A tutto il bello che verrà

A chi il mondo l’ha esplorato e l’esplorerà con me, a chi mi ha aspettata e mi aspetterà a casa. Al mondo, a Buenos Aires, a Milano, a casa. A tutto il bello che verrà.

Ho immaginato centinaia di volte questo momento. Quando si diventa grandi davvero? Probabilmente non sarà puntualmente oggi, non sarà con l’upload di questa tesi, magari non sarà proprio e nella realtà si resta un po’ piccoli per sempre. Eppure, ogni qualvolta mi sia soffermata a pensare a quest’istante, vi ho sempre visto un angolo, un gradino, una curva ampia, la parete di una montagna, un ostacolo che avrei superato senza sapere cosa ci fosse dietro né perché stessi correndo realmente in quella direzione.
Ho aspettato, ho temporeggiato, ho preferito scrivere del sole e del mare, del tempo e dei profumi, ho preferito viaggiare, imparare nuove lingue e conoscere nuove culture, ma non posso più rimandare. Oggi, su questo treno regionale 3963, con una carrozza tutta per me e la playlist che mi ha accompagnata in questi anni, mi assumo tutte le responsabilità del caso.

Rido di me stessa, pensando a quanto ingigantisca questo attimo, la fine della vita universitaria e l’inizio di quella lavorativa, a quanto lo stia romanzando ed immaginando come un cambio radicale. Lo sarà? Perderò di vista me stessa o riuscirò a restare fedele ai miei principi? Riuscirò a fare una cosa nuova ogni giorno, a non perdere la curiosità?
Sarò in grado di coltivare le mie passioni attraverso il lavoro, di farle maturare insieme a me, di non dimenticarle? Troverò il tempo per perdermi in città nuove e vecchie, di fermarmi a parlare con sconosciuti, di aiutare hostess in difficoltà, di non avere fretta? Potrò permettermi di non accontentarmi, di non cercare scuse, di essere sempre onesta e schietta nonostante tutto? Dimenticherò ciò che oggi ritengo importante per lasciare spazio ad altro? Riuscirò ad andare a dormire soddisfatta ed a svegliarmi entusiasta e motivata per la giornata che mi attende? Ancora non ne ho la certezza, di nulla, ho invece il sentore che tutto sia nelle mie mani e che “comunque vada sarà un successo” (Scrissi questa frase sul quaderno di biologia, il quinto anno del liceo, la pronunciò la prof più temuta dell’istituto – citando Chiambretti – in uno slancio d’affetto, per motivare e salutare la classe. è un motto che amo ripetere e ripetermi. Male che vada avremo imparato qualcosa, quindi sarà comunque andata bene.)
Non solo, ho anche la consapevolezza che non sarò sola, per quanto abbia imparato ad arredare i miei spazi ed a consacrare i momenti con me stessa, non sarò mai sola.

È questa la sede in cui devo quindi ringraziare chi c’è stato e soprattutto chi ci sarà, mentre in riproduzione casuale sento le prime note di “Cosa resterà”, perché il destino è la sua puntualità, anche e soprattutto oggi.

Grazie dunque alla mia famiglia, mio fardello e mio orgoglio, che non ho sempre messo al primo posto, ma che se lo merita. Grazie mami e grazie papi, tutto il meglio di me è semplicemente la parte migliore di voi che ho ereditato ed emulato. Grazie sisters, non smettete mai di stringere i denti e sorridere, perché vi meritate tutta la gioia del mondo. Grazie alla mia nonnina, mano leggera sulla mia spalla, angelo custode di ogni mio giorno a qualsiasi distanza, a qualsiasi costo.
Grazie Alessia, perché mi hai completata, con la tua amicizia ed il tuo carattere così diverso dal mio, mi hai insegnato a non giudicare mai, a pazientare, a dare valore alle cose più piccole. Eravamo io e te e continueremo ad essere tu ed io, in capo al mondo o in Las Heras, a discutere sull’importanza e la futilità dei ringraziamenti nella tesi. Grazie Simo, per essere la più bella delle condanne. Per essere ancora qui, di nuovo qui, con me.
Grazie alle mie ragazze, Marta, Bea, Elena, grazie a Filippo, siete e sarete ancora e per sempre la miglior rappresentazione dell’amicizia sopra ogni cosa, overall.
Grazie Je e Ale, vivere con voi è stata un’iniezione di felicità, un turbinio di complicità, è stato sentirsi davvero in famiglia, siete famiglia.
Grazie ad Andrea per tutte le testate e gli abbracci, a Lils, dolcezza e amore fatti donna, a Giacomo.
Grazie a quelli della Valla, alle mie amichette del mare, alle amiche di una vita, Elena, Carola, Elisabetta, Ciottini, Alice, ma anche a Stefano, a Lollo, Pelle, Carlo e soprattutto a Giorgio, alle olandesine di Oneto, a chiunque renda Santa un’oasi di pace e serenità.
Grazie Michi, dalla pelle al cuore.
 Grazie Lollo, un per sempre senza fine. Grazie Amalia, amica di penna e amica punto.
 Grazie ad ESN, a tutte le splendide persone che mi ha permesso di conoscere, a quelle che continueranno ad arricchirmi, grazie perché sei stata palestra di vita e sfondo colorato degli ultimi tre anni.

Grazie a tutte le persone che hanno ospitato me ed Alessia durante il nostro viaggio, alla generosità dimostrataci, all’affetto regalato. Grazie a chi ci ha accolto nelle proprie case insegnandoci l’umiltà e la ricchezza d’animo. Grazie a chi ci ha dato un passaggio, a chi semplicemente ci ha donato un sorriso, un abbraccio, un pezzo della sua storia, del suo tempo ed una parte di sé.
Grazie a Joaco e Diego, per aver reso Buenos Aires un po’ più magica, per avermi mostrato il volto migliore di questi milanesi oltreoceano. Grazie a chi ha toccato la mia vita in questi due anni, migliorandola o facendomi meglio comprendere chi sono io, chi merito e desidero al mio fianco. Grazie a chi l’ha solo sfiorata, di sfuggita, in treno, su un camion, in aereo, sul bus, in un ostello, al supermercato, in università, su una spiaggia caraibica o in una villa. Grazie a chi ci si è buttato solo ora, all’ultimo, ma l’ha fatto per restare (sì Andrea, grazie a te).
Grazie al mondo, questo splendido scenario che ospita tutte le relazioni quotidiane. Grazie nuovamente a Siviglia, mio trampolino di lancio su questa vita senza confini, casa lontano da casa, città di gioia e speranza, grazie per aver creato legami indissolubili (ciao Angelo). Grazie a Milano, tanto grigia quanto luminosa quando arriva la primavera, che mi ha guardata sbocciare e mi ha permesso di sbirciare nei miei cortiletti interiori, mentre cercavo il bello in lei l’ho trovato anche dentro di me. Grazie Buenos Aires, inaspettata, piena, piede perno delle avventure più disparate, magia pura. Grazie America Latina, per avermi insegnato che tra nord e sud non c’è un oceano, ma una caterva di pregiudizi. Grazie Casale, Cervinia, Genova, Santa, grazie Italia, perché sei davvero la mia mamma, la mia casa, il mio punto d’arrivo.

Solo così, soffermandomi, riesco realmente a rendermi conto della portata, dell’intensità di tutto quello che ho vissuto, della quantità di persone incontrate, di luoghi visitati, di emozioni provate, di errori commessi e di lezioni apprese.
“Grata e felice”. L’ho scritto un paio di volte in questi anni, non ricordo più in quali occasioni, ma è una sensazione che mi accompagna, quindi lo reitero. Sono troppo fortunata.
Mi auguro di addormentarmi soddisfatta, di svegliarmi entusiasta e motivata. Mi auguro una vita piena, sopra le righe. Una vita in cui poter essere spontanea ed onesta, grata e felice. “I tuoi sogni, non dimenticarli mai” mi disse un anziano antiquario in canottiera, uno di quei personaggi casuali che sembrano poterti leggera la vita nell’iride.
Ed ecco qual è il mio sogno, cosa voglio fare da grande, chi voglio essere: una persona grata e felice. Come? Adesso ci lavoriamo.

P.s.: Un ultimo doveroso ringraziamento va alla relatrice di questa tesi, la professoressa Monica Bonini, che ha creduto in me senza lasciarmi a briglie sciolte. Una professionista attenta e meticolosa, appassionata insegnante, per la quale ho provato estrema simpatia ed ammirazione dal primo giorno o forse dal giorno in cui mi sono resa conto che aveva memorizzato i nomi di ogni alunno, con tutta l’umanità necessaria al mondo universitario italiano.

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Call me come cavolo ti pare, basta che call me

Avrei voluto consigliarvi un film, con un post che non sono pronta a condividere e che resterà a prendere polvere per un po’, finché non diventerà desueto e allora non sarà più così intimo, perché apparterrà al passato. Mi è però venuto alla mente uno scambio di battute avvincente e profondo, vecchio come Chiamami con il tuo nome, che per assonanza di temi (cinematografia) e per la sua veridicità, ho deciso di pubblicare.

Che rimanga negli annali.

 

– Ieri ho visto il film (Call me by your name di Luca Guadagnino) prima di finire di leggere l’articolo e continuo a pensarci.

– “In questo momento magari non ti va di provare alcunché. Magari non hai mai voluto provare alcunché. E magari non è a me che vorrai parlare di queste cose. Ma ovviamente qualcosa l’hai provato. Avevi una splendida amicizia. Forse più di un’amicizia. E io t’invidio. (…) Soffochiamo così tanto di noi stessi per cercare di guarire più in fretta, che quando poi arriviamo a 30 siamo già prosciugati, e ogni volta che ricominciamo con qualcun altro abbiamo sempre meno da offrirgli. Ma costringersi a non provare niente per non soffrire — che spreco! (…) Come vivi la tua vita è affar tuo, ma ricorda: i nostri cuori e i nostri corpi ci vengono dati una volta sola. E prima che tu te ne renda conto, il cuore si logora, e quanto al tuo corpo, a un certo punto arriva il momento in cui nessuno lo guarderà, né tanto meno vorrà avvicinarcisi. Adesso c’è dispiacere, dolore: non ucciderli, perché assieme ad essi se ne andrebbe anche la gioia che hai vissuto.”

