Santa Marta – diario di bordo 17

Che bellino questo aeroporto! Sono le 8 di sera e la temperatura si aggira attorno ai 25º ventilati e umidi. Aspettiamo Jaime, il couch che senza esitazione ha risposto ad Ale solo qualche secondo dopo aver ricevuto il suo messaggio.
Ci accoglie un colombiano, finalmente morenito, con un fuoristrada suzuki che fa dei rumori strani, ma è così bohémien che è proprio quello che ci vuole.
Lui non vive a Santa Marta, ma a Rodadero, una zona di mare ad una 15ina di minuti dal super centro di Santa Marta.
Ale è contentissima perché non deve sforzarsi a trovare argomenti di cui parlare, fa tutto lui. È appena tornato da un viaggio con i suoi amici d’infanzia, una di quelle cose che mi fa sognare il mio rientro in Italia ed una settimana in qualsiasi posto con le ragazze e Filippo. Beh sono andati a passare l’epifania in un paese sulla serra nevada dove vivono alcuni suoi parenti, una zona per niente turistica ed estremamente indigena dove a qualche km di macchina si può raggiungere un paesino incredibilmente primitivo con leggi, usi e costumi propri, con una propria prigione, dove puniscono fino alla redenzione i ladri e traditori, in cui si sentono responsabili dei danni che l’uomo fa alla natura quindi un giorno sì e l’altro pure chiedono perdono, celebrano l’acqua, la terra, il cielo, gli animali e secondo me anche la marijuana. Ne parla entusiasta, chiedendosi come siano finiti a parlare dell’ultimo posto del mondo, invaso dal cattolicesimo, finché non sono riusciti a cacciare pure i cristiani.
Nel mentre la brezza di mare entra dal finestrino, i suoi denti sono estremamente bianchi e non riesco a non fissarli, ma il cambio mi gratta sotto ai piedi e mi distrae, respiro profondo e dietro al Serro si apre la città, illuminata, sotto quei piedi tremolanti. Mi mancava l’aria di mare.

Andiamo subito a cena nel centro di Santa Marta, qui sono come gli spagnoli: se la festività cade nel weekend la recuperano il lunedì. È l’8 di gennaio e stiamo recuperando il 6, infatti i vicoletti più antichi della Colombia sono pieni di gente, giovani, profumi, artisti di strada, umidità e argentini. Figa sempre argentini da tutte le parti. Per iniziare con il piede storto ci pappiamo una bella pizza, Argentina per l’appunto, ma mi passerà velocemente di mente solo sentendo il rumore del mare nell’atrio della torre in cui dormiremo. Lo sento, è vicino, ma non si vede, finché non mi affaccio alla finestra e capisco che è proprio sotto di noi, davanti, tutto il nero è mare e ancora mare finché non si fonde con il cielo.
Chissà che vista ci sarà domattina.

 

 

