono alzata con l’unico obiettivo di fare la turista: tuc tuc, Taj Mahal, tuc tuc Red Fort, tuc tuc punto panoramico, tuc tuc hotel. Nei miei piani c’era la prima giornata di pura vacanza.

Davanti all’ingresso del monumento, un’infinita fila indianissima faceva il giro dell’isolato. Dopo un po’ di esitazione ho accettato di spendere 500 rupie per saltarla. Il privilegio di essere una turista, l’accoglienza, a volte a pagamento, che riserva questo paese. Il ragazzo che ha ceduto alla mia contrattazione semplicemente arriva con me in cima alla fila, si fa largo e mi ci infila, salvo poi essere preso per il collo da un poliziotto e trascinato via. Io rimango però. Protetta ed accettata nella fila delle donne, passo sotto il metal detector e mi sembra di aver avuto un gran culo: non ho pagato, non ho fatto un minuto di coda e sto per vedere in 3D una delle 7 meraviglie del mondo.

Ho letto alcuni articoli che consigliavano di venire al pomeriggio, quando il sole è alto ed il marmo è più lucente che mai. Altri che suggerivano la mattina all’alba, quando il sito è ancora poco affollato e si può godere dei giochi di luce che il sole crea con gli specchi d’acqua che circondano il giardino. Purtroppo l’alba sarà impossibile: venerdì è chiuso, per lo stesso motivo per cui ieri era aperto e gratuito, è festa.

Mentre con fiume di umani attraverso il primo arco in argilla rossa, intravedo la famosa cupola. In lontananza, alla fine delle fontane, sotto un cielo azzurrissimo, drappeggiato di nuvole, c’era lei. Bianca, candida e cangiante, come me.

Chiedo subito una foto, sono qui in veste di turista, me la merito.

Una, due, tre… grazie.

Da quel momento in poi “photo please” è la cosa che mi sentirò ripetere per tutto il pomeriggio.

In qualsiasi punto panoramico, sullo sterrato, sulle scale, in coda, mentre cammino, mentre sto ferma, chiunque mi chiede una fotografia. Bambini con mamme e senza mamme, ragazze, ragazzi, mamme senza bambini, gruppi di donne, gruppi di uomini.

Non riesco a dire di no, sorrido, mi metto in posa, ma senza preoccuparmi di venire bene, tanto chi le vedrà queste foto? Boh, chi le vedrà queste foto? Inizio a chiedermelo.

Cerco di camminare ed una processione di persone è dietro di me, davanti a me, accanto a me. Cerca di fare foto con me ed a me, qualcuno fa video, qualcuno chiede, qualcuno no. Tra tutte queste persone c’è un ragazzo, si presenta come Nano, parla un inglese forbito ed educatamente mi chiede anche lui una fotografia, prenettendo “solo se non è un disturbo e se non ti dispiace”. Lo ringrazio per l’educazione. Sorrido. Selfie.

Uno tira l’altro. Come se fossi un personaggio famoso. Come se vedendo qualcuno farsi le foto con me, qualcun altro pensasse che sono famosa e nel dubbio volesse anche lui una foto.

È così che si sentono i VIP quindi? È per questo che al museo ci vanno da soli, penso. È per questo che girano con i bodyguard, penso. I bodyguard.

Ricerco Nano tra la folla e gli chiedo se ha intenzione di visitare anche l’interno del Taj Mahal e se non gli dispiace di restare con me, così da passare più inosservata. Accetta. Informa i suoi amici del ruolo di chi è stato investito e gli chiede aiuto. Sono tutti contenti e divertiti, io un po’ sollevata.

Nonostante la loro presenza, la processione continua, ma c’è qualcuno che dice no al posto mio e la cosa mi è d’aiuto.

Seguono 2 ore di visite e richieste di rispetto, durante le quali lo sento dire più volte “this is harassment, please stop”. Lo dice a chi chiede insistentemente foto a me, ma anche quando incrociamo altre turiste, che cerca di aiutare. Coppie di amiche, coppie di fidanzati, tutti stanno vivendo la stessa situazione. Saremo massimo una decina di ragazze bianche e ci guardiamo tutte, contrite, scambiandoci parole di conforto, consigli di sopravvivenza e sguardi solidali.

Nano ed i suoi amici sono simpatici è davvero gentili, cercano di sdrammatizzare e smorzare il momento, mentre io faccio foto come una turista giapponese ai monumenti, loro selezionano giusto un paio di persone educate con cui continuo a fare foto. L’idea di sedermi e rileggerne la storia in un angolo del parco è sfumata velocemente, ormai sono rassegnata a riguardare le foto in hotel.

Mi infilano su un tuc tuc e ci salutiamo. Sono passate 3 ore ed il sole sta calando. Andrò da sola al punto panoramico.

Mentre saltello sul sedile posteriore del mio mezzo preferito, mi spengo lentamente. Sono stanca, provata, un po’ frustrata, non voglio che si ripeta anche al tramonto.

Il punto panoramico è dall’altra parte del fiume Yamuna, sul quale il Taj si specchia. Lo raggiungo dopo una camminata di un km in cui trascino i piedi e mi dà energia un campo di cricket pieno di bambini in lontananza. Il primo finalmente gremito che riesco a vedere.

Il cielo si è rannuvolato, il sole si è ritirato, ho l’1% di batteria, l’area si riempie piano piano, mi siedo sullo spigolo di una panchina in pietra rossa e mi chiedo se sarà rosso anche lui questo tramonto. Forse no. Probabilmente no. E anche se fosse va bene così. Me ne vado.

Tuc tuc. Hotel. Non esco nemmeno per cena. Letto. Rimugino.

Sara mi aveva avvisata “ti chiederanno qualche foto”. Anche Elena mi aveva avvisata “pensano che siamo attrici di Bollywood”. L’avevo notato dalle storie di uno dei viaggi di Samsara road “momento VIP”. Mi era già successo a Varanasi… ma non così.

Cerco una risposta. Scrivo a Tilak, ad Harshil, a Sara, chiedo e scavo nella mia testa, nella storia, in quello che ho letto, in quello che ho visto.

La sovrappopolazione di questa nazione, l’umiltà, le tradizioni, fanno si che molti suoi abitanti siano costretti in spazi molto piccoli, condivisi, con famigliari e non. Le relazioni diventano così strettamente interconnesse ed il concetto di spazio personale, come viene tendenzialmente inteso in occidente, muta. Così come varia il concetto di intimità e privacy, che diventano un lusso, un privilegio, qualcosa di sconosciuto. A questo si aggiunge, un po’ di ignoranza di alcune fasce di popolazione e la mitizzazione dell’uomo bianco, che agli occhi di troppe persone è visto come qualcuno superiore, un mito appunto, da fotografare e con cui non vedi l’ora di fotografarti, per prenderti un pezzo della sua notorietà.

Volevo sentirmi bianca. Volevo sentirmi donna. L’unica donna bianca nella stanza. Ero una delle poche donne bianche in uno spazio esponenzialmente più grande di una saletta ed è stato comunque claustrofobico.

Volevo sentirmi bianca per capire cosa significa stare dall’altra parte, cosa significa essere l’unica persona di colore nella stanza. Per lavorare sulla mia empatia. Invece mi sono ritrovata ad affinare la mia empatia nei confronti delle persone famose ed a constatare lo stupore negli occhi di chi, sorpreso, mi faceva notare “ho visto che hai fatto foto con tutti, persone con il velo e senza, del nord e del sud, Hindu e musulmani. Non me l’aspettavo”.

Volevo sentirmi bianca. Volevo sentirmi donna. Volevo sentirmi Karla. Volevo entrare dentro a Shantaram. Penso di averne avuto un assaggio ieri. È stato intenso. È stato contraddittorio. È stato esponenziale. Come tutto, qui.

Una nazione così ricca ed umile, così sfaccettata e complessa, così profonda e mistica, così sacra e profana, così aperta e così chiusa, cosi accogliente ed esasperante, così piena e desolata, cosi calda e così fredda, così tecnologica e così primitiva.

Una tavolozza intera di colori.

Un masala di umanità.

Tutta da scoprire.

Tutta da capire.

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Sacralità e spazzatura, tra le vie di Varanasi – My Times of India n.2

Appena atterrata a Benares, antico nome di Varanasi, presa dall’emozione, osavo scrivere:

07/08/2022

“Varanasi è ad un altro livello.

Anche se i ponteggi sono sempre sorretti da corde, è ad un altro livello. Me ne accorgo sulla strada dall’aeroporto alla città, 1 ore di taxi condiviso con Simran, e la speranza che la macchina non ci lasci a piedi, dal momento che si è già spenta ripetutamente. Simran è interior designer e sta tornando a casa dai suoi 5 fratelli, per celebrare il giorno della fratellanza, l’11 agosto.

Fa caldo, ed è umido. Molto più caldo che a Bombay. Deduco una situazione diversa dall’asfalto perfetto, dal traffico moderato, dalla sporcizia più concentrata e non ho ancora visto uno slum dopo mezz’ora di tragitto.

Simran, seduta sul sedile posteriore, accende dal suo telefono la musica ed inizia a cantare, tra una telefonata e l’altra. Quando mi saluta, il taxi resiste ancora un paio di metri per poi spegnersi inesorabilmente in mezzo alla strada.

L’autista mi parla a gesti, disperato, sale e scende dal mezzo. Male che vada ne prenderò un altro – penso – e mi godo lo spettacolo mentre il sudore inizio a grondare sotto la camicia che mi ha regalato la mamma di Harshil e che non potevo non mettere, ma che è caldissima.

Un tentativo, due, cinque, ripartiamo.

“In centro non possono entrare le macchine, ti lascio qui.” Mi fa capire in qualche modo. A riprova della civiltà di questa città: il centro pedonale.

Mappa: direzione Assi Gath, dove mi aspettano Santosh, il gestore di Purple Lotus, la guest house che mi ha consigliato Sara ancora prima di partire, e Shunya, il couchsurfer che non poteva ospitarmi, ma con cui andrò a pranzo.

India pt.2. Benvenuta nella città sacra.

Dove le persone sognano di morire, per andare in paradiso.”

A distanza di qualche giorno mi rileggo e rido. Piccola europea stolta. Scesa dal mio taxi claudicante, il centro finalmente pedonale si è impadronito del mio tempo, della mia attenzione, di me, per 4 giorni. Dopo i primi passi sembravano troppi. All’idea di partire ora sembrano troppo pochi.

Ecco cos’è successo in questi santi, contrastanti, giorni. A spizzichi e bocconi, l’impressionante, mistica, magica, Varanasi.

07/08/2022

Giusto il tempo di lasciare lo zaino e constatare che la doccia non è una doccia e scendo.

Shunya mi aspetta all’angolo della strada “I am on bike. With pink kurta and yellowish pyjama”. Ed eccomi in sella ad una moto farmi largo tra la folla di questa nuova città. Per strada noi, pedoni, carretti, food truck, mercati, tuc tuc piccoli e grandi, richò, scooter, moto, vacche, cani, bici, bici che trasportano qualsiasi cosa. Dalla strada principale ci infiliamo nel centro vecchio. L’asfalto perfetto lascia il posto al pavé, le viuzze si stringono sempre più ed i millimetri che ci dividono dagli arti delle persone si riducono proporzionalmente. Frena, salta, suona il clacson. L’esame della patente dello scooter dovrebbero farcelo fare a Varanasi, altroché coni e slalom.

È ora di merenda, ma non ho ancora pranzato, così ordino un Tali. Un piatto diviso in scoparti diversi, al centro il riso basmati, accanto zuppa di lenticchie, verdure masala, patate, yogurt. Buono, piccante, troppo, 3€.

Shunya ha 36 anni, è stato giornalista, ha scritto un paio di libri, la sua famiglia ha alcune proprietà il che gli permette di lavorare a singhiozzo. Sono colpita subito dal tono della sua voce, basso, pacato, caratterizzato da lunghe pause e spazio per l’ascolto. È insolito e rilassante. Inizialmente mette quasi a disagio, ma con un attimo di confidenza, si concilia con il luogo nel quale ci troviamo.

Lasciamo il ristornate per andare, finalmente, ad affacciarci sul fiume. Non mi sono fatta spoiler in alcun modo. Io di Varanasi non avevo visto nemmeno una foto. Avevo solo letto e sentito dire, era tutto frutto della mia immaginazione è quello che vedono i miei occhi, ora, lo vedono per la prima volta.

Una gradinata ripida, che si tuffa direttamente nel fiume, ora che è alto ed ha coperto la passeggiata che lo costeggia durante il resto dell’anno. Un ampio corso d’acqua dal letto larghissimo, nel quale galleggiano barchette colorate, in legno, ormeggiate vicino alla riva e corpi a stella marina. Il colore dell’acqua è tortora, a metà tra il giorno ed il marrone. Vicino alle sponde fanghiglia, sacchetti della spazzatura e persone che si svestono, pronte ad immergersi. C’è chi si lava, chi gioca con i capelli, chi immerge solo i piedi e chi anche la testa. C’e chi raccoglie l’acqua e chi lava il bucato. Di primo acchito il colore dell’acqua mi inorridisce. Vedere un nonno, mano nella mano con il nipote, lanciarci dentro un sacchetto di spazzatura, mi fa rabbrividire. Parallelamente però ci sono le risate di chi ha l’acqua fino al collo. Le mani che si stringono per non scivolare. Amici che si schizzano.

Shunya rispetta la mia curiosità e mi lascia guardare. Mi dice che questa è la sua routine: andare nel bar dove abbiamo pranzato, prendere un chai, venire a vedere il fiume. È zio, ma non è spostato, cosa che preoccupa enormemente i genitori soprattutto la madre, che proprio in questi giorni – scoprirò – ha chiesto vengano ufficiate un paio di punja a casa sua. Per benedire un nuovo appartamento e pregare affinché suo figlio si sistemi. Lui non è incredibilmente credente, ma lei si e non manca di farglielo notare.