– E questa frase finale è veramente veramente top. Altro che oscar. 
Mi è piaciuta proprio la dolcezza lenta di tutto il film, i suoni forti dell’Italia d’estate, ne sentivo quasi il sapore. Ho amato la zozzaggine naturale di una coppia che si ama e vaffanculo mi mangio la tua sborra perché è tua, è mia, è nostra. Eppure, come ogni cosa bella ed intensa, come tutti i nostri primi amori forti ed adolescenziali, veri come non mai, ma distanti dai compromessi a cui scenderai più avanti, finisce. Dolcemente, bruscamente, brucia e ti spacca come mai più nessuno sarà in grado di fare. Perché non ti concederai più così, non amerai più così, bramerai tutta la vita l’intensità di quel primo amore, un nuovo amore forte e folle com’eri tu, a 15 o 20 anni. Senza accettare che quel tu non esiste più. E sarà forse l’unico dolore che non dimenticherai, perché ti sei concesso pure al dolore, quella volta. L’hai lasciato entrare e ti sei lasciato soffocare, con la testa nel cuscino, gridando, umiliandoti, lasciando passare anche la fame.

– Quanto hai ragione? È proprio la mia paura quella, non trovare mai più nessuno che mi faccia diventare incosciente, incurante di tutto… che mi faccia trovare anche le forze che non ho per starci insieme. Che mi faccia cambiare il modo di vedere le cose o che mi faccia pensare che la mia vita vada modificata… Quella forza quella passione di andare oltre ogni cosa. Quel dolore anche – sì, esatto – è un dolore consequenziale soltanto ad un sentimento enorme, che non tornerà più crescendo. Tra la corazza che ci si costruisce, il proprio mondo e quella mancanza di voglia di scendere ai compromessi di cui tu parli, non tornerà più.

– E per cosa? Per paura? Ce la siamo fatti per paura quella corazza? O perché dopo aver sofferto siamo stati in grado di accantonare il dolore e semplicemente andare avanti? Siamo stati di nuovo felici, rendendoci sterili, facendoci sentire potenti, in grado di superare ogni cosa, ma allo stesso tempo fortemente apatici. Che strana forma di vivere e vedere le cose, che paradosso.

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Aborto sì, aborto no, aborto bum – Buenos Aires pt. 6

Premessa: Uscendo dalla messa serale della domenica mi è stato dato un volantino, con una bella grafica, il Congreso sullo sfondo e lo slogan “Salvemos las dos vidas”.

Mercoledì 13 giugno la camera dei deputati argentina voterà per ampliare i termini della legalizzazione dell’aborto.

Puntualizzazione: Attualmente il codice penale (Articulo 86) permette l’aborto nel caso in cui sia praticato da un medico con il consenso di una donna incinta ond’evitare un pericolo per la sua vita o la sua salute (la salute può essere fisica o mentale), nel caso di violenze o di donne dementi. L’opinione pubblica parla sempre di “legalizzazione” dell’aborto in questo paese perché nella realtà la legge non si è espressa sugli obiettori di coscienza, quindi è possibile che in un intera provincia (parliamo di 15 milioni di abitanti) non vi siano medici (nella sanità pubblica) disposti a praticare l’aborto anche nei casi in cui questo sia legale.

Con la nuova riforma di legge (Proyecto 0230-D-2018Proyecto 0559-D-2018) la pratica sarebbe estesa a tutte le donne che la richiedano, in maniera gratuita, dai 13 anni in su, presupponendo che una ragazza di 13 anni dal momento in cui sceglie di avere un rapporto sia anche in grado di assumere una scelta su un’eventuale interruzione di gravidanza senza interpellare i genitori.

Tornando verso casa, saltellando come Heidi i primi giorni di primavera, cercavo dentro di me la risposta alla domanda che mi pongo ormai da mesi su questo argomento.

Qualche settimana fa, scrivendo tra me e me, mi sono posta vari interrogativi che poi ho twittato.
Interrogativi che oggi risuonano nella mia mente di donna, punti di domanda che mi fanno guardare allo specchio chiedendomi, ma con chi dovrei andare a manifestare domani? Con #NiUnaMenos per inneggiare all’aborto legale, sicuro e gratuito o con Unidad Provida? E anche nel caso in cui decidessi di stare comodamente a casa mia a studiare, qual è la mia posizione a riguardo? Qual è la mia cavolo di opinione?

Mi chiedevo:
«Fino a che punto possiamo invocare la “libertà sul nostro corpo” quando la libertà stessa diventa un sopruso, un’oppressione? Fino a che punto possiamo alzare l’asticella? Non si diceva forse che la mia libertà finisce dove inizia quella di un altro? E se lo privo di ogni scelta?
A volte mi chiedo se davvero non sia un eccesso di onnipotenza, il nostro, una ricerca estrema di autogiustificazione, un egoismo galoppante per cui lottiamo, una ricerca di quella proprietà privata che in altri contesti contestiamo.
Vogliamo essere padrone, non solo del nostro utero, ma di tutto ciò che può nascere lì dentro, anche se si tratta di un altro essere vivente che dovrebbe avere il nostro stesso diritto di dire “sto cazzo che mi vendi mercenaria di merda, mastubati e vai a lavorare ciao”.
Non capisco questa carovana di cattiveria (nei confronti di chi non è così convinto sulla legalizzazione dell’aborto a tutti i costi, nei confronti di chi è convinto che non sia una pratica corretta), non è retrogrado pensare nei diritti di un essere vivente che non può difendersi.
È ipocrita ed egoista pensare invece di essere proprietarie di qualcuno solo perché lo mettiamo al mondo. Un gesto che dovrebbe essere pura generosità.»

Pubblicando una foto scattata a Valparaiso di un murales che recita: “Si no eres dueña de tu cuerpo de que mierda eres dueña?”, commentavo:

«Non lo so di cosa sono padrona, ma nel momento in cui nel mio corpo non ci sono solo io è una comproprietà e come tale sono due le persone ad aver diritto d’espressione, parola, scelta. Se vogliamo far prevalere i nostri ok, ma che non si dica che è giusto e sacrosanto, indubbio ed incontestabile.
O meglio, dite pure quello che volete, ma io credo che stia passando il messaggio sbagliato.
L’aborto dev’essere legalizzato per fare 1 danno solo e non 2? Per dare modo a chi, per niente a cuor leggero, sceglie di rinunciare a qualcosa che non può affrontare in quel momento?
L’aborto dev’essere legalizzato perché è una realtà? Perché anche quell’ammasso di cellule o bambino che sia, ha diritto quantomeno di morire con dignità e quella donna di sopravvivere?
Non ne sono pienamente convinta, ma qui ad affermare che sia sacrosanto ne passa.
Ed intanto aumentano sempre più gli aborti, le proprietà private, le scuse, le giustificazioni, l’egoismo. Diminuisce l’accortezza, l’altruismo, l’amore per la vita, il senso di responsabilità, il tasso di natalità.»

Aggiungevo, poi, un po’ da paraculo, un po’ onestamente:
«Flusso di coscienza, interrogativi e non giudizio. Domande per me stessa e per chi voglia esprimere un’opinione, la mia è in continuo divenire, ma non prende per buono tutto quello che arriva solo per seguire la massa e farsi portavoce di una battaglia nuova.»

Il punto è che per quanto rilegga, per quanto provi ancora a trovare una risposta a questa domanda, non ci riesco.
Ho sempre risposto in maniera molto politically correct, a chi mi chiedeva un’opinione a riguardo: «io non lo farei mai, ma non sono nessuno per giudicare le scelte di qualcun altro, soprattutto una scelta di questo calibro».
Eppure non è un giudizio postumo quello che vorrei da me, ma una semplice presa di posizione, un’idea precisa, qualcosa da gridare in piazza. Invece non ci riesco, mi sforzo e non ci riesco, mi sento piccola così e non ci riesco.

Chi sono io per obbligarti ad amare un figlio? A portarlo in grembo per nove mesi per poi magari abbandonarlo, oppure crescerlo, fargli fare una vita miserabile? Chi sono io per obbligarti ad affidarti ad un istituito, a darlo in adozione magari proprio ad una coppia omosessuale che finalmente ne avrà il diritto? Una di quelle coppie che chi inneggia alla legalità dell’aborto vorrebbe vedere adottare un bimbo perché “un bambino merita amore, non importa da chi lo riceva”. Non sembra un po’ strano? Se ovunque i figli indesiderati si uccidono togliamo loro la possibilità di essere amati proprio da chi vorrebbe. Ma chi sono io per decidere che un altro umano può morire? Ancora prima di essere nato? Chi cazzo sono io?

Se esistono medici obiettori di coscienza, che smettono di esserlo, che magari poi tornando ad esserlo, che s’incazzano e si rifiutano di praticare più volte l’aborto ad una stessa donna, se anche un medico dubita delle sue convinzioni, davvero voi avete un quadro chiarissimo della situazione?
Davvero la civiltà di un paese si dimostra con la legalizzazione e la gratuita dell’aborto ancor prima della gratuità dei metodi anticoncezionali? Ancor prima degli assorbenti come beni di prima necessità? Davvero la civiltà di un popolo si dimostra con gli investimenti nelle cure e non con la prevenzione? Con una lotta pazzesca per prevenire a più non posso, per insegnare, per educare al sesso? Un popolo in cui il sesso rimane un tabù a scuola, a casa, con gli amici, può essere civile legalizzando l’aborto? Un popolo di donne che non ammettono di masturbarsi, può avere la faccia così tosta di gridare chissà cosa?

Davvero siete al 100% convinte di quello per cui state scrivendo gli striscioni? In un caso e nell’altro, come fate?

Ma sopratutto, come fate a non accettare che ci sia qualcuno che nutre dei dubbi sul vostro punto di vista, qualunque esso sia, su una questione così borderline?

Vado a dormire con tutte queste domande e pochissime risposte, nonostante tutti gli articoli, le pubblicazioni, le proposte di legge, le statistiche, mi porto a letto questo peso, voi dormite davvero leggere?