Ho iniziato ad appassionarmi alla lettura un’estate di una decina di anni fa, andai in libreria con la nonna e mi lasciai trascinare dai titoli romantici di una collana colorata tra cui TVUKDB e cose simili. Mamma mi aveva comprato un grande classico, per partire in quarta, ma proprio non mi andava giù e a tutt’oggi risiede stantio nella libreria. Io ho iniziato ad apprezzare il rito della lettura con i libri di Valentina F, che altro non è che un Fabio Volo in versione colorata per dodicenni. Era il mio periodo romanzi per ragazze e mi chiudevo nella camera degli ospiti ore ed ore, mentre mamma puliva, prima di andare in spiaggia. Ne leggevo uno al giorno e facevo spendere un sacco di soldi a mamma, ma li volevo tutti li, da guardare, toccare, a volte sottolineare rigorosamente. A matita, proprio come faceva mamma sui suoi.
Era l’inizio, con tutta la leggerezza di una ragazzina di 12 anni che sognava in grande, di un vero e proprio amore per la lettura ed ancor di più per tutto quello che vi sta dentro e attorno. L’odore dell’inchiostro, la rugosità delle pagine, la collezione di segnalibri, la morbidezza della poltrona, l’eleganza della libreria piena, il fascino dei tour delle biblioteche, la serenità delle librerie, i dibattiti a fine capitolo, la corrente che mi spinge a continuare a leggere e la mia testardaggine, la voglia di assaporare, che duri il più a lungo possibile un bel libro. Dal periodo romanzi per ragazzi sono passata direttamente a quello dei gialli, intenso, che non lasciava scampo nemmeno ai controcorrente: i gialli si leggono in una notte, si fa after insieme agli scrittori nordici, ci si sveglia quando il tono ci cade in faccia ormai all’alba e ci si incazza, pesantemente, quando il film non rende nemmeno lontanamente giustizia al libro. Questo con tutti i generi in effetti. Suona così sofisticato “no guarda io ho letto il libro ed il film è una porcheria a confronto”. Che sia bello o brutto, veramente bello è veramente brutto, un lettore non sarà mai soddisfatto di una rappresentazione cinematografica di un libro che ha amato, accarezzato, annusato, assaporato. Perché?
Un libro è un compagno di vita, per ore, per giorni, per viaggi, per intere settimane quando non si ha tempo. Un libro, senza bisogno d’immagini, suoni e luci soffuse, non solo ti entra dentro, come potrebbe fare un film, ma esce completamente da te. Quello che ti rimane di un libro è un mix di ciò che hai letto, di quello che hai provato, dei visi che hai immaginato, dei luoghi che hai creato. Non è nulla d’imposto, è solo leggermente delimitato da alcune descrizioni più o meno accurate, ma non è vincolato a nessuno, se non a te. Sono i suoi ricordi, i tuoi sogni, la tua fantasia a plasmarlo nella tua mente e poi ad imprimerlo come un ricordo realmente vissuto sulla tua pelle.
Il presente, il passato ed il futuro s’intrecciano quando leggi, quello che stai vivendo entra dentro al libro, credo sia per questo che alcuni periodi della vita ci spingono verso determinati generi, determinate letture. Così Ornby letto in un volo per Londra ha un sapore, letto ad Alessandria in un negozio di vinili ne ha un altro.
Con i libri c’inventiamo, lavoriamo, ci sforziamo, mentre con i film è tutto un gioco di associazioni, immedesimazione, analisi, viene dallo schermo verso di te e meno da te verso lo schermo.
Un film è come la scopata di una notte, due o tre, un libro è un paziente e fedele, compagno di vita. Le serie hanno lo stesso obiettivo, la stessa voglia di accompagnarci, ma facendoci sforzare meno.

Uno dei primi libri che ho preso in mano, uno di quella collana colorata, era di Paola Zannoner, probablemente cugina della F. “A piedi nudi a cuore aperto”. Sorvolando sulla splendida trama romantica, d’intestazione e rispetto tra popolazioni diverse, quello che mi è sempre rimasto impresso è il titolo.
E mi ritorna in mente, anche qui, soprattutto qui, a Santa Marta.

Qui, la prima mattina, la luce entrava prorompente dalle fessure delle tende, rimbalzando sulle pareti bianche ed illuminando a giorno la stanza. Ale era già andata a comprare la colazione e l’unico rumore che si sentiva in casa, oltre al tintinnio di piatti e posate, era quello del mare. Non c’era tempo per mettere le ciabatte, dovevo andare assolutamente a vedere la vista. Il marmo della camera era a perfetta temperatura cagarella, quello del salone invece piacevole. Oltre l’amaca colorata appesa in terrazzo solo azzurro. Azzurro mare, azzurro cielo, con qualche difficoltà per capire dove iniziasse uno e dove finisse l’altro, talmente era azzurro.
In quel momento, in quel preciso momento, ho deciso che Santa Marta non sarebbe stato un luogo di passaggio, che avevo bisogno di ricaricare le pile e che mi trovavo esattamente nel posto giusto, al momento giusto.