Il cielo si fa scuro e, nonostante la vita sul fiume continui, andiamo a bere qualcosa. Mi consiglia di tornare domattina, all’alba, per vedere uno spettacolo diverso. Per la prima di tante sere, finche il sonno non prende il sopravvento, andiamo da Terracotta.

8/08/2022

Attenzione a dove metti i piedi. Grazie. Pavimento dissestato, pozze, guarda anche in alto e non picchiare la testa, stoffe, fili della luce, attenta agli scooter, carretti, cani, gradini, ciabatte, merda. Merda. L’ho presa. È di vacca, merda sacra, mi porterà fortuna.

Cosa succede ad Assi Ghat alle 5 del mattino, il giorno di Shiva, nel mese di Shiva?

Pensavo che la sveglia alle 5 fosse sufficiente per arrivare prima della folla e godermi la pace silenziosa. Stolta.

Il sole non si è ancora rivelato, ma diverse funzioni sono in corso, parallelamente. In suo onore. Al contrario della sera, dove le cerimonie sono dedicate al fiume. In semicerchio alcuni uomini fanno roteare delle grandi piume, in un rituale che termina raccogliendo l’acqua sacra in un’anfora di metallo. Sotto un chiostro una funzione totalmente gestita da una donna, che investe con fiori arancioni tutti i fedeli. Nel frattempo nel Ganga, il nome del Gange in hindi, c’è già chi – impavido – si bagna o semplicemente fa il bagno. Tra gli impavidi, stamani, c’è anche una coppia spagnola che piazza entrambi i piedi dentro l’acqua grigiastra, prima di chiedermi una fotografia. E ancora un uomo con la compagna recitano altri testi (mantra) sacri, cantando. Mani giunte, qualcuno prega stingendo tra le mani una collana che ricorda molto un rosario (rudraksha). Gambe incrociate, mani in posizione dell’om. Qualcuno dorme ancora. Qualcuno ha già iniziato a lavorare: chi decora la fronte. Turisti indiani scattano foto a manetta. La maggior parte delle persone che è qui oggi è in visita, non vive a Varanasi. Bambini scorrazzano, saltellano, si spogliano e si tuffano. Lumini riposti nell’acqua (blazing candles), finché non si spengono e contribuiscono all’inquinamento del fiume. Ricordano quelli dello Stella Maris di Camogli, ma non sono biodegradabili. Schiene nude. Mutande di stoffa intrecciata. Giapponesi con la mascherina. Sari da urlo. Il sole è spuntato e prontamente sono arrivati un paio di ombrelloni a coprire i commercianti, per non farli squagliare. Aprono anche i bagni pubblici. Santoni (Holi man) con le loro lunghe barbe, pelle ed ossa, bastone nella mano sinistra, piedi nudi, girano il Ghat come fosse casa loro. L’arte d’indossare il sari, Tutorial dall’alto.

Quello di ieri sera era uno spettacolo intimo, in un piccolo Gath, questa è una cerimonia plateale.

Quando una religione non mi è famigliare, cerco tutte le associazioni ed i punti in comune con quelle che conosco. Credo fortemente che tutte le religioni abbiano più punti in comune che differenze. Li hanno nella natura della loro esistenza e nei loro rituali. Nella coralità, nell’intimità, nella teatralità e nel silenzio. Ecco, il silenzio. Quella cosa che non caratterizza questa di religione e nemmeno le mie giornate.

Aamir è un ragazzo di religione musulmana che, ho già capito, non mi mollerà per un po’. Sono solo le 7 di mattina, la città è viva come fosse mezzogiorno e le sue strade sono uno scivolo che porta al vecchio tempio di Shiva. Migliaia di ragazzi, ragazze, signore, nonni, attendono pazienti in coda il loro turno per portare in dono a Shiva l’acqua santa raccolta in piccoli contenitori di plastica. Arancione ovunque.

Ci districhiamo tra la folla perché la nostra meta non è quella, ma uno dei burning Ghat, uno dei Ghat in cui vengono effettuate le cerimonie funebri e le cremazioni dei corpi dei defunti. Decine al giorno.

Quando arriviamo, con non poca difficoltà, un fumo bianco sovrasta l’intero Ghat, lasciamo alle nostre spalle una montagna di legna e Aamir mi indica una struttura nella quale c’è un corpo che viene cremato. Legna, barella, ancora legna, fuoco. Attorno i famigliari, ma solo uomini. Brucia, non si vede null’altro che legna e fumo, ma pensare che li sotto ci sia un corpo mi fa venire comunque i brividi. Gli occhi bruciano per il fumo, il cielo è azzurrissimo, sullo sfondo riesco a vedere decine di altri Ghat in cui la vita prende il sopravvento sulla morte. Un contrasto feroce. “Andiamo via”. Chiedo.

Girato l’angolo odore di incenso, canti, fiori, persone in processione. Un corpo. Ad altezza viso mi passa accanto il cadavere di un signore sulla 50ina, sormontato da splenditi fiori gialli ed arancioni e circondato da amici e parenti che lo sorreggono ed accompagnano.

Persone nascono, crescono, credono, sperano, fanno il bagno, vivono e muoiono ogni giorno, in ogni città del mondo, ad ogni ora. Muoiono in compagnia e vivono in solitudine o vivono in compagnia e muoiono in solitudine. Non so cosa mi aspettassi davvero da questa città, ma quanto più guardo questo fiume, tanto più mi sembra che ci sia sempre uno spettatore arguto e pacato, a guardare e proteggere chiunque gli cammini accanto.

Dormo. Mi risveglio per la punja della sera. Ore 6, di nuovo ad Assi Ghat. 12 ore dopo. Mi sembra di vivere 18 vite in una sola ed anche se ci sono migliaia di persone e sono strizzata tra un palchetto ed un gradino, questo cavolo di fiume riesce a prendersi tutta la mia attenzione, i miei occhi e la mia agitazione, rasserenandomi.

La cerimonia della sera coinvolge più persone, consiste anch’essa nel recitare mantra cantando e santificando, facendoli roteare, svariati oggetti, infuocati e non.

Chiedo ospitalità sulla panca della signora che vende le candeline, che mi accoglie e protegge la mia visuale chiedendo di spostarsi a chiunque la intralci. Mentre attendiamo l’inizio della celebrazione mi godo il mio momento VIP: bambini, ragazze, ragazzi, signore, vengono a farsi un po’ di foto con me. Ero stata avvisata di questa cosa, ma viverla è carinissima. Soprattutto quando sono i bambini a sfidare la timidezza. La bambina più impavida stasera si chiama Rushi, avrà 10 anni e viene da me 4 volte: la prima per chiedermi una foto, la seconda per farmi una foto con ogni membro della sua famiglia, la terza per chiedermi di cantarle una canzone e la quarta per chiedermi il numero di telefono. Gliela chiedo anche io una foto. Non voglio dimenticare il suo viso dolce.

Chiamo mamma. Ieri sera c’è stato davvero lo Stella Maris a Camogli, ma chi se lo ricordava? Il mio cervello aveva solo associato… qual è la differenza tra coincidenze e destino?

“Ci vediamo da Terracotta” mi scrive Shunya, “arrivo”.

Questi ragazzi, mi ispirano fiducia, ieri ne ho vista una da lontano e non sembrava così male, oggi sono coraggiosa e mentre faccio la fatidica domanda “mi parli delle caste?” gli dò una possibilità: ordino una pizza. Seguono due ore di disquisizione. Se c’è una cosa di cui devo imparare a parlare spogliandomi di qualsiasi preconcetto sono le caste. È davvero un esercizio difficile. Ne scriverò quando avrò avuto l’opinione di almeno un esponente per ogni casta, prima sarebbe prematuro e dopo sarà comunque superficiale. Respiro e cerco di non arrabbiarmi, devo capire.

9/08/2022

Vedo.

La città non lasciare mai il posto alla campagna. Vacche. L’antica arte della tessitura con il telaio. Processioni, caratterizzate da allegria ed un colore predominante per ognuna. Il succo della canna da zucchero uscire a fiotti. Iconografie di mucche sulle porte delle case. Un bambino spaccare il carbone in micro pezzetti. Braccia che penzolano dagli autobus. Statue di Buddah.

Mezzi contromano che intrecciano processioni. Moto, bici, tuc tuc, carretti, bici cargo. 5 persone su uno scooter solo.

Sento.

Odore di arachidi tostate. Alberi. Riesco a percepire quando dietro l’angolo si nasconde una vacca. Pelle. Spazzatura. Piscio. Vomito.

Oggi abbiamo lasciato il centro per andare a Sarnath, perché Varanasi non è la città sacra solo per gli induisti, ma è anche una delle città più importanti per i Buddisti. Si dice che qui il Gautama, dopo l’illuminazione, raccontò ai suoi primi 5 discepoli il percorso per raggiungere il Nirvana. A nord di Varanasi c’è una zona molto ampia in cui tra bancarelle e parchi giochi, si distinguono un museo ed un’area archeologica, ma soprattutto la casa del nonno acquisito di Shunya. Al primo piano di una casetta rossa, che se fosse trasportata in Italia potrebbe sembrare abbandonata, preceduta da un cancello in ferro arrugginito, tra 4 pareti piene di libri, vive Surnal con sua moglie.

Scale, ciabatte, porta, zanzariera e siamo nel salotto. Non posso dire di no al chai (non si può mai, ci rimarrebbero tutti veramente male, come rifiutare un caffè al sud), ma non posso dire di no a nessuna richiesta di quest’uomo. Mi incanta. La sua testa pelatina, il completo bianco composto da camicia e gonna di cotone, da cui spuntano arti gracili ed ossuti, la barba grigiastra, gli occhi che non smettono di fissarti e sembrano contenere il segreto della vita. Shuya lo precede e gli dice già che lavoro faccio. Ma a lui importa relativamente. “Cosa ti motiva?” Sono spiazzata “in che senso?”. “Cosa ti ha motivato ad essere qui, per esempio?” “La curiosità suppongo”. “La curiosità uccide i gatti. Lo consoci questo detto? Una persona troppo curiosa, per la sua curiosità può arrivare anche ad uccidere un gatto, per vedere che succede.” “Ecco, parlavo di sana curiosità”.

Sono nonni davvero, la loro unica figlia ha fatto il phd a Padova ed ora è tornata a vivere in India, a Chandigarh nello specifico, la città indiana disegnata da un architetto francese che non vi ha mai messo piede.

La moglie non parla inglese, anche se capisce. Per esprimersi sorride e ci invita a pranzo. Shuya rende nota la diarrea che mi ha afflitto dopo colazione e, per fortuna, anche a causa di un’ulcera di Surnal, mangiamo una gustosissima zuppa di lenticchie senza alcuna spezia, insieme ad un paio di roti e seguita dallo yogurt. Rifocillante. Bastava un anziano saggio per curarmi. Se è questa la medicina omeopatica orientale, è veramente potente.

Terza sera di fila da Terracotta. La mia playlist India 2022 si sta riempiendo a furia di shazamare tutte le canzoni allegre di questo Cafè. Stasera sono tornata da sola, è l’ultima sera in città e anche se sono stanca morta, ho fame e non potevo rinunciarvi. Qui le scarpe rimangono all’ingresso perché sul pavimento c’è un fine strato di moquette, sul quale giaciono indisturbati decine di cuscini e piccoli tavolini bassi. Si mangia seduti per terra, cosa che non concilia assolutamente la digestione, ma certamente il sonno. Questo Cafè è frequentato da me, Shuya è uno stuolo di universitari. Varanasi ha un grandissimo polo universitario, all’interno di un campus a forma semicircolare grande quanto una città.

Mi hanno insegnato a riconoscere gli universitari, qui, per come si vestono: europeggianti. Jeans, top, gambe all’aria, spalle scoperte.

Stasera, dopo la sessione in bagno di stamattina, sono ancora alla ricerca di cibo sicuro e leggero. Ordino un’omelette con le patate, due fette di roti. Il gruppo di stasera è affiatato e danzante, ammazza l’attesa trasformando il bar in una discoteca. Un ragazzo in particolare, è un ballerino nato e non manca mai di coinvolgere gli amici. Non riesco a stare ferma ed è un’attimo, una ragazza mi invita e non me lo faccio ripetere due volte.

Canzoni di cui non riconosco le parole, ma apprezzo le melorie, video, foto, trasciniamo anche un altro gruppo, una ragazza che festeggia il suo compleanno ed anche i camerieri.

Una volta abbassata la musica ci presentiamo, alcuni sono studenti, altri sono amici in visita, altri ancora locali. Una ragazza, Ana, non si lascia convincere a ballare e continua a gustarsi il suo piatto di pasta speziato. Mi ispira subito simpatia. Saltando i convenevoli, come spesso succede qui, scopro che anche stasera mi parlerà delle caste qualcuno che appartiene ad una casta alta. Ana è nata in una famiglia di una casta alta, in Nepal. Il suo fidanzato è induista anche lui, ma indiano e di una casta più bassa e la loro reazione sembra non aver alcuna carta in regola per sopravvivere, contro il volere dei genitori. Ma nei sembra proprio una guerriera e qualcosa mi dice che non mollerà il colpo. Glielo auguro, dopo aver fatto una foro per ricordo e prima di salutarci fino alla prossima volta che la vita deciderà di farci incontrare.