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Al mio Miyagi personale, tanti auguri papà

I genitori non sono perfetti.
Quando siamo piccoli riteniamo che debbano esserlo, lo pretendiamo, li compariamo con i genitori degli altri, ci offendiamo per le loro distrazioni, non comprendiamo i loro momenti di tristezza. Da piccoli il genitore è una figura mitologica, metà uomo, metà Dio, un jolly che possiamo giocarci anche 10 volte in una partita sola, un deus ex machina che ci raccoglie da terra nonostante abbiamo fatto proprio quello che ci era stato proibito di fare.
Con gli anni, l’esperienza, gli errori, una volta scoparsi i contrasti adolescenziali, le pretese e le incomprensioni, anche mamma e papà prendono forma, una forma meno divina e più umana. Dopo aver combinato una grande cazzata, dopo esserti sentita quello che hai sempre rimproverato ai tuoi, apri gli occhi e finalmente pensi “cazzo, ma sono umani anche loro”, da quel momento è tutto in discesa.
Ogni persona è fatta a modo suo, con i suoi pregi ed i suoi difetti, chiunque, anche chi ti ha messo al mondo con tutto l’impegno e la dedizione possibile, è un essere vivente con stimoli, paure, che cerca di dare il meglio per te, ma non sempre può riuscirci. Si può cambiare, ci si può migliorare, lo si può fare per i figli, ma è difficile a 20 anni farlo per se stessi, figurati a 40, dopo che già si sono scelte determinate vie, ci si è dati determinate risposte. Una volta messo in conto che sarà estremamente difficile cambiare il carattere di un adulto, lo si può imparare a conoscere, si può capire cosa pretendere e cosa no, quali sono i suoi lati migliori e quali invece davvero sono insopportabili, un figlio può anche capire fino a che punto può influire, fino a dove è giusto farlo, se ha senso.
Con tutte le carte in tavola, a quel punto e solo a quel punto, ci si può guardare allo specchio. Siamo il risultato di un’educazione, una passione, un’unione di pregi e di difetti. Non siamo nessuno per cambiare chi ci sta attorno, per porci nella posizione di giudici, ma possiamo scegliere per noi. Possiamo scegliere chi vogliamo essere, quanti pregi fare nostri e quanti difetti modellare e ridimensionare.
Io, oggi, ho scelto.
Ho scelto tutti i pregi di mamma, tutti quelli di papà e tutti i miei difetti.
Oppure sono stata semplicemente baciata dalla fortuna perché oggi, alla stupida età di 22 anni, mi sento tutto il buono che c’è nei miei genitori.
Oggi è il compleanno del mio papà, mi ha detto che è invecchiato, sono qui a migliaia di km di distanza, non posso nemmeno abbracciarlo un pochino e dirgli che è ancora un bel marcantonio, ma sono sicura che sia fiero di me e di se stesso, per la bimba che ha cresciuto, spero che sia un regalo sufficientemente grande, grande come quello che ha fatto a me.
In questi mesi ho ricevuto tanti messaggi che mi hanno lusingata, messaggi di chi mi chiedeva come facessi, messaggi di chi mi diceva che sono un esempio, messaggi esagerati, parole sincere.
Sono una persona coraggiosa perchè il mio papà non si è buttato quando a 3 anni mi si è tolto un bracciolo e rischiavo di annegare, invece ho imparato a nuotare.
Sono una persona che pensa di poter fare tutto da sola, senza bisogno di aiuto perché il mio papà mi mandava a fare la spesa al mare, a 4 anni, come se nulla fosse.
Sono una persona puntuale, non negli appuntamenti, ma nella vita, una persona che corre e vuole sempre arrivare prima perché il mio papà mi ha mandata a scuola a 4 anni, quando gli altri ne avevano 6.
Sono una persona che pensa al futuro perché papà mi ha sempre detto di vivere alla giornata, ricordandomi però che se domani avrò la sfiga di essere viva, dovrò fare i conti con quello che ho combinato oggi.
Sono una persona che osserva molto perché con papà, quando andiamo al ristorante, origliamo e creiamo una storia attorno a tutti i personaggi della sala.
Sono una persona curiosa, perché davanti ad ogni porta papà ha sempre detto “entriamo”.
Sono una persona impulsiva, perché papà era sempre pronto, sotto gli scogli di Santa, a prendermi al volo.
Sono una persona aperta e solare, con la faccia come il culo, che parlerebbe anche con i muri, con la battuta sempre pronta, un po’ permalosa, che pensa a mille soluzioni ancor prima di esporre i problemi, che non si lascia prendere dal panico, ma che si fa rispettare sempre, perché così è il mio papà.
Sono una tuttofare, perché papà sa fare tutto.
Sono una persona che s’incazza poco, ma quando s’incazza davvero è per un motivo valido e si vede, si sente, perché così è il mio papà.
Sono una viaggiatrice incallita, perche questa è la natura del mio papà, una persona che in ogni angolo del pianeta ha un posto in cui sentirsi a casa, uno zingaro, un cittadino del mondo.
Sono una persona piena di idee, creativa, che vuole sentire suo quello che sta facendo, che vuole lasciare un’impronta, perché così è il mio papà.
Sono una persona disubbidiente, che rispetta solo le regole che condivide, perché quando mamma mi aveva proibito di andare al concerto dei Gemelli Diversi papà mi ci ha portata di nascosto.
Sono un animale da stadio, perché da bambina invece di andare al parco la domenica si guardava il gran premio, la moto GP, la partita e solo dopo si usciva a mangiare.
Sono un amante del cibo, del buon cibo, perché è sempre stata una gran bella scusa per incontrarsi, trovarsi, ritrovarsi.
Sono un po’ incosciente, perché quando un mercoledì sera qualunque le porte del Natal Palli erano aperte, papà ha accostato e 3 bambine sono scese in campo come nel giardino di casa.
Sono una persona apparentemente apatica, un po’ egoista ed arida di sentimenti, perché nonostante la socialità e l’assenza di pudore, le emozioni sono ben nascoste, chiuse, sotto strati di risate e consigli per gli altri, perché così è il mio papà.
Sono capace di sorprendermi e stupirmi, perché papà ancora oggi lo fa come un bambino, ammirando i piccoli gesti ed i grandi spettacoli del mondo.
Sono una persona spericolata, perché papà non ha mai rispettato i limiti.
Sono una persona che rischia, perché papà ha sempre dimostrato di credere nell’umanità, nel prossimo, con una gran selezione al momento di scegliere chi avere vicino, ma con una grande fiducia di fondo.
Mi piace rendere felici le persone, mi piace circondarmi di persone felici, mi piace che le persone siano felici con me e m’intestardisco se qualcuno al mio fianco spreca la sua vita, il suo tempo, non lo sfrutta, non lo ama, perché così è il mio papà.
Ho scelto deliberatamente di lasciare a lui il suo disordine, la sua poca memoria per le scadenze, la volatilità, la testardaggine.
Mi manca tutta la sua cultura, la sua grande empatia, la sua capacità di piacere a chiunque ed allo stesso tempo di sbattersene i coglioni di chi gli sta sulle balle, nonostante la cosa non sia ricambiata. Mi manca la sua pazienza, quella che ha con tutte noi, la sua tolleranza, la sua forza, la sua riservatezza, la sua capacità di non lamentarsi mai. Mi manca il suo spirito di sacrificio, la sua praticità.
Ma più di tutto mi manca un “ciao bimba” con le sue mani grandi, il suo sorriso dolce e morbido, a bocca chiusa, che spinge con gli angoli della bocca gli zigomi verso i suoi occhioni azzurri.
Tanti auguri al mio compagno di viaggio preferito, a colui che mi ha insegnato l’amore ed il rispetto per le persone, per le cose, per la natura, per il tempo, per me stessa e per la vita.
Tanti auguri papà.

 

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CASAle, capitale del mio cuore

Ancora con l’adrenalina in corpo, con le gambe doloranti, i muscoli duri, la stanchezza addosso, dovrei scrivere di Machupicchu, di quanto sia stato faticoso e mozzafiato, arrivare al culmine di questo viaggio… Ma mi sono appena ricordata che questa settimana scopriremo se Casale sarà o meno la Capitale Italiana della Cultura 2020, allora stasera mi riposo e penso a lei.

Una nuova canzone di Bianco nelle orecchie e mi ricordo subito il profumo del Piemonte.

Ho visto che è stato lanciato un challange, qualcuno ha elencato vari motivi per cui Casale merita di diventare la #CapitaleItalianaDellaCultura2020 ed io amo gli elenchi.

Mi sovvengono immediatamente alla mente tutte le cose che in un video non ci sarebbero state, ma che mi fanno battere il cuore se penso a quando ho rimesso piede a Casale, dopo 1 anno a Siviglia, ai weekend sporadici quando sono a Milano, a quando tornerò da questi 362 giorni in giro per il mondo e vedrò il cartello “Casale Monferrato Nord”.

La vita di paese, è normale, può diventare stretta per qualcuno, soprattutto se hai 17 anni e una curiosità che esce da tutti i pori. Era stretta per me, era stretta per tutte le mie amiche ed i miei amici che alla prima occasione hanno fatto la valigia. Era stretta per chi era stufo di sentirsi in difficoltà alla domanda “di dove sei?”. Proprio per loro, per l’occhio leggermente socchiuso, il labbro superiore alzato e l’espressione ebete di chi ti sta per chiedere “e dov’è?” scriverò il mio elenco personale, non richiesto.

Non lo farò attraverso discorsi retorici su cos’è la cultura, su quanta storia conservino le mura del Castello o citando i primati della Sinagoga, non lo farò nemmeno prendendo la scorciatoia e parlando del Monferrato, dei colori dei campi, della comodità della camporella, dei ristoranti in collina, delle grigliate di pasquetta, dei paesini alti e bassi, delle lucciole, dell’UNESCO, delle vigne, delle cantine e delle risaie. Lo farò attraverso tutto quello che mi fa sentire la mancanza di questo posto, l’acquolina in bocca, la nostalgia, l’orgoglio di essere di Casale.

