Zubiri – Pamplona, 21 bagnatissimi km

Siri scriviamo: “Avete mai pensato di poter essere felici, in un giorno di pioggia, senza ombrello, camminando nel fango con le scarpe completamente bagnate?”

La ci siamo svegliati sempre prima della sveglia, seppur fosse piccola, la stanza ha iniziato a brulicare di vita già alle 6.30, nonostante mi ostini a puntare la sveglia alle 6.45.

Per rappresaglia ho preso il bagno per prima, saltando giù dal letto a castello mentre la casinista di turno cercava qualcosa in un armadietto. Si dà il caso che la casinista fosse anche la compagna del russatore della stanza. Che combo. Rido mentre lo scrivo, perché sono giorni così sereni che nulla di tutto ciò ha minimamente scalfito la mia calma mattutina.

Nonostante i 4 vestiti che ho nello zaino (ho lasciato uno dei 3 pantaloni nel primo ostello, l’ho già scritto?), non ho rinunciato alla mia skin care routine che dal lontano 2020 porto avanti con costanza. Ho portato lo spumone, la crema per il contorno occhi e MEP mi ha regalato alcuni campioncini in bustina di siero per il viso. Mi lavo il muso, mi incremo, metto due gocce negli occhi, mi vesto come il giorno prima, dopo aver lavato i vestiti e sento in lontananza la mia sveglia suonare. Anche occhi, sveglia prima della sveglia e riposata, nonostante il russatore seriale. Starò forse invecchiando? È invecchiando che si dorme sempre meno no? Ma poi che domanda è, certo che sto invecchiando.

Sto raccogliendo i pensieri su questa giornata chiusa nel mio lettino, in un ostello attrezzato come uno space shuttle. Il mio letto è il numero 8, ho chiuso la tenda della navicella e mi sono infilata nelle orecchie la playlist del cammino di qualcun altro.

Oggi è stata una giornata troppo piovosa per poter scrivere lungo la strada. Ho provato a dettare a Siri un po’ di frasi, ma era poco recettivo.

Dopo la sveglia prematura, ci siamo trovati alle 7.00 con Margarite al bar per colazione. Quando dico “ci” intendo io, lei, Harry ed Alex. Jonathan ha preferito partire senza fare colazione. Si è formato questo piccolo gruppo con naturale dolcezza, abbiamo scelto di legarci prenotando alcuni ostelli insieme. Ci dividiamo, ci allontaniamo, ognuno cammina per conto suo, ma a volte ci aspettiamo. In ogni caso sappiamo che ci vedremo all’arrivo.

Non sento l’esigenza di riempire i silenzi con loro. Succede che si riempano. Succede che vengano inutilmente riempiti. Succede che vengano interrotti da new entry, da altri viaggiatori che si aggregano per qualche chilometro, succede che ci passino per la mente domande personalissime che osiamo fare ed alle quali osiamo rispondere.

Oggi mi sono presa un momento per godermi la pioggia in solitaria. Ho messo su spotify “purple rain” ed ho iniziato a cantare a squarciagola.

Siamo tanti a fare questo cammino, le strade per chi cammina sono spesso sterrati, tratti in cui ci siamo solo noi Pellegrini, ma ciò nonostante si riesce lo stesso, per una strana combinazione dei ritmi dei passi, a ritrovarsi da soli, volendo, per un paio di km.

Testa bassa, schivando le pozze di fango, la terra mi si attaccava sotto le scarpe, spuntando sui lati, appiccicosa come colla. Ogni dieci passi cercavo di scollarla sbattendo i talloni con forza sull’unica parte leggermente rocciosa del terreno. Dopo i primi 2 km ho smesso di cercare di schivare la parte di scarpa bagnata, cedendo senza più resistenze al destino riservato ai miei piedi per oggi: nuotare in una piscina di acqua piovana per 6 ore e mezza.

Riuscite ad immaginarlo? Il livello di attrito tra calza e suola? Il peso del piede che aumenta? L’acqua che scivola dal poncho sui polpacci, bagnando il pantalone termico, arrivando fino alle caviglie? Ecco, provate ad immaginare di accettarlo: è così e basta. Scegliete la playlist giusta e, appena raggiungete di nuovo i vostri amici, entrate a Pamplona a suon di “La isla bonita” di Madonna, avendo recuperato, grazie alla musica, tutta l’energia perduta durante gli ultimi faticosi ed umidi km.

Ecco, così è stato il nostro ingresso in città.

Doccia, pranzo, city tour. Il giorno prima avevo prenotato uno dei pochi disponibili per poter scoprire meglio la prima città “grande”. Adriana, la guida, ci ha fatto deambulare per 2 ore tra le viuzze del centro storico della città della feria di San Firmino, della corsa dei tori, raccontandoci per filo e per segno la sua storia dai tempi dei romani ad oggi. Peccato che la lingua prescelta fosse lo spagnolo. Mi sono lanciata in una traduzione simultanea di 2 ore, per la cui qualità mi sono scusata parecchie volte, che mi ha comunque sfiancata più della camminata mattutina. Il tour sarebbe proseguito per altri 30 minuti, ma gli 8gradi, il vento gelido e la presenza di saldali e ciabatte ai nostri piedi, ci ha portati ad abbandonarlo prima del previsto. Battendo i denti. 7/7, se volete venire a vedere la corsa dei tori. Sappiate però che, alla fine, muoiono.

Beviamo due te per riscaldarci mentre giochiamo a friendship killer, un gioco di carte inventato da un’amica di Marguerite. È dopo esser stata battuta che Jhonathan inizia la roulette delle domande scomode, che pone in un viso così predisposto all’ascolto e lontano dal giudizio, da farti venire voglia di rispondere contando fino a 10 per rispetto alla pacatezza riposta nel quesito.

“Pensate che i canadesi siano come gli americani?” Il dibattito nasce già su “americani”, in quanto l’America è molto grande e classificare “americans” solo gli statunitensi è già un punto di partenza strano. Dopo alcuni rimpalli riusciamo a sentenziare che il livello di istruzione canadese non ha nulla a che vedere con quello americano, è nettamente superiore. Dati interessanti che emergono sono che la benzina costa 2.5$ canadesi, circa 1.25€, mentre negli states 0.7€. Che ci sono 2 abitanti per km2, motivo per cui sono ancora molto utilizzate le auto, le distanze sono molto ampie e le lande abbastanza desolate, tranne ovviamente a Toronto o Vancouver.

“Sei cresciuta in un ambiente benestante?” Eccoci. Come rispondere no. Si. Sono cosciente delle mie fortune. Si. Ma “si” non è una risposta sufficientemente profonda. Argomento con uno speach così onesto da dover trattenere le lacrime.

Questo cammino è come l’Erasmus, non si può capire e non interessa a nessuno quale sia la situazione economica di ogni persona. Abbiamo tutti 3 vestiti, tutti abbastanza tecnici. Nessuno porta in giro oggetti di valore. Vogliamo tutti dormire in ostelli rumorosi e caotici. Mangiamo una volta al giorno. Abbiamo portato svariati chili di umiltà da casa. Camminiamo. Camminiamo. Camminiamo. A questa umanità ridotta all’osso, all’essenziale, non servono classi sociali, ma solo sguardi d’intesa e curiosità, condivisione e rispetto. È forse lungo questa linea per niente retta, che si trova la rettitudine? È forse qui che si è capito davvero che tutte le sovrastrutture non servono a niente? È forse nella fatica e nella gioia che siamo tutti uguali?

Non ho mai fino alle 23. Provo a mettere la sveglia alle 7, chissà chi mi disturberà domattina.

Ci aspettano 24km, la tratta più lunga mai fatta fin ora. Probabilità di pioggia? 100%.

Ah, un altro dato interessante: esistono dei calzini waterproof. Che funzionano. Peccato che non ne fossi a conoscenza prima, sarebbero stati la salvezza.

Buonanotte mondo buono.

P.s. Non l’ho mai scritto, ma l’ho pensato spesso. Quanto rumore fanno i pensieri nel silenzio? Ogni volta che infilo i tappi nelle orecchie e lentamente li sento adattarsi come acqua alle mie forme, i pensieri si fanno più forti e nitidi. Producono un suono più invadente del solito.

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Roncisvalle – Zubiri 21km

“È grazie a te!” Mi ha risvegliata una signora francese che, seguendo i miei consigli, è riuscita a far risorgere il telefono. È entrata in bagno, mentre mi stavo lavando il viso, saltellando di gioia. Aveva sbagliato così tante volte il pin che le veniva richiesto il puk, cosa che nessuno è mai in grado di recuperare. Le ho consigliato di togliere la sim e connettersi con il Wi-Fi per recuperarlo sul sito della compagnia telefonica. Ha funzionato. La sua gratitudine mi è sembrata smisurata e mi ha iniettato la prima carica di allegria della giornata.

Qualcuno verso le 6 ha deciso che era ora di accendere le luci e così la vita è iniziata. Il mio letto era il numero 126, ma ho preso abusivamente il 125. Il primo numero indica il piano: 1, gli altri il numero di letto. Su ogni piano, nell’Auberge di Roncisvalle, ci sono 100 letti, tranne l’ultimo, nel sottotetto, che ne ha la metà, non essendo letti a castello.

In un altro momento, la furbata sarebbe stata fregarmene del numero assegnato, andare direttamente al terzo, calcolando che probabilmente non ci sarebbero state così tante persone questa notte. Ma ho deciso di seguire il destino in tutte le sue mosse e prendere quello che mi regala.

Ho fatto bene.

Il mio vicino di letto era un ragazzo di Londra, Harry, occhi chiari e capelli rasati. Nonostante Tony, che dormiva sopra di lui, e Alex, che dormiva sopra di me, abbiamo parlato per un’oretta prima di obbligarci a dormire. Ha vissuto in Italia 3 mesi, a Firenze, collabora con la polizia di Londra – non si sa bene in che modo – ma questo lavoro gli assicura la possibilità di bilanciare bene vita e lavoro. Si stava quasi per sposare, con una ragazza italiana, ma è finita.

È qui per fare chiarezza. Futuro. Figli. Ansie. Gli piace parlare ed a me piace l’accento inglese. Ogni tanto la testa di Tony, che in realtà ancora non dormiva, spuntava dal letto e ride anche lui alle mie battute. Harry stava al gioco, potevo sciolinare jokes in inglese. Non so nemmeno come sia possibile che stia pensando in questa lingua.

“Facciamo colazione insieme domani” “Buonanotte”.

Ho infilato nelle orecchie degli strani tappi che sembravano fatti con la cera del galbanino, che mi ha regalato, mi sono infilata nel mio sacco lenzuolo e mi sono coperta con il pile. Non una coperta di pile, ma il mio pile. Ieri sera si stava bene, ma non benissimo, ho avuto una paura fottuta di avere freddo. Ed effettivamente verso le 3 di mattina, dopo essermi alzata per andare in bagno, ho infilato il pile sotto al lenzuolo. Mi sono svegliata solo 5 volte, è andata meglio di ieri, spero peggio di domani.

“Sei sempre circondata da persone interessanti, è la tua aurea, è un dono”. Me lo dice la persona più affascinante che ho conosciuto su questo cammino, Jonathan. “E le guardi negli occhi”. Si, è una cosa che adoro fare e che pochi sanno reggere, alcune popolazioni in particolare. “Puoi catturare la loro anima attraverso gli occhi” “Non voglio invaderle, ma se si lasciano guardare, si, voglio entrargli dentro”. Spiare, scorgere, scovare, leggere, sentire. Con lui c’è stata una connessione dal primo sguardo, una connessione pura ed unica. Che porterò sempre nel cuore.