Saluto lei, i suoi amici, gli altri studenti ed anche i camerieri, che mi hanno coccolata per tutte queste sere. Con la mia schiscetta della colazione tra le mani mi lascio prendere dalla malinconia. Perché me ne vado già? Non potevo restare qualche giorno in più? Mi sono ambientata adesso, non ho bisogno di maps per tornare a casa, mi sento a mio agio ad Assi Ghat anche da sola in piena notte, i camerieri mi chiamano per nome. Perché me ne vado? Mi torna in mente la Colombia, Santa Marta, la voglia di mandare a quel paese due mesi di viaggio e restare con Andres, Majo e Jaime a dondolarci sull’amaca e mangiare patacones per sempre. Mi torna in mente l’email che avevo mandato all’università locale per capire se avrei potuto creare degli accordi con la Bicocca e tornare lì a scrivere la tesi. Perché non sono rimasta? Quante cose non avrei vissuto restando e quante ne sono persa andandomene?

“Dovresti andare al burning Ghat, li c’è la vera Varanasi”. È la mia ultima sera qui e sono tornata, ancora una volta, ad Assi Ghat. Ho avuto due minuti di solitudine finché un ragazzo si è accomodato accanto a me e mi ha attaccato bottone. La gentilezza a volte sfocia in eccessiva curiosità e diventa invadente, ma basta chiedere un attimo di tranquillità e ogni richiesta viene rispettata.

Sodanchu ha 19 anni, ha lavorato da terracotta 10 giorni per imparare il mestiere e poi ha aperto il suo locale, 2 anni fa. Durante il covid è mancato suo zio e gli spostamenti erano interdetti, è dovuto andare lui al burning ghat per la sua cremazione. Ne parla con la voce tremolante, dice che sa che fa parte del ciclo della vita questa cosa, la morte, ma non vorrebbe doverlo fare più. Un signore accanto a lui alza la voce, lo redarguisce. Lo capisco dal tono, ma non riesco a comprendere una sola parola, mi traduce lui, quando il signore in questione si allontana “mi ha detto che dovrei parlare delle cose belle dell’India, non di quelle brutte. Gli ho detto che ha ragione e mi sono scusato”. “Non credo abbia ragione”, replico. “Lui è più anziano, quindi ha ragione, va bene così”. Mi risponde. Il rispetto cieco.

Mi porta a fare un giro nel campus, a vedere il nuovo tempio di Shiva, mentre fuma una sigaretta, guida e mi mostra video del suo locale, dicendomi che sembro sua madre quando gli chiedo di stare attento alla strada. Sua madre è medico, suo papà li ha lasciati tempo fa, la sorella studia all’università. Gli chiedo se la mamma sa che lui fuma, mi dice che è onesto con lei, che ogni tanto questo gli costa un po’ di sberle, “ogni cosa ha il suo prezzo”.

Mi riaccompagna a casa, prima che crolli, ma non prima di sentire inaspettatamente sulla mia caviglia un liquido viscido. Un sacchetto della spazzatura. Dal cielo. Ok dai, forse è ora di andare.

10/08/2022

Santosh, il gestore della guest house dove dormo, arriva, saluta prima l’elefante e poi me.

“Andiamo!”

Non avevo capito che andiamo significasse subito, anche se era ancora al telefono, esito. Oggi il clima è mite, che bello. Cielo nuvoloso e venticello. Giriamo l’angolo e siamo sulla via principale, che parallela al Gange percorre tutto il centro città, se di centro si può parlare.

Vedo uomini fare la toeletta del mattino, barba, orecchie, chi legge il giornale, chi cuce materassi, chi vende verdura. Andiamo a fare shopping per Sara, alcuni articoli specifici: una dilruba, uno strumento a corde interamente fatto a mano, una diya dorata, un recipiente che ho visto anche durante la punja, tra gli elementi della cerimonia. Quante cose da studiare e scoprire, quanti nomi.

L’attesa. Guardando l’acqua scorrere. L’attesa, dopo aver ordinato una bottiglia d’acqua. L’attesa. La pazienza nel movimento. È un luogo di contrasti. Sono in un Cafè molto europeggiante, si chiama Monalisa e su una sua parete campeggia un quadro della Gioconda con il sari. Ho visto un croissant e non ho potuto resistere. Era in vetrina, già pronto, ma sto comunque attendendo da una decina di minuti. Mi diverte provare prodotti non locali in versione locale. La pizza indiana, il croissant indiano. È sorprendente per le papille gustative avere un’aspettativa di un certo tipo nei confronti di un alimento e, nonostante la forma famigliare, trovare un sapore totalmente diverso sulla lingua.

Al tavolo accanto un gruppo di spagnoli, chiacchierone e rumoroso, come noi. Ho già incrociato qualcuno di loro in questi giorni e ci salutiamo, come vecchi amici del liceo che hanno poco a che spartire, ma si riconoscono.

Perché ci sono così pochi turisti non indiani in questo periodo che si contano sulle dita della mano e si conoscono tutti molto rapidamente. L’occhio cade inevitabilmente su questo essere che ha delle sembianze più famigliari alle nostre e ci lasciamo trascinare dall’apparenza, che porta istintivamente con se fiducia. Rotta la barriera dell’apparenza, trovo maggiore sintonia con ragazzi e ragazze indiane che non con i turisti. È così il pregiudizio, gioca brutti scherzi.

Il croissant si difende. È una medialunas gigante. Torno a Benares, questo angolo d’Europa mi ha rifocillata abbastanza.

Mi concedo un attimo di shopping anche per me: da quando ho messo piede in India ho sbavato davanti ad ogni Sari, sognandone uno. Torno dallo zio di Aamir, gliel’avevo promesso, cerco un filo dorato e di non spendere più di 3000 rupie. Mi sento una principessa. Ora posso andare a salutare Shuya, il Gange e partire.

Vento che riempie il vestito, che annoda i capelli, che accarezza. Vento che risuona, insieme alle onde. La natura che torna a farsi sentire, che riesce a sovrastare i rumori dell’uomo.

L’acqua. La fede. Quel mistero profondo.

La vita lungo il Gange scorre con un ritmo diverso. Segue gli orari del sole e si distacca profondamente dal caos della città. La vita lungo il Gange è lenta, ma mai silenziosa. La vita lungo il Gange è una storia, di inizio e fine. Uno spettacolo dal quale non riesco a staccare gli occhi.

Sono arrivata a Varanasi 4 giorni fa e, come accaduto per Mumbai, ne sono rimasta scioccata. Le strettissime vie del centro che come cascate sfociano nel fiume, il livello dell’acqua troppo alto per camminarci affianco, il fiume. Il Fiume. Sono bastati un paio di giorni per trasformare la mia faccia titubante, perplessa, in un muso disteso, che si lascia andare ad occhi chiusi, sui gradini al suo cospetto.

Sono state sufficienti un paio di ore per trasformare il timore in voglia di toccarlo. E lo tocco. C’è chi fa il bagno nelle spiagge di Rosignano Solvay. Certo che lo tocco. Quante volte abbiamo mangiato senza lavarci le mani? È acqua sporca, non ci farò il bagno, ma lo tocco. Lo tocco con la mano destra, mi faccio un segno della croce, perché questa è la fede che credo di conoscere, ma perché no, mani giunte, occhi chiusi, om.

Cercherò questo momento nella memoria ogni volta che vorrò un po’ di pace.

La prossima volta niente stagione dei monsoni, pantaloni lunghi e ci vediamo sempre da Terracotta. Chissà se cambierai ancora nome, prima di rivederci, Varanasi.

Grazie, come sempre, alla tua gente. Grazie, questa volta, anche al tuo fiume. Il Fiume.

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Najera – Milano 1200 km tra bus, corsa, autostop BlaBlaCar ed aereo

00:23, dormono tutti. Marghe è vicino a me e nel dormi veglia è stata in grado di chiedermi se fosse tutto ok. Ho mugugnato. Ho chiuso gli occhi e respirato. Davanti a me a rallentatore sono passate tutte le persone che ho incrociato in questo cammino, lentamente, come se avessi scattato una foto con le mani ad ognuno di loro.

Sento una goccia muoversi dall’occhio verso il cuscino ed una voragine aprirsi vicino alla bocca dello stomaco. La riconosco. È durata qualche settimana a giugno 2016, prima che prendessi l’aereo per tornare in Italia da Siviglia. Si chiama ansia.

I cocktail di emozioni mi fanno venire voglia di vomitare.

Succede in momenti precisi e puntualmente: esame di maturità, Erasmus, pre partenza per l’Argentina, oggi.

Era abbastanza ovvio, questo viaggio è stato come un breve Erasmus senza università.

Arrivi da solo, aperto e predisposto alla conoscenza, vieni investito dalla benevolenza di altre persone che sono arrivate con lo stesso stato d’animo.

Cammini e continui a conoscerne sempre di nuove. Si presentano, non parlano la tua lingua, riesci comunque a comunicare. Qualcuna inizi a vederla spesso: frequenta i tuoi stessi bar, ha il tuo stesso ritmo. Con qualcuno stringi una relazione diversa, si forma un gruppo. Qualcun altro spunta dopo km e km senza che tu l’abbia mai visto. Ma dove sei stato fino ad ora?

Proprio come in Erasmus, ci si lascia toccare da tante anime. Proprio come in Erasmus si sa che, la maggior parte di quelle anime, non le rivedrai più. Sfioreranno la tua vita lasciando un segno più o meno indelebile e poi si allontaneranno. Resterà il fantasma di una vicinanza grazie ai social media, ma sarà solo un fantasma. Nulla sarà più come prima. Potrai tornare nella tua città Erasmus e stare bene di nuovo, potrai rifare il cammino e vivere nuove esilaranti emozioni, ma non sarà mai più così: mai più con loro, mai più con questa te.

Come ogni Erasmus che si rispetti, ieri c’è stata la mia despedita, solo parzialmente organizzata. Un tavolo con 4 persone sono presto diventati 4 tavoli con 30. Ogni persona che ho salutato, anche chi ho conosciuto solo oggi, mi ha ringraziata e riempita di complimenti. A quanto pare sono una persona solare, positiva, incredibile, magnetica. Essere ringraziata per quello che sono, che gli altri riconoscono in me o che queste persone, in questo momento, sono riuscite a tirare fuori da me, è stata la cosa più commovente di tutte. Non per ego, ma perché l’idea di aver toccato il cuore di così tante persone ed aver lasciato un’impronta solare, positiva, incredibile o magnetica, mi commuove.

Mi hanno chiesto cosa farò domani. Spero di non vomitare.

La città è vuota e silenziosa, il sole illumina già le rocce color mattone alle sue spalle. Sarà una bella giornata. Il cielo sereno, con qualche nuvola leggera, il sole già caldo sole 8 di mattina. Non c’è nessun bar aperto e non potremo concederci un’ultima colazione assieme. Il cinguettio degli uccellini che non ci ha mai abbandonato, il suono del fiume che attraversa anche questo paesino, il rumore costante di un trapano, lo zampettare di un cane, il mio tirare su con il naso. Ci salutiamo nella stessa piazza in cui ieri abbiamo riso, bevuto, in cui ho salutato altre anime buone, meno importanti di loro. Ci salutiamo con gli occhi rossi, gonfi, stanchi.

Nulla di troppo lungo, non si può, non cambia niente.

Li guardo allontanarsi, seguendo le frecce gialle, fin dietro la grande chiesa in mattoni. Lo zaino è ormai diventato così leggero che posso tenerlo su una spalla sola. Passo dopo passo diventano sempre più piccoli, macchie ancora distinte dai colori che indossano, ma sempre più difficilmente riconoscibili, se non dalla loro posizione: in ultima posizione Marghe con le sue racchettine, a ritmo lento, si ferma per sistemare il tutore al ginocchio e perde subito terreno. Di fronte a lei Alex, il peso del cuore un po’ ammaccato oggi lo costringe alla seconda posizione. Tra poco tirerà fuori le cuffie, chiederà se è un problema se cambia ritmo ed inizierà a tarellare. In prima posizione, mani in tasca così da poter cadere con stile, Pippi gambe lunghe, diventerà l’ultimo della fila a furia di fermarsi a fare video, riacchiappando Marghe, perderà ulteriore terreno appena vedrà una panetteria. Insomma, alla fine Marghe arriverà per prima. Del resto è sua la corona ora, è lei il boss, è lei che porterà avanti femminismo e squadra, lei che difenderà l’emancipazione del nostro genere ed il pianeta. La mia bella, gentile, sveglia, sorridente, Marghe. “Non ho mai visto un* francese simpatic* come te, c’è qualcosa di strano” le ha detto Alex. Non che Alex conosca tanti francesi, ma io più di lui e posso confermare. Ho una nuova amica a Parigi, ed è una forza della natura.

Il bus arriva puntuale, l’autista saluta tutte le signore anziane con un “hola guapa” che mette di buon umore anche i sedili. È questo il mio “buen camino” di oggi.

Mi aspettano 20’ fino a Logroño, ho poi 30’ per recuperare la borsa di Jonathan nell’ostello di ieri sera, andare alla posta, spedire il pacco, sperando che costi meno di 150€, andare in stazione e prendere il BlaBlaCar che mi porterà in aeroporto. Ad aspettarmi ci sarà Beatriz, che mi ha già accennato porterà anche un italiano che prende l’aereo con me. Non mi sono scambiata il numero con padre e figlio Bergamaschi incontrati alle porte di Logroño, ma qualcosa mi dice che sono loro.

Mentre il sole si alza ed inizia a scaldare i fili d’erba luccicanti, che si muovono grazie all’evaporazione della leggera brina poggiata su di loro, chiudo gli occhi e ripenso ai miei passi, agli occhi che hanno incontrato i miei, alle mani che hanno toccato le mie, ai sorrisi che hanno scaldato il mio cuore.

