Un techo para mi país – Buenos Aires pt. 7

Stamattina ho aperto i ricordi e campeggiavano lì, le foto dello scorso anno, le foto di quel magico fine settima con Techo. Mi sono ricordata che presa dall’emozione registrai un paio di note vocali, perché dovevo assolutamente far arrivare fino all’Italia le mie sensazioni. Non scrissi, avevo iniziato un progetto, inconcluso ovviamente, che aveva a che vedere con le note vocali, ma ho deciso di riportare fedelmente il parole di una di quelle registrazioni. Non ho modificato i “cioè” “praticamente”, nemmeno i “quelli” o “questi” che potrebbero sembrare quasi dispregiativi, ma non lo sono assolutamente, è semplicemente una nota vocale ad un amico, con tutta la confidenza e l’assenza del tatto che si utilizzerebbe in una situazione normale, per questo credo possano trapelare puramente tutte le mie impressioni di allora. Nonché la mia difficoltà con la lingua italiana quando sono solita parlare spagnolo.
Il concetto di “povertà” si è evoluto molto durante l’ultimo anno e l’ultimo viaggio, non è più troppo simile a quello descritto nella nota qui riportata, ma questa è una fase di riflessione che vale la pena mettere nero su bianco, anche per farvi capire cos’è Techo e come vive una gran parte della popolazione mondiale.

Eccoci!

Allora, faccio una nota vocale registrata perché mi stavano venendo i crampi alle mani a furia di tenere premuto il tasto del vocale, quindi adesso vado di microfono e poi ti manderò questa nota. Sto approfittando del viaggio in autobus quindi se senti dei rumori in sottofondo ti chiedo scusa però il lunedì è giorno volontariato e quindi -anche con un po’ di ritardo- stiamo andando ed il viaggio è lungo (ci mettiamo un’oretta ad arrivare) e ne approfitto per mandarti il messaggio vocale.

Niente, praticamente un mesetto/due fa, io e Ale avevamo cercato delle associazioni con cui fare volontariato e avevamo trovato quella in cui siamo andate ogni lunedì, Banco de Alimentos e questa, che si chiama Techo che costruiva casette, case per delle famiglie bisognose. Noi alla cieca ci siamo iscritte, abbiamo compilato tutto il modulo online, abbiamo fatto il pagamento e qualche giorno fa ci è arrivata una mail per ricordarci che questo weekend ci sarebbe stata questa attività. Di cui noi ci eravamo totalmente dimenticate. Sapevamo che c’era, ma non sapevamo cosa fosse. Ci hanno mandato una mail dicendo “mi raccomando portate il sacco a pelo, guanti da lavoro, stivali, vestiti da sporcare.” 

“Ah, ma quindi stiamo fuori tutto il we?” Non sapevamo cosa saremmo andate a fare, non avevamo minimamente idea e non sapevo nemmeno che saremmo state fuori tutto il we. Vabbè, siamo partite, senza nemmeno il sacco a pelo perché non ce l’avevamo, proprio alla cieca. 

Siamo andate in questo ufficio in cui c’era un sacco di gente, ci hanno smistate in varie zone, io e Alessia ci siamo divise, ci hanno assegnato due zone diverse, abbiamo preso un altro autobus ed in circa 1 ora e mezza dalla Capitale, restando comunque nella Provincia di Buenos Aires, siamo arrivati ad un barrio che si chiama Augustoni. Un barrio della zona di Pilar. A quel punto ci hanno divisi in sottogruppi: eravamo una decina di gruppi da 7/10 persone ciascuno, ad ogni gruppo è stata proposta una famiglia ed ogni gruppo aveva il compito di costruire una casa.

E… abbiamo costruito una casa.

Ci siamo riusciti!

In due giorni abbiamo costruito una casa per una famiglia carinissima.

Erano in 5: mamma, papà, anzi, erano in 6, c’era anche il cagnolino. I 5 erano mamma, papà, due ragazze (una di 12 e l’altra di 13 anni) un fratello più piccolo (di 10 anni) ed il cagnolino di 40 giorni, piccinissimo.

Solo il papà lavora, attualmente vivevano in una casetta di mattoni a vista, in una zona in cui l’asfalto è un miraggio, c’è solo terra e fango, buche e ponticelli di legno fatti con travi ammassate, per superare il ruscello che contorna tutte le case.

La loro casa era composta da una stanza con un frigorifero, un fornello elettrico, un letto matrimoniale, un letto a castello, un letto pieghevole, il tavolo per mangiare che viene tirato fuori quando si piega il letto e… basta.

Grandezza della stanza… non lo so, metà della mia cucina di casale?

Un bagno, di 2 metri quadrati, 4? 3? 5 metri quadrati sarà? 3? Guarda non lo so, 3 metri quadrati sarà stato, in cui c’era soltanto un water ed una cassettina da ricaricare per fare la doccia. 

Basta.

Non avevano una connessione all’acqua, ma una grande tanica da cui la prendevano per lavare le mani, per metterla a bollire e cucinare, per lavare il water al posto dello scarico, per metterla nel cosino della doccia e lavarsi… Non voglio sapere per cos’altro.

Praticamente noi gli abbiamo costruito questa casa che è un prefabbricato, sono delle casette di emergenza, tipo quelle che potrebbero mettere, già fabbricate però, senza mettergli le fondamenta – noi abbiamo fatto le fondamenta ovviamente perché quella diventerà la loro casa – però immagina magari: Abruzzo, terremotati, la gente rimane sfollata, fanno grandi tendopoli, ma se devono rimanere più tempo prendono dei prefabbricati tipo quelli che trovi al Self fuori, ma più grandi e li portano. In Italia magari li portano già fatti, mettono 4 pezzi lì per terra e via, non stanno a scavare e fare le fondamenta, invece noi abbiamo scavato 15 profondissime buche, ci abbiamo infilato i piloni, poi abbiamo messo il pavimento, le pareti, il tetto, le lamiere, abbiamo impermeabilizzato, abbiamo fatto tutto. 

Abbiamo dovuto un po’ lottare perché volevano che la porta della casa coincidesse con una porta che loro avevano già nella loro casetta di prima, in modo tale che fosse come una stanza in più e quindi abbiamo dovuto prendere bene le misure, l’altezza doveva essere quella del loro pavimento, insomma… è stato un weekend faticoso, ma non ho minimamente sentito la fatica.

Finalmente ho visto quella parte di argentina che cercavo, quella parte di Sud America che avevo bisogno di vedere e di conoscere perché… perché sì. Perché alla fine quando ho visto “Buenos Aires” come meta del doppio diploma io ho pensato subito “Ah! Buenos Aires -> Sud America -> Perù -> Operazione Mato Grosso -> Raccolta viveri”. Tutto quello che abbiamo sempre fatto per anni ed anni all’oratorio era per il Sud America. Tutte le missioni in cui sono andati i nostri animatori erano in Perù e quando io pensavo al Sud America pensavo a tutte le immagini che mi hanno sempre mostrato in oratorio.

È stato strano perché quando poi sono arrivata a Buenos Aires, Buenos è una città, una capitale a tutti gli effetti, con tutti i servizi, per quanto arretrati rispetto a quelli italiani o europei, con tutti i servizi possibili ed immaginabili. Con un tenore di vita molto alto, in cui io spendo praticamente come a Milano. Quindi arrivata a Buenos Aires boh non so, forse ero anche un po’ delusa in realtà, ma ho fatto bene a non demordere e ad attendere perché ne è valsa la pena. 

Questo we veramente è stato un bagno di umiltà dall’inizio alla fine. Vedendo la gioia con cui vivono in famiglia, tra di loro, ero quasi invidiosa della loro gioia, stupefatta di quanta gioia si possa provare non avendo nulla. Nulla. 4 mattoni, della calce, dei letti buttati lì. Non avendo nemmeno un cazzo di cesso in cui cagare, una doccia degna di tale nome, nulla. Non avevano un cazzo di nulla, non hanno un cazzo di nulla, anzi ora hanno un tetto in più e sono veramente la persona più felice del mondo per aver avuto la possibilità di regalarglielo. Anzi, di aiutarli a costruirlo, perché ci hanno aiutati dal primo momento all’ultimo, sono stati sempre super disponibili, ci hanno fatto da mangiare per due giorni, le ragazze sono degli amori, il piccolino veniva a scavare con noi, metteva proprio le mani dentro la terra e scavava. Le ragazze -figurati- alla mezzana piace un sacco disegnare, ci ha fatto vedere i suoi disegni (bravissima) e ce n’era uno con un unicorno ed io faccio “no che bello, a me piacciono un sacco gli unicorni!” e me l’ha regalato. Subito. Diretta. Senza pensarci un secondo. Non hanno niente, non hanno la carta per pulirsi il culo e dico “che bello” un disegno e me lo regalano. 

Sono veramente felicissima di questo we. Tra l’altro appena siamo arrivati eravamo tantissimi giovani, dai ragazzi del liceo a ragazzi di 28/30 anni, c’è gente che è in questa assicurazione da anni perché comunque è una cosa che fanno una tantum: circa ogni 2 mesi c’è un we di costruzione. Nel mentre ci sono dei gruppi di volontari che vanno tutti i sabati a conoscere le persone del barrio a fargli dei corsi, di cucina, fanno fare i compiti ai bambini, corsi d’imprenditoria, di microcredito (per spiegargli come accedere ai crediti) etc. C’è poi un gruppo che va a conoscere tutto il barrio e le persone che fanno richiesta della casa per scegliere, per capire chi la merita di più, chi ha delle buone intenzioni, della serie “noi questa casa gliela costruiamo, loro ci danno una cifra simbolica ed è come se gliela stessimo vendendo, loro però firmano un contratto, s’impegnano a mantenerla in una determinata maniera, ad utilizzarla solo per viverci, a non affittarla, a metterci dentro i servizi (noi non possiamo collegare la luce etc). C’è quindi un contratto dietro e non costruiamo a famiglie – costruiamo a famiglie in situazioni di merda – non a famiglie in cui ci siano alcolizzati o drogati, perché magari sarebbe uno spreco o non ne farebbero il corretto uso. Ci sono famiglie oneste e bisognose ed a queste costruiamo, appunto ci sono delle ragazze che vanno tutti i sabati a conoscerle, a farci amicizia, a capire le loro esigenze etc.