 

 

Siamo andate al Tayrona. Dopo una settimana passata a ripeterci “ma chi ce lo fa fare di camminare al caldo per andare al parco?”. Dopo le 4 ore di camminata a Minca, ci eravamo ripromesse di lasciar perdere il trekking, ma la curiosità ha preso il sopravvento e l’idea di poterci arrivare in barca ci ha convinte totalmente. Sveglia ore 7.00, Andres si aggrega, partiamo per Taganga. Passiamo a prendere Clao e alle 9.00 siamo già in bolla, peccato che la lancha partisse alle 10.30, che da nuovo anno siano entrate in vigore le nuove tariffe ovviamente aumentate e che abbiamo piazzato una bella taquilla per chi arriva con i pirati. Insomma, come direbbe Andrea: Caporetto, scansati lesta.
La barchetta ha 2 motori e 26 posti a sedere, mettiamo gli zaini a prua, tengo solo il telefono e gli occhiali da sole, sai, con una bella navigata potrebbero servire. Nemmeno il tempo di agganciarli al giubbotto di salvataggio che mi rendo conto della grandissima idiozia che mi affligge. Siamo su una barchetta di merda, stiamo per lasciare la baia, l’oceano, per quanto gli piaccia chiamarlo mare dei Caraibi, è più mosso dei miei capelli dopo una giornata al mare ed iniziamo ad imbarcare acqua.
Uno schizzo, due, finché non riesco più nemmeno a tenere gli occhi aperti. Infilo il telefono nella custodia di stoffa degli occhiali, tentando di proteggerlo. Telefono con il quale avevo fatto ben 4 indispensabili foto di merda. La custodia sotto la giacchetta, sotto l’ascella, con una ciabatta davanti. Passo l’altra ciabatta ad Ale, a cui a quanto pare ho attaccato questa malattia delle fotografie, lei sceglie un’atra tecnica: posiziona il telefono sotto le chiappe del passeggero che ha di fronte, con lo schermo verso la sedia e l’acqua che teoricamente scivola sulla cover. Mentre i compagni di viaggio si spaventano, rischiano il vomito, bevono acqua salata e cercano di proteggersi con tutto quello che hanno – le mani – io non riesco a fare a meno di ridere. Recito il testamento del mio telefono, mi maledico un po’ per aver scelto questa imbarcazione e non essere andata a piedi come tutti i normali esseri viventi turisti della zona. Effettivamente la situazione stava sfiorando il ridicolo, la mia posizione assurda, l’acqua ovunque, Gardaland non sarebbe mai più stato lo stesso, iniziavo veramente a divertirmi.
Ci fermiamo per fare rifornimento e salto in testa ai vari passeggeri, i telefoni andavano portati in salvo, ravano, li avvolgo nell’asciugamano e torno di corsa al mio posto. Come se non bastasse mi rendo conto di 3 cose:
1. Ho dimenticato il giubbotto di salvataggio a prua
2. Non ho preso gli occhialini
3. Ho una canottiera bianco, senza reggiseno, sono totalmente bagnata e senza giubbotto di salvataggio a mo di gilet.
Sarebbe potuta andare peggio. Da quel momento il divertimento è stato puro e senza preoccupazioni. Atlantideeeeeee!