Passo dopo passo, siamo io, lui ed Harry, che ha scelto di stare al mio passo nonostante il suo amico abbia proseguito più velocemente.

Jonathan è trasparente ed Harry è un chiacchierone, non esistono stigma o veli tra noi e ci raccontiamo piano piano la vita. Papà che sono venuti a mancare, rinascite, fallimenti, successi, problemi mentali, cure. Forse ha ragione Jonathan, si tratta di un’aurea. O forse è solo fortuna. Non lo so, ma è uno di quei momenti in cui non vorrei essere in nessun altro posto del mondo, se non qui ed ora. Qui ed ora.

Avete mai surfato? Dopo mille tentativi siete riusciti a mettervi in piedi sulla tavola e restate in equilibrio sull’onda, potete gestirla, è faticoso, vi sentite grati, il sorriso spunta naturalmente, magari urlate anche dalla gioia. Così, sulla cresta dell’onda, da quando sono partita, è come mi sento. Contenta per aver visto l’onda giusta arrivare, infinitamente grata alle mie gambe che riescono a reggere il peso del mio corpo, piena.

Al primo bar in cui ci siamo fermati una ragazza si è unita a noi. Purtroppo non ha trovato posto nel nostro stesso ostello, ma ci vedremo per cena. È più giovane di me, sveglia, parigina, lavora in VC e anche lei ha solo 10 giorni per arrivare dove arriverà. Ha fatto una prima tappa con un’amica, ma solo una, poi proseguirà da sola.

Poco prima che si aggregasse a noi ho scoperto che Harry ha 40 anni. Ne dimostra almeno 10 in meno. Suo papà è venuto a mancare quando lui aveva solo 24 anni, da quel momento la longevità è diventata quasi un’ossessione per lui ed ha studiato. Tanto. Arrivando a convincersi, grazie ad una ricerca americana, che le saune, insieme ad un corretto stile di vita, hanno un effetto incredibilmente benefico sulla salute, sulla prevenzione del cancro e di conseguenza sulla longevità.

Non vi dico quante saune ha fatto fin ora, ma credo che inizierò ad andare in sauna anche io al mio ritorno. Almeno 1 volta a settimana direi, magari anche con un massaggino, ai piedi.

Questa tappa non è nulla in confronto a quella di ieri, i pezzi in salita si contano sulle dita di una mano e la cosa più impegnativa è l’ultima discesa. Potrei continuare ancora un po’ di km, ma non ha senso: domani voglio arrivare a Pamplona e fermarmi li, Zubiri è a metà strada, meglio conservare le energie.

L’ultima discesa, appunto, è stata la più ripida e lunga, il terreno era instabile e per un secondo, solo per un secondo, ho perso il controllo del mio piede sinistro.

Il vero problema oggi, sopportabile, ma fastidioso, è stato, in alcuni momenti, il freddo. Camminando non si sente minimamente, ma una volta fermi tirava una bella brezza gelida di montagna.

Lo zaino di Harry è così grande che non sarà un problema rubare qualcosa.

Per questa tappa ci siamo fidati di Jonatan, del resto ne ha già fatti 4 di cammini, abbiamo prenotato un ostello che rispetto ai precedenti è una reggia. 15€, ma ho la coperta, il materasso è un vero materasso e la doccia è una vera doccia.

Potrei cedere a prenotare anche l’ostello di domani, su suo consiglio, ormai è la mia stella polare.

Il suo ritmo non è veloce, spesso rimane indietro e ci vediamo all’arrivo, è un ragazzo corpulento ed ha bisogno dei suoi tempi, ma ci raggiunge sempre.

Il cammino è così: inizi, se sei fortunato conosci subito un po’ di persone, fai amicizia, scegli a colpo d’occhio chi ti emoziona di più, ma ognuno prosegue con il suo ritmo. Capita spesso che ci si ritrovi a km di distanza, con persone che hai conosciuto il primo giorno, ma ogni passo che fai, se vuoi, è una nuova conoscenza. Così, le persone continuano ad intrecciarsi, avanti ed indietro si superano e si recuperano, si fermano in un paese e poi in un altro, si ritrovano e si perdono, per sempre.

Se vuoi restare in contatto con qualcuno, devi avere il coraggio di chiedergli il numero, presto, perché potresti non ritrovarlo più. Oppure puoi credere nel destino, nel fatto che quegli intrecci diventino fili invisibili e che vi ritroverete. O ancora, puoi accettare che il loro passaggio ti abbia lasciato qualcosa, sperare di aver lasciato qualcosa a loro e proseguire, con il tuo zaino sempre più leggero ed il tuo cuore sempre più pieno.

A metà strada tra Roncisvalle e Zubiri, penso seriamente che vorrei arrivare fino alla fine, per avere la possibilità di condividere più tempo con queste persone. A Zubiri invece, dopo la fatidica discesa, mi rendo conto che sono disposta a vedere meno posti, a percorrere meno km, pur di condividerli con le persone giuste.

Sotto la doccia, calda, di questo ostello troppo bello per essere un ostello, sono pienamente grata alla vita. Anche oggi.

Stasera cuciniamo. Verdure. Ne abbiamo bisogno tutti. Potremmo mangiare anche aria, sono troppo contenta.

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Orisson – Roncisvalle 17 km, 500 metri di dislivello a salire e 500 a scendere

Tutta la gentilezza del mondo è concentrata qui. Una riserva infinita che continua ad alimentarsi, giorno dopo giorno. È una polvere magica, le persone arrivano, si riempiono le tasche, tornano a casa e la distribuiscono.

Qualcuna torna direttamente qui, a produrne di nuova ed il circolo non finisce mai.

Partenza ore 8:00 in punto punto punto la nottata è stata nuovamente tragica, penso di essermi svegliata almeno 20 volte, per poi rigirarmi su me stessa e Tornare a dormire. Alle quattro speravo che fossero già alle sette per alzarmi. Il sole ha trafitto le finestre della sala da pranzo mentre stavo per bere il primo sorso di te. Le pareti si sono tinte di arancione e così anche i visi delle persone sedute a sud-est. Dopo i primi passi mi rendo conto di avere veramente male all’anca destra. Non è un dolore insopportabile, ma è costante ad ogni passo. Può essere che il fatto che ieri avessi male al ginocchio destro, nell’ultima salita, abbia inciso sulla mia camminata al punto da gravare sull’anca. La parte più dura stamani e questo primo pezzo che stiamo già facendo, dopo questo ennesimo dislivello di circa altri 1000 m, ci sarà un’area pianeggiante e successivamente la discesa. Successivamente significa tra 10 km, cazzo.

Sono partita con Jhon, che sfoggiato fin da subito due racchette che ti invidio molto. Ho potuto portarlo in aereo data la loro natura di strumento contundente, ma avrei potuto comprarle a Saint Jean, alla partenza. Ho voluto provare senza, maledetta me.

In compenso, per ora, le scarpe sono ancora delle ciabatte. John mi ha già superata e corre a 200 m di distanza da me. Per potermi godere il panorama, invece di navigare nel silenzio dei miei pensieri, li racconto Ad alta voce al telefono, così che lui scriva. Siamo io, il suono dei due te la mia voce affaticata, la brina che evapora e gli uccellini. Quale miglior compagnia?

Ho trovato una lumaca. O forse una chiocciola? Bavosa e lunga 10cm, ma con il guscio a chiocciola sopra di lei. Era in mezzo ala strada asfaltata. Per timore che venisse schiacciata l’ho presa è spostata verso l’erba. Non appena ho toccato il suo guscio si è ritratta nella sua dimora, per proteggersi da questa invasione. Cosa fareste se qualcuno muovesse la vostra casa? Con il terremoto andiamo anche noi umani sotto al tavolo. In quell’istante, in un flash, sono tornata in terza elementare, nella scuola pubblica di Varese in cima alla salita, dopo il ristornate cinese. No, non mi ricordo come si chiamasse.

L’istituto era circondato da boschi, nei quali flora e fauna vivevano in armonia finché i marmocchi non decidevano con la loro irruenza genuina, di rompere l’incantesimo. C’erano tante lumache/chiocciole e gli studenti si dividevano in difensori della specie ed assassini. Ricordo con curioso orrore la pratica di infilare un rametto di legno dentro il guscio per recuperare il corpo ritratto dell’animale. Ovviamente quel gesto l’avrebbe perforato ed ucciso, ma i bambini del team assassini, sembravano non rendersene conto. Lo sterminio delle lumache era pratica così consueta che, nel sognare di scappare di casa – si, facevo sogni d’indipendenza da bambina – avevo immaginato di costruire, proprio nel bosco della scuola, una casa fatta di paletti di plastica del caffè, con una lumaca sul tetto. Ho ritrovato il disegno in un vecchio diario. Che piccolo ingegnere malefico.

Rido da sola, con l’affanno per questa salitina, pensando che il dolore all’anca sta forse diminuendo e che i bastoncini del caffè erano lo strumento prescelto in quanto materia prima che si trovava in abbondanza presso scuola di papà. Tutti con il loro involucro di carta, posizionati qua e là in bicchierini di plastica. Farne scorpacciata, nei miei sogni grandiosi, era un gioco da ragazzi. La mia compagna Sabrina era mia complice, ma quando le proponevo di venire a vivere con me, non era troppo convinta ed in cuor mio sapevo, già allora, che, per certe avventure c’è posto solo per 1.

L’opera non ha mai visto la luce in quanto, poco tempo dopo, i miei genitori hanno deciso di ristrutturare una casa vera, in un paese che prendeva il nome dal cognome della mia compagna Sabrina: Casale.

Come si intreccia a volte il destino.

Sto lottando così tanto con l’anca destra che ho deciso di mettere la ginocchiera sul ginocchio corrispondente, almeno in questo modo la forza impressa sul ginocchio sarà ben calibrata è qualcosa farà. La salita non sembra terminare veramente fatica, non per il fiato corto ma per questo dolore. Rallento e mi fermo qualche minuto quando vedo finalmente la croce, per la croce in cielo sterrato, ma segna anche la metà del cammino di oggi.

Dopo qualche chilometro, finalmente entriamo nel bosco posso iniziare la caccia al mio bastone. Ne trovo uno anche con l’impugnatura naturale, ma mi sembra di camminare un po’ storta, continua la caccia finché non trovo anche il secondo salvifico bastoncino. Ora posso continuare il mio percorso gravando molto meno sull’anca, con maggiore agilità e sicurezza.

Ecco, se c’è un consiglio che avrei dovuto ascoltare senza indugi è quello di i bastoncini dall’inizio.

Il ritmo è comunque lento perché dopo un’ultima estenuante salita, condivisa con i fratelli inglesi, inizia la discesa. Un infinito squat che mi fa bruciare le chiappe.

Da quando inizia la discesa mancano 4 km, che dovrebbero essere percorsi in un’oretta.

Lungo l’ultima salita una signora, accompagnata dal marito, barbuto con il cappellino del camino, stava mollando. Li ho incrociati mentre lui le diceva “you can do it”. Per motivare lei, ma, forse, più per motivare me stessa, ho gridato “of course you can do it!” Da quel momento non ho più tolto lo zaino dalle spalle fino alla fine.