Quindi c’era gente che costruiva per la prima volta, gente che è da anni in Techo, gente che ha costruito decine di case, tutte persone carinissime, umilissime, con il sorriso sempre in volto, voglia di conoscersi ed era questa la mia idea degli argentini e della popolazione. in realtà non sono così, non sono così in capitale perché ovviamente chiudono gli occhi e fanno finta che queste cose non esistano vicino a loro, hanno perso l’umiltà, la solidarietà che invece, ho notato, contraddistingue molto tutti questi ragazzi che erano lì, tutte le persone che abbiamo conosciuto, quindi sono veramente veramente contenta, felice. 

Non vedo l’ora di poter costruire di nuovo.

Tra l’altro domenica prossima torniamo perché non abbiamo finito di montare le finestre e verniciamo insieme a loro. ci hanno invitati a pranzo… insomma sono contenta, sono veramente felice, è stato un we pazzesco, il più bello da quando sono qui e… non so se rendo l’idea di quello che è stato.

Ti dico che non mi sono lavata per 3 giorni, dormivamo in una scuola con sacco a pelo buttato per terra. no in realtà per terra no perché io sono arrivata che non avevo ne sacco a pelo ne niente, mi sono fatta prestare sia sacco a pelo, mi sono imbucata nel materassino gonfiabile di un ragazzo, gli ho fregato il cappellino, boh vabè ho fregato tutto alla fine. Eravamo un sacco con sacchi a pelo per terra o sui materassini, c’era il bagno come può essere il bagno del Sobrero, quindi senza docce né niente e non me la sarei nemmeno sentita di rubargli tutta quell’acqua. Eravamo 200 persone, se ci fossimo dovuti lavare tutti questi non si sarebbero più lavati per tutto l’anno praticamente, con l’uso -non so la parola, non mi vengono più le parole-, con l’uso minuzioso che fanno loro dell’acqua. Indi per cui siamo stati tutti belli luridi per tutto il we, mangiavamo tutti assieme, niente di veramente commestibile, il pranzo ce lo facevano le famiglie: noi portavamo la pasta per farcela da soli e poi ovviamente le famiglie insistevano e ci facevano loro da mangiare, cose tutte leggere tipo milanese il primo giorno, pizza, ieri tortilla de patata, della serie cose che dopo aver pranzato avevo voglia di buttarmi e fare la siesta invece no, a scavare, vabè.

É stato veramente bello, poi c’erano delle persone veramente cariiiiine, alcune veramente ammirevoli. sono troppo contenta (l’ho già detto?).

Spero di essere stata abbastanza descrittiva, questa nota vocale è molto lunga, mi dispiace, non so se renderà l’idea, anzi… probabilmente non la renderò e sicuramente le foto non renderanno giustizia, però ho provato a spiegarti un pochino le mie sensazioni e quello che ho provato perché è una cosa che in Italia non puoi vedere. È una cosa magari ti aspetti in Africa, era una cosa che io pensavo ci potesse essere in Sud America e l’ho trovata e mi fa ancora più specie pensare che questo non sia il livello più basso di povertà. che ci siano poveri ancora più poveri dei poveri. che vivono ancora in condizioni peggiori e magari non lo sanno neanche perché ci sono dei paesini del Perù in cui le persone sono totalmente isolate, vivono nel loro.

Wow.

Vedremo.

Vedremo quante altre possibilità avrò di toccare con mano la povertà, di aiutarla, di -nel mio piccolo- essere il cambiamento che vorrei veder avvenire nel mondo.

Scusami per i 17 minuti di nota vocale, però avevo veramente bisogno di condividere con te questa cosa perché non ha eguali, sono felice, grata e quasi un po’ imbarazzata. per tutto quello che ho, per la fortuna che ci ha toccato, perché è semplicemente fortuna: loro sono nati lì, noi siamo nati dall’altra parte del mondo. Che colpe abbiamo? Che meriti abbiamo? Nessuno.

Spero che possano iniziare a sognare in grande anche loro, con un tetto in più sopra la testa.

Scusa per il messaggione, scusami scusami.

Ciao tesoro, mi manchi, spero che 17 minuti bastino per farmi sentire un po’ più vicina.

E smettila di dire che non ci sono, non ci sono stata questo we, ma ti voglio sempre bene.

Basta, stacco…

Sono 18, scusamiiii.

 

   

      

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Piovigginava, lieve – Buenos Aires pt. 5

Era da un po’ di tempo che non mi facevo un pianto liberatorio del genere. Uno di quelli senza senso, stimolati dall’abbandono di un cagnolino in mezzo alla strada in una pubblicità o dalla caduta di un pezzo di prosciutto mentre prepari un toast. Un pianto da pazza, da sbalzo ormonale, da mestruazioni in arrivo, da chi ha proprio bisogno di sfogarsi. Un pianto gratuito, sul letto, nella tua cameretta, in silenzio, con il moccolo al naso e versetti da bambina.

Ho casualmente trovato un articolo che parlava della fidanzata di Tim Bergling (Avicii), con la quale aveva una relazione mantenuta nascosta al pubblico perché fosse solo loro. Ora è di dominio pubblico, l’ha resa pubblica dopo essersi resa conto che lui è morto davvero. Sognavano insieme di apparire solo quando avrebbero messo al mondo un figlio, solo quando qualcosa li avrebbe legati per sempre indissolubilmente, come solo un pargolo può fare, più di qualsiasi anello, più di qualsiasi promessa. Qualche giorno fa Tereza ha pubblicato un video collage di fotografie di loro 3, loro due ed il figlio di lei avuto da una precedente relazione con cui Tim aveva una relazione praticamente paterna. Al video muto sono susseguite 13 fotografie, 13 screenshot di una lettera non semplicemente a piedi nudi a cuore aperto, come la chiamerei io, ma a piedi infangati, insanguinati e cuore a brandelli, putrefatto. Una lettera piena di amore, incredulità, paura, nostalgia e malinconia, che mi ha fatto riversare tutti i liquidi che avevo in corpo sul cuscino.

 

Forse avrei dovuto farlo prima, correre, piangere, prendere a pugni il muro e urlare a squarciagola. Lasciarmi andare ad un po’ di sana e meritata angoscia.

Forse dovremmo concedercela tutti, una rigenerante via di fuga. Ogni tanto, dovremmo aprire quella porta che collega la nostra anima al nostro corpo ed il nostro corpo all’esterno, al vacio celestial. Per lasciar evaporare, come in sauna, le tossine in eccesso, i brutti pensieri, le tristezze, le paure e ricaricarci. Per lasciarli nei fanghi come farebbe Litt o per prenderli a pugni come farebbe Specter.

 

Ho sempre predicato la gioia, l’amore e la pace nel mondo. Ho sempre cercato di essere la soluzione e non il problema, di guardare il lato positivo, di sentirmi una roccia, di non lasciarmi scalfire, di essere quella forte, il punto di riferimento… stronzate.

Arroganti ed esuberanti prese di posizione di una ragazzina impaurita e corazzata, che alza muri ed indossa protezioni per affrontare ogni problema, finché non rimane in mutande, in braghe di tela e non le resta che piangere.

 

È stato un mese difficile, forse più di un mese in realtà. Ho avuto paura. Una paura fottuta di non stare bene. Un timore nemmeno troppo fondato, forse dettato dal senso di colpa oltre che dalla leggera ipocondria da cui mi sono fatta prendere.
Ho iniziato ad interpretare ogni dolore come un sintomo, ogni sintomo come una punizione e le mie azioni come un insieme insensato di scelte prese a caso, per dimostrare non so cosa a chi ed a me stessa.

E invece l’unica cosa che dovevo interpretare, poi me ne sono accorta, ero io che a gran voce mi dicevo di fermarmi, di tornare a nuotare, di smetterla di galleggiare sulle acque della mia stessa vita.

 

È successo che due anni fa, quando ne avevo ancora 20, appena tornata dal mio Erasmus, in fretta e furia mi sono laureata. Il giorno dopo, ancora in clima di festa, sono partita con Monse e Pedro per la Sardegna. Abbiamo raggiunto Ilenia e girovagato per l’isola per una settimana. In direzione Tuerredda, all’ora del tramonto, con l’odore di pesce sotto al naso, la giacca di jeans di mamma e la spensieratezza di quel periodo, ricevetti una mail. Un professore della triennale che aveva chiesto a Lucia i miei recapiti mi scrisse poche significative parole che ho custodito fino ad oggi.

Diceva più o meno così:

 

“È ovviamente scontato farle i complimenti, già sa la profonda stima professionale che ho nei suoi confronti.
Ma leggere le sue parole su Internet, per caso, appese ad un filo di sole invisibile e vive come un acrobata incerto tra la banalità e la perfezione, mi ha lasciato di sasso. Di pietra e di sasso. Di rado ho letto, in una persona così giovane soprattutto, un talento simile, che forse nemmeno io possedevo alla sua età.
Non butti via la sua ricchezza, perché il mondo (e quindi tutti, e quindi anche io) ha bisogno di persone come lei: profonde come una cicatrice, talvolta dissacranti, ma piene di rune e di luna.
Mi ha fatto piacere conoscerla.”

 

La mia risposta non si fece attendere e nemmeno la sua, alla quale seguì un’altra mail di cui, purtroppo, mi rimane solo uno screenshot che mandai a Vincenzo.

 

“La saluto con due raccomandazioni culturali, che so saprà apprezzare (se già non le conosce): il Walden di Thoreau e Unthought Know dei Pearl Jam”.

 

Due mail una più bella dell’altra, che mi hanno riempita di gioia e di orgoglio, quando in realtà avrebbero dovuto riempirmi anche di motivazione. Non ne ho mai fatto l’uso appropriato, lasciandole in disparte nella sezione Speciali di Gmail. Ero in vacanza, non avevo il computer, non era il momento scaricare quella canzone e nemmeno per andare a comprare un libro. Sono stata superficiale, proprio quella parole che non mi piace mai sentir pronunciare ad Ale.