Vediamo la riva! Una spiaggia vergine e deserta, sabbia bianca, acqua trasparente, verde sullo sfondo. Come avete sempre immaginato l’Eden? Io così. Natura selvaggia che incontra la sabbia e poi il mare, esattamente così.
Sulla sabbia nessuna cartaccia, niente di fastidioso, tranne la taquilla che ci chiede la bellezza di 55’000$, che riusciamo comunque a far diventare 35’000$ imbucando Andres e Claoh. Ci spostiamo a Cabo San Juan.
Lo stomaco pieno, dopo un bel pisolino, c’incamminiamo verso un’altra spiaggia e poi nella giungla. Incrociamo alcuni indigeni lungo il percorso, vestono di cotone bianco, chi più, chi meno, scalzi o con ciabattine fatte a mano, sembrano proprio degli indiani. Vivono nel parco, mantengono l’equilibrio tra natura e umanità. Da qualche anno, visto il grande boom turistico, chiedono di chiudere il parco per 1 mese, per riavvicinare la flora e la fauna, per espiare i nostri peccati, in quel mese, che sta per arrivare, scendono dalla Sierra tutte le specie animali, indisturbate, persino i giaguari e si riappropriano dei loro spazi.
Li guardo negli occhi, le bambine soprattutto, mi sembra una cosa così lontana da noi, dalla nostra Europa moderna. Mi soffermo a pensare a quali siano le nostre tribù indigene. I greci, i romani sarebbero il corrispettivo dei arhuacos (o ikas), wiwas, kogis e kankuamos? Non ne restano però, si sono evoluti tutti (o quasi). È qualcosa di unico.
Non riesco a pensare ad altro mentre diventiamo come Moogly per 3 ore di camminata nella selva, sudati, nell’umidità assoluta, ma vivi, vivissimi. Non so se il tutto sembrasse più l’isola di Jurassic Park, il libro della giungla o appunto la mia idea di Eden, abitato però da indigeni con buffi cappellini Bianchi che vivono in sintonia con la natura. Chissà come si lavano… Forse a questo è meglio non pensare.

 

 

Torneremo davvero nei posti in cui siamo stati felici? “Torneremo davvero nei posti in cui siamo stati bene? Perché ho creato un mondo in un paesino sulla costa colombiana e pensare di lasciare per sempre tutto questo equilibrio e queste persone, mi fa impazzire.”
Ho scritto questo tweet sabato, era un pensiero che mi martellava la testa mentre il sole tramontava come di consueto davanti alla piscina, che era più piena del solito. Sabato pomeriggio in piscina con gli amici, qualche pacchetto di patatine, musica e le solite diatribe sul cibo della propria nazione. Mi sono appoggiata alla balconata e, senza occhiali, con la vista un poco appannata, la pelle d’oca per quel filino di vento sulla schiena bagnata, ho pensato che non avrei davvero voluto che finisse. Eravamo qui solo da 6 giorni, che sono poi diventati 10 e sembravano molti di più. Sembrava un mese, sembrava di essere tornati a casa per le vacanze, come Andres, come Caro, si respirava quella serenità che solo Santa Margherita riesce a darmi. Sarà il mare, il caldo e la sveglia solare. Saranno i tavolini fuori dai bar, in piazza, le vie pedonali, il mercato, il costume sempre sotto ai vestiti, ma è tutto troppo famigliare e non posso crederci se mi dicono che domani andiamo via. Andiamo via, perché non possiamo fermarci qui. O meglio, potremmo, ma c’è ancora tanto da vedere e finalmente ieri ci siamo decise a comprare un volo per Lima, per quel Perù che ho tanto sognato tutta la vita e che ora che sono a Santa Marta potrebbe anche aspettare.
Un nuvolone grande ha coperto il sole che a momenti rispunterà per poi tuffarsi in mare, per l’ultima volta, davanti ai miei occhi. Ho già voglia di piangere solo a scriverlo, ad immaginarlo. Sistemerò la sedia di metallo – madre mia quanto rumore fanno le sedie di metallo?! – tornerò in casa, lancerò le ciabatte e dondolerò sull’amaca, finché non fa buio, come ogni sera da 10 giorni a questa parte. Una parte di routine che non mi stancherebbe mai. Essere troppo rilassata si, vedere Jaime lavorare mi fa solo venir voglia d’inventare nuovi business, di programmare e progettare qualcosa di nuovo una volta rientrata in patria, di fare i conti e pensare a quanti investimenti intelligenti potrei fare proprio qui.
Non sto cercando una scusa per tornare, ancora prima di essermene andata, ma è veramente una potenziale miniera d’oro. (Non vi dirò i numeri per non farmi rubare le idee, ma se siete ispirati da investimenti immobiliari scrivetemi)
Ok forse sto anche cercando una scusa per tornare, è che mi sembra folle lasciare tutto questo e non aver ben chiaro quando ci ritornerò. Dipende da me, certo, come vado a Santa ogni estate potrei anche tornare qui una settimanina o due, appena ho tempo, tanto qui è sempre estate. Si può fare davvero? È fattibile? E i soldi? E il tempo? Di quanti altri posti m’innamorerò in questo modo? Quanti altri posti mi faranno sentire come Santa Margherita, come Siviglia, come Santa Marta? Quando una persona si sente “così” cosa deve fare? E per così intendo completa, viva, allegra, entusiasta, ottimista, piena di voglia di fare, con il sorriso in viso già dal mattino, già dalla colazione sul terrazzo, cosa bisogna fare? Valigie e andare a vivere proprio dentro a questa perfezione? Prenderla di petto?
Quando mamma diceva di voler andare a vivere a Santa io ero sempre contraria, d’inverno è triste e sarebbe diventata troppo monotona, è così preziosa perché è una perla, un momento unico che ci concediamo ogni anno, qualcosa di lontano dalla routine. Se mangiassimo focaccia tutti i giorni sarebbe ancora così buona? Sicuramente sarei un bue, ma sarebbe ancora così speciale?
Iniziò a pensare che… Si, sarebbe davvero così orgasmatica ogni cazzo di mattina, che ho sempre temuto la routine perché non avevo ancora trovato la mia, quella che mi faceva sentire completa. E poi a Santa esistono le stagioni, che possono cambiare le carte in tavola, a Siviglia e qui decisamente meno.
Quindi?
Che fare?
Quanti altri tramonti dovrò aspettare per decidere in che posto stare? Davvero devo decidere?
Grazie, per ora, Santa Marta.
Grazie Alessia, per esserti fermata, per aver dato adito ai miei capricci, per essertela goduta insieme a me. Grazie Andres, Claoh, Caro, Majo, Daniel, Ross, grazie anche ai portieri, a casa pargo, al muesli del supermercato, agli indigeni, ai ragazzi delle borse, al Tayrona e a te, Jaime. Grazie per aver dormito sull’amaca mentre noi ci spaparanzavamo nel letto, per le ore di pianoforte, per la pazienza, l’ospitalità, le attenzioni, per la condivisione, le serenate, colazioni, pranzi e cene, gite, serate e film, per non aver battuto ciglio, forse solo storto il naso, quando era ora di salutarsi, non sono cose da poco per uno scorpione.