Lungo ultimo tratto di strada, che ho percorso in totale solitudine, con il vento nelle orecchie e qualche rumore indecifrabile, le piante, i loro tronchi, erano pieni di muschio. Uno aveva addirittura delle squame, mi è tornato in mente mio nonno… Il papà di mio papà, non usava mai le mappe, era certamente un uomo di un’altra epoca. Gli strumenti che preferiva erano il sole, i girasoli, il muschio sulle piante. Ho qualche dubbio circa la direzione da prendere, scendere dalla macchina e controllava le piante. Abbastanza ridicola se la si immagina oggi, ma non così tanto quando eravamo ancora piccoli e debuttava il tomtom, strumento del diavolo che abbiamo subito regalato alla nonna, l’unica che l’abbia utilizzato.

Nell’ultimo, si spera, tratto di strada, incrocio una famiglia italiana. O meglio, quella che penso sia una famiglia: tre generazioni di maschi italiani: nonno, papà, figlio. Li porterò nel cuore, perché il figlio mi ha fatto capire che mancavano solo poche centinaia di metri all’arrivo. Sono i secondi italiani che vedo.

Scoprirò solo qualche manciata di minuti più tardi che in realtà sono 3 persone semplicemente di eta diverse che si sono conosciute camminando. Luciano, il più anziano, Bruno e non so ancora il nome del più giovane.

Non sono mai stata più felice di sentire il rumore di una moto. Mancano 500 m, da qualche chilometro ha iniziato a farsi sentire anche il ginocchio sinistro, la mia pianta del piede sta chiedendo pietà, l’unica cosa che non molla nel mio corpo e il sorriso. Grazie al cielo davanti a me vedo l’ostello. Si cazzo. Anche queste tappe ce la siamo portata a casa, le ginocchia non lo so.

In coda per entrare in questo Albergue stupendo e gigante, conosco Bruno e Luciano, mentre chiacchiero con mezza fila usando tutte le lingue del mio repertorio. Da ieri sera sono diventata l’interprete e saltello da una parte all’altra cambiando voce e vocabolario a piacere. Non sono mai stata così contenta di aver imparato tutte queste lingue. Poter capire, comprendere, ascoltare e parlare con tutti, ma non solo, aiutare le persone a comunicare tra loro, è un tesoro inestimabile. E pensare che in quinta liceo se c’erano due indirizzi che avevo escluso dalle scelte universitarie erano medicina, perché serve una vocazione, e lingue, perché pensavo di non esser portata. Quanti assi abbiamo nella manica, se ci scaviamo davvero bene?

Ho appena scelto di spendere 4€ per la lavatrice, invece che lavare a mano i vestiti con il rischio che non asciughino entro sera. Grande investimento, peccato che sia rimasta con una t shirt, mutande e pantaloncino, non ho neanche un reggiseno per gestire la situazione. Mi sdraio per la prossima mezz’ora, con i piedi all’insù, per riattivare la circolazione. Poi andrò a riempirli di vasellina ed infine a visitare il paesello, nella speranza di trovare una messa per celebrare la Pasqua come si deve.

Forse devo ripararmi da questo vento di aprile, altrimenti mi prendo un raffreddore che già sento la nonna.

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Bordeaux – Saint Jean Pied de Port 235 km in treno e bus

9.20, Gare Saint Jean.

Il mio treno ha 2 destinazioni. Alcuni vagoni, ad un certo punto, si staccheranno e prenderanno due strade diverse. M’immagino la scena come il distacco di una navicella spaziale dalla nave madre. Probabilmente invece avverrà, giustamente, da fermi.

Il primo treno è in direzione Bayonne, la fermata precedente è Dax (rido), quella successiva Biarritz. A giudicare dai maglioncini con camicia alla Ubaldo, Biarritz è la meta dei miei vicini di sedile, che si esprimono a gesti e non sembrano voler cedere alla loquacità. La prima classe costava 2€ in più della seconda, mi sono lasciata tentare. Vi dico solo che c’è la moquette.

Passo e chiudo per ora, devo concentrarmi sul finestrino.

Ogni tanto guardo telefono. Una volta si è anche alzato. Il mio compagno di viaggio silenzioso, seduto di fronte a me, per fortuna in senso opposto rispetto alla direzione di marcia, è un uomo sulla 40ina, stempiato, con i capelli sale e pepe. Porta un maglioncino grigio con scollo a V, sopra ad una camicia bianco candida che sembra anche stirata. Ha le unghie curate, che mostrano quel millimetro di Bianco, accentuato sugli angoli, che riesce ad infastidirmi. Mani grandi e dita lunghe, non troppo affusolate. Solo con l’indice digita qualcosa sul telefono. Probabilmente sono gli anni 90 in questo caso lo spartiacque: chi è nato prima usa il telefono con l’indice, chi è nato dopo ha i pollici opponibili che consumano lo schermo.

Ogni tanto guarda fuori dal finestrino. Il paesaggio che si staglia alla mia destra ed alla sua sinistra è in continua evoluzione. Siamo partiti con il cielo blu di Bordeaux, passando per boschi nebbiosi, per campi gialli luminosi, per praterie brucate dalle pecore. Ogni tanto una stalla, un paesino, la campagna, la città. Dax.

Avrebbe tutta la faccia di un papà che raggiunge la famiglia, partita prima di lui, per il weekend di Pasqua, ma le sue dita già descritte, non svelano segni di matrimonio. Potrebbe essere già finito, mai iniziato, potrebbe essere un single da sempre in direzione casa di mamma.

Il suo Samsung ha la cover dei boomer, la cover che copre anche lo schermo. Era nera, ora è un nero sbiadito e sgualcito. Rido pensando che è davvero la cover dei boomer, sembra che non gli sia mai andato a genio il fatto che i telefoni non si aprono più come i primi Motorola, conservano quel gesto gelosamente, probabilmente inconsciamente. Lo ruota e sembra intento a guardare un video, senza audio. Di gratta la cute con la mano sinistra sulla quale noto un piccolo graffio. Single e con un gatto?

All’altezza di Dax incrocia le braccia, cede ai miei sguardi furtivi, ma costanti. Gli occhi, sempre bassi, sono di una nuance di marrone abbastanza scura, con venature miele, come le sue scarpe in pelle. Per sbaglio li incrocia con i miei, distogliendoli immediatamente. Chissà cosa pensa lui di me. Chissà se pensa qualcosa o è totalmente assorto nel suo mondo.

In stazione attendono il treno una famiglia con due bambini dagli impermeabili colorati, lei di rosa e lui di giallo. Il piccolo saltella imperturbabile, la piccola si lascia portare in braccio da mamma. C’è un terzo fratello, molto più grande, con una felpa viola ed un cappellino grigio, tiene per mano il bambino con l’impermeabile, gli mostra i segreti dei binari. Che sia quella la sua famiglia? Chi l’ha detto che deve indossare la fede una persona per avere una famiglia?

Mi alzo per bere ed un altro pensiero giunge alla mia mente. Ma se fossi nata in Francia, quale sarebbe la mia vita ora? Una vita italiana traslata in un altro paese? Vivrei a Parigi, andrei in montagna a Chamonix ed al mare a Biarritz? O in Costa Azzurra? Solo in un secondo valuto l’opzione che sarei potuta nascere a Nantes, o in un paesino della Bretagna, nascerci, crescerci, diventare fotografa di battesimi e stazioni. Qualcosa di totalmente diverso. Mi piace immaginare che sarei trovata comunque a 26 anni, su un treno in direzione Bayonne, con un uomo di fronte a cui guardare le mani, intenta ad assaporare ogni secondo di questa vita. Ecco, magari senza smalto color glicine. Ma cosa mi è saltato in testa.

11.36, Treno Bayonne-Cambo

Ora si che si respira cammino. Le porte de masque il est obligatoire sur le bus et le train, ma ciò nonostante questo trenino profuma si cammino. Profuma perché gli umani che l’hanno popolato ancora non hanno iniziato a camminare.

Chiunque mi sembra meglio equipaggiato di me. Dopo tutti i calcoli quantistici parto con l’idea di aver toppato su due pezzi fondamentali, scarpe impermeabili e giacca, ma sono fiduciosa, del resto se la cosa peggiore che può succedere è bagnarsi, c’è poco di cui preoccuparsi.

12.02 bus Cambo – Saint Jean Pied De Port

Fa fresco. Ma soprattutto ancora nessuno mi ha rivolto la parola e ancora non ho rivolto la parola a nessuno. Il bus è gremito, ma non così tanto da costringere qualcuno a sedersi vicino a me. Saliamo. Controllo l’altitudine con la bussola dell’iPhone. Attraversiamo una zona particolarmente boschiva, le piante sono verdissime e le vegetazione folta. Oltre il vetro riesco ad immaginare l’odore di erba bagnata. Pessimo segno. Il cielo è semi coperto, marcia spazio a qualche chiazza azzurra, per poi diventate ombroso verso ovest. Le strade sono abbastanza trafficate. Luigi mi ha detto che ieri sono arrivate 700 persone a Santiago. Questo può solo significare che ci sono migliaia di persone in movimento. Sono un puntino viola con un pile tra quelle migliaia, nel caso mi cerchiate, per ora solitario.

Approfitto di questi tratti sui mezzi per lasciar volare le dita sulla tastiera, non so se avrò ancora voglia o bisogno di scrivere mentre camminerò, non so se ne avrò il tempo e sicuramente non voglio sentirne il dovere.

Farò come dice Truppi, il De Andrè del XXIº, per una volta ascolterò e gestirò i miei istinti più animali, i miei bisogni più personali, nel modo più naturale possibile. Fame, sete, sonno, fatica, voglia di scrivere o di piangere. La voglia di baguette no, fino a domani.

Le case che vedo dal finestrino hanno il tetto in mattoni, facciate bianche candide e finestrelle con persiane rosse. Tutte, tranne qualcuna che si sbilancia con il verde scuro. Ognuna ha il proprio giardino, curato, una o più macchine nel cortiletto ed il bene della famiglia, in ferro modellato, appeso accanto alla porta.

Non faccio in tempo a notarlo che siamo arrivati ad una fermata intermedia dalla quale scendono alcune ragazze, che i genitori sono venuti a prendere. Ora il sole batte più forte, le nuvole di sono leggermente diradate ed il papà selle ragazze è in maniche corte. Nonostante la sua corporatura imponente, mi dà fiducia.

E facevo bene ad avere fiducia.

Sono le 13, splende un sole che non spacca le pietre, ma sicuramente spacca la mia testa. Tra tutti i ristorantini turistici di Saint Jean scelgo quello senza alcuna fotografia ed in cui capeggia nel menu il minestrone. A gestirlo c’è Patrizia, insieme al compagno e due ragazze. Lei sta in cucina, ma casualmente mi accoglie e scopro il lei le mie radici. Piemontese d’origine, ha fatto il cammino 5 anni fa è dura ancora adesso. Dopo averlo completato ha rilevato l’hotel La vita è bella e li ha lavorato o – come piace dire a lei – si è goduta il tempo, fino ad oggi. 3 giorni fa, dopo aver dato in affitto l’hotel, hanno preso in gestione questo ristornare. Una scommessa, la definisce lei. Il locale è vuoto, all’ora di pranzo, ma viene da giorni di grandi pienoni grazie alla festa del prosciutto di Bayonne. Spero di aver capito bene, prosciutto.