 

L’estate è finita, ho cambiato università, sono andata a vivere a Milano, Alessandria è rimasta da parte, ho vinto la borsa di studio, sono partita per Buenos Aires, ho viaggiato per l’America Latina, sono tornata a Buenos Aires, sono ripartita per il Cile e solo a quel punto sono ritornata al punto di partenza.

 

Non ero a conoscenza del fatto che Eddie Vedder, cantante che amo, di cui amo le colonne sonore da solista e che è sempre stato presente nella mia playlist, giusto al secondo posto rispetto a Bon Iver, fosse il frontman dei Pearl Jam. In teoria una cosa viene prima dell’altra, ma io ovviamente conoscevo l’altra. Superficiale.
Mentre annullavano l’ultimo giorno del Loolapalooza a Buenos Aires e Edward tornava a casa senza essersi esibito, io scoprivo che lui era il cantante dei Pearl Jam.
Così, qualche settimana dopo, al momento di uscire di casa per camminare un po’ sotto la pioggia e piagnucolare su quanto fossi in ansia per la mia condizione fisica, cercai quella mail, per scaricare quella canzone.

“…il Walden di Thoreau e Unthought Know dei Pearl Jam”.

 

Le pareti piano piano hanno iniziato ad oscillare.

 

La settimana precedente ero stata in Cile, durante qualche giorno di relax a Viña del Mar io e Ale ne abbiamo approfittato per finire Merlì, la serie catalana che racconta le dinamiche di una classe di un liceo di Barcellona, incentrandosi sulla vita del loro professore di filosofia. Abbassando sul piano attuale e semplificando alcuni concetti espressi dai più sommi filosofi, il Bergeron ha riacceso la liceale che era in me incuriosendomi, con una citazione di Thoreau rivolta ad un alunno:
“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto.”

Una frase che incuriosirebbe chiunque, che insieme ad un tweet di un professore un po’ moderno, di matematica, che trovate sotto @orporick che diceva “In mezzo a un mondo di chiassosi, superficiali attori, è nobile stare in disparte e dire – Io voglio semplicemente essere -” Da una lettera Di Harrison Blake a Henry David Thoreau del 1848, mi ha convinto a cercare quel Walden, ad andare in biblioteca e portarlo a casa.

 

Ero su una delle sedie rosse del salotto, con Walden nella borsa e Unthought Know nella playlist, le pareti oscillavano, fuori pioveva, non sapevo cosa mi stesse succedendo, ma avevo capito. Con due anni di ritardo, avevo la mia vita tra le mani, nuda e cruda, fatta di certezze e paure, umana come ogni altra vita, a quel punto un po’ più consapevole.

Il mondo ha fatto dei giri strani, forse qualche piccolo Jake o qualche Amelia hanno toccato i fili della sequenza per farmi inciampare in qualcosa che mi avrebbe fatto bene, che mi avrebbe aiutata, in qualcosa che già una volta mi era stato segnalato ed io avevo ignorato.

Mi è parso di aver perso un sacco di tempo, quando in realtà, forse c’è un momento per ogni cosa e davvero se qualcosa dev’essere sarà.

 

Io sicuramente dovevo leggere Walden ed ascoltare i Pearl Jam, mentre mi rendevo conto di cosa significasse il mio vagare, di quale fosse il mio scopo ultimo: trovare la mia dimensione, il mio spazio vitale, il bello che mi fa stare bene, in me stessa però, non in un luogo preciso, ma dentro.

 

Ho avuto paura ed ho scoperto dove finisce, tutta. Immagino che ci sia un posto, dentro ognuno di voi, in cui accumulate lo stress, l’ansia e la paura. Come i brividi per qualcosa d’impressionante arrivano dalle chiappe, quelli di freddo risalgono la schiena, quelli d’emozione prendono le braccia. Così ho scoperto che tutta l’ansia che non sapevo nemmeno potessi provare era rinchiusa tra l’ombelico e l’esofago, lì, nella mia pancia.

Ancora non se n’è andata, magari è in compagnia di qualche virus intestinale preso in una capanna sulla spiaggia in Colombia o in un water all’aria aperta a 4500 metri sulle Ande, magari invece è sola soletta.

Io anche, sono in solitaria nella mia stanza con il computer sulle gambe e la tranquillità nel cuore. In solitaria non significa sola, so di non essere sola, eppure ho imparato ad arredare ed apprezzare ogni tratto della solitudine, rendendola quasi necessaria, quasi un rituale di amor proprio. Questo l’ho imparato grazie ad Alessia, persona splendida che con me ha condiviso tutto questo viaggio, con la sua personalità totalmente opposta rispetto alla mia, con la sua introversione che la rende una perla preziosa da trovare.

 

Mi sono sempre saputa vendere bene, ma ho peccato in tanti aspetti che è ora di correggere.
Fin da bambina non ho mai finito un diario, iniziavo, scrivevo due pagine e poi basta, eppure potevo dire di avere un diario segreto. No, non avevo un diario segreto, non parlavo con il mio diario, facevo finta per qualche giorno e poi lo abbandonavo per qualcos’altro. Crescendo ho smesso di rovinare i bei quaderni per cose che sapevo che non avrei finito, mi sono ripromessa di smettere di farlo e a tutt’oggi non sono ancora stata in grado.
Non mi piace. Non mi piace sentirmi un’inconcludente, anche se si tratta dell’album dei ricordi di Siviglia, o delle registrazioni per Radio ESN, anzi, soprattutto se si tratta di cose meno formalmente importanti. Sono bravi tutti a fare il proprio dovere, a pagare le bollette entro la scadenza, a mangiare lo yogurt prima che sia troppo tardi, quella è la base, ma tutto il resto?
Quando si tratta di cose formali posso essere intransigente e meticolosa, quando si tratta invece di altri impegni presi con me stessa o con persone a me meno vicine, non dovrei avere lo stesso rispetto? Perché mi perdo? Perché non so dire semplicemente “no” o “no guarda, non me la sento di prendermi questo impegno perché temo di non poterlo portare a termine, mi sto dedicando ad altro”, un sincero e rispettoso “no” per non perdere tempo e non farlo perdere agli altri. E’ così difficile?

È così difficile d’altro canto arrivare puntuali?
Un professore che mi piace, d’investigación de mercados, il primo giorno, per conoscerci, ci ha posto alcune domande stravaganti e curiose. Tra queste c’era “che tipo di persona non ti piace?”, dopo aver lasciato rispondere tutti noi le ho rivolte a lui e la sua risposta è stata “non mi piacciono i ritardatari perché rubano il mio tempo, il tempo è una risorsa scarsa per tutti, se una persona me lo estirpa, mi manca di rispetto e non mi piace”. Mi sono sentita così avvilita, così ladra di tempo altrui, così poco rispettosa nei confronti di chiunque mi abbia aspettata, che quanto meno sto imparando ad avvisare anticipatamente le persone che mi conoscono meno, se non che addirittura ad arrivare puntuale.

 

È così difficile accontentarsi? Fermarsi? Guardare più a fondo quello che ho attorno, invece di crede di conoscerlo, e continuare a guardare altrove?

 

Il mio corpo si è fatto sentire, per dirmi di abbassare i giri del motore, chiedendo un po’ di tranquillità e la mia mente ha iniziato a sentire la necessità di punti fermi, di orari, di abitudini.

Che parola spaventosa eh?
Io che ho sempre pensato alle abitudini come a qualcosa di statico, triste e riservato a chi si accontenta, ora ne vorrei di più.

Non parlo di quelle abitudini a cui non ho mai rinunciato, le belle abitudini come il latte e cereali, la messa della domenica e Santa almeno a ferragosto, ma parlo di quelle quotidiane, settimanali, quelle che in questo momento associo alla stabilità ed alla calma interiore. Una routine d’igiene femminile, latte detergente, tonico, creme. Fare i dolci la domenica, mangiare pizza il venerdì, un hamburger al sabato… ci sono stati anni in cui avevo tante di queste abitudini e non saprei dire se stessi meglio o peggio, ero sicuramente felice, mi ricordo felice sempre dal primo anno di università ad oggi almeno, però ero sicuramente in salute, con un fisico pazzesco che rifletteva la tranquillità interiore.

 

Parliamoci chiaro, non voglio comprare un gatto, lavorare in azienda e smettere di viaggiare, questa non sono io e mai lo sarò, ma tra l’essere una nomade vagabonda che cambia casa ogni 2 giorni ed avere quanto meno una casa c’è quello step, quel gradino che ho proprio voglia di fare adesso. Non in un adesso immediato, ma in un futuro estremamente prossimo, diciamo al mio rientro. Per questo ho avuto voglia di tornare a casa: per mettere ordine, fuori, nella mia vita e dentro di me, per ricominciare con onestà intellettuale e consapevolezza a vivere, da umana, da donna, da Doralice. Senza sensi di colpa, freni, senza vergogna, concedendomi alle paure ed ai giorni grigi, come a tutti gli altri. Concedendomi ai miei 22 anni, come Thoureau al bosco, con 24 dollari, un po’ di libri, tanto da imparare e nemmeno un attimo da sprecare.

 

Ho sofferto, un po’, per una giusta causa: rinascere ancora. E va bene così.

 

Grazie a quel professore, che spero sia ancora un mio lettore e possa essere oggi un po’ fiero di me, un po’ di più.

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14’000 km non mi separeranno da te, CASAle – Buenos Aires pt.3

Mezzanotte passata, in quel di Buenos Aires, mi metto a testa in giù sul letto, appoggiata al muro e faccio due esercizi per la circolazione, guardando Instagram.
Mia sorella ha fatto un video ad un ragno enorme che alberga affianco alla seconda porta di cas… no. Mi rendo conto che oggi sono usciti da quel cortile 126 scatoloni contenenti stoviglie, cornici, apparecchi tecnologici di vario genere, vestiti e la mia vita.
E’ parte anche questo del gioco, ritrovarsi a 14’000 km da casa e doverla salutare, chiudere, inscatolare.
Un giorno diventerà facile, per ora non lo è mai stato.