Se chiudo gli occhi e penso alla strada, dopo aver pagato il casello…

  • Casale per me è la brina di prima mattina, sulle macchine, sui campi, con il sole che spunta tra la nebbia d’inverno, la macchina ancora fredda, il fumo che esce dalla bocca.
  • Casale per me è il Bennet, con le sue decorazioni natalizie a forma di alberello, riconoscibili già dall’autostrada, che mi ricordano tutti i fine settimana passati in montagna con le mie sorelline, le gare a chi per prima riconoscesse le luci di casa.
  • Casale per me è quel muretto con il tetto che ti dà il benvenuto.
  • Casale per me è l’elefantino dove per lavare la macchina facevamo la doccia a papà e ci schizzavamo da bambine, giusto per fare arrabbiare mamma.
  • Casale per me è un susseguirsi di rotonde talmente famigliari che non hanno bisogno di un cambio di marcia.
  • Casale per me è un ponte, che da giovane facevo a piedi, sentendomi estremamente ribelle, come se stessi superando un limite invalicabile.
  • Casale per me è quella casetta a lungo Po, quella dei bambini, quella con le scritte dei Sum 41 che hanno resistito alle intemperie di decenni, quella che mi ha asciugato le lacrime nei momenti di peggiore sconforto, quella dalla quale, seduta al posto dei mocciosi, attraverso le sue fessurine ad onda che guardano il fiume, mi sembrava di essere al mare.
  • Casale per me è la lunghissima scelta del vestito per la veglia, le cene pre veglia, quella sensazione di PROM alla Casalese, di serata della vita, che avevamo a 15 anni.
  • Casale per me è la festa del vino e la gioia di vivere che porta con sé, i personaggi ai quali dà spazio, tutti gli emigrati che tornano.
  • Casale per me è in ogni frittella, ogni volta che qualcuno frigge qualcosa per strada, in qualsiasi parte del mondo, per me “c’è odore di giostre”, ma giostre di Casale. C’è sapore di autoscontri, del sangue che mi è sceso dal naso quella volta, quando nonno mi aveva accompagnata e dovevo assolutamente farlo sparire con una leccata veloce, per non farmi vedere sofferente.
  • Casale per me è il liceo Balbo, tutte le storie che racchiudono quelle mura, le gioie, le ragazzate, le amicizie che hanno sputato con forza.
  • Casale per me è il fumo delle caldarroste che si vede in lontananza, la luce soffusa, il calore colorato, nella nebbia, all’angolo prima dei giardinetti.
  • Casale per me è una rampa inutile in piazza, utile solo a papà quando il venerdì andavamo con Totta a mangiare al Mc e al ritorno facevamo le giostre con la macchina.
  • Casale per me è il sole che tramonta dietro al castello e scendendo proietta una luce calda sui sampietrini di Via Saffi.
  • Casale per me è la cioccolata con panna alla latteria, quella che bevono Bea, Marta, Ele e Filippo, mentre io li guardo e non cederò mai. Sono i nostri pranzi, le nostre cene, i compleanni passati insieme, le colazioni lunghe una vita, le merende infinite, l’intesa a colpo d’occhio dal teatro a piazza Mazzini.
  • Casale per me è la nuova pizza della Marechiaro, è mangiarla in un vestitino grigio la sera prima dell’esame di maturità. E’ il carpaccio dell’Apollo il mercoledì con papà e le bimbe, quando entravamo al Palli vuoto, di notte. E’ la pizza della Capri, andando sempre in cucina a salutare la Titti.
  • Casale per me è Pizzò in via Roma, è quella biciclettina gialla e nera che mi avevano rubato e che ho ritrovato, proprio lì, nelle mani di un adulto che mangiava la pizza e che mi sono ripresa a suon di “ma non ti vergogni alla tua età a rubare una bici ad una bambina?” con tutto il coraggio e l’incoscienza di una ragazzina a cui rubano il regalo di compleanno di mamma e papà.
  • Casale per me è il profumo dei Krumiri che arriva fino all’angolo di Busca e mi segue fin dentro al portone, senza tregua. Sono quegli stessi Krumiri che tutti i miei coinquilini e compagni di università si sono sempre contesi. Quelli che mamma mi fa trovare sul letto quando torno o che mi porta quando mi viene a trovare.
  • Casale per me è farmi venire a prendere al CAD, all’angolo tra via Lanza e Paleologi, è la retro fin davanti al mio portone, per evitare la telecamera della ZTL.
  • Casale per me è l’ansia nei camerini del Municipale prima di un saggio, di un musical, di uno spettacolo di fine anno, la testa che spunta dalle quinte, la porta dietro a chi regola le luci che dovrebbe rimanere chiusa, quel “merda, merda, merda” che sentono anche a San Germano. E’ la StraCasale, esattamente il venerdì dei saggi.
  • Casale per me è la brioche del Bar Bianco (Riviera) con Filippo, il mercoledì quando entravamo 1 ora dopo. Ora è semplicemente la brioche più buona del mondo. L’ultima colazione prima di partire per qualsiasi viaggio.
  • Casale per me è il Duomo, l’oratorio e tutte le canzoni di chiesa che canto anche sotto la doccia. E’ l’oratorio del mercoledì, quando ancora eravamo piccoli, l’oratorio era ancora quello vecchio e uscendo vedevo la prima neve, giravo su me stessa a testa in su, con la bocca aperta e la lingua di fuori.
  • Casale per me è il vigile con i baffi che ci faceva uscire dalla San Paolo senza farci morire investiti nell’intento.
  • Casale per me è una corsa alla stazione e un treno comunque perso, un panino al 5D e due risate in tabaccheria con Edo.
  • Casale per me è una domenica sera al Palazzetto, la voce di Simo nel microfono  un panino al Burger.
  • Casale per me è un pranzo alla baracchetta (La Cucina come una volta), con gli gnocchi alla Castelmagno che ti si sciolgono sulla lingua.
  • Casale per me è non ricordami come si chiami in realtà Piazza della Posta.
  • Casale per me è andare a piedi all’IperCoop passando dal bosco della Cittadella, quando non avevi nemmeno il permesso di compare scarpe con le stringhe.
  • Casale per me è salita Sant’Anna, due curve e le luci, la Madonna, il silenzio.
  • Casale per me è la vista della Torre Civica, illuminata, che spunta tra le finestre di casa mia.
  • Casale è una boccata d’aria fresca, ora che l’aria è un po’ più pulita, ora che al posto di quella fabbrica c’è un prato verde dove posso portare tutta la mia sezione di ESN a fare working group.
  • Casale per me è quella casa, quella che mi ha vista crescere, piangere, sorridere, la casa che ha visto la separazione dei miei genitori, la nascita di Arabella, quella casa costruita dal nonno, da cui sono uscita, con un’eleganza impeccabile, dalla finestra.
  • Casale per me è quel posto di cui mi sono vergognata, per un attimo, che avrei voluto cambiare, che ho cambiato per poi sentirmi in colpa sempre, per quell’attimo. Casale per me è la mia città, di cui andare fiera, sempre.
  • Casale per me è casa. Il primo posto a cui penso quando mi chiedono “di dove sei?” nonostante tentenni perché ho vissuto in tanti altri posti. Quel posto che ho sempre voglia di nominare, anche se mi tocca precisare “provincia di Alessandria, Piemonte, proprio in mezzo tra Torino, Milano e Genova”.

Casale per me ha il sapore di Krumiri Rossi, di tartufo di Murisengo, di fritto misto del Mariulone, di risotto della nonna, di agnolotti della Barchetta, di frittelle delle giostre, di torrone del Diavolo, di caldarroste di piazza Castello.

Casale è il posto in cui i miei nonni sono morti, mia sorella è nata, io sono cresciuta.

Casale è un posto da cui sono scappata, perché pensavo che non fosse abbastanza per me, che il mondo fosse grande e meritasse di essere esplorato, assaggiato, vissuto, che non fosse un palco abbastanza dignitoso per la mia persona. Ero giovane e dovevo ancora farne di chilometri per capire che quello che sono lo devo anche a questa città, che mi ha dato le basi, che ha messo tutte le carte in tavola, che mi ha lasciata andare, ma che mi lascia anche tornare, ogni volta che ne sento il bisogno, è la città che mi ha messa al mondo, nonostante non ci sia nata, è la città che mi ha ammessa al mondo.

Se non fosse per Casale non avrei avuto una stretta al cuore ogni volta che qui, dal Centro al Sud America, ho visto il logo Eternit. Questa città, le sue persone, mi hanno insegnato a stringere i denti, a rimboccarmi le maniche, a non dimenticare, ma a guardare avanti, a lottare con tutte le mie forze, a perdonare, a costruire prati sulle macerie.

E’ la capitale di tutta la cultura che ho potuto conoscere, è la capitale delle città in cui ho vissuto, è la capitale delle amicizie che porterò con me per tutta la vita, la capitale della nascita e della rinascita.

Questa consapevolezza, dopo 3 anni di viaggi interminabili, 2 dei quali all’estero, è un traguardo che stringo forte dentro me: la consapevolezza che ovunque vada, sarà sempre casa mia.

Casale è uno dei luoghi del mio cuore che custodisco gelosamente, con la voglia di mostrarlo al mondo, di farla assaggiare a tutti.

Un gran bel palco, un palco di cui andare orgogliosi, una bandiera da sventolare, da mettere sul balcone come quella della propria squadra del cuore quando vince il campionato, come quella della nazionale, come quella della Junior, come quelle tricolore sbiadite che inneggiano alla giustizia.

Non so se venerdì il verdetto sarà a favore di Casale Monferrato, che per me ha già vinto il titolo di CASA(le), ma so che sarebbe per me spettacolare far sentire a casa anche coloro ai quali bisognava precisare che si trova in provincia di Alessandria, in Piemonte, tra Torino, Milano e Genova.

Altrimenti… più Krumiri per me, va bene lo stesso.