Le chiedo se torna a casa ogni tanto, mi confessa che ha voglia di tornarci i. Pianta stabile, per un po’, “ho voglia di tornare dove tutto è iniziato, perché va bene fare le cose per se stessi però c’è tutta la mia famiglia la”. “Anche stare accanto alla propria famiglia può significare fare qualcosa per se stessi”, ribatto. La ringrazio, mi tolgo un altro strato di vestiti ed è lei la prima a dirmi “Buen camino”. Grazie Patrizia.

Timbro. Mappa. Foto. Si parte.

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Refuge Auberge Orisson, 7km dopo la partenza, 1000m di dislivello

Sono le 21.00 e sono già tutti ritirati nelle loro camere, tranne una coppia di veterani (mi piace chiamare così chi ha già fatto il cammino più volte), che è andata a fare due passi. Il sole è tramontato dietro all’ostello, il cielo è ancora chiaro e dietro alle montagne, in lontananza, si alza, solo per me, per farmi vibrare di gratitudine e battezzare questa prima notte di cammino, la luna. Piena, come me.

Sono sola, un brivido di freddo mi entra tra il pile e la maglia di cotone, gli uccellini non smettono di cinguettare, anche i gestori dell’aauberge sono andati a casa e questa luna continua a diventare sempre più grande.

Siamo una 30ina a questo primo pit stop, ci siamo presentati, abbiamo condiviso la zuppa, la carne con i piselli, acqua, torta e poi abbiamo fatto un giro di tavolo. Ognuno ha detto il proprio nome, da dove viene e perché sta facendo questo cammino. Non sembrava per nulla una seduta degli alcolisti anonimi, era piuttosto un incontro d’anime.

Il più veterano è qui per la 6ª volta, è Jhonny, un irlandese seduto accanto a me, pacato ed ironico come la maggior parte degli irlandesi. Dietro di lui c’è Jonatan, 3ª volta, viene dal Canada, è proprietario di un’azienda manifatturiera, ma ha ceduto il management e fa solo quello che gli piace. Soffre di depressione e quando si sente in down ha scoperto che il cammino è la sua cura. Di fronte a noi una coppia che ha festeggiato la scorsa settimana 25 anni di matrimonio. 55 anni entrambi, lui appena andato in pensione. Viaggeranno per 2 mesi. Lei è colombiana, lui ha origini spagnole e messicane, ma è americano. Camminano per festeggiare.

Sempre nel nostro tavolo ci sono una figlia con il suo papà, sono di Logrono, una città proprio sul cammino. Il papà ha conosciuto la mamma durante il suo primo cammino e la riporta sulle orme della fede. Per lui è una questione di fede, per lei di conoscenza personale. Battibeccano un pochino sulla cosa, ma amorevolmente.

È ancora 2 fratelli, inglesi, uno è la prima volta che si separa dalla moglie da 20 anni a questa parte, scherza dicendo che lei è già molto contenta di questo esperimento. Nell’altro tavolo c’è un clan di 6 amiche, qui per passare del tempo insieme. Un ragazzo con cui ho camminato parecchio, lituano, ma che vive in Spagna, dopo esser passato dalla Norvegia. 2 proposte di matrimonio non culminate in un matrimonio alle spalle. Una vita in cucina. Ha lasciato il lavoro, è stato lasciato dalle compagne e vuole rimettere in ordine un po’ di cose lungo questi 42 giorni. È alto, molto alto, motivo per cui abbiamo fatto solo un paio di km assieme, mi ha seminata.

Questi primi km sono stati tosti. Ho saltellato come una scimmia per un po’, finché non sono iniziate le salite. Ho tenuto duro finché non ho rallentato spudoratamente, fino a fermarmi.

Ho chiamato la nonna. Dovevo farlo da giorni e mi sembra proprio il momento giusto. Se per la prima ora, guardandosi attorno, sembra di essere nel Monferrato e canticchiavo “Dolci colline”, quando mi sono fermata, 2km prima dell’ostello, ero già in montagna. Sotto i miei piedi una vallata ripidissima, in lontananza l’eco di un fiume, sopra di me, neanche a dirlo, un’altra salita.

“Buona passeggiata”, “nonna si dice Buen camino” “Buen camino” “ti voglio bene” “anche io e mi raccomando ricorda di non sforzarti troppo, che quando le cose vanno bene bisogna lasciarle stare”. Accontentarsi. Voce del verbo accontentarsi. Diamine, come faceva a saperlo? Sarà mica stato…

Sono cresciuta con la fede, che mi è stata trasmessa con amore, timore e stupore.

Con amore proprio da Nonna, che era così dolce con me in ogni momento, compreso quello delle preghiere. Quelle della buonanotte erano un rito cosi affascinante, così puntuale, regolare, da farmi addormentare serena.

L’angelo custode era una preghiera di messa in guardia. Non solo mi custodiva, ma era il mio vero e proprio sorvegliante. Mamma segnalava ogni marachella alla nonna, la quale tornava da me al suono di “l’angioletto mi ha detto che…”. Quello era lo stupore. Non potete immaginare quanto ci credessi.

Adesso che mamma scopre le mie pazzie ancora dopo la nonna, capita ancora che, anche solo per l’inflazione della mia voce, nonna mi legga dentro.

La frase di oggi è stata così puntuale, così provvidenziale, una carezza, da farmi rimettere in dubbio l’angioletto. Non sarà che ogni tanto fa ancora qualche servizietto per lei? Del resto le mance nascoste nel palmo della mano, si sa, piacciono a tutti. Come dire di no ad una nonna.

Carica post chiamata con nonna, mi sono rimessa in marcia. Le pendenze erano infinite. In qualsiasi posizione mettessi i piedi mi davano fastidio le ginocchia. Mi sono fermata a bere, a guardare il panorama, ho camminato all’indietro, ho cantato, ho zigzagato, ho messo i piedi a papera. Finché non ho visto la terrazza dell’Orisson spuntare dopo la curva. Mi sono lasciata sfuggire un “si cazzo”.

Tutto il resto è doccia, brandine, sacchi a pelo e persone con cui vorrei già passare più di una nottata.

Alla fine cos’è il bello della vita? Passarsi i piatti, guardarsi negli occhi, ridere, sfiorarsi le anime. Connettersi, con le persone, la natura, se stessi.

Mi connetto con i miei sogni. Domani la sveglia suona alle 7.00.

Sono le 10 sembra mezzanotte.

Che figata la fatica.

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Il clan dell’alba – 4,6 km insieme al sole di Bordeaux

Gli uccellini ginguettano, una signora apre le persiane cigolanti con un colpo deciso, attorno ai tavolini dei bar si accomodano le sedie, un signore sospira affannosamente portando nel locale una cassa di frutta. Battito d’ali di piccione. Voci flebili e lontane. Profumo di burro. I miei passi.

Il sole investe un palazzo in prima fila sul lungo fiume e di rimando, il suo riflesso, arriva fino ai miei occhi. Le strade sono tutte bagnate, non perché abbia piovutoX ma perché di notte sono state lavate. Con il sole in fronte ed il semaforo rosso, attraverso la strada. Ho fatto proprio bene a venire verso il fiume.

Qui la vita ha un altro ritmo, I cani portano già in giro i padroni, alcuni ragazzi ballano in canottiera, considerando quanto si appiccichino le suole delle scarpe nel tratto di strada a loro limitrofo, oso pensare che siano lì da ieri sera. Alla loro destra una ragazza, magari un’amica, che fa la pipì tra i cespugli, alla loro sinistra la sponda del Garonne che è veramente ampia, almeno 500 metri ci separano da quella antistante.

Mi fermo e mi lascio cullare fissando la corrente. Attorno ad entrambe le sponde è pieno di arbusti, che si riflettono nell’acqua rendendola estremamente verde. Un tram suona la campana. I netturbini buttano la spazzatura. Un uomo sulla sessantina corre con le chiavi in tasca e questo suono, per un secondo, mi fa pensare a Luigi Bazzi. È difficile che suoni, che non siano canzoni, vengano associati ad una precisa persona, ma con quelle chiavi Gigio ha dato ritmo agli anni del liceo, il link è più forte di me.

Un ragazzo in bicicletta porta a spasso un dalmata, mentre qualcuno si sta arrampicando su uno degli arbusti precedentemente citati, rischiando di cadere in acqua. Sono incuriosita e mi sporgo, sono due persone in realtà è la prima cosa che li vedo fare è sputare verso il fiume: ne deduco che non sia uno spettacolo interessante, mentre un crampetto alla pancia mi sta indicando la strada verso la patisserie. Entro da sola dalla porta Cahilau, la calma è così soffice che anche le auto sembrano spostarsi a ritmo lento, poco invadente.

Che bello svegliarsi riposati prima della sveglia.

Una signora tira l’acqua dalla finestra, la vedo, la guardo, si sente volte in flagrante, ma è abbastanza noncurante. Un’altra fuma lasciando ciondolare la mano fuori dalla finestra, quanto può essere affascinante l’umanità? Mi chiedo per tutto il tragitto che mi separa dal burro che incontra la farina.

Ho dormito sommariamente male. Mi sono svegliata svariate volte, probabilmente per irrequietezza più che per il rumore. I tappi per le orecchie svolgono egregiamente il loro lavoro, ma non sono stati sufficienti a zittire l’emozione.

Sono contenta così, questa passeggiata mi ha permesso di classificare gli umani che si sveglino presto in alcione categorie:

⁃ i pelandroni: quelli che si si svegliano presto, ma non mettono i piedi fuori casa

⁃ I lavoratori: gli tocca, devono per forza svuotare quintalate di cibo dai camion per permettere ai comuni mortali di fare la spesa all’apertura. Devono raccogliere la nettezza per non farlo di giorno. Smontano la pila di sedie fatta la sera prima, che sanno già verrà nuovamente umiliata da lì a qualche ora, ma non si può rischiare che vengano rubate le sedie di un bar. Può essere che abbiano imparato ad amare questo susseguirsi di albe, oppure semplicemente vorrebbero godersi il tramonto una volta tanto.

⁃ Gli sportivi: corrono, corrono e ancora corrono. Per loro la giornata non inizia se non c’è stata prima la corsetta. Sono schiavi delle endorfine e sembrano saltellare leggeri in questa schiavitù.

⁃ Uomini e donne della strada: che dire, loro non l’abbandonano mai. Supportano con dedizione i netturbini nel loro lavoro di pulizia ed al contempo fanno girare le palle a chi le strade le deve pulire. Un controsenso molto umano. In Francia non è bello chiamarli clochard, anche se in Italia sembra molto elegante, qui equivale a “barbone”. Sono persone il cui tetto è il cielo, mi piace pensare.

⁃ Gli irriducibili: proprio loro, i miei preferiti, quelli che a casa non sono mai tornati, non vorrebbero che quella notte finisse mai, finché la sbornia non smette di fare effetto e si guardano l’un l’altro con fare dubbioso. “Ma che cazzo ci facciamo ancora qui?”. Sottogruppo degli irriducibili sono coloro che a casa ci sono tornati, ma non era casa loro. Camminano con lo sguardo basso in abiti da sera, si interrogano sulla notte appena vissuta. Del resto, se ci fossero punti di domanda, sarebbero ancora in quel letto ad aspettare la colazione.

⁃ I viaggiatori: occhi sciupati e bagagli sempre troppo pesanti. La loro missione mattutina è quella di attutire in tutti i modi il suono che le rotelle fanno incontrando il suolo, qualsiasi esso sia. Inutile dire che falliscono miseramente. Temono, con questo rumore indomabile, di avere il potere di svegliare un’intera città. La solidarietà è massima. Può essere che un sottogruppo di questa categoria siano i viaggiatori come me, quelli senza trolley che semplicemente sono assetati di vita e vogliono vedere la città in tutte le sue nuance, dall’alba al tramonto.