Quando ero a Siviglia avevo staccato tutto, l’Italia non esisteva più, sentivo te e nessun altro praticamente. 
Qui non è così, ho un sacco di cose in ballo là, la casa affittata a Milano, la nonna, aggiornarmi con le ragazze, rispondo sempre ai messaggi, con i miei tempi, ma rispondo, Fiore che si avvicina ai 18, Arabella che si trasferisce a Genova… 
Oggi hanno fatto il trasloco, casa a Casale è vuota e non riesco nemmeno ad immaginarla. La casa dove sono cresciuta, dove ho fatto l’amore per la prima volta, dove i miei si sono amati, dove hanno fatto nascere Arabella, dove ho festeggiato un sacco di compleanni, rifugio di serate tra amici, ha chiuso i battenti. Con tutti i divani rivolti verso la TV ed i film più stupidi della storia, incontri pomeridiani al piano di sopra, davanti a Netlog, con amiche del cuore che ora sono solo vecchie conoscenze, è stata un po’ la casa di tutti. La casa che ha visto la separazione dei miei genitori, le lotte di davanzale tra mamma e nonna, la porta sul pianerottolo che è stata sbarrata con gli anni, la casa da cui Fiorelisa è scappata, io dopo di lei e ora anche mamma e Arabella. 
Non c’è più nessuno. 
E sento il suo rumore. 
I miei piedi con i calzini che entrano di soppiatto la sera tardi, le luci spente, ma tutto è illuminato solo dalla Torre e dai suoi colori. Prima un giallo fisso, ora sfumature. Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Rintoccano le campane più intuitive della storia e cado.
Lorenzo dice che lì, tra il primo cortile ed il Pantagruel, c’è lo scorcio più bello di Casale. Quello scorcio che io ho sempre potuto comodamente ammirare dal divano di casa mia.
Posso sentire le risate provenienti dalla cucina, le urla dei miei, il profumo delle ultime lasagne al pesto cucinate da mamma, quella sera dopo piscina, il campanello finché funzionava, le mie amiche gridare dal cortile, vedo ancora tutti i ragazzi di ESN dormire per terra, i miei 18 anni, quando mi sono trasferita al piano di sopra insieme alla mattonella di Zac Efron, le cenette con le ragazze, il compleanno di Elena, il mio ritorno da Siviglia, la camera dei giochi con le bimbe, la tenda delle principesse, l’albero di Natale illuminato, le foto davanti allo specchio grande con le piccole ancora sdentate, tappare le orecchie ad Arabella. E prima ancora mamma in lingerie, nel bagno rosa, con il pancione, papà che le fa le foto. La nonna che prepara il pranzo di Natale, cugini da tutte le parti. I cenoni di Natale con gli insegnanti della scuola. I maghi ai compleanni delle bambine. Arabella e la piccola Franci, tutte le lotte perché potessero giocare insieme. Dormire nel letto di mamma, prima di partire. Bigiare nascondendoci al piano di sopra, senza che la domestica ci scopra, tecnica collaudata e poi ripresa da Fiore qualche anno dopo: il sangue non è acqua. La tesi, rinchiusa in casa. Mia sorella che nasconde tutti i manga dentro la caldaia. L’armadio dei regali. Windows 98. Tommi ed Edo in cortile. I Fendi al completo in complotto sul divano. La testa dell’orso quando non era nel baule di Simo. Pizza da me? Colazione a domicilio. La messa della 10.30, la domenica, svegliando tutti chiudendo il portone. Quella maledetta bottiglia di Fragolino che presi dal tappo ammaccando la piastrella della cucina. Gli album delle fotografie, impilati in ordine cronologico, da toccare con cautela. Intrufolarmi nel letto con Ara e Fiore, la domenica, per svegliarci ed infastidirci. La mia nuova cameretta tutta rosa, sfrattando quella dei giochi. La musica del Pantagruel dalla finestra, il profumo di Maria. Grace che ci viene a trovare. Le macchine al pascolo. I ponteggi fino al campanile, arrampicarsi insieme a Clelia ed Ylenia, per il tramonto più bello. Piadina o Kebab? Ancora uscivamo tutte assieme. Agnese che la sera prima dell’esame di maturità viene da Falde a sentire il discorso, perché io ero in pigiama ed agitata. Ale e Je in gita con me. Pedro e Monse, dal Messico a Ceuta, a Casale Monferrato. Tutti i miei più grandi amici di Santa a prendere multe per i miei 18. Ciotti, immancabilmente fan della notte di Halloween casalese. Gli anni in cui si regalavano sempre i poster da appendere, finché, un bel giorno, non mi è stato regalato un planisfero.
I ricordi arrivano a fiumi e mi travolgono. Potrei continuare a scrivere per tutta la notte.

Il mondo le cambiava attorno.
Giovannacci chiudeva, la locanda Rossignoli riapriva, il barbiere mancava e Falde arrivava, il profumo di Krumiri in sottofondo.
E noi crescevamo.

Sto annegando nelle lacrime. 
Non posso immaginarla. 
Non posso immaginarla vuota. 
Non posso immaginare di non averla salutata per bene. 
O forse meglio così, la ricorderò intatta, piena. Colorata, come quando studiando arrivava il riflesso della finestra sul tavolo della cucina, nero, che dava modo di vedere anche l’azzurro del cielo. 
La casa in cui ho preparato tutti gli esami importanti della mia vita, da quello di terza media, alla laurea… 
Ci sono lati positivi e negativi dell’essere una zingara. Stasera, ora, dopo aver visto le storie di mia sorella, felice del suo nuovo inizio, di un nuovo posto da chiamare casa, sento la nostalgia della mia, che non c’è più definitivamente. 
Vuota, mi aspetta, perché raccolga le mie ultime cose e la chiuda, per sempre, insieme a quella bambina che a 8 anni ha messo piede a Casale, a quella ragazza che aveva trasformato la cucina nell’ufficio di Stay, a quella ragazza cresciuta che ora forse dovrà diventare donna a tutti i costi. 
Tornerò e non solo mi toccherà laurearmi un’altra volta, ma anche chiudere e salutare per sempre la casa della mia infanzia, adolescenza e gioventù. 
E allora scusami, ma non riesco proprio a smettere di piangere.
Che colpo al cuore.
Che naufragio. 

In bocca al lupo alla principessa, che tutte le vecchie rinunce siano solo futuri guadagni in termini di sorrisi. 
Ti auguro un’adolescenza splendida, princi, in questa città nuova, in questa nuova casa. La mia rimane Casale, per sempre.

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2 años después… Erasmus 2.0 – Buenos Aires pt.2

Sono
Passati
D U E 
Anni

Sono passati 2 anni. Davvero? 365×2? Avevo 19 anni quando sono partita? La stessa età dei ragazzi che qui a Buenos Aires mi fanno sentire fuori target?
Ad un certo punto della vita si dovrebbe avere il diritto di traslare il giorno del proprio compleanno o quanto meno i festeggiamenti. Beh, se si potesse, io lo sposterei al 6 settembre: la rinascita. Nasciamo, respiriamo, mangiamo, cresciamo, caghiamo, salutiamo mamma e papà e rinasciamo.
Io sono rinata ad Alessandria, quando ho montato il mio primo divano letto Ikea, di nuovo l’anno dopo, quando ho firmato il mio primo contratto per l’appartamento in via Milano, per poi dover rimettere in gioco tutto, in terra andalusa.
No signori, dopo 1 mese e mezzo nel paese di Maradona, dell’asado e delle empanadas, ve lo posso dire: nulla è come il primo Erasmus.
Non sputo nel piatto in cui sto mangiando, lunge da me un simile affronto a questa città che ha tantissimo da regalarmi, soprattutto ora che si avvicina la primavera, ma è tutto diverso.
Ormai due anni fa sono partita con la valigia vuota, il cuore spalancato, tuffandomi di testa. A Siviglia ho trovato me stessa, amicizie sconfinate, il paradiso in terra, ho capito che direzione prendere e quando sono tornata mi sono anche resa conto di chi ci sarebbe stato al mio fianco. Tornare però non è stato facile. Staccarsi da quella città era un po’ come staccare la pelle dopo una scottatura: non viene mai via tutta e lascia il segno. E tutti ti avvisano: “metti la crema”, “è l’esperienza più bella della vita”, ma tu ti convinci, è solo la prima di tante, è il trampolino di lancio, però te la godi. La assapori, la bevi, la assaggi, fino all’ultimo respiro, all’ultimo goccio, all’ultimo chilo.
Tornare è una doccia fredda.
Le lacrime che versai l’ultimo mese non le ho versate in tutta una vita.
Ed è per questo che ripartire sarà sempre diverso, non per forza più brutto, meno entusiasmante, ma diverso.
Dopo la reticenza iniziale ho lasciato entrare Milano, come si dovrebbe fare con Ascanio, fin sotto la pelle, fino a sentirne la mancanza adesso che non sono lì con lei. Ora che l’estate sta finendo, la sessione di settembre iniziando e tutti tornate alle vostre case da fuori sede, proprio adesso, sono in grado di sentire la mancanza anche dei gas di scarico di viale Zara alle 8 del mattino.
Beh stavo dicendo che, a differenza della prima volta che si fa l’amore, l’Eramsus è davvero buona la prima, perché ti sbatte in faccia così tanti aspetti di te stesso, del mondo, delle persone che ti amano, in ogni fase del percorso, che alla fine tutto è diverso.
Sono partita per Buenos Aires consapevole di quello che stavo lasciando a casa. A Siviglia non lo ero. 
Pensavo che il mondo si sarebbe fermato, che nulla sarebbe cambiato e mi sbagliavo.
Sono qui e non sono lì, ma lì, per quanto m’illuda che il mondo vada più piano, mia sorella inizierà il liceo fra una settimana, qualcuno risponderà alla call da RL, Fiorelisa diventerà maggiorenne, la SWEP sarà a Milano, mia mamma inaugurerà la casa a Genova, Je e Ale si trasferiranno, Bea amerà sempre di più Carpi, Elena è già tornata, Marta partirà, Filippo è già ripartito, Betta anche, la Fanga continuerà a spaccarsi a Bergamo, Lollo delizierà solo Franci con le sue cenette vegetariane, papà ha già prenotato tutte le partite di Champions, la nonna si avvicinerà ai 90… E io non ci sarò.
Non importa quanto possano evolversi le tecnologie, quanti pixel abbia la tua fotocamera interna, quanti punti neri ti riesca a distinguere con un selfie, se non ci sei non ci sei. E io non ci sono, di nuovo.
Quando pensate che partire sia da egoisti, non credete che non ci sia un risvolto della medaglia. Un costo-opportunità. C’è sempre ed è caro, spero non carissimo.
Così cerco di essere più presente possibile, questa volta, di far preoccupare le persone, ma non troppo, per ora. M’impegno.