 

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22, disordinatissimi, anni – Buenos aires pt.4

*Allarme spoiler*
Avevo un’idea per questo compleanno, avrei voluto scrivere su un altro blog, uno nuovo, mio, più degno di tale nome, ma il destino ed il mio supporto oltreoceano hanno deciso che non era il momento.
Ed effettivamente avevano ragione loro, perché non ti avevo salutato come meriti.
Pensavo di pubblicare tutte le carinerie che ho ricevuto in questi mesi, da quando sono qui, da parte di tutti i miei Amici. Nulla a che vedere con i messaggi comandati da una notifica Facebook, ai quali mi è quasi pesato dover rispondere per educazione.
Avrei voluto ringraziare i miei amici, quelli veri, per avermi dimostrato tutto il loro affetto in questi mesi, da quando sono ripartita.
Con una foto, con un video, con un messaggio, con una lettera, cogliendo l’occasione del mio compleanno, pensandomi in una giornata di sole, al mare, sotto la pioggia, davanti ad un tramonto.
L’ho pensato, spero vi basti, perché il nuovo blog non è ancora pronto quindi non posso portare avanti quell’idea.
Quindi, ricominciamo.

Mezzanotte e qualche minuto. Non è più il mio compleanno, in Italia era già finito da qualche ora.
Mi fermo e penso a quei due numeri, 22, ventidue.
Non li ho sentiti pronunciare molte volte oggi, la candelina era una sola ed il mio unico regalo di compleanno sono un paio di roller, che mia madre ricorda di avermi regalato anche verso gli 8 anni.
E’ finita la giornata e mi prendo qualche minuto per ascoltare e leggere quelle note vocali più lunghe, quei messaggi più profondi.
Sono nel mio salotto di Buenos Aires, su un divano da esterni, pieno di cuscini, di legno, ma duro come la pietra. Horacio ha deciso di offrirci questo e poco più.
Sul pollice della mano destra ho una puntura di zanzara, la bastarda sta ronzando proprio qui, ma non ho intenzione di farle del male.
Mi metto le cuffie per non sentirla.
E’ il 31 di ottobre, ci sono stati 26° per tutto il giorno, Alessia mi ha regalato una colazione al parco, sotto il sole e non posso che essere felice anche delle zanzare.
E’ il 31 ottobre e per la prima volta in 22 anni festeggio il mio compleanno durante la stagione più bella del mondo: la primavera.

Nelle orecchie ho la stessa playlist “Random soft” creata apposta per quando voglio piangere o scrivere, nonostante abbia compiuto 22 anni, ci sono abitudini che non voglio perdere.
Fossi la Ferragni farei un lungo elenco numerato di obiettivi per il prossimo anno, ma la ammiro e basta.

22 anni.
Sono tanti?
Sono pochi?
Sono ancora giovane?
Inizio ad invecchiare?
Non c’è mai stato un momento nella vita in cui abbia pensato “come ti vedi a 22 anni Dolly?”, sembrano una via di mezzo, un limbo tra i 20 ed i 25, eppure a quanto pare questo sarà il mio anno.
Non voglio pensare a quando tornerò a casa, ma so che ad attendermi ci saranno tante responsabilità, oltre a tutte le persone che più amo.
Sì, perché se c’è una consapevolezza che mi hanno dato questi 3 mesi a Buenos Aires è proprio questa: quanto amo determinate persone.
Se a Siviglia quasi mi sono dimenticata di chi fossi e da dove venissi, qui non è successo, non ho lasciato indietro proprio niente, mi sono portata via tutto e lo custodisco con gelosia.
In questi 3 mesi mi sono sentita orgogliosa delle mie origini, di essere Europea e prima ancora Italiana.
E’ curioso, quando sei lontana da casa, riflettere molto su dove sia “casa”.
A Siviglia era stato estremamente complicato rispondere alla domanda “di dove sei?”, ero un po’ persa, “un po’ di Casale, un po’ di Santa, però sto vivendo ad Alessandria e l’anno prossimo? Ancora non lo so”.
Qui invece Milano prende il sopravvento, al punto che Andrea deve correggermi ricordandomi che in realtà sono piemontese e che questo fatto che mamma si sia trasferita a Genova risalta un po’ la mia genovesità (in realtà sono solo meticolosa nella gestione dei soldi, spendaccione). Beh fatto sta che, senza indugi, rispondo “Sono Italiana, di Milano”.
Ed è proprio “Milano” il nome che darei a questo mio 21esimo anno di vita che si conclude.
Proprio come ho fatto con lei, ho fatto con me. Con i miei tempi e tanta tenacia, mi sono guardata dentro, nei cortili più nascosti, quelli bui e quelli che racchiudevano giardini e chiostri luminosi. Quest’anno ho tirato le somme, ho pensato, ho respirato, ho pianto, sono stata male, il mio corpo è stato male insieme alla mia testa, ho dormito a volte male, ho sentito la malinconia, la paura, l’emozione, la delusione, la tristezza, la gioia, l’affetto, l’amore.
Da questa prospettiva è tutto più chiaro e finalmente 22 non sembra il numero di un punto d’arrivo, ma un nuovo grande punto di partenza.

Tra 28 giorni parto, mamma non me ne volere. Io e Ale abbiamo perso un biglietto di sola andata e programmato un grande e lungo itinerario che ci porterà a camminare, correre, sudare, odiarci, probabilmente farci rapinare, rapire e trucidare.
Se così non fosse, sarò qui per raccontarvelo ed è questo che vorrei regalarmi e regalarvi per i miei 22 anni, un po’ di ordine nel disordine.
E’ questo che ho imparato a trovare dentro di me e nelle città che mi ospitano, nei cortili di Milano, nei parchi di Buenos Aires, sul Puente de San Telmo a Siviglia, dalla Fundacion Amalio, nel parcheggio di Alessandria, nella mia prima casetta a Casale.
Ho sempre cercato dei rifugi fisici per respirare, per prendere aria, quando il realtà era dentro di me che avevo bisogno di fare ordine.
Eccoci.
22 anni ed un ordine che spero non sia solo apparente e si riesca ad adattare a tutti i nuovi disordini di cui mi farò carico.

Ho troppi pensieri questa sera e non riesco ad essere ordinata.
Penso a Bea che domani raggiungerà Marta a Varsavia, penso a Fil sul tetto della sua residenza ad Hong Kong, ad Ele mentre guarda il tramonto a Moncestino e mi riempio di gioia, pensando alla loro felicità, a tutti i compleanni condivisi, vicini e lontani, a quanti ancora ne condivideremo, a quelli dei nostri figli. Penso a quanto siamo cresciuti, a dove siamo arrivati e a dove ancora dobbiamo arrivare. Ripenso al punto di partenza e no posso che sorridere.
Penso a mamma, a casa da sola con Tiffany, perché siamo cresciute ed è veramente inaccettabile.
Penso a papà, con il suo piccolo dispiacere composto post partita, mentre esce dallo stadio senza di me al suo fianco, proprio il giorno del mio compleanno.
Penso alla nonna, mentre si mette gli occhiali e cerca di vedere su quel piccolo schermo del telefono della badante le foto ed i video che le mando da qui. Quanto vorrei abbracciarla.
Penso alla piccola Arabella, mentre si lascia rigare il viso da qualche lacrima, scrivendomi i suoi dolcissimi auguri, per poi correre da Lalla e vivere la sua adolescenza sbagliando, come merita di poter fare.
Penso a Fiore, a Padova, mentre ride come una matta della stupidità di certi elementi dell’umanità, lei che ha sempre visto più in là, dentro.
Diamine.
Non posso scrivere tutto quello che penso, ho così tante cose per cui ringraziare…
Orrendo.
Questo post.
Resterà privato.
Troppi spoiler.
Troppo disordine.

Non ero convinta di questa città, non ero convinta di me qui dentro, volevo che il mondo avesse la forma che aveva a Siviglia, ma senza uscire solo con internazionali e vivendo con Italiani questa volta. Volevo essere quella che ero a Siviglia, spensierata e felice all’impazzata.
Ho iniziato a non digerire nemmeno l’acqua ed a svegliarmi di notte.
Mettevo una mano sulla pancia e sentivo pulsare, sentivo una stretta, tra lo stomaco e la gola, quella di cui parlava il Liga riferendosi all’amore, alle farfalle nello stomaco, io la sentivo ingerendo qualsiasi alimento.
Pensavo di avere qualche problema, ho preso delle pastiglie per un mesetto, sono migliorata.
Non pensavo ad altro.
Mi sentivo in colpa perché avevo fame, mi sentivo in colpa perché mangiavo qualcosa che non fosse verdura, pur sapendo che mi sarebbe rimasto sullo stomaco.
Magari sono celiaca, magari non sapevo di essere incinta, magari sono allergica all’aria.
Ho fatto gli esami del sangue. Bea mi ha insultata perché ancora non avevo fatto degli esami del sangue in vita mia. Ho fatto la pipì nel vasetto e mi sono fatta riempire la pancia di unguento gelido per guardare dentro.
Insomma, dei banalissimi esami di routine per vedere se tutto fosse a posto.
E tutto era a posto.
Dannatamente a posto.
Incredibilmente a posto.
Gli OGM non avevano colpe, il glutine nemmeno, era tutto nella mia testa.
Questo avrebbe dovuto calmarmi o spaventarmi?
I problemi fisici si risolvono con le medicine, con le operazioni, ma cos’ha la mia testa che non va?