Mi siedo ai piedi dell’hotel de ville, nella piazza che tanto mi ricorda Siviglia, ed addento finalmente il tanto agognato croissant. Si avvicina un uccellino con il quale decido di condividerlo. So già che lo digerirò stasera. Maledetta gola.

Il sole ha ormai illuminato interamente la torre, è ora di mettersi in marcia, 2 treni ed 1 bus mi dividono dalla partenza. Certo che almeno un 100 grammi avrei potuto portarlo.

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Milano – Bordeaux 733 km di volo verso il Camino

Rotelle di trolley

Macchine piene anche sui sedili posteriori

“Hai preso la colomba?”

In città solo lingue straniere

Qualche superstite che partirà domani si concede un aperitivo in piazza

Cosce all’aria

Dita dei piedi

È il battesimo delle vacanze

Un prequel dell’estate

Che è già nell’aria

Una città per occasionali

Attenzione a dove lasciate la macchina

Parto anche io

La meta non è Santiago

È qualche luogo dentro di me

Nemmeno troppo remoto

In cui aleggia un tesoretto di serenità

Di cui voglio conoscere la strada

Da cui voglio attingere all’occorrenza

A piccole dosi

Fino all’overdose


Sarei voluta partire due anni fa.

Se ripenso a me stessa due anni fa, che immatura. Eppure, se mi guardo indietro, sono svariati i momenti in cui, facendo i conti con me stessa, mi sono detta “che immatura che ero”. Ma sono altrettanti i periodi in cui mi sono arrogantemente sentita grande. A 12 anni, in prima media, con la pancia di fuori ed i pantaloni a vita bassa, già mi sentivo una piccola grande donna. Rido ripensandomi con la frangetta bionda ed i denti appena cresciuti. Arrogante. Sbruffona.

Che esperienza sarebbe stata due anni fa? Un viaggio con una Doralice diversa.

Meno consapevole, più giovane. Ecco, forse l’età, nel viaggio introspettivo verso se stessi, porta tanta consapevolezza. E la consapevolezza, nel mio caso, ha attutito l’arroganza ed acuito l’amore per il tempo personale, la voglia di scoprirsi.

Partirò da Saint Jean Pied De Port, l’inizio del cammino francese. Ho solo 11 giorni, di cui il primo e l’ultimo di viaggio. Non arriverò a Santiago. Questo dettaglio del viaggio ha lasciato attonito ogni persona, alla quale ho accennato i miei programmi. “Perché non fai gli ultimi 200 invece?” Mi chiedevano. “Perché voglio sfidarmi a non avere una meta, ad ascoltarmi, a limitarmi. Sono solita vivere per obiettivi, vorrei pensare a vivere e basta.” Rispondevo. Ma è solo adesso, mentre rimugino su quanto possano essere pesanti 6kg, che mi rendo conto che non è tutta la verità.

Se fossi partita 2 anni fa sarebbe stato semplicemente un viaggio diverso. Parto oggi e sono questa persona. Una persona che spera di vivere abbastanza a lungo da sentire nuovamente il bisogno di camminare. Anche se la Ginzburg, intervistata dalla Fallaci, esortava il mondo a prendersi tutto “non si dovrebbe mai mettere da parte soldi, sentimenti, pensieri: perché dopo non si usano più”, non arrivo a Santiago. Metto da parte questo pugno di km perché potrei averne ancora bisogno. Con parsimonia. Nella speranza di accontentarmi di quelli che riuscirò a fare.

Accontentarmi, ovvero essere contenta di quello che c’è, di quello che ho, che è semplicemente tutto.

È con quei famigerati 6kg, che vi dico già con certezza: sono troppi, e con una corposa dose di dolci aspettative, che lascio Milano. Torrida. In una giornata emblematica per il surriscaldamento globale. La lascio con i suoi 28º, con la mailbox vuota come il frigo, con la casa pulita come non mai, le chiavi consegnate al portinaio per accogliere Georg quando io non ci sarò, lo scooter legato al palo, un po’ di pezze ed un sorriso a 32 denti.

La macchina la porto via, che fidarsi è bene, ma non ripetere gli stessi errori già commessi in passato, è meglio.

Chiedo a papà se posso lasciarla da lui e, come sempre, acconsente. Con la scusa che Varese è vicino a Malpensa, papà è sempre presente ad ogni mia partenza importante. Quelle partenze che prevedono che l’auto non rimanga sola, insomma i Viaggi con la V maiuscola.

Mi piace pensare che, nella sua apparente cinicità, questo rito banale, sia il suo modo di portarmi ancora in braccio, di sentirsi ancora necessario per la sua bimba che ha sempre voluto rendere indipendente e si vergogna a lusingare.

Mi lascio cullare sul sedile del passeggero, rendendomi conto di aver dimenticato la cosa più banale dell’elenco: il caricabatterie. Lo prendo come un segno positivo, sono già predisposta a dimenticare il telefono in fondo allo zaino.

6kg ed un telefono.

Inversione ad U.

Buon viaggio.

22.39, bus aeroporto- ostello

Cosa si fa in volo verso il cammino? Se mi avessero detto che avrei guardato il documentario di Laura Pausini non ci avrei creduto, invece eccomi, a riscaldare il mio francese con Primavera in anticipo nelle orecchie.

Qual è lo spartiacque della vostra vita?

Quel momento, quella scelta, dopo la quale nulla è stato più lo stesso? Quella botta di culto che ha cambiato tutto?

Per la Pausini è stato vincere Sanremo a 18 anni. Per tutto il documentario cerca di capire chi sarebbe stata se quell’anno La Solitudine non fosse stata prima in classifica in mezza Europa.

Sul mio blog il tempo è diviso in “before” ed “after”, il punto 0 è l’anno 2015, l’anno del mio Erasmus. Ho sempre considerato quell’evento come la rivoluzione copernicana della mia vita. Da quell’anno tutto ha cambiato forma, dimensione. Le paure, il coraggio, il mondo stesso, io. Cosa sarebbe stato di me se non avessi scoperto, dal mio compagno di università riccioluto, che le borse di studio Erasmus erano accessibili a qualsiasi classe di reddito? Che persona sarei? Quante lingue parlerei?

Più domande mi pongo e più mi rendo conto che forse, in un modo o nell’altro, sarei diventata cittadina del mondo comunque. E allora forse non è quello il bivio che ha condizionato il mio presente. Divago, ma lo so benissimo, è semplice, ma dirlo ad alta voce lo rende qualcosa di passato ed irrealizzato. Scriverlo lo rende quasi ipocrita. La vera scelta che ha condizionato e condiziona la mia vita quotidiana è stata quella di non intraprendere la carriera giornalistica.

Ecco, l’ho scritto.

E non voglio scriverlo di nuovo, perché è un desiderio così recondito, così intrinseco in me, che non voglio lasciarlo andare via, non voglio classificarlo nel passato. Mi ciondolo ancora nell’idea che non sia un sogno da chiudere nel cassetto, ma una passione modellabile come il pongo ed adattabile ad ogni vita. È una tiritera che regge spesso, finché non scoppiano le guerre, finché non smettono di aumentare i follower su Instagram, finché qualcuno mi legge, finche non leggo la Fallaci, finché non vedo giornaliste della mia età avere un successo che in qualche modo vorrei condividere con loro.

Ma torniamo a noi. Fermata Palais de Justice. La temperatura è perfetta, non mi ha ancora dato Moro di pentirmi della giacca lasciata a casa. Ho una decina di minuti di camminata a piedi fino all’ostello e questo mezzo chilometro è sufficiente per decretare Bordeaux la Sevilla di Francia. Che sensazione magica. La cattedrale è imponente, la torre Pey Berland mi ricorda così tanto la Giralda. C’è pure la sabbia in un angolo di piazza e gli attraversamenti pedonali sono segnalati per gli ipovedenti proprio come nella capitale andalusa, manca solo l’incisione no8do. Vorrei passeggiare ancora un po’, ma forse togliere lo zaino dalle spalle potrebbe essere una buona idea, cosi, preventivamente.

Gabri, prossimo viaggio qui.

Il profumo di pizza è fortissimo, ma io penso solo ai croissant di domattina.

Buonanotte Francia.

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Tips di viaggio – diario di bordo 27

Eravamo a Quito, in un centro commerciale vicino alla stazione degli autobus, l’intenzione era quella di fare una piccola spesa per poi cenare, ma non sapevamo che i ristoranti in Ecuador chiudessero alle 20.30. Vi sembra normale? In America Latina? Già solo perché parlano spagnolo dovrebbero cenare a mezzanotte… E invece lì si pagava in dollari e dopo le 20.30 cenare era un’impresa. Avevamo le buste della spesa e non ci rimaneva nessun’alternativa se non prendere un taxi e farci portare alle bancarelle più vicine. Mangiammo un dignitoso spiedino di carne, Ale fece anche il bis, forse era anche più che dignitoso. Mi portai gli avanzi di salsiccia in un sacchettino nero per lasciarli a qualche bisognoso, ma non trovai nessuno per strada, quindi li misi in un angolo della stazione prima di correre a prendere il bus.

La mattina dopo eravamo a Cuenca, una cittadina colorata, con un’aurea splendida, in cui ci siamo imbattute solo in persone splendide, dalla signora che vendeva i cannoncini alla crema a 0,08 centesimi, a quell’altra signora che c’invitò ad entrare negli uffici del ministero della cultura, guidandoci con amore, ai ragazzi che stanno viaggiando con macchine d’epoca per il mondo, a Filippo.

In quel contesto al sapore di crema, ho inaugurato il quadernino che dopo mesi ero riuscita a comprare proprio il giorno prima, al supermercato, mentre chiudevano i ristoranti.

Ci siamo sedute su una panchina, il sole tramontava dietro le montagne su cui avevamo camminato al mattino presto, alla ricerca dell’acqua termale, biro alla mano e via di elenchi.

Mentre si viaggia s’incappa sempre in errori, dimenticanze, in “cazzo, se potessi tornare indietro…” “se avessimo comprato…” “se avessimo cercato…” “se solo ci avessi pensato prima…”.

Così ci siamo messe d’impegno, ci siamo concentrate su tutte le varie imprecazioni fatte nei mesi precedenti e abbiamo iniziato ad elencarle, trasformandole in piccoli consigli, tips, suggerimenti.

Se foste polli come me smettereste di leggere ora, oppure continuereste senza prendere appunti, per poi ricordavi, nel bel mezzo di una bufera di neve, che se solo aveste preso un calzino in più non vi starebbe salendo la febbre.

Ogni viaggio è fatto a modo suo, ognuno porta con se la sua dose di fortuna, di sfiga e nessuno dice che si debba arrivare preparati, ma sicuramente se ne esce più consapevoli. Incapperete nei vostri errori personali, nelle vostre dimenticanze, per quanto possano essere accurati i miei elenchi, ma magari porterete con voi due cose in meno e qualche consapevolezza in più, giusto per uscire sereni e con il passaporto in borsa.
Nulla di scontato uscirà dalle mie mani, non ho bisogno di dirvi quante mutande ho portato, magari voi vi lavate meno di me, ma sì di dirvi che può essere utile un calzino apposta per dormire in bus e camminare senza scarpe.