Grazie per tutti i “sembra che siate qui da molto di più, sembrate Samarie, due di noi” perché è esattamente così che ci siamo sentite, a casa.
Questa volta si, ho proprio voglia di ringraziare. Mi mancherà tutto, più che qualsiasi altro posto visitato fin ora, più che qualsiasi altra persona conosciuta. Qui, ora, adesso, mentre sento “pf pf” dal balcone di sopra, mentre il sole si libera dalle nuvole, mentre ci tuffiamo, in mare, per l’ultima volta.

Cule vaina rara la vida.

 


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Xalapa – diario di bordo 13

A Puebla ti parcheggiano la macchina. Mi è sembrata fin da subito una genialata. Anche nel bar più scadente, se è posizionato in una zona con pochi parcheggi, c’è un parcheggiatore che s’incaricherà di portarti la macchina da un’altra parte, normalmente al parcheggio pubblico più vicino. Una cosa semplicissima che fa risparmiare una quantità incredibile di stress e nervosismo inutili, che sembrano inevitabili quando si gira in macchina in città. Soprattutto in una città come Puebla, in cui i nervi a fior di pelle possono venire ad ogni semaforo, dal momento che il traffico regna sovrano ed è meglio non suonare il clacson, visto che qualcuno ha pensato bene di tirar fuori una pistola ed ammutolire anche l’airbag, un po’ di tempo fa.
Siamo ovviamente bloccate nel traffico con Andy e sua mamma che ci stanno riportando alla stazione ADO da cui siamo arrivate. Abbiamo fatto i numeri a colori per comprare questi biglietti per Xalapa e adesso saliamo a bordo.