E invece è bastato respirare, sapere di stare bene, lasciar scivolare l’ansia, prendere un traghetto e guardare il mare, aprire un po’ di più il cuore, accettare.
Il mio ultimo anno è stato un’accettazione, una presa di coscienza dopo l’altra.
Ho accettato che l’Erasmus finisse, ma non le amicizie che mi aveva regalato, così sono andata a festeggiare i 21 ad Amsterdam con Monse. Ho accettato Milano, come nuova casa, dopo settimane di terribile indecisione. Ho accettato la magistrale teorica, invece di un bel master, pur di poter ripartire. Ho accettato la nebbia, dopo un anno intero di sole. Ho accettato di dividere il mio monolocale perché cucinare solo per me era troppo triste. Ho accettato di lavorare all’immacolata, nelle vacanze di Natale, per fare cassa. Ho accettato che mi avessero rubato la macchina. Ho accettato di comprare la mia prima casa, in cui probabilmente no vivrò mai, per dare un nuovo inizio a mamma e Ara.
Ho accettato tante cose, alcune facilmente, altre con grandi sforzi, ma sono stati tutti ripagati.
La nebbia si è diradata, è arrivata la primavera ed è valso la pena ogni singolo passo, ogni scatto, ogni sollevamento.
La Bicocca mi ha regalato dei compagni che non pensavo di poter ritrovare, mi ha servito ESN su un piatto d’argento. Milano mi ha dato la possibilità di godere di Santa anche durante l’anno, ci ha riuniti finalmente quasi tutti. Mi ha fatta trovare con Je e Ale, ci ha resi famiglia. Con la macchina probabilmente non avrei mai studiato così a fondo la lilla, no avrei vissuto Milano in scooter, non sarei caduta, non mi sarei distrutta una caviglia, non mi sarei rialzata. La nuova casa di Genova sembra veramente accogliente, il posto giusto per andare a respirare un po’ di serenità.
Buenos Aires mi sta regalando, finalmente, i tramonti giusti. Quel contatto, oltre all’inquinamento acustico, con me stessa. Quello che cercavo.

Dove mi porteranno questi 22?
Di preciso non lo so, non ancora, so che mi aspetta il mio personale cammino di Santiago e poi ancora 5 mesi di buone arie, so che mi aspetta un’altra laurea al mio ritorno, forse anche una tesi in mezzo (se mi decido a contattare la prof) e poi… Se Fili mi ci fa pensare ancora una volta lo blocco su tutti i social come una ex impazzita.
Dopo raccoglieremo ciò che è stato seminato, in giro per il mondo e dentro me.
Ovunque mi portino, so chi ci sarà sempre al mio fianco.
Ovunque mi portino, so cos’avrò sempre dentro: un grandissimo, cazzutissimo, arruffato, sorriso a denti stretti, a volte a bocca aperta, ad occhi chiusi, con il naso all’insù.
Ovunque mi portino, so che non perderò mai la voglia, incessante, di toccare, assaporare, guardare negli occhi, osservare furtiva, annusare, provare, tuffarmi, abbracciare, ringraziare, stupirmi.

Fanculo all’età, la paura non vincerà, non oggi.

Tanti auguri DCB.

Cucina Paradiso

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Italians do it well, but ESN do it better

Palermo luccica sotto il finestrino, in aereo fa fin caldo, la mia borsa emana un piacevolissimo odore di arancina fritta e la PN è finita.
Sono partita per questo viaggio con zero aspettative, senza sapere cosa mi aspettasse, organizzare una PN è una cosa, viverla un’altra… torno a casa con le lacrime agli occhi, decine di nuove conoscenze ed un paio di grandi nuove amicizie, il cuore a mille e la sabbia ancora nei piedi. Con una quantità indefinita di adesivi, 2 nuove t-shirt e qualche manata di vernice sulla canotta bianca. Se chiudo un attimo gli occhi ancora le sento quelle mani, gli adesivi che si appiccicano ai capelli, la risata della Bettelli, la voce di Carmi, i commenti di Robi, sento anche la clemenza di Acquaviva, i commenti sarcastici, l’odore di mare, il rumore dei tuffi abusivi in piscina, il sapore della condivisione, della pasta con le sarde, della serenità. 
Il “network”, quel mito amato da qualcuno ed odiato da qualcun altro, quella cosa che per i fan degli Erasmus non ha quasi senso di esistere, quell’entità magica e segreta, mi ha fregata completamente.
Dal primo giorno all’ultimo, dall’accoglienza di ESN Catania, all’asse Chieti-Pescara-Perugia-Firenze.
Tanti disagiati da tutta Italia, tra chi perde il volo, chi dimentica il documento e chi prende il volo sbagliato, che alla fine sono riusciti a portare il disagio a destinazione. Chi se lo aspettava di trovare un medico dietro a quel matto con le boom? Un cuore d’oro dentro a quel minchione di Bongiorni? Un colpo di fulmine con tutta Roma ASE? Una Sollima che non beve? Un sole nella Caronna? La mia stessa nonchalance nelle parole di Giada? Onestà & sobrietà in una discoteca a strapiombo sul mare, con 3 sconosciuti che sembrano essere tuoi amici da una vita, alle 3 di mattina. Chi se lo aspettava che il mio corpo avrebbe retto così tanto senza dormire, per ottimizzare il tempo, per godersela appieno? Chi se lo aspettava che avessero inventato i pedalò con le casse incorporate? Che si potesse convincere anche degli Highlanders che la sobrietà e l’entusiasmo possono andare a braccetto?
Non mi aspettavo nulla e torno a casa piena, stracolma, grata alle ragazze di ESN Palermo, grata al sole che non si è fatto desiderare, grata alla vita.
Torno a casa bianca come 5 giorni fa, con qualche chilo di troppo e la malinconia nel cuore. 
Avrei voluto non finisse. Avrei voluto non dire “a tra un anno”. Avrei voluto non aggiungere anche queste all’elenco delle persone di cui sentirò la mancanza una volta atterrata a BA. Avrei voluto non piangere, ma in pre mestruo le emozioni sono estremamente amplificate. 
Avrei potuto starmene a casa insomma… e invece no.
Mi rimbombano nelle orecchie cori e tormentoni, mi bruciano le labbra per il troppo sole ed il costume è ancora bagnato, la PN è finita e forse questa è la mia nuova normalità. 
Da domani si ricomincia, con lo studio, con i preparativi per la partenza, qualcuno con il lavoro, qualcun altro con il cazzeggio, torniamo tutti ai nostri posti, nel nostro letto, a nanna ad orari decenti, torniamo dai nostri Eramsus, dalle mamme, dai coinquilini, alle nostre vite. 
Ritorno sicuramente più ricca, più grassa e con una ragione in più per amare questo Paese, la mia vita, per sentire questo posto il mio posto.
Italians do it well, but ESN do it better.
Grazie a tutti, mi mancate già.

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Cuore (bianco) nero

No in realtà non sono solo triste, sono un po’ traumatizzata, non riesco a concentrarmi. 
Ieri sera la prima persona a cui ho scritto a fine partita è stato Matteo, goliardicamente, paragonandolo a Cuadrado. Lui con il fiatone ed in preda al panico mi ha mandato una nota vocale, stava scappando da piazza San Carlo, totalmente spaesato. 
Mi sono preoccupata, ho iniziato a cercare notizie, hanno iniziato ad arrivarmi foto di ragazzi insanguinati, di persone che erano lì e senza nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo, giusto il tempo di raggiungere la macchina, tra i tweet vedo la nuova tendenza, #LondonBridge e a quel punto davvero non capisco più un cazzo, mi sono sentita un po’ schiacciata, un po’ fortunata, un po’ in ansia. La tristezza per la partita non era nulla a confronto del magone, dalla confusione, del sudore freddo.

Cerco di studiare, chiusa qui, nel mio hotel di Londra, c’è il sole fuori dalla finestra e la speranza si riaccende. Dall’ascensore dell’Excel esce una mamma, ad aspettarla fuori le sue due bimbe ed il papà. La grande corre subito ad abbracciarla, la piccolina scalcia per essere slegata dal passeggino, per poi avvinghiarsi al suo collo e fare la spola abbracciando prima mamma e poi papà. Mi piace pensare che siano venuti a prendere mamma che tornava da un lungo viaggio. O magari usciva semplicemente dall’ufficio. O da un viaggio corto, che a loro è sembrata un’eternità.
Ieri abbiamo fatto il giro largo, non come al mattino, quando prima il Tower e poi il London Bridge li abbiamo attraversati in auto, per andare a recuperare Sergei ed il suo amico, due ragazzi che venivano dalla Moldavia per la partita. Sono riuscita a convincere papà ad usare bla bla car e sia nel viaggio di andata che in quello di ritorno erano con noi. 
Due bravi ragazzi.
Due bambine stupende.

Tutta questa umanità, questa condivisione, questa apertura, questi denti all’aria, questo sole, sono quello che mi fa pensare che non vincerà il terrore, che non ci fermeremo, che la paura non prenderà il sopravvento.
Ma non riesco a dirlo oggi. Non riesco neanche a crederlo, perché se non fosse così reale, così tangibile, così quotidiana, questa paura, ieri sarei entrata allo stadio con il cuore più leggero, il campo non sarebbe stato coperto ed avremmo visto il cielo. 
Se non fosse così viva, così forte, al cadere di una transenna, all’esplosione di un petardo, allo scatto di qualche persona, non avrebbe prevalso lo spirito di sopravvivenza, nessuno avrebbe perso le scarpe, nessuno avrebbe camminato su altri corpi, nessuno juventino si troverebbe oggi in ospedale, a farsi togliere pezzi di vetro dal corpo. Se non fosse così truce oggi il London Bridge sarebbe aperto al traffico e potremmo attraversarlo ancora, a piedi nudi, a cuor leggero. Potrei studiare frivolezze, come aumentare gli incassi di un supermercato, invece penso soltanto che se qualche sponsor avesse portato i bicchieri di plastica non ci sarebbe stato tutto quel vetro a terra. Che se solo avessi attraversato quel ponte qualche ora più tardi, o fossi uscita dallo stadio prima, che se non avessi avuto il coraggio di andare a Cardiff probabilmente sarei stata lì, proprio lì in piazza, come due anni fa…

Se viaggiamo è per sputargli in faccia, per sentirci ancora vivi. Se non rinunciamo ad andare in massa a vedere la Champions, ad un concerto, a prendere la metro, a far preoccupare la nonna, è perché siamo vivi e non possiamo che godercela questa vita, perché la rispettiamo, perché la onoriamo, alla faccia di chi il rispetto non sa nemmeno cosa sia, di chi non ha amore ne religione. 
Ma se invece rinunciate… Oggi vi capisco.

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Mia madre che fa cose – Festa della mamma 2017

Ho salutato mamma, era affacciata alla finestra, in mutande e mi urlava “non hai nemmeno salutato la tua mamma!”. Parla di sé in terza persona, come a voler sottolineare che lei è la mamma, come se non si fosse ancora capito dopo 21 anni di stress. E comunque l’avevo salutata anche prima di scendere, ma lasciamo stare, tanto non la saluto mai abbastanza.