Nei miei ricordi c’è il gestore dell’ostello di Bordeaux, che mi ha consigliato il primo croissant della settimana. C’è Patrizia, l’italiana che mi ha preparato il primo minestrone, a Saint Jean, lei che dopo il cammino è tornata qui ad aprire un hotel ed ora si è lanciata sulla ristorazione, ma vorrebbe tornare a casa. C’è Gaetano, il primo Pellegrino che ho incrociato, abbiamo iniziato a parlare spagnolo, anche se mi ero accorta che fosse italiano anche solo dal portamento. E poi solo gli italiani vestono Montura. Ieri sera, era a cena nello stesso ristorante con menù del pellegrino dove abbiamo mangiato noi. “Come va?” “Da Dio!”. A volte va “benissimo”, altre “alla grande” sono le sue risposte, un’allegria contagiosa. Lui di cammini ne ha fatti una decina, mi consiglia, se posso, di farlo intero la prossima volta e certamente di continuare da Najera quando riprenderò. Gli ho ricordato che è stato il primo Pellegrino che ho incrociato lungo il mio cammino. Mi ha chiesto di aggiungerlo su Facebook e prima di andare a dormire mi ha scritto “Piacere di averti conosciuta. Credo tu sia moto positiva.”

Nei miei ricordi c’è anche il secondo Pellegrino, un ragazzo altissimo che lavora nella ristorazione, Lituano, trasferito in Spagna, in Norvegia e poi tornato in Spagna. Mi fa sorridere che anche lui si fosse classificato come “sfigato con le donne”, come se chiunque abbia avuto una delusione amorosa la categorizzi subito come sfiga. Spero stia trovando risposte, perché, dopo la prima notte a Orisson, non l’ho più visto.

E poi arrivano tutti gli abitanti di Orisson: la cameriera Canadese che non parlava inglese, le filles, un gruppetto di 6 amiche francesi che è stato al passo con noi quasi fino alla fine, ricordo che anche loro avrebbero lasciato più o meno dopo 10 giorni come me. Una coppia di una certa età, danese, che una volta ha provato a fare il cammino del nord e gli mancava così tanto quello francese che hanno preso un autobus e si sono fatti portare a Saint Jean. Nella strada tra Roncisvalle e Zubiri lei era molto in difficoltà con un ginocchio e le ho lasciato il mio tutore, la sua gratitudine è stata come sempre esagerata. Non li ho più visti dopo quella tappa. Fratello e sorella, francesi, incrociati troppo velocemente solo ad Orisson.

Nei miei ricordi ci sono Avni e sua mamma, Canadesi, Avni è psicologa, dolce e dai tratti un po’ latini. La mamma farà tutto il cammino mentre lei si fermerà per andare a Madrid qualche giorno e poi tornare in Canada. Ci siamo trovate nello stesso hostel orrido a Los Arcos, la felicità è stata rumorosa: non ci eravamo scambiate il numero e pensavamo di non rivederci più. Un lungo abbraccio preventivo è stata una buona idea, perché non abbiamo più avuto modo di trovarci.

E poi ci sono i fratelli carrello, i due fenomeni che si sono fatti spedire dall’Australia quello che io chiamato “Devil’s trick”, un aggeggio con le rotelle per tirare gli zaini. Anche loro dopo Zubiri non sono più riuscita ad incontrarli.

E poi ci sono Mabel e suo papà, con cui siamo rimasti così in contatto che, nonostante avesse finito i suoi brevi 3 giorni di cammino, a Pamplona è venuta con noi a fare il city tour. Jhon, il mio vicino di cena irlandese, al suo 6º cammino, impossibile vederlo triste, impossibile non lasciarsi contagiare dal suo entusiasmo. Ci siamo salutati alla mia despedida, ma prima di quel momento, nello stop a Navarrete, di fronte ad una chiesa maestosa e magistrale, ci siamo riempiti di foto preventivamente. Dublino è vicina.

Tampa un po’ meno, nei miei ricordi ci sono anche Natalia e suo marito Jessy, lei colombiana e lui della Florida, già in pensione a 55 anni grazie a tanti anni da militare. Quasi dimenticavo la coppia di Francesi che ha iniziato il cammino Francese ancora in Francia, ancora prima di Saint Jean, con cui abbiamo anche cenato a Roncisvalle. Anche loro non ricordo di averlo rivisti dopo Zubiri. Che strage quella tappa, ha lasciato indietro tutti i meno allenati. E poi c’è Jonathan, che non ha bisogno di presentazioni. Che maledirò tra poco, se non riuscirò a spedire la sua borsetta.

E poi c’è Roncisvalle. I 3 italiani che pensavo fossero nonno, padre e figlio, il “figlio” che non ho mai conosciuto davvero perché non si è fermato a Roncisvalle, il padre Bruno ed il nonno Luciano, che non ho più rivisto dopo quella notte. Un altro gruppetto misto di italiani, da Caserta, dall’umbria e da Parma.

Interrompo l’elenco per correre all’ostello, arrivo alle 9 in punto, proprio insieme alla receptionist che mi dà subito la borsa. Corro alla posta più vicina: 4 minuti. Prendo il biglietto… 10 minuti. Sono già le 9.15, alle 9.30 dovrei essere in stazione. La signora che gestisce la mia pratica mette e toglie gli occhiali per vedere meglio da vicino. Usa un dito solo sulla testiera, ma è molto dolce. Non voglio metterle fretta, per non agitarla, ma alle 9.30 mi chiama Beatriz, la ragazza del BlaBlaCar con cui negozio altri 10 minuti, dicendo che avevo già finito. È troppo tardi, non posso fare a meno che mettere fretta alla signora che – come prevedibile – entra nel panico, sottolinea il numero di spedizione con un pennarello indelebile rosso, invece che con l’evidenziatore, cancellandolo completamente. Fotocopia l’etichetta di spedizione ticchettando sulla stampante, mi da tutti i fogli, anche quelli che dovrebbe tenere lei e mi saluta. Corro nella piazza antistante dove dovrebbero esserci dei taxi. Non ce ne sono. Ma c’è Ignacio, la mano de dios, un signore minuto con il suo furgoncino che sta facendo le consegne del giorno che decide di dedicarmi questi 4 minuti della sua vita. Non ha mai fatto il cammino, ma l’ha programmato per il prossimo anno, partirà con i suoi amici. Invio la posizione a Beatriz, con il timore che parta davvero. Arrivo. C’è. È incazzatissima. Grazie Ignacio. Fino a qui, tutto bene.

Il tragitto fino a Vitoria, fantomatica città da cui prenderò il volo, dura 1 oretta. Ora che mi sono tranquillizzata perché sono su quest’auto, posso riprendere a navigare nei ricordi, ma non prima di aver controllato la distanza tra il punto in cui ci lascerà e l’aeroporto. Con il mio ritardo arriveremo poco prima delle 11 alle porte della città. Il volo parte alle 12.30 e chiude le porte alle 12.05.

Dov’eravamo rimasti?

Ah, alla cena a Roncisvalle. C’era questo gruppetto misto di italiani, il ragazzo più giovane, di Parma, ha 23 anni, studia a Milano, ma non ci ha mai vissuto. Mi fissa insistentemente mentre parlo con i francesi alla mia sinistra, vorrebbe imparare più lingue, gli consiglio di andare in Erasmus, ma non lo vedo convinto. Insisto.

Nei miei ricordi c’è anche la guida di Roncisvalle, un accento basco strettissimo ed un sorriso larghissimo. Gli hoteleros olandesi che gestiscono l’albergue. Tony, l’ingegnere irlandese con il viso dolce, seppur squadrato, che cammina al 10% in meno delle sue capacità per conservare energia. È lui che spuntava dal piano di sopra del letto a castello, ridendo, mentre iniziava la conoscenza con i miei compagni di viaggio. Resterà con noi fino alla fine. Sarà con noi anche nel momento in cui Marghe si unirà al clan. Ed ancora Santiago, il chino gestore dell’ostello di Zubiri. Il signore Brasiliano, che la sera prima era arrivato alle 10 a Roncisvalle, nel buio pesto, riportandoci i dettagli della bufera di neve che aveva chiuso Orisson. Possibile che la sera prima non ci fosse una nuvola ed il giorno dopo una bufera di neve? È la stessa persona che mi ha raccontato di un defunto sul cammino. Io non avevo nemmeno lontanamente pensato a questa eventualità. E forse questo argomento merita una parentesi.

Ci sono persone che muoiono sul cammino. Muoiono letteralmente di fatica. Lungo il tragitto, ogni tanto, si incontra qualche targa commemorativa ed è straziante, pensare che qualcuno, mentre percorreva i tuoi stessi passi, carico di emozioni, non abbia avuto la possibilità di continuare a viverle. Non l’ho nemmeno presa in considerazione questa possibilità, non era un rischio esistente per me. Avevo paura per le ginocchia, non per la vita. Va bene, ho 26 anni, forse è giusto così, ma ieri, divagando con Marghe, mi ha fatto presente che sua mamma era molto preoccupata perché la sua bimba sarebbe partita da sola per un lungo viaggio. Aveva paura che venisse violentata, maltrattata. Anche questo pensiero non mi ha sfiorata nemmeno lontanamente. Un rischio reale, ma distante dal portfolio dei rischi che la mia mente ha filtrato. Mente ne parlavamo mi sono sentita un po’ imprudente, innocente, esageratamente fiduciosa nel prossimo. Eppure, questo è il mondo che vorrei: senza paura.

Nei miei ricordi c’è un nuovo ennesimo gruppo di italiani: mamma e figlio sardi, Alma, Pugliese trapiantata a Firenze, Franco, Brianzolo velista e Luigi, il medico maleducato.

Nei miei ricordi c’è Linda, la coppia scozzese con l’accento più difficile della storia, Jonathan 2, il nonno di Santiago.

Nei miei ricordi ci sono papà e figlio, Roberto e Michele, Bergamaschi, che prenderanno il volo con me. Da ieri nei miei ricordi c’è anche Charles, un ragazzo francese conosciuto al fotofinish, che ha lavorato anni nella ristorazione, si è licenziato, separato ed ora cammina. Jacob, un ragazzo tedesco dai capelli platino, con cui ho scambiato davvero poche parole, Flo, la più matta di tutte, una signora di una 50ina d’anni che mentre era in gita con ex marito e figlio, ha visto un paio di pellegrini ed ha pensato “ma sai che c’è? Mò lo rifaccio sto cammino”. È andata al decathlon ed ha comprato il minimo indispensabile e si è messa a saltellare insieme a noi. Con loro anche un ragazzo italiano, Ider, che ha iniziato il cammino correndo per poi spaccarsi e finirlo senza zaino e zoppicando. Lui, suo fratello e sua sorella, hanno da poco preso le redini dell’azienda di famiglia, con tutto il coraggio e la responsabilità che ne consegue.

Siamo arrivati a Vitoria, il tram ci è partito da davanti al naso e non c’è un taxi nemmeno a chiamarlo. La nostra autista, già in ritardo a causa del mio ritardo, cede e sceglie di portarci fino in aeroporto. 20 minuti ad andare, 20 a tornare. Chissà cosa penserà il suo datore di lavoro. Lavora in università, magari insegna, magari c’è una classe intera che la sta maledicendo, mentre lei maledice noi e noi benediciamo lei.

Arriviamo in aeroporto con 30’ di anticipo rispetto alla chiusura delle porte. Sembra che il volo sia in ritardo. Ci sono solo 3 gate, le mascherine non sono ben indossate e non c’è nemmeno un bar per mangiare. Lascio cadere dalla macchinetta un pacchettino di pepas ed una bottiglia d’acqua. Sono le stesse che ci sono nelle macchinette dell’ufficio, così iniziò a riabituarmi.

Fuori dalla porta scorrevole del gate 1 brilla un sole che sembra afoso, a causa della foschia. In realtà ci sono 12º. Non vedo ancora papà e figlio, posso continuare a scrivere ancora per un po’.

Il team mi aggiorna, sono riusciti a fare colazione, stanno sfoggiando i pantaloni corti, camminano ormai da 4 ore e mezza, saranno quasi arrivati a destinazione, oggi hanno solo 20 km da fare. “Solo” guarda come si relativizza tutto nella vita.

Ed eccomi qui, zaino in spalla, ginocchio destro capriccioso, pronta ad imbarcarmi su un volo che mi permetterà di percorrere 1000km in un’oretta. Eccomi qui, a lasciare il mio Erasmus dopo il primo semestre, senza nemmeno aver provato a prolungarlo, come una persona matura, come una persona cosciente. Eccomi qui, con il sole i fronte, ai piedi della scaletta dell’aereo. Eccomi qui, con la mia divisa da sera, indossata di giorno. Eccomi qui, dopo aver vissuto una delle esperienze più belle della mia vita, con le tasche piene di gentilezza da portare a casa. Eccomi qui, grata, felice e pronta a ripartire domani.

Che fantastica storia la vita.

Buen camino, de la vida.

P.s. Uscita d’emergenza, posto finestrino. La benedizione non è finita.

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Logroño – Najera 29km, gli ultimi

Ultimo giorno, signori miei.

Ho dormito benissimo ed avrei continuato ancora per ore se Marghe non fosse venuta dolcemente a svegliarmi.

Ormai ho capito qual è il problema: possono russare anche 20 persone nella stanza, ma se ho i tappi per le orecchie, le lenzuola pulite e non devo dormire nel sacco a pelo, tutto andrà bene. Alti e mentila nottata sarà difficile. Stanotte le lenzuola erano profumatissime, la temperatura giusta ed il sacco lenzuolo l’ho addirittura lavato, sapendo che non l’avrei più usato.

Usciamo dall’ostello alle 7.30, poco dopo il suono della mia sveglia. Il cielo è striato di nubi bianche candide dietro le quali si apre un cielo blu intenso. Le vie del centro sono bagnate come quelle di Siviglia ogni mattina, anche qui in Rioja hanno lo stesso livello di pulizia e gli stessi turni. Il suolo bagnato riflette i colori intensi del cielo rendendo la via ancora più luminosa. Per strada solo Pellegrini, anziani e qualche giovane ubriaca che non è ancora tornato a casa da ieri sera.