Gli elenchi della spesa sono cosi suddivisi:

  • Consigli generici: cosa portare con te
  • Consigli di vita: saccente ed arrogante, dall’alto della mia non esperienza
  • Consigli specifici: on the road Cuba, Messico, Colombia, Perù, Bolivia

Consigli generici: cosa portare con te

 

  1. Vestiti versatili (es: vestitino leggero+collant pesante)
  2. Maglie termiche
  3. Pantaloni termici/leggins
  4. Tuta
  5. Cappellino
  6. Berretto
  7. Impermeabile
  8. Piumino 100gr richiudibile
  9. Sciarpa multiuso  (grande, che possa diventare un turbante, una coperta, una tovaglia…)
  10. Costume intero (per attività, tuffi, sport estremi…)
  11. Occhialini
  12. Crema solare
  13. Spray antizanzare
  14. Occhiali da sole (eventualmente graduati)
  15. Ciabatte/calze per bus
  16. Coperta (nel mondo hanno un problema con l’aria condizionata)
  17. Cuscino gonfiabile
  18. Mascherina occhi per dormire (lo spariglietto che entra dalla tenda del bus è la morte)
  19. Zaini/borse richiudibili (Decathlon, Longchamp, borse di stoffa…)
  20. Lucchetti con codice (non con chiavi)
  21. Carte di debito/credito di circuiti diversi (Visa, Maestro, Mastercard, AmericanExpress…)
  22. Moschettoni, ganci
  23. Borraccia
  24. Adattatori per prese di corrente, tanti piccoli, piuttosto che uno grande (per telefono, GoPro, pc, Reflex…)
  25. Multipla/ciabatta
  26. Kindle
  27. Portacellulare impermeabile (servirà, servirà, chiedetelo ad Alessia che ha i polpi nel telefono)
  28. Boccettine saponi ricaricabili (100ml max)
  29. Borse di stoffa (per la spesa, il bucato, qualsiasi evenienza)
  30. Carta igienica (vi servirà in bus, nei bagni pubblici a pagamento, nel bosco, per soffiare il naso, per pulire, al posto dei tovaglioli…)
  31. Salviettine umidificate (lavatevi ragazzi, almeno le mani)
  32. Amuchina
  33. Spazzolino
  34. Saponetta
  35. Asciugamani in microfibra
  36. Teli mare in cotone leggero o microfibra (non potete fare lo scrub con la sabbia della spiaggia, ogni volta che fate la doccia, portate almeno due teli)
  37. Batteria portatile
  38. Sdoppiatore cuffie (se non viaggi solo e non sei sociopatico)
  39. Nastro adesivo
  40. Mini sacco a pelo (anche se non hai intenzione di accampare, si può usare solo per non dormire su letti che sembrano sporchi)
  41. Cicche

 

Tutto quello che dimenticate a casa potete comprarlo, ma se l’avete già sarebbe un peccato, lo spazio non sarebbe calcolato e non sapete quanto vi potrà costare.
Di tutte le cose elencate io sono sopravvissuta fino alla fine senza alcune come:
– il berretto, ma penso di avere qualche ruga in più
– il sacco a pelo, ho stretto i denti, a volte, pensando a chi aveva dormito prima di me su alcuni letti
– secondo telo, gravissimo errore, a volte ci è toccato asciugarci tutte con l’asciugamano dei piedi oppure prenderlo in prestito nelle case dei cuochi
– Kindle, con una grande tristezza nel cuore ogni volta che vedevo un libro e avrei voluto comprarlo
Tutte le altre, se non le avevamo da prima, le abbiamo comprate perché veramente indispensabili.

Consigli di vita: saccente ed arrogante, dall’alto della mia non esperienza

 

  1. Avere un budget per gli imprevisti, come vedrete dal prossimo post il nostro budget è stato mensilmente sforato di 400 euro, che corrispondono al 66% in più del budget iniziale, 2/3, non poco
  2. Scaricare un’app per controllare in budget, in vacanza non bisognerebbe tenere i conti, ma siamo dei giovani scappati di casa, dobbiamo e possiamo osare, ma rendendocene conto è meglio. Ale ha usato l’app Mobills (su iOs e Android) per segnare ogni spesa, categorizzarla e poi portarla in excel, l’ho scaricata anche io e ve la consiglio, ma una qualsiasi va bene.
  3. Uber, se ancora non l’avete, attivate un account prima di partire, l’SMS con i codici di attivazione non sempre arriva se non sei nel tuo paese e a volte potrebbe essere l’unica ancora di salvataggio alle 3 di mattina a Montevideo nel parcheggio di un Casinò chiuso (noi non l’avevamo)
  4. SIM personale, la vostra, quella italiana, quella a cui avete abbinato l’internet banking, le carte e chi più ne ha più ne metta (la mia era nella valigia, a casa della nonna di Giuliano, a Buenos Aires ed è stato un madornale errore)
  5. Password, la fretta può fregarvi, come quando siete in aeroporto, in 10 minuti chiudono le porte e sbagliate il codice di sicurezza della carta di credito sul sito da cui state comprando l’uscita dal Perù, le porte si chiudono e voi restate a piedi a Bogotà. Meglio scrivere, in codice, le password che utilizzate meno e potrebbero tornare utili. Non datele a qualcuno come le amiche di Alessia, fidatevi di voi stessi, inventatevi un codice segreto per salvarle, aguzzate l’ingenio.
  6. Internet banking, se ancora non vi siete staccati dal conto storico di mamma e papà forse è ora, non potrete chiamare Babozzi perché vi risolva i problemi quando non accetteranno la vostra carta e un passante vi proporrà qualche magheggio, svegliatevi.
  7. Dollari d’emergenza, niente, qui profuma il dollaro, lo accettano ovunque se siete nella merda, portatevi qualche pezzo, consapevoli che per cambiarli le banche accettano solo 50 e 100, ma i negozianti anche 10 e 20.
  8. Attenzione ai cambi climatici, mentre a Lima è piena estate a Machu Pichu è inverno, com’è possibile che sulle Ande ci siano stagioni diverse? Non lo so, la natura è pazzesca e il Sud America, per esempio, è abitato a delle altitudini in cui non andiamo nemmeno a sciare. La Paz è a 4000 metri, a Medellin è sempre primavera, a Santa Marta è sempre estate, #sapevatelo e armatevi di conseguenza.
  9. Ascoltare gli stimoli del proprio corpo, fame, sete, non fatevi influenzare dall’orologio, ci sono tanti fusi orari che potrebbero scombussolarvi, non lasciate comandare il tempo, sentitevi.
  10. Leggere termini e condizioni di ciò che si compra, questo vale per i voli, per i visti e per le frontiere in particolare, non lasciatevi cogliere impreparati.
  11. Cibo d’emergenza, da buone italiane non mancavano mai delle barrette e della frutta secca nei nostri zaini, non si sa mai che morissimo di fame.
  12. Chiedere sempre, senza timore, meglio una volta in più che una in meno.
  13. Comprerete, lasciate spazio nello zaino, meglio un pantalone in meno in partenza che lasciare il cuore su una bancarella.
  14. Assaggiare, tutto, anche il pesce fresco a colazione.
  15. Non fermarsi alle apparenze, guardare oltre, non siamo abituati a nulla di tutto ciò.
  16. Guardare prima di scegliere, questo vale per un ostello o per il menu di un ristorante, non abbiate paura di sembrare meticolosi, ve ne pentireste al momento di pagare o dopo una notte insonne.
  17. Non temere a dire di no
  18. Provare a dire più sì 
  19. Contrattare SEMPRE
  20. Non avere rimpianti, MAI: entra, chiedi, presentati, saluta, sorridi, insulta se è il caso.
  21. Risparmiare sui mezzi, se il tempo non è un problema vai dal punto A al punto B nella forma più economica possibile, c’è sempre una maniera più cheap di quella che stai pensando, chiedi ai locali, insisti.
  22. Comprare alla seconda, non d’impulso, ma nemmeno troppo tardi.
  23. Usare i fast food per bagni e wi-fi
  24. Crearsi un proprio concetto di “pericolo”, siamo tutti diversi, ognuno con le sue fobie, le sue paure, le sue stranezze. Portatele tutte dietro, ma non lasciate che sia qualcun altro a limitarvi. Prendete atto di tutti consigli, ma non lasciatevi sopraffare da paure inutili. Non è come vi raccontano, non è come vedete nei film, non è come 30 anni fa.
  25. Pagare con carta al posto degli altri, se si ha bisogno di contanti. Quando manca un giorno alla partenza, ma non avete nemmeno più i soldi per fare colazione, ha senso prelevare 20 con 5 di commissioni? Non sarebbe più facile sfoggiare un sorriso e pagare con carta il conto del tavolo affianco al vostro? Le persone possono essere molto disponibili, basta chiedere.
  26. Approfittare dei supermercati, soprattutto per l’acqua che è carissima ovunque fuori dall’Italia.
  27. Equilibrare l’alimentazione, una delle cose più difficili da quando l’uomo va in vacanza è regolarsi, ma pensate sempre che anche domani ci sarà qualcosa di nuovo da provare, assaggiate tutto, ma in piccole dosi. State attenti all’eccesso di fritto, di piccante, non siamo abituati e non fa nemmeno così bene, meglio una piccola porzione piuttosto che un giorno sul cesso.
  28. Day-off, non abbiate paura di perdere tempo riposando. Il corpo non è una macchina e per quanto reagisca in base agli impulsi che gli diamo con il cervello, a volte chiede pietà: dategliela. Infilatevi in un cinema, sdraiatevi sul divano, ordinate d’asporto, il giorno dopo vi ringrazierete.
  29. No al panico. C’è sempre sempre sempre una soluzione a tutto, non ha senso entrare nel panico. Se è il caso insultate qualche operatore, non c’è problema, ma poi rientrate in voi. Siate costruttivi, il karma vi aiuterà.
  30. Esiste sempre qualcosa di più cheap. SEMPRE. Che si tratti di cibo, trasporti, escursioni, attività. Sta a voi.
  31. NON prelevare in aeroporto, quando meno non alla partenza. Se ci fosse qualche problema con la carta non avreste tempo di risolverlo prima della partenza del volo.
  32. NO ad attività troppo pericolose inutilmente, dico sempre sì a tutto, ma ha davvero senso andare in quad il giorno prima della scalata a Machu Pichu? Davvero avete voglia di rischiare per qualcosa che potete fare anche a casa?
  33. Leggere prima di firmare, che mamma e papà ce l’abbiano detto sempre non significa che l’abbiamo imparato. Ci sono poche attività assicurate, per esempio, state attenti al noleggio di un’attrezzatura che vi potrebbe poi costare più di un acquisto.
  34. Massimo 2 zaini, che tutto vi stia sempre in 2 borse, uno zaino grande ed uno piccolo. Nel piccolo potrete mettere tutti i documenti, le cose fragili ed elettroniche, per metterlo nella cappelliera magari, lasciando il grande nel baule.