Abbiamo mandato l’application per un’associazione che raccoglie viveri da imprese, supermercati e privati, una di quelle cose assolutamente illegali in Italia che invece risolverebbero molti problemi di fame nel mondo. Venerdì andiamo a conoscere i ragazzi ed a farci conoscere, lunedì iniziamo. Quando ho detto ad Ale “se va bene la entrevista lunedì iniziamo” si è messa a ridere, come se effettivamente ci potessero snobbare anche le ONG.
Mi sono anche candidata per aiutare nella costruzione di una casa a novembre, se Ale non viene le tiro un mattone.
Ho pagato il mensile di yoga, andrò tutti i lunedì, per iniziare bene la settimana e perché mi piace molto la sede del lunedì, la via si chiama Ciudad de la paz e già questo dovrebbe bastare a farvi capire il livello di serenità che m’infonde tutto l’insieme.
Stasera, comodamente dal divano – si, anche qui sono arrivati questi mezzi altamente tecnologici – ho pagato anche il box, 3 mesi, 2 volte a settimana, fino a dicembre escluso. Sono tornata al box settimana scorsa, dopo 2 anni di stop è ancora mi chiedo se il fatto che l’addio me mi faccia così male sia dovuto alle mestruazioni o all’allenamento di venerdì scorso.
Ho anche provveduto ad un piano d’attacco per lo studio, dando inizio al famigerato tour itinerante delle biblioteche che ho deciso di riproporre a me stessa (ed al pubblico di Instagram) dopo l’enorme successo che ha riscosso (ai miei occhi) a Milano. Forse ne uscirò viva.

Sono andata al parco, il 31 agosto, dopo l’ultimo post, a stilare proprio questa lista di propositi, di obiettivi, di mete da raggiungere. Per me stessa, per gli altri, per investire il mio tempo, riassumendo l’elenco era questo:
1. Studio
2. Lezioni
3. Yoga
4. Crossfit
5. Fondazione
6. Blog
7. Exploring 

A colpo d’occhio sembrava un programma troppo ambizioso, a giochi fatti mi sono resa conto che 24 ore sono davvero tante.

Non sarà Siviglia, non ho più 19 anni, magari scelgo di mangiare sano, andare a dormire presto ed investo il mio tempo in maniera diversa, ma pensò che faccia tutto parte del pacchetto. Ogni esperienza è fatta a modo suo. Ogni luogo, ogni persona, noi, siamo pongo.
L’importante?
Andare a dormire con il sorriso, presto o tardi che sia.
Ma soprattutto, che manchino ancora undici mesi e che basti un giorno per ribaltare completamente tutto.

P.s. Il punto 6. sarà oggetto di nuove discussioni, stay tuned.
P.p.s. Qui trovate il post di esattamente 2 anni fa: http://doralicebosio.com/2015/09/cuaderno-de-viaje-dia-1/

Buona giornata Erasmussini.

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Qual buon vento – Buenos Aires pt.1

Ho appena finito di vedere un film bellissimo, si chiama “The Intern”, “Lo stagista inaspettato” in italiano. 
Vado a dormire con il buon umore, domani è l’ultimo giorno di agosto e ho grandi progetti. 

Voglio che questa esperienza sia diversa, arricchirla e arricchirmi, quindi farò un elenco di propositi mensili, degli obiettivi, dei goal. Siamo ancora giovani, possiamo reinventarci, scoprire, curiosare, provare.
Io inizio da qui. 

Sono andata a lezione di yoga lunedì e hai presente come le fanno vedere nei film? Luci calde, musica da yoga, incenso, a metà tra il sacro ed il profano? Beh è proprio così, è un culto, è un rito, è come una preghiera, però non è sufficiente avere le mani giunte. Per pregare in yoghese devi metterci tutto te stesso, abbandonarti completamente, lasciare veramente fuori dalla porta tutte le preoccupazioni, cercare dentro di te le soluzioni più semplici, prendere contatto con il tuo corpo e con te stesso. 
E poi la meditazione. 
Hai presente quando dicono che solo una persona veramente devota è in grado di galleggiare nell’aria e alzarsi e svolazzare a gambe incrociate? Beh a questo livello non sono arrivata, però la meditazione è stato qualcosa di veramente extra corporeo, un’illuminazione. Il mio corpo era lì, sdraiato in maniera disordinata su quel tappetino, il cuscino sotto al ginocchio, una copertina in pile bianca, una mascherina con i pallini sugli occhi, ma io ero da un’altra parte. Il mio corpo era leggero, morbido, fluido e mi lasciavo trasportare dalla melodia, disarmata. Come quando da bambini ci cantavano la ninna nanna o ci raccontavano una storia, ecco, quello era il livello. E credimi, per raggiungere quella sala di yoga c’è un cavalcavia degno delle peggiori zone di Caracas (poi te lo dirò se fanno veramente così paura i bar di Caracas), nonostante sia abbastanza centrale, le luci calde delle vie di Buenos Aires non sono così rassicuranti. Anzi. Sono il set perfetto di un film horror. Soprattutto perché è facilissimo passare dalle vie delle strade principali, illuminate a giorno, al buio caldo e soffuso.
Beh, dopo quel cavalcavia, più in basso dell’altezza della strada, c’è il numero 40, una porticina e una ragazza gracile con lo smalto nero che, aprendo la porta, la prima volta che ti vede, ti bacia. Si, ok, qui lo fanno tutti, ma lei ci ha messo più amore.
Ecco, insomma, proprio lì dentro, in un posto forse tetro, mi sono sentita al sicuro e disarmata come nella culla della principessa dove io e le mie sorelle siamo cresciute a suon di Fra Martino e racconti di mamma e papà. 

Non sono ancora convinta, probabilmente farò Crossfit due volte a settimana e yoga una sola, come se fosse un premio, un regalo a me stessa. Questo lo pianificherò domani, prima che arrivi settembre.

Tornando al film, basta che tu legga la trama per capire perché mi sia piaciuto. Una cucciola randagia intraprendente, di cuore, indaffarata, nevrotica, amorevole, che impara a fidarsi davvero, sotto l’ala dell’esperienza, della vecchiaia, della calma, ha trovato il suo yoga in De Niro. E cosa non meno importante ha lanciato una start up della madonna (lo devo mettere maiuscolo? In realtà non volevo essere blasfema, solo l’avrei detto così se ti avessi avuto qui davanti. Se ti avessi davanti muoverei anche le mani come una matta, con i palmi aperti, toccando il cruscotto, facendo disegni nell’aria e questo era un inciso ecco).

Buenos Aires è bella, mi ricorda Milano al principio, quando sono arrivata e dovevo imparare ad amarla. In realtà non assomiglia per niente a Milano, è il mio modo di guardarla che mi ricorda gli occhi che mi hanno accompagnata, quelli primavera/estate 2017. 

A proposito di collezioni, oggi sono andata ad un incontro splendido in Università, era una “charla” che qui è un modo molto conviviale di chiamare una conferenza, potrebbe essere l’equivalente di workshop, ma in realtà è un finto workshop come sempre tranne che alle school, però questo è troppo ESNenniano quindi non lo capiresti comunque. Il titolo era “la comunicazione della moda – la trasformazione del linguaggio della moda nella contemporaneità”, c’erano 3 giornaliste che si sono dovute reinventare con l’arrivo di internet, dei blog e poi di Facebook e di Instagram e di tutto quello che uso io insomma. Davano una visione ampia anche sulle nuove posizioni lavorative che sono nate sull’onda del web, tutto molto bello di conseguenza ho pensato che nel secondo semestre potrei cercare uno stage.

Se in Spagna mi aveva dato un grande aiuto a capire cosa non volessi fare nella vita, magari in questo emisfero l’impulso potrebbe essere in direzione opposta!
Ma questo rimane un buon proposito per il prossimo semestre, quindi non mi devo portare troppo avanti, va nel box del lungo termine.

A proposito, oggi sono anche tornata al box. Ovviamente non nel mio bellissimo dietro alla Sogegros di Alessandria, bensì ad uno nuovo porteño, si chiama BIGG ed è molto più metropolitano, ciò nonostante mi ha dato modo di confermare il mio sospetto: un ampio campione di segretarie delle palestre oltre che un dito in culo ha anche un leggero ritardo mentale. 
Sorvolando sul dettaglio, sono abbastanza stanca, anche se non si direbbe dall’orario e ho tutte le parti appuntite del corpo ustionate dallo sfregamento (sono sicura che ci sia una parola che indica gomiti e ginocchia, ma non riesco proprio a ricordarla). Beh non serve nemmeno dirlo, dopo Crossfit mi sento rinata, orgogliosa e fiera di me stessa, soprattutto completando il pomeriggio merendando (perché non esiste anche in italiano questo verbo? Lo voglio importare, è il mio preferito) con una banana. 

Ok, sono sicura che a questo punto, quando domattina leggerai queste righe, inizierai a pensare che stia nuovamente partendo per la tangente (o forse non sono mai stata dritta) però (ok sicuramente sono sempre stata un po’ stranina) in realtà ho solo voglia di riassettare tutto, di raddrizzare un po’ questa tangente e guardare, a porta spalancata, non dallo spioncino, il mondo e me stessa al suo interno.