Come non le dico mai quello che faccio, la metto solo di fronte al fatto compiuto. Da piccola invitavo le mie amiche a cena e poi l’avvisavo, era così naturale per me aggiungere un posto a tavola, invece mi beccavo delle strigliate clamorose, ma anche quando l’avvertivo prima esordiva sempre con “non abbiamo nulla in casa, aspetta che guardo cosa possiamo fare…” oppure “certo che potevi dirmelo un po’ prima”. Ma secondo il mammese, quand’è prima di prima?
Appena diventata grande ne ho approfittato subito e adesso davvero le dico sempre tutto dopo, sempre prima, ma comunque dopo. 

Madre: “Tua nonna mi ha detto che stai cercando casa ad Alessandria” 
Io: “Veramente ho gia firmato il contratto mamma”

Madre: “Come stai? Dove sei?”
Io: “Ciao mami, baci dal Marocco”
Madre: “MA TU SEI PAZZA?! E L’ATTENTATO? E L’ISIS? E LA TRAMONTANA?”

Io: “Mamma vado un anno in Erasmus”
Madre: “Fai domanda?”
Io: “No, ho già vinto il bando, parto tra un mesetto”

Io: “Mamma vieni a prendermi in stazione che zoppico?”
Madre: “Come zoppichi?”
Io: “Ah no niente, sono caduta in moto settimana scorsa”
Dell’Argentina non serve riportare le conversazioni, erano in mondovisione.
A volte ti sento solo sospirare dall’altra parte della cornetta, se non avessi smesso di venire in chiesa probabilmente ti faresti anche un segno della croce, invece sospiri, m’insulti, ti rassegni. Ad una figlia zingara.
Ho superato Pavia, da sciocca che decide tutto all’ultimo ho dovuto prendere il regionale, ma non uno qualunque, il Treno del mare. Allora anche fare tutte le fermate è più bello, semplicemente perché si chiama “Treno del mare”.
Il sole tramonta alla mia sinistra, accanto e davanti a me dei ragazzi dell’est, probabilmente russi, mi sveglio di soprassalto dal torcicollo e c’è una luce stupenda.
Facebook era impestato di fotine dolci con mamme e popini, di dediche sdolcinate, perché si sa che gli italiani sono dei gran mammoni. Ma lo sai, io sono una zingara, quindi farò a modo mio.
Ad un certo punto della loro vita le mamme si dividono in due categorie: quelle che per la festa della mamma si aspettano un regalo sorprendente e quelle che semplicemente aspettano che i figli tornino a casa. Un po’ spontaneamente, un po’ spinti dal senso di colpa, un po’ per coincidenze di tempistiche, un po’ perché il Treno del mare è un crogiuolo di culture e puzza di umani.
Settimana scorsa, quando avevo già deciso che sarei scesa a Santa, mi hai mandato un messaggio minatorio, diceva “Domenica prossima è la festa della mamma, quindi è la mia festa. Quindi dovete essere tutte qui con me a festeggiarla. Perché me lo merito. Io sono una brava mamma”.
Troppo velocemente sei entrata nella seconda categoria, troppo velocemente siamo cresciute e troppo velocemente ti abbiamo lasciata sola. Riscrivendo questo messaggio mi si bagnano gli occhi, ma ci sono i russi, devo contenermi. Sì, mamma, anche io piango ancora, anche se sono una vecchia zitella acida, mi commuovo e soffro.
Leggere quel messaggio, così spiritoso, se letto immaginando la tua voce da bambina, mi ha fatta sentire tanto in colpa all’idea che avessi sentito davvero il bisogno di chiedere una cosa che per me era già scontata.

E’ difficile spiegare le ali, lasciare il nido, buttarsi sulla vita. 
Ho visto amiche tornare a casa tutti i weekend, di tutti i loro anni di università. Tornavano da mamma, tornavano dagli amici del liceo, tornavano in paese, si rilassavano. Ma io non sono così: tutti i weekend ho qualcosa da fare, ovunque vada mi butto in nuove avventure, mi rimbocco le maniche, lavoricchio, coltivo nuove amicizie. E in realtà anche i miei amici del liceo sono come me, per questo sono miei amici, lo sai. E tra l’altro, a modo tuo, sei così anche tu. 
Non posso prenotare nemmeno un treno di ritorno, perché non so dove sarai. Sei metodica, sì: Santa, Cervinia, adesso Genova, ma cos’è per te casa?
Quando ero piccina era abbastanza chiaro, vivevamo a Varese, poi ci siamo trasferiti a Casale, ma l’inverno in montagna, l’estate al mare… i miei amici erano nati a Casale, i loro fratelli anche, magari anche i loro genitori, avevano amici dall’asilo nido, erano soci alla Cano da prima di sempre, avevano un’identità ben precisa. Io e le mie sorelle invece siamo nate in 3 posti diversi, abbiamo vissuto almeno in 3 città diverse, in case diverse, ci siamo adattate, siamo diventate duttili e malleabili. E adesso “casa” è diventata un concetto astratto, non è un luogo fisico, è un’emozione.
Questo fine settimana casa era sicuramente Santa, eravamo noi 4+1, noi e le nostre nuance di biondo e azzurro, le nostre risate assordanti, il +1 che è Tiffany.

Ma casa è diventata anche Milano, proprio quella che una volta era tua, quella che tu chiamavi “casa”, dove papà veniva a trovarti all’inizio del vostro amore, dove studiavi come una matta, la tua prima casa da arredare e pulire come una maniaca quale sei. Mi sento più vicina a te, ora che casa tua è un po’ casa mia.

È stato fin troppo istintivo per me prendere il volo, buttarmi sulla vita come mi buttavo tra le braccia di papà dagli scogli. E adesso, dopo anni da eremita, all’idea colorata ed emozionante di allontanarmi di nuovo, ho tanta voglia di abbracciarti e farti sapere che ci sono, che puoi contare su di me, anche se sono entrata a piè pari nella mia di vita.
Lo so, è difficile da accettare, prima la tua vita era la mia, la mia era la tua, stessa casa, stessa cena nel piatto… no aspetta, questo non è vero, sarà dal liceo che noi mangiamo diversamente da te.
No, non lo dirò mai che sei la mamma migliore del mondo.
Tu sei diversa, non sei quel concetto che, gli italiani soprattutto, hanno di “mamma”. Quella che prepara la cena, che si preoccupa, che sta sveglia la sera ad aspettarti. Tu sei maturata con il tempo, ci hai dato mille attenzioni quando eravamo piccole e poi via, allo sbaraglio, a spaccare il mondo. Come puoi lamentarti? Ti sei sposata uno zingaro, ok siete separati, ma come potevi pretendere delle bimbe casalinghe?

Sei una grandissima rompiballe, simpatica, pedante, una sagoma, mi diverto a prenderti in giro ed ho superato quel momento in cui mamma era un nemico giurato, quell’adolescenza in cui era tutta colpa tua, tanto odi et amo, ora sei al mio fianco. Ora tifo per te, come tu tifi per me, con tutti gli sforzi che ne conseguono. E’ facile tifare per la propria squadra quando vince, soprattuto quando prende le scelte che avresti preso anche tu, ma quando invece fa di testa sua, spezza il guinzaglio, è difficile fermarsi, guardarla correre, sorridere ed incitarla.

Così vedo la tua rassegnazione, il tuo sospiro di sollievo, così mi viene voglia di abbracciarti, di proteggerti, di farti sentire che sarò sempre la tua bambina, che non ho bisogno di nient’altro se non del tuo sostegno.

L’ho aspettato tanto, dopo anni a sentirmi dire “puoi fare di più” dopo ogni 9 che poteva essere 10, dopo ogni 10 che poteva essere 11, ti sento ancora gridare e battere le mani, in prima fila, il giorno della mia laurea, quel giorno in cui, finalmente ti ho dato il permesso di ascoltarmi. Non come alle medie, non come al liceo, dove ti ho lasciata fuori dalla porta, eri lì con me, ossessionata come sempre con i tuoi video, a sostenermi.
E poi è arrivata, la tua fierezza, il superamento delle tue aspettative, quest’orologio che porto al polso con orgoglio e senza paura, che mi ricorda ogni giorno quanta tenacia hai messo tu nella vita e quanta vuoi che ne metta io.

A volte ti devo istruire, non lo accetti, ma è così. I tempi cambiano, io ti amo, ma non sono come te e non voglio essere come te. Quindi non sempre posso fare quello che vorresti la tua figliola facesse, ma se sono davvero convinta e desiderosa di qualcosa, prima o poi lo capisci.
Come hai capito quanto fosse magica Siviglia, solo venendomi a trovare, solo guardandomi nel mio nuovo habitat. Come te lo ricordi ogni volta che mi senti parlare spagnolo, quando mi alzo al ristorante per aiutare le cameriere a parlare con i clienti. Così.