Credo che mi mancherai. Sono sicura che mi mancherai. I miei pensieri vengono interrotti da un passante che ci augura “buen camino”. Ma ve lo immaginate andare a lavoro tutti i giorni ed al primo semaforo vedere qualcuno che vi sorride e vi augura “buona giornata”? Che sapore avrebbero le vostre mattine in ufficio se precedute da cotanto calore? Devo essere sincera, ogni mattina, se è nel suo ufficetto, dico “buona giornata” al mio portiere e lui risponde con un cenno del capo o con un sorriso stortino. È sufficiente, ma non è equiparabile. Magari qualcuno di voi vive con coinquilini, con la famiglia, con il fidanzato e vi dite a vicenda ogni giorno “buona giornata”, magari vi baciate anche, ma non è equiparabile. “Buen camino” è l’augurio di un passante, è gratuito, non è dovuto, qualcuno lo dice, qualcuno non ti guarda neanche in faccia, è una carezza ed è quello che ogni umano merita al mattino e pure nel pomeriggio.

“You are an incredible person”, Alex ha gli occhi rossi da ieri, da quando inaspettatamente gli ho regalato 2 braccialetti da portare a Santiago, uno per Cristian ed uno per una sua amica che è mancata qualche settimana fa. Ho anche comprato una spilla per ognuno, per ricordo, una freccetta gialla per indicarci la strada anche quando non saremo più qui.

I primi km oggi sono all’interno di un enorme bieco ben curato, nel quale vivono molteplici specie di animali, abituati al contatto con l’uomo. Mi lascio incantare da un cerbiatto che mangia a pochi centimetri dal mio viso, con le sue unghie lunghe ed i denti levigati. Volano colombe bianche e un laghetto nemmeno troppo piccolo è zona di pesca. Sono rimasta indietro guardando la fauna e non c’è nessuno che possa farmi una foto su questo ponte in legno, che mi ha riportata con un lungo deja vu a Macchu picchu. Gli intrecci catartici della vita.

Non voglio pensare che è il mio ultimo giorno, ma non riesco a non farlo. Eppure non è facile realizzare dove sarò dopodomani. Mi sembra assurdo che solo un paio di ore di bus-BlaBlaCar-aereo-bus mi separino da casa. Dovrò inghiottire ripetutamente le lacrime in questa giornata, già lo so.

Sad & glad.

Sulle mie prime all star delle medie, quando andava di moda scrivere sulle scarpe, avevo riportato una frase lègga da qualche parte su un primordiale Google Explorer. “Life is a journey, not a destination”. Il cammino ha una destinazione, che io non raggiungerò, ma che se anche raggiungessi, ora lo so, non potrebbe fine all’arrivo. Si, finirebbe la fatica, finirebbero gli ostelli, cambieremmo i vestiti, ma non finirebbe il nostro compito, il nostro viaggio, la nostra missione: portare la polvere magica della gentilezza, raccolta lungo la strada, in tutto il mondo. Spargerne un po’, in maniera discreta, in ogni luogo. Sotto il tavolo di un ristorante, in un angolo di una stazione, confondere con il sorriso e lasciarla cadere in una stazione di servizio, sotto il cuscino di tua sorella, nel bicchiere di un’amica.

Inizia la salita, alla mia sinistra un campo, alla mia destra boscaglia, Marghe davanti a me, il ritmo di qualche racchetta dietro di me. E – per continuare ad essere Kantiana – leggerezza dentro di me.

Dopo un parco meraviglioso, abbiamo percorso alcuni km fiancheggiando l’autostrada. Il suono della natura era coperto da quello delle auto, abbiamo così deciso di coprirlo con le nostre voci aggraziate.

C’erano molte persone interessate a “Bella ciao”, ma l’apice l’abbiamo toccato con Bohemian Rhapsody. Eravamo così sintonizzate che le gambe hanno iniziato a muoversi seguendo il ritmo della base, ogni acuto era un granello di amicizia che si posava su me e Marghe. È passata velocemente e siamo arrivati a Navarrete, la città del papà di Mabel. Quattro vie, mattoncini terra di Siena che ricordano la Toscana, una cattedrale da mozzare il fiato. Li, per paura di non avere altre occasioni, ho fatto un po’ di foto con i senior. Linda, per accendere le luci della chiesa, ha inserito 1 euro in una scatola di latta: il tonfo sordo della moneta, l’eco prodotto dagli alti soffitti, i sospiri di stupore dei presenti, erano gli unici suoni presenti tra quelle quattro mura. Nel dubbio, timbro.

Mettiamo i pantaloncini corti, la giornata lo permette e poi li abbiamo portati e li abbiamo sfoggiati solo una volta, sembrano sprecati nello zaino. Allo stop successivo mi costeranno un po’ di nervoso. Dopo aver pranzato con una nuova versione dell’insalata di pomodori, ho salutato Luigi, un medico veterano del cammino. Sempre molto spiritoso, forse troppo. Ci ha salutate dicendo “andate, andate a smaltire un po’ di cellulite”. Ci sono rimasta male. Le due signore accanto a lui gli hanno dato una pacca sulla spalla e non sono stata in grado di aprire una finestra, come Rosemberg mi ha insegnato, ma ho tirato su un muro. Marghe non poteva capire quello che aveva detto perché aveva parlato in italiano e mi sono sentita in dovere di difendere me stessa ed anche lei. Gli ho risposto in maniera simpatica, ma aggressiva “c’è chi deve smaltire la cellulite e chi 40 anni”. Che non significa assolutamente niente, che non ha sortito sicuramente più effetto di un pacato “guarda secondo me in questo caso la simpatia è stata esagerata sfociando in maleducazione, non ti puoi permettere di parlare così a persone che appena conosci, senza sapere quale sia la loro sensibilità”. Eppure no, mi è uscito un ruggito. Non l’ho mandato a quel paese, però ho ruggito e mi è dispiaciuto poco dopo. Ho avuto quello che in francese si chiama « Spirit d’escalier », quel momento catartico in cui, quando ormai è troppo tardi, quando sei già sulle scale, ti viene in mente la risposta perfetta. Ho raccontato il piccolo misfatto ai miei compari che, più infervorati di me, mi hanno fatto notare che non sono stata così antipatica e che una frase del genere, detta magari ad una persona con disturbi alimentari, avrebbe avuto un bruttissimo effetto. La loro sensibilità non smette di stupirmi.

Il cielo da azzurro si copre di qualche nuvola e ci pentiamo presto dei pantaloncini corti, ma ormai è troppo tardi. Mancano 4km e non si può mollare. Quando già vediamo la città, in un parchetto, si riposa un ragazzo italiano che non ho avuto il piacere di conoscere. Lo saluto. Mi squadra e mi chiede se sono io la ragazza che parte domani. Confermo. Sembra stupido che stia facendo una tappa in più per poi tornare indietro, ma mica si può perdere 1 giorno di cammino. Il fatto che la mia storia fosse arrivata prima della mia conoscenza alle orecchie di questo ragazzo è un fenomeno che chiamiamo “radio Camino”. Radio Camino è come la moquette dell’ufficio di MEP, è un passaparola, non si sa chi abbia detto cosa, ma tutti sanno. Sanno da dove vieni, qual è il tuo gruppo, sanno chi è vedovo, chi fidanzato, chi è al suo primo cammino e chi è un veterano, sanno quanti amori stanno nascendo e quanti sono finiti, sanno chi si è licenziato e chi è in pensione. Radio camino sà. Tutti sanno. Nessuno sparla. Tutti comunicano.

E tra una stazione e l’altra, si aprono le porte di Najera. La testa cede e le gambe si rilassano, iniziamo a trascinarle. Gaetano ci guarda da dietro e mi dice “non ci arrivate mica a Santiago eh”, infatti no carissimo, molliamo prima, hai proprio ragione.

Il tempo di una doccia ed il sole torna a splendere sulla città, lo seguiamo fino ad una piazzetta soleggiata. È qui che si chiuderà il mio cammino. Qui che saluterò il mondo. Sotto il sole, con un tavolo che diventeranno quattro, cinque, con il nostro team che, a furia di aggiungere posti a tavola, diventerà una combriccola. Qui, di fronte a quest’ultimo tramonto, finisce il mio cammino. Qui, ricomincerà. Non si sa quando, non si sa con chi, ma so che ricomincerà.

Grazie anime buone. Grazie Camino. Mi mancherete tutti.

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Los Arcos – Logroño 27km

Dicono che il cammino sia come la vita. Ci penso al km 7 di questi 27, quando vedo per terra 4 frecce gialle una vicina all’altra, ad indicarci, senza indugi, la strada.

Dall’inizio alla fine, lungo tutte le strade, ad ogni bivio, c’è un segnale che indica la direzione per Santiago. Può essere una freccia gialla su un muro, a terra, su un palo. Può essere un muretto di pietra con una piastrella incastonata e la conchiglia stilizzata. Può esser un vero e proprio cartello in metallo o in legno, che precisa anche la distanza in km dalla prossima città.

Mi dico “sarebbe bello che la vita fosse così davvero, piena di frecce gialle che ti indicano la retta via”. Mi fermo e mi rendo conto che la vita è proprio così. Non sono sempre frecce gialle, ma se stai attento, questa terra è piena di segnali da leggere, di indicazioni da ascoltare.

I fratelli hanno sbagliato strada qualche giorno fa, si sono distratti, non hanno visto le indicazioni ed hanno percorso 3 km in più. Era il giorno in cui li abbiamo trovati a Estella, sereni e beati, seduti al bar ed intenti a costruire cover con lo scotch impermeabile ed ultra resistente. Non sugante avessero sbagliato strada, ci avessero messo un po’ di più, erano arrivati comunque a destinazione, con pacata perseveranza.

Non è forse così la vita? Non fanno forse giri immensi gli amori, per poi ritornare? Non ci complichiamo la vita per puntuale distruzione, per poi guardarci indietro con un sorriso e relativizzare gli errori fatti?

Ho fatto colazione accanto a due signore sulla 60ina, una svizzera ed una credo americana. Di fronte a noi un gruppo di coreane con le quali purtroppo non riusciamo a comunicare. Qualche anno fa in Corea è uscito un film documentario di una signora che ha percorso il cammino con due borse di tela della spesa nelle mani. Da quel momento è diventato estremamente popolare anche nel paese che nel 2002 ci ha fatto pensare durante una partita che ricordo ancora bene, ed orde di signore coreane invadono le strade del nord della Spagna, senza sapere nemmeno una parola di spagnolo nè di inglese.

In ogni caso, la signora accanto a me ieri sera ha cenato nello stesso ristorantino (l’unico) in cui abbiamo cenato noi e stava ridendo con la sua compare Svizzera ricordando quanto fosse rude la cameriera. Si è soffermata sul fatto che, in una normale giornata, al di fuori di questo cammino, probabilmente ci saremmo arrabbiati in una situazione del genere, con una cameriera con il broncio che lancia i piatti e si lamenta ad ogni ordinazione, ma così non è stato, anzi, la situazione è stata piuttosto goliardica e divertente.

Le dico che in Italia c’è un libro, anzi, in realtà 3, scritti da uno dei miei autori preferiti, che per mesi ho letto ogni mattina. Momenti di trascurabile felicità. Ecco, sul cammino la felicità è costante e non la trascura nessuno, ma quando torneremo a casa, sarà opportuno continuare così. Farlo notare a chi ci sta attorno. Continuare a ridere quando il cappuccino si rovescia sui pantaloni beige, perché… cosa vuoi che sia?

C’è un vento incredibile che ci spinge controcorrente, ma che ha anche portato velocemente via le nubi. Ho dormito malissimo, che peggio non si può, ed oggi la tratta è la più lunga da quando siamo partiti: quasi 30km.

A metà strada abbiamo incontrato un baracchino trasformato in baretto, il cui gestore è un fisioterapista. Dopo il divorzio ha aperto un ristorante ed 8 anni fa, dopo il cammino di Santiago, ha lasciato il ristorante per aprire il suo bar, proprio qui. Ha una voce pacifica e non posso fare a meno di dargli attenzioni. Mi sono avvicinata saltellando e con il sorriso, per salutarlo. Ha subito esordito con un “ohhh così, con allegria”. Tra un caffè e l’altro gli ho raccontato gli acciacchi che mi porto dietro da qualche giorno a questa parte: dopo 20 km la pianta del piede destro inizia a gridare. Parola di barista-fisioterapista: se vi capita, quando siete nella doccia, fateci la pipì sopra. Io ve l’ho detto.

Lascio il cartello che indica l’ingresso di Vianda alla mia sinistra, il vento si è pacato ed il team è davanti a me. Li vedo tutti in fila e sono attraversata da una profonda sensazione di piena gratitudine. Si girano, controllano che io sia ancora qui, puntuali. Potrei camminare altri cento km. Mi brillano gli occhi, sono lucidi di grazia. Nelle cuffie Dani Fernandez canta “si te esperé toda una vita, aun puedo un poco más” mia cara serenità, è proprio questo il tuo volto?

Attraversiamo Vianda, probabilmente il paese più bello in cui siamo stati. Come promessoci, ci fermiamo per riprendere fiato e mangiare qualcosa, l’ostello Pilgrim Oasis attira la nostra attenzione con humus, verdure e con un cartello al suo ingresso, che recita: “Che il cammino si alzi para incontrarti. Che la brezza soffi sulla tua schiena. Che il tenue luccichio del sole illumini il tuo viso. Che pioggia cada dolcemente sui tuoi campi. E, finche non ci rivedremo, che Dio ti protegga nel palmo della sua mano.”

Con una premessa così, non poteva che attenderci il miglior humus di sempre. C’era l’aglio. Una delizia.