Xalapa è una “cittadina”, ci hanno detto che avrebbe fatto freddo, ma come al solito il nostro concetto di freddo è ben diverso e distante da questo. Le strade sono buie ed il taxista le conosce meno di me, che cerco di districarmi tra maps ed i cavi della batteria portatile.

La casa della zia di Monse, una volta casa dei suoi nonni, è bellina e particolare, con un salotto a mezza scala, una scala a chiocciola nascosta che dal tetto porta alla cucina, una stanza sul tetto.
Il programma della serata prevede la cena con la zia, il papà di Monse, sua moglie, la sorellina di Monse, due zii. Una famiglia ristretta rispetto a quella di Andy e con pochi bambini, che si sa, sono la gioia del Natale.
Il menù è composto da due tipi di carne, agnello e mucca, spaghetti in bianco o al sugo, un formaggio cremoso che sembra tomino – che sarà la mia parte preferita della cena – chile ripieno – che ovviamente guarderò senza toccare. Niente pandoro o panettoni, il dolce è cioccolatoso o budinoso, tradotto in doralicese: niente dolce.
Mangiamo e chiacchieriamo finché gli occhi non si chiudono da soli e c’infiliamo tutte e tre nel king size della zia, talmente king che non ci sfioriamo nemmeno.

Il 25, mentre noi ancora dormiamo, in Italia banchettano. Chiamo la nonna, mamma e le bimbe e poi anche papà.
Vorrei il teletrasporto, lo dico sempre ad Ale che questo sarebbe il super potere che sceglierei per me. Un bel teletrasporto rapido ed indolore che praticamente corrisponde al dono dell’ubiquità. E invece ancora niente, nemmeno una toccata e fuga per Natale, io qui e loro li.

Il 24 è il giorno del cenone e il 25 del recalentado!
Pranziamo velocemente ed andiamo in gita, a mangiare un gelato in un Pueblo Magico, a farci raccontare com’è cresciuta la città da quando il papà di Monse è andato via. Mi ricorda il signore di Mitla che si è trasferito a Los Angeles, solo con qualche appunto architettonico in più, degno di un professore, ma la stessa felicità malinconica. Arriverà anche il nostro turno di genitori- viaggiatori.
All’ora di cena, torniamo a banchettare spazzolando quello che rimane nel frigo. Si aggiunge anche il cugino di Monse che manderà Ale in bancarotta giocando a carte, finché non intervengo cambiando gioco e sbancando i nonnini.
È particolare vedere Monse con il suo papà, era da tanti anni che non tornava per Natale e, anche se so che vorrebbe essere in Germania con suo fratello, la vedo serena, felice, senza nessun imbarazzo, come se il tempo non fosse passato. Mentre noi ci riposiamo lei recupera gli anni con la zia, si aggiornano e si raccontano, tutti sono felici di sentirle dire che probabilmente si fermerà di più in Messico, che è felice di essere tornata.

Dopo un’ultima colazione messicana ed abbondante, con tamales e frivole, abbracciamo gli zii come se fossero un po’ anche nostri e saliamo tutti in macchina: io, Ale, Monse, sua sorella Majo, Ceci, suo papà e due cani, uno degno di nota per essere il più brutto della storia, Magghy.
Attraversando km di consueto niente arriviamo alle porte della Ciudad e ci fermiamo nella Mexican version degli autogrill: ovviamente baretti callejeros con tortillas in 46 versioni a prezzi ridicoli.
Pappiamo ed eccoci, fermi nel traffico: bienvenidos a Ciudad de Mexico cabrones!

 

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Puebla – diario di bordo 12

A marzo 2015, dopo 6 mesi a Siviglia, dopo cene da 100 montaditos, shopping, serate, cucina messicana, domeniche in casa, viaggi, costumi di carnevale e tanta vita condivisa, salutai un’amica, promettendole che ci saremmo riviste. Ogni volta che ho salutato un amico latino o sudamericano l’ho sempre fatto con un groppo in gola. “El otro lado de charco” era una terra inesplorata che mi affascinava, ma meno dell’Oriente. All’epoca non sapevo che una volta tornata in Italia avrei scelto l’università in funzione di una doppia laurea, a Buenos Aires, proprio in quella parte di mondo lì, con l’idea di rivedere davvero tutti.