Mamma, sei un disastro. E potrei continuare per ore, un giorno forse scriveremo davvero il glossario di tutte le frasi incredibili che ci rifili, di tutti gli insulti ai quali non possiamo fare altro che rispondere con una sonora risata, perché una madre così scema da dare delle “puttanine maltesi” alle figlie, merita solo una risata. Perché non sai più cucinare. Perché in moto non superi mai i 30 km/h. Perché ogni volta che compri una macchina la devi smussare su tutti quattro i lati, ed è sempre colpa dell’asfalto, della pioggia, di un’altra macchina, del vento. Perché anche i portafogli si sono rotti le balle di nascondersi in giro per casa. Perché vedi verdi i calzini blu. Perché credi che “lì” “là” “di là” siano coordinate.
Mamma, sei un amore. Perché quando torno a Santa dopo due mesi e in casa non c’è né la focaccia, né le trofie al pesto, ma solamente i canestrelli, mi rendo conto che ci hai messo del tuo. Perché quando arrivo a Casale, tu non ci sei, ma ci sono i Krumiri sul cuscino, per la gioia di Ale e Je oggi, per quella di Alice e Lucia prima, sei proprio la mia mamma. Perché sei autoironica e ti prendi in giro da sola. Perché la tua purea in polvere è la migliore che ci sia. Perché accetti che le tue figlie ti rinominino “Satana” sul telefono. Perché ci lasci suonare con il forno, come nei video dei bambini pazzi. 
Mamma, sei una rompicoglioni. Per questo ti metto sempre di fronte al fatto compiuto. Figurati se avrei potuto sopportare mesi e mesi di “ma cosa ci vai a fare a Buenos Aires?” ancor prima di sapere se mi avrebbero preso. Probabilmente avrei applicato per l’Antartide! Perché quella sedia è tua, il divano è tuo, quella cosa che mi hai regalato è sempre e comunque tua. Perché continui imperterrita a cercare di convincermi che il cioccolato sia buono. Perché non è mai abbastanza pulito e nessuno pulisce mai bene come te. Tu che sei in grado di lavare anche gli ombrelli, di mettere le scarpe al cane, di asciugarle la passera quando fa la pipì. Perché ti coalizzi con i miei fidanzati, soprattutto quando diventano ex.
Mamma, sei una principessa. Perché non appoggi mai la borsa a terra, perché come ti detergi tu la faccia, tutte le sere, io lo faccio una sì e tre no. Perché non hai mai avuto intenzione d’imparare a mangiare il pesce con le mani e quando ti obbligo ti sporchi come una bimba. Perché in ogni borsa hai un borsellino, un astuccio con matita, rossetto, pettinino, specchio e fazzoletti, ovviamente coordinati. Perché lavi anche le solette delle scarpe, lavi l’aria ed i denti al cane.
Mamma, sei una matta. Perché ci segui sul treno senza biglietto. Perché non mi hai mai dato il coprifuoco, facendo affidamento sul mio buon senso, per poi chiamare strillando “non ti sembra ora di tornare a casa?!”. Perché non mi sei mai venuta a prendere in discoteca, “come ci sei andata torni”. Perché hai sposato papà e ci hai fatto pure 3 bambine. Perché ti sei rassegnata ad aprirmi le porte del tuo armadio. Perché ti lasci prendere per il culo in mondovisione. Perché nessuno si sognerebbe di pulire le persiane all’esterno arrampicandosi sul davanzale. 
Mamma, sei la mia mammina. Non sei la migliore, sei un disastro, un amore, una rompicoglioni, una principessa, una matta.


Avrei voluto cambiarti, scambiarti, prenderti a testate, lasciarti in autostrada come gli stronzi che abbandonano i cani, mandarti a fanculo, chiuderti il telefono in faccia, bloccarti su Facebook, scappare di casa, bloccarti sull’iPhone e ti dirò, ci ho provato. E l’ho fatto. Ma poi sono cresciuta, mi sono rassegnata anche io, ho imparato a conoscerti, ad accettarti, ad apprezzarti, a prendere il meglio di te, a tenermelo stretto, a ringraziarti, a vedere il lato positivo, ad abbracciarti, a cercarti, a preoccuparmi per te.
Mamma, sei la mia mammina. Non sei la migliore, ma sei la mia e non ti cambierei con nessun’altra. 
Anche se quella di trasformare camera mia in un salotto non me la dovevi fare. Stronza.

Buona festa della mamma, auguri, amore, ti amo tanto.

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L’aria metropolitana di Milano

“Povera Milano.

Povera Milano, i sensi di colpa oggi toccano livelli indescrivibili e mi scuso anche con le città.
Povera Milano, non è colpa tua. Sotto il tuo grigiore nascondi segreti e meraviglie colorate, tutte da scoprire e difficili da scovare, ma incantevoli.
Povera Milano perché ti addosso colpe solo mie, scusami, non è un tuo demerito, sono io che non riesco a colmare il vuoto che mi sono creata attorno, quest’aurea di nostalgia, questa corazza dura che non ti lascia arrivare al cuore.
Povera Milano, è toccato a te, il peso di quest’anno così strano, di queste notti insonni, di questi nodi alla gola. Ti stai sobbarcando carichi che non ti spettano, lacrime che non meriti, insulti generici, banalità sconfinate. 
Povera Milano, non ti offendere, l’unico problema che hai è che non sei Siviglia. Ed è un problema tutto mio.
Imparerò a rassegnarmi.
Un secondo per amare ed una vita per dimenticare. Un secondo per sentirsi a casa ed una vita cercando ovunque di ritrovare quella sensazione.
Avrei dovuto fermarmi?
Già?
Davvero?
E’ lei o sarebbe stata qualsiasi altra?
Forse tutti pensano che la loro sarebbe stata la perfetta, forse sono solo accecata, ma non passa giorno in cui non mi ritagli il tempo di una lacrima da versarsi addosso. 
Solo perché non sei lei, Mi.
Che zitella frustrata, che eterna insoddisfatta, che rompicoglioni.”
E’ passato solamente poco più di un mese da quando, in preda al panico, gettavo tra le note queste parole. Un mese nel quale mi sono rimessa in carreggiata, sono rientrata nel mio corpo, ho ripreso le redini della mia vita e mi sveglio ogni giorno con il sorriso.
Che sia l’avvicinarsi della primavera, il caldo o semplicemente le cose che vanno esattamente come devono andare, non lo so.
So che da qualche pomeriggio, preparando i documenti per l’application, all’idea che tutto questo finisca presto, mi mordo la lingua.
So che oggi, dopo 3 giorni full immersion in quest’avventura piena di sigle, all’idea di allontanarmi da ESN, mi si stringe il cuore.

Il papà di Ciotti diceva che Milano è una giostra: devi prendere il giro. Sono salita a bordo a settembre correndo nella direzione sbagliata, titubante, indecisa, ma poi ha fatto tutto lei. Si è fatta desiderare, mi ha mostrato i suoi angoli nascosti, le perle nei cortili, i soffitti di cristallo, gli affreschi sotto terra, mi ha fatto alzare gli occhi al cielo, mi è entrata dentro.
E adesso? Ora che Milano è diventata la mia città, ora che ho preso il giro, ora che dalla giostra salgo e scendo a mio piacimento?
Davvero arriva aprile? Davvero mancano 4 mesi?

Sono arrivata con l’idea di andarmene, che fosse solo un passaggio, un momento. Non volevo adagiarmi e sono rimasta sulle spine, ho fatto fatica, ma adesso che il divano ha preso la forma del mio culo, che centro il water anche di notte, che apro il frigo con la luce spenta, adesso che in ufficio c’è sempre qualcuno, che saluto anche gli omini del gabbiotto, che conosco tutte le cameriere della mensa, che non confondo più l’U9 con l’U5, adesso che questa routine mi piace, che ho imparato ad ammortizzare anche il tempo in metro, che so quando mi conviene sedermi in fondo o in mezzo, adesso che i parchi si colorano ed anche i milanesi sembrano meno scorbutici, adesso che Jessica è più imbruttita di me ed insulta in romanaccio-milanese i pedoni lenti, adesso che mi è passata anche la voglia di tornare a casa il weekend, perché mi sento già a casa qui, adesso… è già ora di andarsene? 
Mi ripeto che ci sono occasioni da cogliere nella vita, che dopo aver poggiato il piede in terra argentina tutto sarà magicamente chiaro ed in discesa, che se non lo faccio ora non lo farò mai più, che Milano è qui e mi aspetta, ma mi prudono comunque le mani.
Solo una volta tornata indietro da Siviglia, dopo 1 anno ai 100 all’ora, solo allora mi sono resa conto che anche qui qualcosa si era mosso, che anche se magari qualcuno aveva rispettato i limiti di velocità, anche in Italia il tempo era passato, anche qui avevano vissuto ed io non c’ero. Respiravo un’altra aria, buona, buonissima, ma non la loro. 
Solo a quel punto mi sono resa conto di aver perso un pezzo della vita delle mie sorelle, l’ultimo anno di università con i miei compagni di corso, che probabilmente avrei rivisto in poche occasioni nella vita, un anno con la mia nonna. Sì, è vero, avevo guadagnato tanto ed il costo opportunità pendeva in maniera prepotente verso la Spagna e verso quello che un anno di Erasmus mi aveva regalato, quello che mi ha fatta diventare, ma ciò non toglie che qualcosa mi abbia anche fatto perdere. 

Dannata Milano, dannata Siviglia, dannatissima ESN, maledetta me.

Il Gianni sta tagliando il prato in cortile, dalla finestra entra odore di erba e se chiudo gli occhi posso ancora sentire la musica che arriva dal Mercado de la Lonja del Barranco, mentre ai piedi del Guadalquivir prendiamo il sole e picnicchiamo, parliamo in 18 lingue diverse e comunichiamo a pallonate. 
Se li strizzo mi sto grattando le punture di zanzare dalle gambe, a Moleto, sui colli monferrini, mentre sorseggio un azzardatissimo the alla pesca. 
Se li riapro posso contare le stelle cadenti sopra il giardino di casa di Gio, a Ruta, la notte di San Lorenzo, tutti arrotolati sotto i piumoni, impauriti da cinghiali invisibili. 
E poi ancora l’Aurora, facce stanche e spossate, t-shirt appiccicate alla pelle dal sudore, tristezza e gioia.

Ci sono stati tanti posti in cui mi sono sentita a casa, in cui mi sento a casa ogni volta che ci rimetto piede, luoghi in cui è bastato un secondo, altri che non mi hanno dato scelta, alcuni che mi hanno fatta lavorare duro, eppure sono e saranno per sempre parte della mia vita, di me, mi hanno fatta arrivare fin quì…
Allora la domanda è sempre la stessa che mi fece Carlo a bruciapelo, dopo essersi rotto i coglioni di sentirmi ripetere quanto fosse perfetta quella città… “ma se Siviglia è così perfetta, perché non ti fermi una volta per tutte?” 
E la risposta purtroppo o per fortuna, continua ad essere che il mondo è troppo grande per fermarsi, che dietro l’angolo potrebbe esserci sempre qualcosa di ancora più adatto o qualcuno che ci faccia sentire ancor di più a casa.

Chissà quando smetterà di girare…

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