Ripartiamo carichi, finché il vento non si fa veramente intenso, la pioggia inizia a bagnare il poncho, poi i leggings ed infine anche le scarpe. Poco, per fortuna il vento aiuta a deviarne la traiettoria. In quest’ultimo tratto ho il piacere di conoscere un papà ed un figlio, bergamaschi, sprovveduti come me con scarpe non impermeabili. Prenderemo, se non lo perdiamo, lo stesso volo per tornare in Italia. Magari mi distrarranno dalla tristezza che appesantirà il mio petto quel giorno.

Passiamo di fronte ad una casetta chiusa in cui – ci racconta la ragazza olandese accanto a noi – soleva vivere una ragazza che si occupava di timbrare le credenziali all’ingresso della città. Quando è venuta a mancare la madre ha preso il suo posto (o viceversa), ed ha fatto il cammino decine di volte in suo onore. L’ingresso della villetta è sormontato da decine di credenziali incorniciate. La pioggia fitta, il suo rumore, rendono questo passaggio mistico e personale.

Stanotte dormiremo in una camerata da 10. Già abbiamo visto alcuni russatori. C’è anche Marti, l’avvocato americano che si occupa di immigrazione, nello specifico di quella degli Hamish, che abbiamo conosciuto sulla strada per Zubiri.

C’è anche un altro signore americano che non ho avuto il piacere di conoscere in precedenza. Mi presento, gli dico che sono italiana “non lavorerai mica per Generali?”. In realtà si, gli rispondo. Preso, alla prima domanda. Mi racconta che ha lavorato per un importante fondo americano e prima di andare in pensione ha lavorato per un anno su un progetto con Generali. Mi mostra anche un collega tra le migliaia dei miei colleghi, per chiedermi se lo conosco. Sarebbe stato troppo.

Facciamo 2 lavatrici, 8€. Stretching con un attrezzo che sembra un gioco di un gatto, che ci presta Marti. Una doccia dignitosa, in un bagno pulitissimo. Quando il bucato pronto e caldo esce dall’asciugatrice lo dividiamo, ci rivestiamo, godendoci il calore ed il profumo che emanano i vestiti appena usciti dalla lavanderia. Ci aspetta una paella così buona che raschieremo la pentola. Anche oggi, tristi domani.

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Estella – Los Arcos 22km

“Your energy is magnetic, your positivity too”. Stringo forte le parole dolci di stamani, che sembrano uscire dagli occhi più che dalla bocca della mia compagna di viaggio. Stringo forte anche il tutore sul ginocchio destro, che non ha mai smesso di fare male da ieri, nonostante massaggi e voltaren. Ma c’è chi sta peggio: Jonathan non può continuare, dopo un controllo effettuato per precauzione all’ospedale di Pamplona, gli hanno trovato una lesione al menisco che potrebbe aggravarsi se continuasse a camminare. Torna in Canada. È ancora, c’è chi stamattina è entrato nel panico perché non trovava più il portafoglio.

Per quanto tempo pensate di poter perdere un portafoglio sul cammino di Santiago? Ve lo dico io. Un paio d’ore. Mentre la tristezza del povero sventurato cresceva, il mio cervello macinava: ho chiamato l’ostello di ieri, l’ostello del l’altroieri, il 112, la polizia di Estella e lasciato una segnalazione sull’app AlertCops, come consigliatomi da un hotelera. In 10 minuti sono stata richiamata, una volante sarebbe venuta a raccogliere la denuncia direttamente nel paesino in cui stavamo camminando in quel momento. Prima ancora che arrivasse la polizia, la guardia civile di Estella mi ha richiamata: hanno ritrovato il portafoglio ed una volante ce lo avrebbe portato. Abbiamo lasciato i nostri dati e ci siamo messi a chiacchierare con la polizia del cammino. C’è una polizia che si dedica solo ai pellegrini, sappiatelo. La scena è stata alquanto comica, a punto da trovarci, nell’attesa, a scattare foto con i poliziotti, tra una traduzione e l’altra. Nota negativa, il portafoglio era vuoto. O meglio, c’erano tutti i documenti, ma non i 300€ in contanti che erano al suo interno. Non che si possa avere tutto dalla vita, ma quante volte vi è capitato di ritrovare un portafoglio perduto in meno di 1 ora?

“Siamo qui per questo” mi dicono i 4 poliziotti accordi in nostro aiuto. 4. Quattro. Non mi sono mai sentita più sicura.

L’eco delle campane, il fruscio dell’erba, un trattore nei campi, il rumore dei passi. Con meno fatica di ieri, ma dolore costante, siamo arrivate a Los Arcos, un paesino tra i più desolati della storia dei paesini. Il nostro ostello è ufficialmente il più brutto di sempre, con le pareti incrostate, gli spifferi alle finestre, letti cigolanti, ovviamente materassi di plastica, docce con tende appiccicose e piene di capelli. Un italiano, Luigi, mi confessa di aver visto anche un bicho. Non ne farò parola con nessuno, ma durante tutta la notte mi perseguiterà l’idea di essere attaccata da pulci presenti nella coperta sudicia che mi hanno dato.

Domani dovremo percorrere la tratta più lunga tra tutte quelle percorse fin ora, 27km fino a Logroño, proprio oggi doveva capitarci questo ostello? Doccia, crema, gambe all’aria, vasellina e stretching finché non sentiamo gridare “fanno i massaggi!” Ci fiondiamo al piano di sotto ed inseriamo i nostri nomi su una lavagnetta di plastica. Marghe è la prima, ma quando scopriamo che l’hotelero che ci ha fatto il check in è anche il massaggiatore – probabilmente anche lo chef, il meccanico e non si sa quante altre cose – tituba quanto basta per lasciarmi passare.

Immaginate di camminare per 8 giorni, più di 20km al giorno, con qualsiasi condizione climatica, uno zaino in spalla e poi di farvi toccare dalle mani di un massaggiatore. Probabilmente fosse stata la chef, il barista o la nonna del paese, sarebbe stato piacevole uguale. 12€ di letto, 5€ di donazione per il massaggio. Probabilmente il valore dei due prodotti si sarebbe potuto tranquillamente invertire.

Io e Marghe finiamo per prime e raggiungiamo il gruppo di Linda, composto da tanti inglesi tra i 50 ed i 65. Oggi Linda compie 56 anni, il sorriso soddisfatto di chi li vive con serenità. Ha 3 figli a casa, 29, 27 e 25 anni, erano preoccupati che non avesse nessuno con cui festeggiare. Si è regalata un hotel per la notte e siamo una decina ad affollare questo bar minuscolo. Il sonno arriva presto e ci salutano velocemente per abbandonarsi ai loro letti, spero meno pulciosi dei nostri.

Io e Marghe facciamo aperitivo con un piatto di jamon, uno di prosciutto, sangria e pane. Ci perdiamo tra i ricordi del catechismo, dei pomeriggi da bambine, delle domeniche da chirichette. Mi fa specie che in una città come Parigi sia riuscita a vivere le stesse consuetudini di una ragazzina di paese. Ci ritroviamo d’accordo sul fatto che sia davvero difficile essere cattoliche, alla nostra età, in questo mondo. Professare un cattolicesimo più moderno e meno estremista, avere fede, amare e rispettare il prossimo e la vita, ma al contempo non annullarsi. Poterla condividere con persone che la pensano come te. Poterlo fare senza timore di essere giudicare da occhi indiscreti.

A Parigi, in quel piccolo grande mondo al profumo di baguette e croissant, in cui ho lasciato un pezzo di cuore, mi rendo conto di avere ora anche una nuova amica. Sveglia, intelligente, profonda e tanto simile a me. Racconteremo a nostri bambini che la zia francese e la zia italiana si sono conosciute in un bar umido sulla strada verso Santiago, mentre un gregge di pecore invadeva la strada del cammino che avrebbero dovuto percorrere.

La cena è una delle peggiori della storia. Io non rischio, vado sul sicuro con un’insalata di pomodori. L’aspettativa è sempre quella di trovare una bella ciotola piena di pomodori, la realtà è che mi ritrovo un pomodoro tagliato a rondelle, distese su un piatto piano. Una pena. Ma non è questa la parte più penosa ed al contempo ridicola, bensì il servizio. Una signora sulla 40ina, con i capelli corti e le forme morbide, che gestisce sia il bar che questa stanzina che prende il nome di ristornante. Ci sono persone burbere e poi c’è lei, che incarna l’etimologia del termine burbero. I piatti lanciati sul tavolo. Il nervosismo ad ogni richiesta. Così burbera da risultare divertente. Perché cosa si può fare, se non ridere, di fronte ad un po’ di durezza?

Prontissimi per questa nottata di gaudio. Prevedo già la fatica. Uno già fa fatica tutto il giorno, poi deve far fatica anche per dormire. Nemmeno a dirlo, 3 minuti dopo esserci infilati nei sacchi a pelo, dalla stanza accanto proviene un gridolino tonfo: niente russatori stanotte, solo gente che parla nel sonno. Eravamo così contenti di dividere la stanza con sole donne! Chi è ancora sveglio scoppia in una sonora risata. Anche in questo caso, che cosa possiamo fare? O la svegliamo o cuffie nelle orecchie, sorriso pronto all’uso e tanta pazienza.

Buonanotte Los Arcos. Ancora non lo sai, ma diventerai il nostro termine di pagandone per identificare luoghi orrendi. Mi dispiace, la tua piazzetta è anche carina.

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Puente de la Reina – Estella 22 acciaccati km

Il vento freddo mi sospinge, da dietro. Un raggio di sole fa capolino sul mio viso. È forse la giornata più fredda di tutte, ma questi sporadici soffi di calore inaspettato, regalano un grande sollievo.

Sto scoprendo l’esistenza di muscoli di cui non ero a conoscenza. Davanti al polpaccio, cosa c’è? Non so come si chiami, ma tira.

Il vento accarezza l’erba e sembra una mano sul velluto, lo modella e gli cambia colore. Ho gli occhi così pieni di bellezza che “Wonderful life” è l’unica canzone che riesco ad ascoltare ora.

La metto in loop. I medesimi bulbi si gonfiano di gioia bagnata.

Mancano una decina di km all’arrivo, a Estella, siamo a metà strada e ce la stiamo prendendo comoda. Sono rimasta indietro, come al solito, perché mi sono fermata a parlare con 2 signori spagnoli ed una signora dell’Alsazia, che vivono tutti a Strasburgo. Margaret è molto indietro oggi, ha avuto un dolore fastidioso al tendine per tutta la giornata di ieri ed oggi ha deciso di ridurre il ritmo. I ragazzi invece non mollano e ci aspetteranno sicuramente al prossimo bar.

Stanotte non hanno dormito per niente bene, mentre io e lei avevamo la nostra cameretta padronale, silenziosa e buia, loro si sono goduti 3 diverse melodie prodotte da russatori seriali, uno dei quali è stato scelto appositamente da me: mentre stavamo per entrare nell’ostello mi sono messa a chiacchierare con questo signore di Granada che non trovava posto per la notte e gli ho naturalmente offerto il posto letto di Jonathan. Avrei dovuto chiedergli se russava, mi hanno rimproverata. Ovviamente russava. E – a detta loro – non aveva neanche un odore piacevole, in quanto fumatore accanito. Mi sono presa giustamente un po’ di insulti.

“Todo fluye” significa “tutto scorre”, una versione post moderna di “panta rei” che noi italiani fortunati ed acculturati abbiamo avuto la possibilità di sentire per la prima volta al liceo. Su questo cammino todo fluye. Luigi me l’aveva detto prima di partire, di non preoccuparmi di niente e così ho fatto, ho lasciato a casa un sacco di cose, non ho prenotato ne letto nulla, se non il minimo indispensabile, non ho scambiato letti o piatti, mi sono lasciata investire dal destino.

Prima di partire un ragazzo con cui ho scambiato un paio di parole su Tinder, che per casualità era tornato dal cammino da poco, mi ha mandato la foto di una pagina di non so che libro, con alcune righe sottolineate. Dicevano “comunque, se mi sforzassi come in altre occasioni, forse un giorno arriverei a capire che le persone giungono sempre al momento giusto nei luoghi dove sono attese”. Andrea, si chiama, ha classificato queste parole come quelle che avrebbe voluto ricevere prima del cammino e me le ha gentilmente regalate. Ora le comprendo più di allora.

Durante l’ultimo tratto di questi incredibilmente faticosi 21 km, Alex mi ha chiesto se penso che ci saremmo comunque incontrati se non avessi per sbaglio preso il suo letto a Roncisvalles. Ho confessato di non aver accidentalmente fatto nulla, ma di aver scambiato di proposito il mio letto al piano superiore con il suo, perché avevo proprio voglia di stare in quello di sotto, senza sfidare troppo il destino, al massimo mi avrebbe chiesto di spostarmi. Invece non l’ha fatto. Dettaglio che ha mostrato dal primo momento la sua personalità generosa ed introversa.

Si, ci saremmo trovati comunque perché quello era il punto in cui i nostri fili rossi erano destinati ad intrecciarsi, sopra o sotto, lì. Perché e come ci siamo scelti, ancora non mi è chiaro, ma il fatto che continuiamo a leggerci nella mente è la riprova che “team” è il termine giusto per quello che siamo diventati.

È così che mi torna in mente quella foto, quella citazione e la cerco di nuovo tra le chat del telefono, mentre provo a favorire la circolazione lanciando le gambe in alto. Non so assolutamente perché, ma oggi è stato doloroso, più che faticoso. Sono partita con la ginocchiera a sinistra, ho finito con la ginocchiera a destra. La pianta del piede mi tira terribilmente, il ginocchio è caldo al tatto e l’anca iniziava a fare i capricci già prima dell’ultimo km, che ho scandito con un countdown in metri ogni dieci passi. Un’agonia.