Consigli specifici: on the road

Cuba

  1. Portare euro, visto gli ottimi rapporti con gli Stati Uniti il dollaro è estremamente svalutato, in cambio l’euro è ben visto e si può cambiare facilmente
  2. Prenotare anticipatamente Airbnb, dall’interno dell’isola non è possibile
  3. Viaggiare in gruppo
  4. Noleggiare un auto, i trasporti a Cuba sono difficili e costosi
  5. Internet non è libero, potete acquistare presso i punti ECTSA delle tessere utilizzabili nei punti Wifi, il costo è di 1 euro all’ora se le comprate nei negozi officiali e non per strada. Non sarà difficile rivenderle se ne comprate una in più.
  6. Visto, non è necessario andare all’ambasciata, ma controllate quanto costa il visto con la vostra compagnia aerea, in ambasciata il prezzo è di 26 euro, noi l’abbiamo pagato 150.
  7. Taxi abusivi, a Cuba i taxi sono cari, ma è pieno di macchine che abusivamente ti accompagnano come un taxi, anzi, possono diventare anche fedeli compagni e guide. Chiedete ai locali in che via trovarli più facilmente.
  8. Non offrire niente, per ovvie ragioni dare un dito a Cuba significa lasciare il culo, purtroppo soprattutto a La Habana c’è grande povertà e c’è anche chi se ne approfitta, occhi aperti.

Messico

  1. ADO è una compagnia di bus che funziona meglio di Trenitalia. Prima compri, meno paghi. E paghi veramente poco.
  2. “Pica?” Chiedere sempre se quello che ti servono è piccante. Se stai per morire chiedi del latte.

Colombia

  1. Aerei, in Colombia sono arrivate le compagnie low cost, può essere più economico volare che viaggiare su ruote.
  2. Viva Colombia, è la compagnia più economica attualmente in Colombia, i voli sono frequenti come i treni Milano-Genova, ma il 70% della compagnia è stato comprato da Ryanair. Con tutti i pregi e tutti i suoi difetti.
  3. Zaino piccolo, in Colombia fa caldo, ma anche fresco, volare low cost non include il bagaglio, ma nemmeno serve. Noi abbiamo lasciato lo zaino grande a Bogotà e abbiamo viaggiato 25 giorni con quello piccolo. Un sollievo per le mie spalle.

Ecuador

  1. Prelevare più dollari, potrebbero servirvi durante le prossime tappe

Perù

  1. Lima, è una città che sta migliorando, ma non è così turistica da perderci più di un giorno, se non per mangiare il secondo. La cucina migliore di tutto il Sud America è lì.
  2. Aeroporto di Lima, per arrivare in aeroporto o andare in città non è un calvario, basta prendere un taxi fino a plaza e poi un bus tra i mille che passano per l’aeroporto o viceversa.
  3. Ica e Paracas meritano anche loro solo 1 giorno
  4. Prenotare bus in anticipo, potrete organizzare bene il tempo e spendere nettamente meno.
  5. Bus Flores, è una compagnia molto economica, se vi siete dimenticati di comprare anticipatamente il biglietto VIP di Cruz del Sur/Norte potete ripiegare su Flores. Puoi viaggiare con le galline, senza aria condizionata. Da Ica partono per Lima ad ogni ora.

Bolivia

  1. Metterci la faccia. Scoprire come muoversi prima di arrivare in Bolivia può essere più difficile, vai, scoprilo.

 

P.s. Questo post potrebbe essere aggiornato in futuro, con illuminazioni mattutine, colpi in testa o in funzione delle domande che mi farete.

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Tornare a “casa” – diario di bordo 26

Voliamo sulla fine di questo viaggio. Voliamo, 3 mesi dopo, verso dove tutto è iniziato e dove tutto continuerà.
Il cielo è azzurro chiaro, le nuvole bianco candido, si mischiano con il bianco dell’ala di questo volo Andes.
Siamo partiti con 5 ore di ritardo, una cosa normale solo per Trenitalia, ma ci hanno offerto la colazione, poco importa.
Voliamo, con 5 ore di ritardo e torniamo a casa, alla cosa più simile a “casa” che ho da questa parte dell’oceano, dell’emisfero, del mondo.
Alessia e Andrea, nei posti 14D e 14E stanno guardando un insulso documentario sul furto di sciroppo d’acero. Ale mi ha regalato il posto finestrino, come ultimo gesto di clemenza, dopo tutti i finestrini random che le sono stati assegnati su tutti i voli che abbiamo preso, come a volersi beffare di me. Ora me lo godo un po’, mi godo questa romantica vista sul passato e sul futuro.

Ora posso chiudere i conti.
Ho sempre amato le liste e durante il viaggio ho meticolosamente preso nota delle persone da ringraziare, di tutte le persone che ci hanno ospitato, le famiglie che ci hanno aperto le porte delle loro case, dei mezzi che abbiamo preso, di chi ha lasciato un segno, anche solo con un sorriso.

Letti
1. Miami – Jhon
2. La Habana – Hostal Obispo 360
3. Varadero – Casa Yamila a Santa Marta
4. Viñales – Casa Iliana
5. Cancún – Ken
6. Playa del Carmen – Alex
7. Playa del Carmen – Abraham
8. San Cristóbal – Monse
9. Zipolite – Cabañas cosmo
10. Oaxaca – Juaquin
11. Xalapa – Monse
12. CDMX – Monse
13. CDMX – Josue
14. CDMX – Rodrigo
15. Bogotà – CX Hostal
16. Bogotà – Oscar
17. Medellín – Diego
18. Santa Marta – Jaime
19. Cartagena – Teo
20. Playa blanca – Hostal
21. Bogotá – Andrés
22. Quito – Masaya hostel
23. Lima – Jack
24. Ica – Scorpion Hostel, Kika
25. Lima – Frank
26. Cusco – Taita Wasi
27. Pacchanta – Eusebio
28. Aguas Calientes – Puma
29. La Paz – York
30. La Paz – Fuentes
31. Uyuni – hostel
32. Humahuaca – hostel
33. Tilcara – hostel
34. Salta – Chawasi
35. Tucuman – Lorenzo suite
36. Salta – Darwin

Voli
1. Lima
2. Miami
3. Newark
4. La Habana
5. Cancún
6. Bogotà
7. Medellín
8. Bogotà- Santa Marta
9. Cartagena-Bogotà
10. Missing: Lima
11. Cusco
12. Buenos Aires

Bus
1. Viñales
2. La Habana
3. Playa del Carmen
4. Chichén Itzá
5. San Cristóbal
6. Pochutla
7. Oaxaca
8. Puebla
9. Xalapa
10. Barranquilla
11. Cartagena
12. Frontera Ecuador
13. Cuenca
14. Chiclayo
15. Lima
16. Ica
17. Lima
18. Pacchanta
19. Macchupichu
20. Copacabana
21. La paz
22. Oyuni
23. Villazon
24. Humahuaca
25. Tilcara
26. Jujuy

Taxi
1. Varadero
2. Zipolite
3. Salta

Macchine
1. Cancun – playa delfines
2. Abraham
3. Oaxaca autostop
4. Quito
5. Tucuman

Famiglie
1. Jhon, Jose, Julio (Miami)
2. Yamila, Elena (Varadero)
3. Iliana (Viñales)
4. Ken (Cancún)
5. Alex (Playa)
6. Abraham
7. Juaquin
8. Andy
9. Monse
10. Josua (CDMX)
11. Oscar (Bogota)
12. Diego (Medellín)
13. Jaime (Santa Marta)
14. Teo (Cartagena)
15. Andrés (Bogotá)
16. Sebastian (Quito)
17. Jack (Lima)
18. Kike (Ica)
19. Frank (Lima)
20. Eusebio (Pacchanta)

36 letti in 3 mesi, che corrispondono praticamente allo stesso numero di bagni, docce fredde, volte in cui abbiamo ribaltato lo zaino, in cui l’abbiamo tolto con un sospiro di sollievo, in cui abbiamo chiesto “permesso…” ringraziando umilmente per il troppo che ci veniva offerto.
Guardavamo Pechino Express e sognavamo di entrare nelle case, di poter prendere tutto il meglio di una popolazione, di toccare con mano, di calarsi nei loro panni, di alzare il dito o prendere i mezzi più trasandati. Abbiamo viaggiato in autostop, nei cassoni dei furgoni, in 3 in motorino, su bus puzzolenti, in 18 su una macchina, a piedi…
Abbiamo dormito in casa di giovani, di signori, di famiglie, di ragazzi, in retrobottega di ristoranti su letti a castello che ricordavano i campi di concentramento, svegliandoci con l’odore di patacones fritti ed il voltastomaco, in letti singoli e king size, sull’amaca, sul bus, in monolocali soppalcati, in villette con giardino, incastrati con altri innumerevoli couch su due letti in 40 m2, in appartamenti enormi tutti per noi, con piscina e a strapiombo sul mare.
Abbiamo mangiato con le mani, piccante, fritto, per strada, in ristoranti di lusso, in botteghe meschine, dal piatto di qualcun altro, sedute per terra, sporcandoci tutte, cucinando per chi ci ospitava.
Abbiamo corso, riempito lo zaino fino a farlo scoppiare, abbiamo sudato e vissuto 3 mesi (e ancora oggi) con gli stessi 4 vestiti che sono passati da essere pochi a fin troppi.
Al traguardo non c’era nessun premio in gettoni d’oro, non c’era X a premiarci, ma mi sento comunque la vincitrice di DCB Express, vincitrice dei miei limiti, dei limiti autoimposti, dei limiti imposti dagli altri, dei confini della mia immaginazione, della mia pazienza che ho messo a dura prova. Ho vinto io, una sfida personale ed i miei gettoni d’oro sono persone, sono lezioni di vita, sono tanti piccoli cambi interiori, nello sguardo verso il mondo, nella fame, nella caparbietà, nella tenacia.
Il mio oro è questa Buenos Aires, la possibilità di viverla ancora per 6 mesi, con occhi totalmente diversi, pieni, luminosi, vivi, se possibile più di prima.

Mi ero dimenticata che, quando facesse caldo, i ragazzi a Buenos girano in costume. Mi ero dimenticata di tutto questo mate. Alcuni locali mi sembra di non averli mai visti. Mi ero dimenticata di quanto fosse stancante e grande, anche se non sembrava più, questa città.
Mi ero dimenticata di quanto fossero comode e buone le empanadas, le reti Wi-Fi gratuite ad ogni angolo, i bus veloci come il vento.

Mi sventolano i capelli fuori dal finestrino di questo taxi giallo e nero, le luci avvolgenti di questa città sempre illuminata a giorno m’invadono gli occhi, è una scena estremamente cinematografica, peccato che non ci sia nessun cameraman che mi filma da un’altra macchina. Peccato. Sarebbe il finale perfetto di questo viaggio.
Quando ero piccola pensavo sempre che una volta morti ci saremmo messi a tavolino con il Padre, con un lettore VHS ed il film della mia vita di riguardare. Probabilmente avrei fatto un elenco delle azioni buone, vere, pessime e poi via di conti. Me lo merito questo purgatorio per lo meno?
Così, nel caso, ben vengano le scene molto cinematografiche, non si sa mai che un giorno davvero ci rivedremo, che sia una cosa ben fatta quanto meno.