In realtà avrei voluto anche parlarti del fatto che qui girano veramente tante droghe, di qualsiasi tipo e sai che c’è? Che non ho più voglia nemmeno di motivare il perché non bevo, di rispondere alla solita cantilena “Ma davvero?” “Ma perché non ti piace o…?” “Ah quindi sei astemia?” “Ma hai mai provato?” “Nemmeno la birra?” sorrido, “scelte” e giro i tacchi. Non mi piacciono quegli occhi da scienziati che osservano un topo in gabbia, io non sono in gabbia, saranno le vostre le gabbie a forma di bottiglia! A me fa cagare anche la coca cola, non mi sforzerò di certo per farmi piacere qualche intruglio schifoso di quelli lì che ti servono in discoteca. Perché poi? Va bene così. Se sono presa male sto a casa, se non mi diverto me ne vado, se sono stanca bevo un te, se ho paura sudo freddo, se non ho il coraggio di fare qualcosa stringo i denti. A me va bene così. Mi piace sentire tutte le emozioni, vive, ustionanti, sulla pelle, nella testa, fino al cuore.

Dovrei aggiungere qualche dettaglio sulle persone che ho deciso di frequentare, su quelle che invece saluto dopo cinque minuti e su quelle che mi hanno già accolta nel loro mondo. Vorrei anche dirti alcune cose sulle associazioni e su un volontariato diverso da quello al quale sono abituata, ma devo ancora approfondire l’argomento, quindi per ora mi fermo. Lo appunto, così me lo ricordo al prossimo giro.

Credo che ad aggiornamenti per oggi siamo a buon punto. Avevo bisogno di svuotarmi un po’ e lo yoga non era forse sufficiente, non fa rumore e io sono una casinista. 
Ma mi placherò un pochino, sarà nei propositi che stilerò domani, ti aggiorno!

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Con la M di Milano

Nessuna foto avrebbe reso giustizia al cielo di Milano, questa sera.

Mi sono dimenticata di caricare il telefono, non ho nemmeno la musica da infilare nelle orecchie, posso così assaporare ogni metro percorso, insieme al mio piccolo scooter. Il rosa si dirada sopra al quartier generale della Pirelli, il viola rimane dietro la collinetta dei ciliegi. Respiro tutto: dal calore delle marmitte, al profumo delle panettiere, al sole che tramonta e riesce ancora ad illuminare la pelle, dai cambi di temperatura tra un semaforo e l’altro, al vento tra i capelli sulla sopraelevata.

Mi fermo e penso che tutto è iniziato con i tramonti, tutto. 
La Milano invernale non lasciava spazio a questi colori, ma da quando sono usciti allo scoperto è entrata anche in me e da lì è stata una grande discesa, fin troppo semplice. 
Milano non è facile, non può essere un amore a prima vista. Non è a misura d’uomo come Torino, come Siviglia, non è a pianta romana come la maggior parte delle città europee a cui siamo abituati. Milano è un lavoro, è un’onere ed un onore. Sa farsi amare, ma bisogna avere pazienza, bisogna essere tenaci, credere in lei, aspettarla come si aspetta che i fiori sboccino in primavera, per vederla nascere e rinasce. Per farla propria.
Ed ecco che, contro ogni pronostico, la chiamo “casa”.

In questa serata, in questa settimana un po’ malinconica, dopo 5 giorni splendidi passati al mare, tornare e segregarsi in biblioteca è stato impattante. Fare chiusura giusto in università, uscire alle 21.30 ed essere travolta da tutte queste sfumature, gustarsele, arrivare fino a San Siro, con il sole dietro allo stadio, il Meazza illuminato a giorno, i paninari, i primi concerti estivi, gli uccellini che cinguettano, una leggerissima brezza estiva che sembra quasi aria… mi ha ricaricata.

Entro in casa con il sorriso, non ho nulla di cui potermi lamentare: la vita è bella, oggi ancor di più.

Buonanotte.

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Only the sky is the fucking limit. Goodbye M.

Finisce qui. Finisce così.
Non so perché senta questo bisogno incessante di suggellare momenti di questo
tipo, non so perché non sia cinica e acida 24/7 e mi lasci andare anche a
questo tipo di sensibilità.
Aspetto che la Poli sia girata, raccatto le cose e lascio
che questa porta antipanico Cisa si chiuda dietro di me. Spingo me stessa,
insieme alla sua maniglia rossa, lasciandomi dietro un anno di vita.
Finisce qui, finisce così il mio primo anno di magistrale,
il mio primo anno di lezione in Bicocca, il mio anno di domicilio a Milano.
Lascio in quell’aula 29 dell’U6 un pezzetto di cuore, tutto il resto l’avevo
già lasciato, mezz’ora prima, nella 26, insieme a Lucia ed al suo seminario
pieno di entusiasmo e di coraggio.
Simo dice di non piangere, che sto solo diventando grande,
ma io non so fare altro che disubbidire e corro sulla collina dei ciliegi ad
irrigare il prato con le mie lacrimucce.
È stata una scelta sofferta, ad esclusione, che mi ha
stressata tanto. Ho sognato Milano per anni, ma dopo Siviglia non la credevo
più conforme alle mie esigenze, non la volevo più. Invece, per assaggiare un
po’ di quello che, forse, vorrò essere, era l’unica possibilità congeniale.
Si è fatta odiare, insultare, ammirare ed amare. Sullo
sfondo c’è sempre stata l’università, una nuova università, diversa, rosso
mattone, con le aule in verticale, con troppi compagni di corso, con gli
edifici dislocati su una superficie immensa, in una zona del cavolo.
Finisce qui, finisce così. In una giornata di sole, dopo una
lezione originale che ci ha commosso, spronato, invogliato a credere in noi
stessi, a superare i nostri confini, a salire i gradini della nostra scala. Ed
è quello che ho deciso di fare, è il motivo per cui sono venuta in questa
Milano: per cavalcare la mia onda, per la vista dal gradino più alto, per
lanciarmi dal trampolino. Mi lancio tra 1 mese e mezzo, con un volo di 16 ore
diretto a Buenos Aires che ho sognato, desiderato, scelto con tutta me stessa.
L’ho fatto pensando che il tragitto non sarebbe stato così emozionante, che non
mi avrebbe portata fino a questa collinetta a pensare a tutto quello che,
ancora una volta, egoisticamente o coraggiosamente, lascerò qui.

“The sky is the limit. Per quello che siamo dobbiamo ringraziare Dio, ma quello
che diventeremo sarà tutta farina del nostro sacco. Cadremo, basterà
ammetterlo. Sbaglieremo e ci rialzeremo. La fiducia è come l’amore, dev’essere
reciproca per funzionare. Dobbiamo imparare ad ascoltare, prima ancora di pensare
a cosa dire. Senò perché ci avrebbero fatti con due orecchie ed una sola
bocca?”

Finisce qui, finisce così, anche se mancano ancora troppi
esami, finisce comunque. Niente più risata di Cecilia, niente più rossore e
proposte di Chiara, niente più ticchettio di unghie di Marta sulla tastiera.
Fine degli interventi di Vinz, del total black di Carlo, basta sguardi d’intesa
con Vale, basta shekerate con Ale. Non ho creato molti legami in classe, ho
conosciuto tutti, mi sono fatta conoscere da tutti, ma ho approfondito davvero
pochi rapporti, ne ho consolidati alcuni, ma il mio cuore è andato subito al
-1, vicino alle macchinette, in quel locus puzzolentus che è l’ufficio di ESN.
Non so quantificare se mi mancheranno di più le persone, la routine, il nervoso
o la gratitudine negli occhi degli Erasmus, non riesco a misurare. So per
esperienza che ogni scelta è un maledetto trade off, che per fare qualsiasi
cosa devi rinunciare almeno ad un’altra. Sono qui a scrivere e non sono all’EN
e mi si stringe il cuore, per un’idiozia. Sono qui a piagnucolare e non sono in
Feltrinelli a studiare. Andro a fare merenda con Baboz e continuerò a non
studiare. Insomma, ho scelto l’Argentina ed il peso si è sentito subito, non
solo sulle mie spalle, ma anche su quelle di chi mi si avvicinava, di chi mi
era già accanto, un pochino, non troppo, non sia mai che ci si scotti e poi
come si fa con tutta quell’acqua in mezzo?
È arrivata la primavera, Milano è sbocciata ed io con lei,
ho accorciato i pantaloni ed aperto il cuore. Ho respirato il suo smog ed
assaggiato i suoi parchi. Ho corso in moto, ho corso a piedi, mi sono lasciata
travolgere. Ho spiato i suoi cortili, assaggiato l’asfalto, collezionato
biglietti da visita.
Ho chiuso gli occhi, nei sedili posteriori, lasciandomi investire
dall’aria fresca della sera, dalle voci di Je e Ale che cantano, in uno dei
nostri tipici e banali giretti. Ho chiuso gli occhi e li ho immaginati in
un’altra casa, con altri coinquilini, nuove abitudini, nuovi posti in cui
correre, nuovi supermercati in cui fare la spesa. E ne ho già sentito la
mancanza. Ho chiuso gli occhi per tenere dentro tutta la gioia, per non
lasciarla scappare, per fermarla qui ad aspettarmi.
Finisce qui, finisce così, anche se manca ancora un mesetto,
anche se nel 2018 tornerò, anche se questa università deve ancora vedermi con
la corona d’alloro, anche se forse è solo l’inizio.
Me lo sono chiesta, se fosse giusto fermarmi. Mi sono detta
che non era ancora ora, che me ne sarei potuta pentire poi, che se non l’avessi
fatto ora, non avrei mai più avuto la possibilità. Magari sì, ma non con questa
serenità, non con quest’età, non con questa leggerezza.
Oggi non mi sento leggera e non sono sicura di sentirmi
leggera tra un mese e mezzo.
Arabella andrà al liceo, Fiorelisa cambierà colore di
capelli, inaugureremo la casa di Genova, ci sarà un nuovo board, arriveranno
nuovi Erasmus, due nuove welcome weeks, 4 PN, 1 AGM in Costa Brava, 1 altro EN…
Ed io dove sarò? A Machu Pichu? Sui ghiacciai della Patagonia? Al Carnevale di
Rio? A festeggiare i morti in Messico?
Sì, sicuramente sono egoista, ma non leggera, questo no.
Mi mancherete.
Mi mancherà la buonanotte di Je, nel dormiveglia, Alessandro
che passa a salutarci prima di andare a lavoro, gli uccellini di San Siro che
mi svegliano, il latte dell’Esselunga che riempie il frigo, il “buongiorno”
sorridente del Gianni, la pedivella del Phantom, la voce metallica della Lilla,
salutare i guardiani senza essere ricambiata, le uscite di Brondoni, la
gratificazione di ESN, le assemblee, tornare a casa distrutta, tutti voi. Mi
mancheranno le cene con le scatolette, le brioches di Panini, i pranzi con
Anto, incontrare Marta per caso in biblioteca, la biblioteca, la Feltrinelli, la terrazza di Corso Como, i tramonti dietro Ponale, sul
ballatoio del 7° piano, dietro l’Arco. Mi mancherà San Siro illuminato a giorno
dalle luci dello stadio. La nebbia. No, forse quella no. Oppure sì. Mi mancherà quest’aria di primavera, i panzarotti, i 23 semafori che mi separano dall’università, le 16 fermate di metro prima di Ponale, le scene da frettolosi impazienti, le battute dai finestrini, voi.
Mi mancherà tornare a Casale qualche weekend sì e qualche no, poter rivedere le
colline ed apprezzarle come mai prima d’ora, te, loro, le ragazze, i krumiri.
Mi mancherà Santa, Genova, per non parlare delle mie principesse, di mamma, di
papà.
Mi mancherà questo momento, quest’aria sporca, questo verde,
cruzerò el charco per riempirmi ancora una volta gli occhi, il cuore, ma con la
consapevolezza che al mio ritorno c’è un posto nel quale non mi dispiacerebbe
crescere, respirare, sbagliare, cadere, innamorarmi… vivere.
Grazie stronza, sei e continuerai ad essere una grande
compagna di giochi, un bel teatro, un palcoscenico con i fiocchi.
Mi mancherai, Milano.
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L’aria metropolitana di Milano