Si potrebbero leggere tante cose sul Cammino, vedere film, documentari, sentire racconti, ma nulla è sufficiente a farti immaginare la fatica, non si riesce a figurare nemmeno sforzandosi. In qualche modo, per qualche ragione, sono felice di provarla. Contenta di sentirla sulla mia pelle, un’esperienza nuova, accompagnata da una forza e da una positiva costante, uscite naturalmente da non so dove, senza bisogno di alcuno sforzo. Come il dentifricio da un tubetto nuovo, nessun trucco, nessun inganno, una naturale forza di cui prima non c’è semplicemente mai stato bisogno.

Quante cartucce interiori ho ancora da scoprire? Che curiosità.

Per la prima volta dall’inizio di questo viaggio mi sono abbioccata un attimo nel pomeriggio. Dopo la doccia sono caduta in uno stato di trans profondo, sotto le coperte del primo vero letto del cammino. Un letto, fatto con un materasso ed un cuscino, non in plastica e con un vero piumino, in cotone, pulito e profumato. Ieri ho prenotato quest’ostello su booking che di ostello aveva solo il nome, tutto il resto è più vicino ad un hotel. Un lusso per il cammino, ma sembra che anche gli altri pellegrini abbiano avuto la stessa fortuna con le loro dimore, tutte bellissime.

Dopo un po’ di stretching, un’incidente diplomatico Estella-Parigi ed uno scambio di ciabatte, siamo usciti a fare due passi. Estella è la città più viva che abbiamo visto fin ora e, come in tutte le precedenti, sono bastati un paio di passi per incrociare altri camminatori. Casualmente abbiamo formato un bel gruppetto e siamo andati a prendere una birra nella piazza principale. È bastato sedersi per un paio d’ore per allungare la tavolata con qualche tavolo: ogni faccia conosciuta che passava prendeva posto ed ordinava la sua cervecita.

Il signore davanti a me si chiama Jonathan, si, anche lui, ha più di 60 anni e sta facendo il cammino per la seconda volta. Ha una conchiglia stilizzata sulla gamba per non nasconderlo e sta per diventare nonno, di nuovo, ma questa volta di 2 gemelli. L’ultima volta che è arrivato a Santiago, mentre valicava le porte della città, è diventato nonno per la prima volta. Parla lentamente e con il cuore in mano. Mi dice prevedeva di arrivare fino a Pamplona e prendere un bus per Burgos, per godersi una parte di cammino più interessante di questa, fino a Leon, ma ha conosciuto Linda e l’altro signore alla mia destra (di cui purtroppo non ricordo il nome) ed ha deciso di continuare con loro. Anche per lui la compagnia è diventata più importante dei km. Ci tiene a farmi notare che dopo 10 giorni di cammino sei veramente immerso è coinvolto, ricominciare dividendolo come farò io è più faticoso e doloroso, fisicamente e moralmente, più vai avanti, più il corpo si abitua, più vuoi andare avanti. Salutare le persone a cui ti sei affezionato in 10 giorni, per poi affezionarti ad altre, è anch’esso doloroso. Insomma, era dispiaciuto per me. Lo sono un po’ anche io, ad essere sincera.

Dopo una profonda e per niente silenziosa insistenza da parte di Alex, ci alziamo e andiamo a cercare qualcosa per cena. Per strada raccogliamo tutti i pezzi, anche chi aveva bisogno di qualche momento in solitudine, chiedo indicazioni per mangiare qualcosa e ci consigliano un bar in cui troviamo i brothers, ci sediamo con loro.

Quante volte vi è capitato di essere in giro con 3 amici, incontrarne altri 2 e semplicemente sedervi al loro tavolo? “Volete unirvi” non è forse la più bella espressione di accoglienza e generosità?

È strano. Siamo tutti qui, con il cuore aperto, a condividere gioie e dolori, ma contemporaneamente nelle nostre teste roteano pensieri tutti nostri che non condividiamo, ma che chi ci sta accanto percepisce. C’è un sesto senso collettivo molto rispettoso. Una mano sullo zaino, un pezzo di cioccolato, una parola, una domanda, un sorriso. Nessuno viene lasciato indietro, anche se rimane indietro, tranne se vuole essere lasciato indietro.

C’è qualcuno che vuole? Al 100%? Mi sono chiesta più volte perché non abbiamo pensato di fermarci e rallentare, per restare con Jonathan. Avremmo potuto, rinunciando ad un po’ di km. Forse lui non ci avrebbe lasciato, ma questo pensiero non ha smesso di rotearmi nella testa per tutto il giorno. Ho anche pensato di tornare indietro, o di continuare e poi fermarmi a Logroño, così da coincidere ancora una volta. E ancora, di prendere un aereo per un weekend e raggiungerli di nuovo. Questo è il mio cammino, l’ho iniziato, loro sono i miei compagni di viaggio, in questo momento fatico ad accettare il fatto che non arriverò alla fine insieme a loro, che di fronte a Santiago, in quella foto, non ci saremo anche noi, che quelle lacrime siano da conservare per un altro momento, da condividere con altri umani senza gli occhi chiari, senza trecce, senza claudicanti francesi, canterini inglesi, fratelli decoupage, senza accento british, diversi, magari stupendi, ma non loro.

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Pamplona – Puente de la Reina 24 km, 24 litri di lacrime

“Non posso continuare, mi fermo alla prossima città, mi fate una foto con lei?”

Mi ero fermata a parlare con una signora italiana, di Firenze ed i miei 3 ragazzi mi stavano aspettando. Harry ed Alex hanno trovato Jonathan su una panchina, a metà di una ripida discesa, dolorante.

Tra un “no man, come on” e l’altro io avevo già capito. Incredula, le lacrime hanno iniziato ad uscire dai miei occhi a fiotti, rivoli salati mi hanno inondato le guance, mentre il suo sorriso dolce e perfetto mi proteggeva dal vento.

Non mi ricordo un’altra volta nella vita in cui ho avuto quello che non riesco a descrivere diversamente se non con il termine “inception”. Non è un amore a prima vista, non fraintendete, ma una connessione letale. Dal primo momento in cui io e Jonathan ci siamo guardati negli occhi non c’è stato più bisogno di una parola per comprenderci, ci siamo letti ed ascoltati, apprezzati e uniti.

Stamattina ho visto una signora, nello stretto corridoio che collegava i bagni alla cucina, abbracciare un’amica che avrebbe preso un’altra strada. Aveva gli occhi lucidi e non era congiuntivite. L’ho conosciuta lungo la strada, si chiama Beatriz, è colombiana, ma vive in Florida. Mi ha detto di ricordarmi di lei quando partorirò, mi ha detto che questo cammino è come un parto: una fatica mostruosa, ma per la quale sarai grata per tutta la vita. L’ho guardata per un secondo mentre le si bagnavano gli occhi e mi sono prefigurata il momento in cui avrei dovuto salutare il mio piccolo gruppo di Pellegrini. Già mi vedevo piangere come una fontana, ma non pensavo sarebbe arrivato così presto.

Harry ha messo la playlist giusta, Alex ha preso lo zaino di Jonathan ed ha iniziato ad incoraggiarlo. Sono due persone così diverse e che apprezzo così tanto.
Io e Jonathan abbiamo rallentato il ritmo e siamo rimasti appositamente un po’ indietro rispetto alla carovana. Abbiamo percorso gli ultimi km insieme, dicendoci tutto quello che avevamo pensato ed ancora non detto in questi 5 giorni. Controllando se gli sguardi che avevamo letto, fossero realmente stati interpretati nel modo corretto. Avrei voluto lasciargli qualcosa, un ricordo, un oggetto, qualcosa da guardare, da toccare, per non dimenticare. Ma non ho niente. Abbiamo fatto alcune foto. I’m so glad that I’ve met you.

Tira un vento incredibile ed ho lasciato indietro la mia squadra per sfogarmi un po’. Il naso mi cola ed attorno a me si stagliano campi colorati.

Non so quanto raccontarvi di lui perché, se da una parte voglio prendere nota di tutto e non dimenticarmi niente, dall’altra voglio custodirlo con rispetto ed un po’ di gelosia.

Ho fatto notare a Beatriz che questa mattina l’ho vista piangere. Mi ha detto che si dispiace, che è troppo emotiva e vorrebbe essere più forte. Cerco di analizzare queste lacrime, questo senso di gratitudine misto a malinconia che risuona dentro di me, come un singhiozzare.

Jonathan mi ricorda mia mamma, mio papà e me. La fame di vita. L’intelligenza emotiva. Un cuore grande come una casa. Cazzo stavo sbagliando strada. Mi ricorda il coraggio e la paura. È un amico che vorrei avere vicino. Mi ricorda il timore provato atterrando in Argentina, quando stava per iniziare una nuova avventura che mi avrebbe portata a conoscere nuove persone, da lasciare dall’altra parte del mondo. Nuove persone da amare, sapendo che le dovrai abbandonare. La fortuna ed il timore. La profonda accettazione e la continua voglia di migliorare. L’ascolto, l’empatia. La felicità, l’affetto. Tutto in uno.

Sono arrivata a Muruzábal, c’è un cartello giallo che lo indica. Mi scappa la pipì e devo smetterla di piangere.

Penserò al tuo sorriso sempre. Ogni volta in cui avrò freddo o la vita non sarà poi così simpatica. Mi mancherai sempre.

Piscio dietro un cassonetto molto moderno. Mi rimetto sullo sterrato. Puente de La Reina, mancano 4,5km. In meno di 1 ora dovrei essere arrivata. Mi fermo, torno indietro un attimo e li vedo, il mio clan in arrivo. Mi fermo ad aspettarli. Con dolcezza mi chiedono se voglio camminare con loro, rispondo di sì e non mi allontano più.

Claudicanti, arriviamo a Puente de la Reina, forse il paesello più bello nel quale ci siamo fermati fino ad ora, non per questo più animato, anche se gli abitanti hanno risate rumorose e contagiose.

Prima che incontrassimo Jonathan, mi hanno condiviso l’idea di prendere un Airbnb solo per noi, l’ultima sera, per mangiare tutti insieme e condividere appieno gli ultimi momenti. Ho trovato questa proposta così dolce che, a ripensarci ora, mi ruba un sorriso. Ho appena perso 4 partire a scala quaranta, con due inglesi ed una francese. Che giornata.

Note da tenere in conto, oltre al misfatto: non ha piovuto davvero, abbiamo percorso il maggior numero di km di sempre, ho trovato le gallette di riso con lo yogurt bianco, la mia triste insalata di pomodori era buonissima, ogni volta che saluto qualcuno per strada il mio clan si mette a ridere (forse perché saluto tutti?), Marguerite è proprio una ragazza sveglia, anche stasera c’erano le lenzuola, dormiremo in una stanza solo io e lei, lontano da possibili russatori. Domani? Noi 4, in una camera tutta per noi.

Ci stiamo forse chiudendo troppo? Mi chiedo, dopo aver parlato con almeno 10 persone nuove quest’oggi. Che incontentabile incontenibile che sono.

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Zubiri – Pamplona, 21 bagnatissimi km

Siri scriviamo: “Avete mai pensato di poter essere felici, in un giorno di pioggia, senza ombrello, camminando nel fango con le scarpe completamente bagnate?”

La ci siamo svegliati sempre prima della sveglia, seppur fosse piccola, la stanza ha iniziato a brulicare di vita già alle 6.30, nonostante mi ostini a puntare la sveglia alle 6.45.

Per rappresaglia ho preso il bagno per prima, saltando giù dal letto a castello mentre la casinista di turno cercava qualcosa in un armadietto. Si dà il caso che la casinista fosse anche la compagna del russatore della stanza. Che combo. Rido mentre lo scrivo, perché sono giorni così sereni che nulla di tutto ciò ha minimamente scalfito la mia calma mattutina.

Nonostante i 4 vestiti che ho nello zaino (ho lasciato uno dei 3 pantaloni nel primo ostello, l’ho già scritto?), non ho rinunciato alla mia skin care routine che dal lontano 2020 porto avanti con costanza. Ho portato lo spumone, la crema per il contorno occhi e MEP mi ha regalato alcuni campioncini in bustina di siero per il viso. Mi lavo il muso, mi incremo, metto due gocce negli occhi, mi vesto come il giorno prima, dopo aver lavato i vestiti e sento in lontananza la mia sveglia suonare. Anche occhi, sveglia prima della sveglia e riposata, nonostante il russatore seriale. Starò forse invecchiando? È invecchiando che si dorme sempre meno no? Ma poi che domanda è, certo che sto invecchiando.

Sto raccogliendo i pensieri su questa giornata chiusa nel mio lettino, in un ostello attrezzato come uno space shuttle. Il mio letto è il numero 8, ho chiuso la tenda della navicella e mi sono infilata nelle orecchie la playlist del cammino di qualcun altro.

Oggi è stata una giornata troppo piovosa per poter scrivere lungo la strada. Ho provato a dettare a Siri un po’ di frasi, ma era poco recettivo.

Dopo la sveglia prematura, ci siamo trovati alle 7.00 con Margarite al bar per colazione. Quando dico “ci” intendo io, lei, Harry ed Alex. Jonathan ha preferito partire senza fare colazione. Si è formato questo piccolo gruppo con naturale dolcezza, abbiamo scelto di legarci prenotando alcuni ostelli insieme. Ci dividiamo, ci allontaniamo, ognuno cammina per conto suo, ma a volte ci aspettiamo. In ogni caso sappiamo che ci vedremo all’arrivo.

Non sento l’esigenza di riempire i silenzi con loro. Succede che si riempano. Succede che vengano inutilmente riempiti. Succede che vengano interrotti da new entry, da altri viaggiatori che si aggregano per qualche chilometro, succede che ci passino per la mente domande personalissime che osiamo fare ed alle quali osiamo rispondere.

Oggi mi sono presa un momento per godermi la pioggia in solitaria. Ho messo su spotify “purple rain” ed ho iniziato a cantare a squarciagola.