Ho dimenticato il telefono sotto al banco, in università, come mi succedeva al liceo, come una ragazzina. Sono le 22.30, Ale passa a recuperarlo e va a dormire a casa della nonna defunta del suo couch, io ho preso la metro in direzione Facultad de Medicina, dove vive il mio. È tardi, fuori tirava un vento incredibile, segno della pioggia imminente, di un leggero abbassamento delle temperature, ma qui in metro fa sempre caldino, sotto terra, in quest’altra dimensione. Mentre decidevamo come recuperare il telefono ci sono passate affianco almeno cinque treni, per fortuna li ho persi tutti e sono salita su questo. Due ragazzi venezuelani stanno suonando chitarra e violoncello, due dei miei 3 strumenti preferiti. Non è un incanto come quando suona Carlo, ma il clima è allegro, la metro semi vuota, sembra una performance intima.
«De donde eres?»
«Italia»
Confabulano, a bassa voce, il violoncellista non conosce la prossima canzone che vorrebbe suonare il chitarrista.
«Empieza y canta, te alcanzo»
Lo segue, prende il ritmo e adesso siamo in tre, due venezuelani ed una italiana a cantare “O sole mio” in metro, a Buenos Aires.
Non ho tagli piccoli, non gli lascerò niente, solo un grande sorriso ed un «gracias chicos!» che spero gli basti per questa sera, che magari gli darà l’allegria giusta per continuare.
Esco insieme ad una ragazza, venezuelana anche lei, commenta quanto siano bravi i ragazzi. È un ingegnere, vive qui da anni, guadagna bene e manda i soldi ai genitori che invece muoiono di fame lassù. «ojalá se arregle todo», mi dice. Speriamo si sistemi tutto. Ojalá. Ci abbracciamo.
Entro in casa e la cena è pronta in tavola, distrutta e felice mi butto a letto, con Chiara al seguito.
Va tutto bene.

La casa ce la daranno solo lunedì prossimo, dobbiamo vagabondare ancora una settimana e non mi entusiasma troppo l’idea, ma cosa posso fare? Ancora un pochino di pazienza.
Siamo passati da Giuliano a riprendere quanto meno la SIM italiana, posso finalmente bloccare il bancomat che mi ha mangiato l’ATM dell’aeroporto di Lima praticamente un mese fa, Ale nel mentre finisce di fare i conti e… Porca miseria.
È giunto il momento di parlare di budget, anzi, di budget sforati. Ho temporeggiato fino ad oggi, ma a conti fatti devo analizzare i risultati, ammettere le mie colpe, capire dove ho sbagliato, così magari imparate anche voi dai miei e nostri errori, senza ripeterli, o scegliendo consapevolmente di commetterli.

Sto per mettere in piazza i conti delle spese che abbiamo sostenuto in questi mesi, dal 28 novembre al 27 febbraio, esattamente 3 mesi di vacanza.
Li analizzo per me e per chi mi ha chiesto “ma come fai?” “Ma dove trovi i soldi?” “Ma quanto ti è venuto a costare?”. Lo faccio per mia mamma che ho sempre liquidato con un “è più economico viaggiare per il Sud America che vivere in Argentina”. Per tutti quelli che credono che serva chissà quale budget quando l’unica cosa che serve è un po’ di contegno, forza di volontà, inventiva e spirito d’adattamento.
Il prossimo post sarà più numerico che romantico, in diretta dalla nuova casa di Scalabrini Ortiz.

Continua…

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Bolivia – da Copacabana a Uyuni, passando per La Paz – diario di bordo 25

Non ero mai stata così tanto attenta all’altitudine in vita mia. Da Hierve El Agua in Messico ho scoperto che la bussola dell’iPhone fa anche da altilometro, una risorsa spettacolare. Da quel momento in ogni città, ad ogni salitina, sulle piramidi aztecas o in collina, taaaaac altezza.

Da quando sono arrivata in Perù ne ho abusato, c’è sempre stata una ragione per vedere a che altezza siamo. Fa freddo, a quanto siamo? Mi fa male la testa, a quanto siamo? Ho il fiatone, a quanto siamo? Effettivamente le altezze sono folli, basti pensare che tornare in città significava tornare a “soli” 3000 metri, praticamente l’altezza massima che raggiungo normalmente in montagna, vestita da sci, prendendo gli impianti.

A La Paz è esponenzialmente peggio, la città è alta, veramente alta ed è tutta una salita ed una discesa.

Dopo aver superato il confine a Copacabana e dopo aver perso il traghetto per la Isla del Sol, abbiamo deciso di boicottare quell’ennesima città bella solo dall’alto e ci siamo buttate sul primo van per La Paz. Abbiamo attraversato il lago su una barchetta, mente il van lo attraversava su una piattaforma, ci siamo lentamente avvicinate alla capitale, tra una curva e l’altra lo scenario che si apriva sotto ai sedili era quello di una città costruita in una vallata, con talmente tanti mattoni a vista da ricordarci Medellin. Si, la prima impressione che ho avuto di La Paz è che fosse simile a Medellin, ma eravamo ancora in alto. Una volta scese lo scenario era decisamente diverso, nonostante sulle nostre teste passasse l’ovovia, la città si presentava decisamente rude. Luca l’aveva definita “dannata”, la più vicina all’idea di sud America che si può avere in Europa. Disordinata, povera, incasinata, piena di gente, ovunque. Quando diciamo “nei peggiori bar di Caracas” praticamente è come dire “in un bar qualsiasi di La Paz.

Prendiamo un taxi per raggiungere Andrea, contrattiamo, 12 bolivianos (cambio 1€-8.30$). Maps indicava un paio di km, da percorrere ingenuamente in 5 minuti, se non fosse che nel centro di La Paz le bancarelle affaccino direttamente sulla via e le persone camminino totalmente in mezzo alla strada, senza prestare nessuna attenzione alle auto. A passo d’uomo abbiamo fatto in tempo a vedere un gruppo di ragazzi che stavano ancora festeggiando il carnevale, tutti i 100 grammi disponibili sulle bancarelle, gli articoli cartoleria per l’imminente rientro a scuola e probabilmente anche qualche taxista addormentato.

Dopo una veloce scelta di un ostello economico, siamo passati alla cena, il tasto più bello de La Paz.

Con Andrea non c’è dubbio, si controlla tripadvisor e tra i primi nomi della lista svetta un Berlusca. Lasciando da parte i pregiudizi iniziali che un italiano (non io) può avere, ci caliamo tra i vicoletti del centro, tra souvenir artigianali e baretti nei sottoscala c’è un cortiletto nascosto.  L’esterno del locale è semplice: ciottolato, qualche tavolino, stoffe tipiche. L’interno è ancora più semplice: pochi tavoli, pareti bianche interrotte da alcune fotografie appese, una cucina nascosta. Nulla che ricordi l’Italia, tranne il menù ed il gestore. Tagliatelle al ragù, rigatoni al pesto, hamburger. Poche idee, ma ben chiare.

Il ragazzo invece è figlio di papà italiano e mamma francese, o il contrario, con nonno boliviani. O forse non ho origliato bene, però è di La Paz, gli piace e non vuole andare via. Parla italiano, spagnolo, francese madrelingua ed ha studiato l’inglese. A parte la camicia a quadri mi sta simpatico, fa i conti a mente, sembrerebbe alla buona, in realtà ogni voce del menù ha lo stesso prezzo.

Tornerò, da sola a mangiare le tagliatelle, davanti a provare un altro ristorante boliviano che ai ragazzi non piacerà. Di La Paz sono questi angoletti che mi rimarranno nel cuore, queste luci soffuse, calde, che illuminano la città di notte.

La vista dall’ostello dopo 4 piani di scale, che ti lasciano senza fiato. Forse aveva davvero ragione Luca, deve ancora crescere, deve assolutamente crescere, però per ora è bella così.

“Ti rendi conto di dove sei?”

 

Dopo qualche giorno di shopping, magnate, passeggiate e relax, insomma quello che si deve fare in una capitale, con le nostre nuove giacche a vento addosso, andiamo al terminal de buses e prendiamo un cama verso Uyuni.

Mai visto bus più ampio di questo, Andrea si tratta proprio bene, arrivo previsto ore 5.30. Chissa che cazzo si fa alle 5.30 a Uyuni.

Nulla si fa alle 5.30 a Uyuni. Arriviamo puntualissimi, ancora mezzi addormentati abbiamo già lo zaino in spalla e nessuna meta. La città è spenta, c’è un po’ di polvere sulle strade popolate solo dai passeggeri del bus. Qualche gestore di agenzie inizia a rifilarci bigliettini, una signora ci indica un “coffee shop”, anzi, ci porta proprio. In una stanzetta al primo piano di una casa c’è una piccola cucina e un paio di tavolini troppo vicini sui quali ci sediamo con poca agilità a causa degli zainoni. In 10 minuti la voce si è sparsa ed il locale è pieno di persone di ogni nazionalità, ognuna con 1/2 zaini a testa, non ci si gira e non faremo mai colazione, ma grazie al Wi-Fi abbiamo già prenotato un ostello.

Usciamo, senza aver consumato, come dei gran maleducati stanchi e andiamo a tentare un check in mattutino. La porta dell’ostello è aperta, cigola, davanti a noi una scala. La imbocchiamo e alla fine della prima rampa troviamo una scrivania ed un divano, nessuno. C’impadroniamo del divano, finché la signora delle pulizie, che nemmeno vedo, ci sposta in una stanza. Qualche oretta di sonno e siamo di nuovo in bolla! Botta di culo e colazione, troviamo il tour a 150$, ancora meno del pronosticato!

Ore 10.30 si parte, andiamo a vedere un insulso “cimitero dei treni”. “Quando i treni erano obsoleti o in disuso li abbandonavano qui”, ci racconta Domingo, “ora è un museo a cielo aperto”. Mi affascina sempre vedere come riescano a trasformare una discarica a cielo aperto in un museo, ma soprattutto come i turisti prendano per oro colato tutto quello che viene detto e si arrampichino su treni arrugginiti per farsi fotografare. Chissenefrega dell’antitetanica, dei topi che ci dormono, dell’inutilità di quella foto, la stanno facendo tutti. A volte proprio lunge da me…

Comunque, dopo questo breve stop riprendiamo il cammino, passiamo al supermercato a prendere la pappa e ci dirigiamo verso il salar. Le strade dissestate boliviane di trasformano in una grande distesa d’acqua, marroncina. Gli autisti si fanno il segno della croce e si buttano con i 4×4 direttamente in quello che sembra un grande lago, in realtà è la salina. 14’000km quadrati di sale che durante la stagione delle piogge si riempiono d’acqua, nella zona più profonda (massimo un metro) l’acqua piovana risulta sporca, marroncina, ma quando l’acqua si fa meno profonda il fondale bianco cristallino è luminosissimo e produce un lucente effetto specchio. Le montagne in lontananza si riflettono perfettamente nell’acqua, le macchine in lontananza sembrano capovolte, anche Andre e Ale sono doppi, mentre camminiamo scalzi con i pantaloni arrotolati, il sale fino alle ginocchia e le nuove giacche blu che creano una nella nuance di colori.

Finalmente vediamo il pranzo che Domingo ha trasportato con cura in tappera: sono alcune verdure bollite, riso, bistecchine e una banana a testa. Mangiamo su un tavolo di sale, con i piedi nel sale, nell’unico hotel di sale rimasto agibile all’interno della salina. È come stare in spiaggia, ma la sabbia è bianca e cristallina. Cristallina nel vero senso della parola, il sale è perfettamente quadrato, spigoloso, con un foro in mezzo. Più ci si allontana dalla zona battuta più il sale diventa veramente pungente, graffia la pianta del piede e sembra di camminare sugli spilli, ma è oggi e chissà quando, quindi graffiamoci tutti, fino alla noia.

Fino al tramonto, finché non sale di nuovo il vento, finché non ci rompiamo i coglioni, finché non ci viene voglia di uccidere i fotografi messicani che non tornano in macchina e ci stanno facendo congelare.

 

Torniamo indietro, ci aspettano poche ore di nanna e poi domani saremo di nuovo in viaggio, verso l’Argentina. È finita. Qualche giorno ancora tra Salta, Jujuy e Tucuman, ma è finita.

Che spettacolo.

 

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