“Povera Milano.

Povera Milano, i sensi di colpa oggi toccano livelli indescrivibili e mi scuso anche con le città.
Povera Milano, non è colpa tua. Sotto il tuo grigiore nascondi segreti e meraviglie colorate, tutte da scoprire e difficili da scovare, ma incantevoli.
Povera Milano perché ti addosso colpe solo mie, scusami, non è un tuo demerito, sono io che non riesco a colmare il vuoto che mi sono creata attorno, quest’aurea di nostalgia, questa corazza dura che non ti lascia arrivare al cuore.
Povera Milano, è toccato a te, il peso di quest’anno così strano, di queste notti insonni, di questi nodi alla gola. Ti stai sobbarcando carichi che non ti spettano, lacrime che non meriti, insulti generici, banalità sconfinate. 
Povera Milano, non ti offendere, l’unico problema che hai è che non sei Siviglia. Ed è un problema tutto mio.
Imparerò a rassegnarmi.
Un secondo per amare ed una vita per dimenticare. Un secondo per sentirsi a casa ed una vita cercando ovunque di ritrovare quella sensazione.
Avrei dovuto fermarmi?
Già?
Davvero?
E’ lei o sarebbe stata qualsiasi altra?
Forse tutti pensano che la loro sarebbe stata la perfetta, forse sono solo accecata, ma non passa giorno in cui non mi ritagli il tempo di una lacrima da versarsi addosso. 
Solo perché non sei lei, Mi.
Che zitella frustrata, che eterna insoddisfatta, che rompicoglioni.”
E’ passato solamente poco più di un mese da quando, in preda al panico, gettavo tra le note queste parole. Un mese nel quale mi sono rimessa in carreggiata, sono rientrata nel mio corpo, ho ripreso le redini della mia vita e mi sveglio ogni giorno con il sorriso.
Che sia l’avvicinarsi della primavera, il caldo o semplicemente le cose che vanno esattamente come devono andare, non lo so.
So che da qualche pomeriggio, preparando i documenti per l’application, all’idea che tutto questo finisca presto, mi mordo la lingua.
So che oggi, dopo 3 giorni full immersion in quest’avventura piena di sigle, all’idea di allontanarmi da ESN, mi si stringe il cuore.

Il papà di Ciotti diceva che Milano è una giostra: devi prendere il giro. Sono salita a bordo a settembre correndo nella direzione sbagliata, titubante, indecisa, ma poi ha fatto tutto lei. Si è fatta desiderare, mi ha mostrato i suoi angoli nascosti, le perle nei cortili, i soffitti di cristallo, gli affreschi sotto terra, mi ha fatto alzare gli occhi al cielo, mi è entrata dentro.
E adesso? Ora che Milano è diventata la mia città, ora che ho preso il giro, ora che dalla giostra salgo e scendo a mio piacimento?
Davvero arriva aprile? Davvero mancano 4 mesi?

Sono arrivata con l’idea di andarmene, che fosse solo un passaggio, un momento. Non volevo adagiarmi e sono rimasta sulle spine, ho fatto fatica, ma adesso che il divano ha preso la forma del mio culo, che centro il water anche di notte, che apro il frigo con la luce spenta, adesso che in ufficio c’è sempre qualcuno, che saluto anche gli omini del gabbiotto, che conosco tutte le cameriere della mensa, che non confondo più l’U9 con l’U5, adesso che questa routine mi piace, che ho imparato ad ammortizzare anche il tempo in metro, che so quando mi conviene sedermi in fondo o in mezzo, adesso che i parchi si colorano ed anche i milanesi sembrano meno scorbutici, adesso che Jessica è più imbruttita di me ed insulta in romanaccio-milanese i pedoni lenti, adesso che mi è passata anche la voglia di tornare a casa il weekend, perché mi sento già a casa qui, adesso… è già ora di andarsene? 
Mi ripeto che ci sono occasioni da cogliere nella vita, che dopo aver poggiato il piede in terra argentina tutto sarà magicamente chiaro ed in discesa, che se non lo faccio ora non lo farò mai più, che Milano è qui e mi aspetta, ma mi prudono comunque le mani.
Solo una volta tornata indietro da Siviglia, dopo 1 anno ai 100 all’ora, solo allora mi sono resa conto che anche qui qualcosa si era mosso, che anche se magari qualcuno aveva rispettato i limiti di velocità, anche in Italia il tempo era passato, anche qui avevano vissuto ed io non c’ero. Respiravo un’altra aria, buona, buonissima, ma non la loro. 
Solo a quel punto mi sono resa conto di aver perso un pezzo della vita delle mie sorelle, l’ultimo anno di università con i miei compagni di corso, che probabilmente avrei rivisto in poche occasioni nella vita, un anno con la mia nonna. Sì, è vero, avevo guadagnato tanto ed il costo opportunità pendeva in maniera prepotente verso la Spagna e verso quello che un anno di Erasmus mi aveva regalato, quello che mi ha fatta diventare, ma ciò non toglie che qualcosa mi abbia anche fatto perdere. 

Dannata Milano, dannata Siviglia, dannatissima ESN, maledetta me.

Il Gianni sta tagliando il prato in cortile, dalla finestra entra odore di erba e se chiudo gli occhi posso ancora sentire la musica che arriva dal Mercado de la Lonja del Barranco, mentre ai piedi del Guadalquivir prendiamo il sole e picnicchiamo, parliamo in 18 lingue diverse e comunichiamo a pallonate. 
Se li strizzo mi sto grattando le punture di zanzare dalle gambe, a Moleto, sui colli monferrini, mentre sorseggio un azzardatissimo the alla pesca. 
Se li riapro posso contare le stelle cadenti sopra il giardino di casa di Gio, a Ruta, la notte di San Lorenzo, tutti arrotolati sotto i piumoni, impauriti da cinghiali invisibili. 
E poi ancora l’Aurora, facce stanche e spossate, t-shirt appiccicate alla pelle dal sudore, tristezza e gioia.

Ci sono stati tanti posti in cui mi sono sentita a casa, in cui mi sento a casa ogni volta che ci rimetto piede, luoghi in cui è bastato un secondo, altri che non mi hanno dato scelta, alcuni che mi hanno fatta lavorare duro, eppure sono e saranno per sempre parte della mia vita, di me, mi hanno fatta arrivare fin quì…
Allora la domanda è sempre la stessa che mi fece Carlo a bruciapelo, dopo essersi rotto i coglioni di sentirmi ripetere quanto fosse perfetta quella città… “ma se Siviglia è così perfetta, perché non ti fermi una volta per tutte?” 
E la risposta purtroppo o per fortuna, continua ad essere che il mondo è troppo grande per fermarsi, che dietro l’angolo potrebbe esserci sempre qualcosa di ancora più adatto o qualcuno che ci faccia sentire ancor di più a casa.

Chissà quando smetterà di girare…

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Black M(5)irror

Scongelo il pane per la cena, come una brava casalinga. Preparo
cene salutari a base di orzo e legumi, peggio dei vegani. Ripongo ordinatamente
nella dispensa i piatti, dopo che si sono asciugati, quel movimento lento,
preciso, a volte troppo brusco, con cui ho giù rotto due bicchieri ed una tazza.
Davvero sposto le stoviglie da un ripiano all’altro, solo perché quello è il
loro posto? Davvero rompo l’anima anche ad Ale perché lo faccia? Tolgo le borse
dall’armadio, le ripongo nuovamente in ordine di altezza. Ritiro il cuscino da notte
nell’anta in basso, tiro fuori quelli da giorno, ogni maledetta mattina. Quanto
tempo ho per questi riti inutili, per curare questo contenitore bianco?

Scrivo mail, apro un account, copio, apro l’altro, incollo. Ringrazio anticipatamente,
cordiali, distinti, luccicanti, colorati saluti, dottoressa. Impagino anche i
riassunti, impagino anche il vassoio della mensa, impagino anche me stessa
davanti allo specchio, ma per cosa? Per chi? A quale scopo? Per dimostrare che
cosa? 