Siamo tanti a fare questo cammino, le strade per chi cammina sono spesso sterrati, tratti in cui ci siamo solo noi Pellegrini, ma ciò nonostante si riesce lo stesso, per una strana combinazione dei ritmi dei passi, a ritrovarsi da soli, volendo, per un paio di km.

Testa bassa, schivando le pozze di fango, la terra mi si attaccava sotto le scarpe, spuntando sui lati, appiccicosa come colla. Ogni dieci passi cercavo di scollarla sbattendo i talloni con forza sull’unica parte leggermente rocciosa del terreno. Dopo i primi 2 km ho smesso di cercare di schivare la parte di scarpa bagnata, cedendo senza più resistenze al destino riservato ai miei piedi per oggi: nuotare in una piscina di acqua piovana per 6 ore e mezza.

Riuscite ad immaginarlo? Il livello di attrito tra calza e suola? Il peso del piede che aumenta? L’acqua che scivola dal poncho sui polpacci, bagnando il pantalone termico, arrivando fino alle caviglie? Ecco, provate ad immaginare di accettarlo: è così e basta. Scegliete la playlist giusta e, appena raggiungete di nuovo i vostri amici, entrate a Pamplona a suon di “La isla bonita” di Madonna, avendo recuperato, grazie alla musica, tutta l’energia perduta durante gli ultimi faticosi ed umidi km.

Ecco, così è stato il nostro ingresso in città.

Doccia, pranzo, city tour. Il giorno prima avevo prenotato uno dei pochi disponibili per poter scoprire meglio la prima città “grande”. Adriana, la guida, ci ha fatto deambulare per 2 ore tra le viuzze del centro storico della città della feria di San Firmino, della corsa dei tori, raccontandoci per filo e per segno la sua storia dai tempi dei romani ad oggi. Peccato che la lingua prescelta fosse lo spagnolo. Mi sono lanciata in una traduzione simultanea di 2 ore, per la cui qualità mi sono scusata parecchie volte, che mi ha comunque sfiancata più della camminata mattutina. Il tour sarebbe proseguito per altri 30 minuti, ma gli 8gradi, il vento gelido e la presenza di saldali e ciabatte ai nostri piedi, ci ha portati ad abbandonarlo prima del previsto. Battendo i denti. 7/7, se volete venire a vedere la corsa dei tori. Sappiate però che, alla fine, muoiono.

Beviamo due te per riscaldarci mentre giochiamo a friendship killer, un gioco di carte inventato da un’amica di Marguerite. È dopo esser stata battuta che Jhonathan inizia la roulette delle domande scomode, che pone in un viso così predisposto all’ascolto e lontano dal giudizio, da farti venire voglia di rispondere contando fino a 10 per rispetto alla pacatezza riposta nel quesito.

“Pensate che i canadesi siano come gli americani?” Il dibattito nasce già su “americani”, in quanto l’America è molto grande e classificare “americans” solo gli statunitensi è già un punto di partenza strano. Dopo alcuni rimpalli riusciamo a sentenziare che il livello di istruzione canadese non ha nulla a che vedere con quello americano, è nettamente superiore. Dati interessanti che emergono sono che la benzina costa 2.5$ canadesi, circa 1.25€, mentre negli states 0.7€. Che ci sono 2 abitanti per km2, motivo per cui sono ancora molto utilizzate le auto, le distanze sono molto ampie e le lande abbastanza desolate, tranne ovviamente a Toronto o Vancouver.

“Sei cresciuta in un ambiente benestante?” Eccoci. Come rispondere no. Si. Sono cosciente delle mie fortune. Si. Ma “si” non è una risposta sufficientemente profonda. Argomento con uno speach così onesto da dover trattenere le lacrime.

Questo cammino è come l’Erasmus, non si può capire e non interessa a nessuno quale sia la situazione economica di ogni persona. Abbiamo tutti 3 vestiti, tutti abbastanza tecnici. Nessuno porta in giro oggetti di valore. Vogliamo tutti dormire in ostelli rumorosi e caotici. Mangiamo una volta al giorno. Abbiamo portato svariati chili di umiltà da casa. Camminiamo. Camminiamo. Camminiamo. A questa umanità ridotta all’osso, all’essenziale, non servono classi sociali, ma solo sguardi d’intesa e curiosità, condivisione e rispetto. È forse lungo questa linea per niente retta, che si trova la rettitudine? È forse qui che si è capito davvero che tutte le sovrastrutture non servono a niente? È forse nella fatica e nella gioia che siamo tutti uguali?

Non ho mai fino alle 23. Provo a mettere la sveglia alle 7, chissà chi mi disturberà domattina.

Ci aspettano 24km, la tratta più lunga mai fatta fin ora. Probabilità di pioggia? 100%.

Ah, un altro dato interessante: esistono dei calzini waterproof. Che funzionano. Peccato che non ne fossi a conoscenza prima, sarebbero stati la salvezza.

Buonanotte mondo buono.

P.s. Non l’ho mai scritto, ma l’ho pensato spesso. Quanto rumore fanno i pensieri nel silenzio? Ogni volta che infilo i tappi nelle orecchie e lentamente li sento adattarsi come acqua alle mie forme, i pensieri si fanno più forti e nitidi. Producono un suono più invadente del solito.

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Roncisvalle – Zubiri 21km

“È grazie a te!” Mi ha risvegliata una signora francese che, seguendo i miei consigli, è riuscita a far risorgere il telefono. È entrata in bagno, mentre mi stavo lavando il viso, saltellando di gioia. Aveva sbagliato così tante volte il pin che le veniva richiesto il puk, cosa che nessuno è mai in grado di recuperare. Le ho consigliato di togliere la sim e connettersi con il Wi-Fi per recuperarlo sul sito della compagnia telefonica. Ha funzionato. La sua gratitudine mi è sembrata smisurata e mi ha iniettato la prima carica di allegria della giornata.

Qualcuno verso le 6 ha deciso che era ora di accendere le luci e così la vita è iniziata. Il mio letto era il numero 126, ma ho preso abusivamente il 125. Il primo numero indica il piano: 1, gli altri il numero di letto. Su ogni piano, nell’Auberge di Roncisvalle, ci sono 100 letti, tranne l’ultimo, nel sottotetto, che ne ha la metà, non essendo letti a castello.

In un altro momento, la furbata sarebbe stata fregarmene del numero assegnato, andare direttamente al terzo, calcolando che probabilmente non ci sarebbero state così tante persone questa notte. Ma ho deciso di seguire il destino in tutte le sue mosse e prendere quello che mi regala.

Ho fatto bene.

Il mio vicino di letto era un ragazzo di Londra, Harry, occhi chiari e capelli rasati. Nonostante Tony, che dormiva sopra di lui, e Alex, che dormiva sopra di me, abbiamo parlato per un’oretta prima di obbligarci a dormire. Ha vissuto in Italia 3 mesi, a Firenze, collabora con la polizia di Londra – non si sa bene in che modo – ma questo lavoro gli assicura la possibilità di bilanciare bene vita e lavoro. Si stava quasi per sposare, con una ragazza italiana, ma è finita.

È qui per fare chiarezza. Futuro. Figli. Ansie. Gli piace parlare ed a me piace l’accento inglese. Ogni tanto la testa di Tony, che in realtà ancora non dormiva, spuntava dal letto e ride anche lui alle mie battute. Harry stava al gioco, potevo sciolinare jokes in inglese. Non so nemmeno come sia possibile che stia pensando in questa lingua.

“Facciamo colazione insieme domani” “Buonanotte”.

Ho infilato nelle orecchie degli strani tappi che sembravano fatti con la cera del galbanino, che mi ha regalato, mi sono infilata nel mio sacco lenzuolo e mi sono coperta con il pile. Non una coperta di pile, ma il mio pile. Ieri sera si stava bene, ma non benissimo, ho avuto una paura fottuta di avere freddo. Ed effettivamente verso le 3 di mattina, dopo essermi alzata per andare in bagno, ho infilato il pile sotto al lenzuolo. Mi sono svegliata solo 5 volte, è andata meglio di ieri, spero peggio di domani.

“Sei sempre circondata da persone interessanti, è la tua aurea, è un dono”. Me lo dice la persona più affascinante che ho conosciuto su questo cammino, Jonathan. “E le guardi negli occhi”. Si, è una cosa che adoro fare e che pochi sanno reggere, alcune popolazioni in particolare. “Puoi catturare la loro anima attraverso gli occhi” “Non voglio invaderle, ma se si lasciano guardare, si, voglio entrargli dentro”. Spiare, scorgere, scovare, leggere, sentire. Con lui c’è stata una connessione dal primo sguardo, una connessione pura ed unica. Che porterò sempre nel cuore.

Passo dopo passo, siamo io, lui ed Harry, che ha scelto di stare al mio passo nonostante il suo amico abbia proseguito più velocemente.

Jonathan è trasparente ed Harry è un chiacchierone, non esistono stigma o veli tra noi e ci raccontiamo piano piano la vita. Papà che sono venuti a mancare, rinascite, fallimenti, successi, problemi mentali, cure. Forse ha ragione Jonathan, si tratta di un’aurea. O forse è solo fortuna. Non lo so, ma è uno di quei momenti in cui non vorrei essere in nessun altro posto del mondo, se non qui ed ora. Qui ed ora.

Avete mai surfato? Dopo mille tentativi siete riusciti a mettervi in piedi sulla tavola e restate in equilibrio sull’onda, potete gestirla, è faticoso, vi sentite grati, il sorriso spunta naturalmente, magari urlate anche dalla gioia. Così, sulla cresta dell’onda, da quando sono partita, è come mi sento. Contenta per aver visto l’onda giusta arrivare, infinitamente grata alle mie gambe che riescono a reggere il peso del mio corpo, piena.

Al primo bar in cui ci siamo fermati una ragazza si è unita a noi. Purtroppo non ha trovato posto nel nostro stesso ostello, ma ci vedremo per cena. È più giovane di me, sveglia, parigina, lavora in VC e anche lei ha solo 10 giorni per arrivare dove arriverà. Ha fatto una prima tappa con un’amica, ma solo una, poi proseguirà da sola.

Poco prima che si aggregasse a noi ho scoperto che Harry ha 40 anni. Ne dimostra almeno 10 in meno. Suo papà è venuto a mancare quando lui aveva solo 24 anni, da quel momento la longevità è diventata quasi un’ossessione per lui ed ha studiato. Tanto. Arrivando a convincersi, grazie ad una ricerca americana, che le saune, insieme ad un corretto stile di vita, hanno un effetto incredibilmente benefico sulla salute, sulla prevenzione del cancro e di conseguenza sulla longevità.

Non vi dico quante saune ha fatto fin ora, ma credo che inizierò ad andare in sauna anche io al mio ritorno. Almeno 1 volta a settimana direi, magari anche con un massaggino, ai piedi.

Questa tappa non è nulla in confronto a quella di ieri, i pezzi in salita si contano sulle dita di una mano e la cosa più impegnativa è l’ultima discesa. Potrei continuare ancora un po’ di km, ma non ha senso: domani voglio arrivare a Pamplona e fermarmi li, Zubiri è a metà strada, meglio conservare le energie.

L’ultima discesa, appunto, è stata la più ripida e lunga, il terreno era instabile e per un secondo, solo per un secondo, ho perso il controllo del mio piede sinistro.

Il vero problema oggi, sopportabile, ma fastidioso, è stato, in alcuni momenti, il freddo. Camminando non si sente minimamente, ma una volta fermi tirava una bella brezza gelida di montagna.

Lo zaino di Harry è così grande che non sarà un problema rubare qualcosa.

Per questa tappa ci siamo fidati di Jonatan, del resto ne ha già fatti 4 di cammini, abbiamo prenotato un ostello che rispetto ai precedenti è una reggia. 15€, ma ho la coperta, il materasso è un vero materasso e la doccia è una vera doccia.

Potrei cedere a prenotare anche l’ostello di domani, su suo consiglio, ormai è la mia stella polare.

Il suo ritmo non è veloce, spesso rimane indietro e ci vediamo all’arrivo, è un ragazzo corpulento ed ha bisogno dei suoi tempi, ma ci raggiunge sempre.

Il cammino è così: inizi, se sei fortunato conosci subito un po’ di persone, fai amicizia, scegli a colpo d’occhio chi ti emoziona di più, ma ognuno prosegue con il suo ritmo. Capita spesso che ci si ritrovi a km di distanza, con persone che hai conosciuto il primo giorno, ma ogni passo che fai, se vuoi, è una nuova conoscenza. Così, le persone continuano ad intrecciarsi, avanti ed indietro si superano e si recuperano, si fermano in un paese e poi in un altro, si ritrovano e si perdono, per sempre.

Se vuoi restare in contatto con qualcuno, devi avere il coraggio di chiedergli il numero, presto, perché potresti non ritrovarlo più. Oppure puoi credere nel destino, nel fatto che quegli intrecci diventino fili invisibili e che vi ritroverete. O ancora, puoi accettare che il loro passaggio ti abbia lasciato qualcosa, sperare di aver lasciato qualcosa a loro e proseguire, con il tuo zaino sempre più leggero ed il tuo cuore sempre più pieno.

A metà strada tra Roncisvalle e Zubiri, penso seriamente che vorrei arrivare fino alla fine, per avere la possibilità di condividere più tempo con queste persone. A Zubiri invece, dopo la fatidica discesa, mi rendo conto che sono disposta a vedere meno posti, a percorrere meno km, pur di condividerli con le persone giuste.

Sotto la doccia, calda, di questo ostello troppo bello per essere un ostello, sono pienamente grata alla vita. Anche oggi.

Stasera cuciniamo. Verdure. Ne abbiamo bisogno tutti. Potremmo mangiare anche aria, sono troppo contenta.

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