Prendo la metro, qui viene il bello. Prendo la metro, dopo aver scaldato con le
mani il telefono, perché la batteria patisce il freddo e non avete idea di
quanto sia lungo il viaggio senza uno schermo da guardare. Che cazzo di pensieri faccio? Inserisco il jack
delle cuffie, infilo gli auricolari e apro Netflix. 
Lorenzo mi ha consigliato
di iniziare Black Mirror ed i consigli di Lollo sono oro colato. Quanto mai,
maledetto. 
Sto mettendo in discussione la filiazione, me stessa, chiunque mi si
sieda accanto, ad ogni puntata. Download, Black Mirror, Episodio, rotellina,
telefono spento.
Mi ritrovo a guardare questo schermo, nero, quasi persa, spaventata. Mancano
ancora 16 fermate. Alzo gli occhi e cerco sostegno, l’ho quasi trovato in un
uomo girato di profilo, non ha il telefono in mano, sono carica di parole dopo
questa giornata, adesso inizio una di quelle conversazioni che gli farà perdere
la sua stazione, mi avvicino… aveva l’auricolare. 
La ragazza di fronte chiama
un’amica, non prende, ci rimane molto male. Non c’è nessuno nel mio raggio
visivo che non abbia il telefono in mano. 
Mi rimbomba nelle orecchie la voce di
Jude che tagliando la mela dice “il black mirror è questo, sono gli schermi dei
nostri telefoni…”. 
Vorrei gridare. 
Vi prego parliamo di qualcosa, non c’è un artista di
strada? Un mendicante? Il conducente da distrarre? Nessuno? 
Non c’è nulla di più alienante di questa metropolitana, di sapere già che le
porte si apriranno a destra, che se devo scendere in università mi conviene
stare a ¾, se devo andare a Garibaldi, in fondo o all’inizio, se devo tornare a
casa in mezzo. Non c’è nulla di più terrificante delle teste chine su questi
telefoni, mentre questo bambino peruviano gioca a chi riesce ad alzare di più
le gambe senza tenersi, con la sorella, sotto gli occhi sorridenti della mamma,
alla mia sinistra. Nessun altro che lo stia ammirando, che si stia perdendo nei suoi dentini storti come quelli di Gianni alle elementari.

Per favore, scegliamo un tema, un argomento di discussione giornaliero,
appaltatemi la gestione della felicità sulla metropolitana, qualcuno mi aiuti a
lanciare una start up. Datemi delle caramelle da regalare, insegnatemi a
suonare la chitarra, apriamo un vagone solo per gli uomini che vogliono parlare
di calcio, uno per la moda, uno con la musica dance anni ’80, facciamo qualcosa. Dov’è finito l’uomo di quella sera con l’orso gigante? Dove sono i ragazzi che urlano e saltano con me? 
Voglio fare amicizia, vi prego,
non deviate lo sguardo, tenete su quegli occhi, siamo solo umani e lamiere,
guardiamoci in faccia. 
Chi ce lo restituisce il tempo che perdiamo in metropolitana? 
Potrei impazzire. 
Toglietele questo odore di sacchetto di plastica. Fatela profumare da qualche merda di P&G, votiamo il profumo della settimana, aiutatemi. 
Aprite i finestrini. Disegnatemi il mondo qui, fatela a 100
metri da terra questa merda di tube, fate in modo che esca ogni tanto, che dopo
Cocheras ci sia il sole, che si veda Siviglia dall’alto, che non ci siano
fabbriche a Ponale, ma il parco della Pablo de Olavide. Datemi un napoletano che inizi a provolare, i mosaici di Toledo, le piastrelline bianche luminose di Parigi, di Lisbona, aprite le porte ai writer, muovetevi però. 
Ho bisogno di respirare.

La pentola a pressione fischia, vaffanculo all’orzo.

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Più in alto della nostalgia, in vetta, in punta di piedi.

Quanto può essere duro dire addio a qualcosa?
Dopo tutta la giornata con il magone, alla fine ho preso
l’autobus, fa un po’ caldo, poi un po’ freddo, quelle temperature da mezzo di
trasporto che non è più la tua macchina.
Chiudo gli occhi e le sento una ad una, le curve, questi maledetti tornanti sui
quali abbiamo riso, scherzato e vomitato come matte. Ripercorro al contrario,
forse per l’ultima volta, la galleria, quella dove papà ci faceva chiudere gli
occhi, per riaprirli appena arrivate, finalmente nel fiabesco ed innevato mondo
del Cervino. Ho fatto tenere il volante a mamma qualche giorno fa, per
chiuderli ancora, anche se stavo guidando, “incosciente”.
Che fortuna la casa in montagna, che fortuna la casa al
mare, che fortunata che sono, che brava milanese…
A Cervinia ho imparato a sciare, per la prima volta ho infilato quei due pezzi
di plastica sotto ai Moon Boot e mi solo lanciata, avevo 3 anni e non ce n’era
per nessuno, papà e mamma facevano a gara per farmi fare su e giù con il
piattello-racchetta, dal fuxia della plastica sono presto passata agli sci veri
della carica dei 101, un mostro di dolcezza.
A Cervinia mi sono rotta il braccio per la prima volta, ho rotto un’infinità di
pantaloni in sala condominiale, mi sono innamorata di settordici maestri di
sci, ho odiato e amato lo sci club, sono cresciuta.
A Cervinia, tra la sala studio ed il salone, io e Didi, abbiamo racchiuso
segreti d’adolescenza, timori e traguardi, paure e racconti, per anni ed anni,
tra toast, fonduta, crespelle, sciate e compiti. Da Didi ho imparato a
calendarizzare lo studio in terza media e non ho ancora smesso. Ci siamo
arrampicate sui balconi, sui tetti, abbiamo scovato ogni angolo nascosto e
remoto del nostro planet, che non ha più segreti, che sarà sempre nostro.
A Cervinia andavo a sciare da sola quando ancora c’era Rocce Nere, al Cretaz
esistevano solo i piattelli e tutti i ragazzi degli impianti erano miei amici,
ad ogni rotella urlavo e sbraitavo, perché era casa mia. Qui ho brindato con lo
Champagne alla fragola per bambini, non so quanti capodanni, tra la sala carte
ed il proiettore, tra amici, conoscenti e genitori.
Sono responsabile della morte di svariate poltrone del salone, del pacchetto di
cacca, avvolto ed infiocchettato nella carta igienica, che venne regalato a mio
cugino, di overdose da profumo della lavanderia. Confesso. Sono scesa mille
volte in garage con le ciabatte, abbiamo suonato un sacco di campanelli del
planet 2, abbiamo perso un’infinità di palline da calcetto e rotto millanta
racchette da ping pong.
A Cervinia mi sono vestita da tigrotto, da cappuccetto rosso, a carnevale, con
Cecilia-Cenerentola in salone; ho viaggiato sulla carrozza della befana all’epifania,
mi sono lasciata trainare in bob fino a Il Forno, quando ancora era nascosto
sotto la gradinata, indicato solo da una lavagnetta, per prendere il pane, poi dai
puzzoni, a prendere salumi e formaggi, ho comprato da Sabolo le giacche più belle
e ancor prima da Petit Loup. Ogni anno ritrovare il maestro dell’anno precedente
era una botta di culo immensa: da Leone, a Federico, da Giovanni a Marco,
ricordo ogni fissazione e medaglietta guadagnata e vinta, festa grande alla
fiaccolata, bravi tutti, attenti ai fuochi, auguri, bon anno.
Sono un piccolo buddah cicciottello nelle foto sul balcone, con Vittoria ed
Aurelio in cameretta, con i loro cagnolini in giro per casa. Poi sono
cresciuta, il biberon è passato alle mie sorella ed a loro lo scettro dello
sci, la fatica dello sci club, lo stress psicologico dei genitori invasati
degli altri ragazzini, le gare, le sveglie all’alba, i km…
A Cervinia, in quella casetta piccola, marroncina e calda, ho lasciato alcuni
dei migliori ricordi della mia infanzia ed adolescenza e piango oggi tutte
quelle lacrime che non ho mai versato in questi anni, quando finivano le
vacanze. Perché Cervinia non è Santa, perché Didi ha smesso di salire, Aurelio
e Vittoria hanno iniziato l’università negli States, i bambini che comandano in
sala condominiale ormai non so nemmeno più di chi siano figli e Cervinia è più
morta che viva, per quanto provino a risollevarla. Eppure, per me, anche una
settimana intera in casa, non ha eguali. In nessun posto, come a Cervinia, mi
sono dedicata alla mia famiglia.
E sono anni che io e papà non rivendiamo il giornaliero a quelli in fila per fare
il pomeridiano, i bar hanno cambiato gestione, Juri dicono sia finito in
galera, non c’è più la Caterina in portineria, ormai di ski lift non ne è
rimasto nemmeno uno, dal deposito non si può più uscire con gli sci ai piedi,
le porte si chiudono a chiave ed i bimbi non possono vedere il paese trainati
in bob, non c’è più la neve che c’era una volta, non sono più una bambina e
vendiamo casa.
Vendiamo casa e non c’è cifra che potrà mai ripagarmi del
dispiacere che mi riga il viso, perché una casa è un’oggetto, in teoria
effimero, statico, freddo e senza personalità, ma purtroppo, dentro,
c’infiliamo una vita intera ed un numero considerevole di ricordi che non fanno
altro che scaldarla, riempirla, appesantirla… e non basteranno tutti gli
scatoloni che mamma ha portato giù in questi mesi a riempire il vuoto che si è
stanziato stamattina tra lo stomaco e la gola, quando dopo essermi svegliata,
ho dovuto smembrare il letto e chiuderlo con forza nel baule. Sbam. La realtà.
Ho 21 anni, ho vissuto in 7 città diverse, ho cambiato 10 case, ho viaggiato
tanto, in Europa, fuori, ma ho sempre avuto due punti fermi: Santa e Cervinia.
Oggi uno dei due viene meno, cade e non mi sento più così fortunata. E non mi
sento più punto.
Bisogna essere freddi, a volte, fare i conti, rendersi
conto, prendere coscienza… eppure, oggi, lasciando alle spalle il Cervino
all’imbrunire, con tutta la valle all’ombra e lui padrone, ancora illuminato,
non riesco a non piangere, a non sentirmi ancora bambina, a non tirare su con
il naso, non posso fare altro che ammettere che pochi posti sono belli come il
Breuil e che sono comunque, indubbiamente, infinitamente, fortunata.
Godete, spremete, sfruttate, rispettate, amate, celebrate tutto ciò che avete,
dal materiale all’immateriale, dalle cose alle persone, dai luoghi ai rituali,
dalle tradizioni alle novità, perché quando verrà a mancare sarà dannatamente
troppo tardi.
Ad maiora.

Mi mancherai per sempre, montagna.
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