Scendiamo dall’autobus dopo essere state bloccate per ore nel traffico e la vedo sbraitare, con un nuovo taglio di capelli, la sua solita eleganza ed una mamma veramente cool. Andrea, Andy, sono veramente qui. Sono passati due anni, siamo dall’altra parte del mondo, forse siamo un po’ invecchiate, ma nemmeno vistosamente. Andiamo subito a riempire la pancia con un po’ di ribs in un locale buono e super americano, come tutta Puebla del resto. Il pranzo a base di sporchiamoci le mani è un pranzetto pre-Natalizio con i figli del precedente matrimonio del papà di Andrea, il che dimostra già da subito un grande equilibrio famigliare che a 3 giorni dalla notte di Natale mi mette proprio a mio agio. La città è piena di addobbi e lucine, grande ed industrializzata, ma circondata da piccoli paesini. Piccoli e caratteristici, come direbbe qualcuno.

Andiamo a Cholula, Andy già mi aveva parlato di questa zona, era uno di quei racconti che mi avevano fatto venir voglia di volare in Messico e sicuramente era il primo posto a cui pensavo quando si nominavano i famosi “Pueblos magicos”. 365 chiese sarebbero sufficienti per la mia nonna? Il paese perfetto per i vecchi, ma anche per chi ha voglia di fare festa, perché anche se non è il primo pensiero che potrebbe toccare la nostra mente, 365 chiede corrispondono a 365 santi, a 365 giorni di celebrazioni e scuse per festeggiare. E si sa, i messicani sono dei casinari.
A vegliare sul paesino c’è la chiesa più bella di tutte, costruita sulla parte più alta di un tempio, illuminata da luci calde s’impone alla fine di una galleria di luci, davanti alla macchina, dandoci solo la possibilità di girarci attorno e guardarla lottando contro le diottrie.
Niente cena, qui fanno pranzi troppo lunghi ed abbondanti, ci grattiamo lo stomaco con una bella merendina, alle 20.00 per poi tornare a casa.

Andy vive appena fuori città in una villetta con le pareti tondeggianti, bianca e fredda come tutte le case messicane, ma ad accoglierci c’è una stanzetta piena di coperte ed il set di vestaglie in glicine e pelosine della famiglia Spinola.
Nessuna esigenza speciale mi affligge stanotte, non ho bisogno di vedere più di tanto, mi piace questo clima famigliare. Sono le 3 di notte e stiamo giocando a domino. Ribadisco, mi piace questo clima famigliare.

Today’s the day! Andiamo a visitare il centro storico di Puebla, ma non m’interessa più di tanto, quello che conta è che stasera andremo ad una vera posada in famiglia!
Già sapete cos’è una posada perché a San Cristobal siamo già state in una dell’associazione dell’amico di Monse, ma sarebbe come paragonare una festa aziendale con i vecchi del CDA ad un compleanno a Las Vegas con i tuoi amici.
Andy era emozionata all’idea di prendere quella cosa che per me è l’abominio del turismo, satana con 4 o più ruote: il turibus. Quel cazzo di autobus che spesso è rosso in Europa perché è di City qualcosa, che in fretta e furia di porta in giro a vedere i monumenti più importanti delle città. Come se le città andassero viste e non vissute. Poco male perché Puebla non mi fa impazzire, quindi facciamo sto benedetto giretto che per quanto fosse breve e superficiale almeno ci dà un po’ d’informazioni storiche su la grande Puebla de Zaragoza. In realtà il centro è carino, ma solo il centro giuro. Due commissioni ed è già ora di uscire, tutti a bordo!
Guida il fratello di Andy, Mauricio, ci schiacciamo in 4 nei sedili posteriori ed in qualche minuto arriviamo alla casetta della zia.
Io le situazioni famigliari non le vedo da un po’, ma aprendo la porta ci ritroviamo di fronte a quello che, almeno nei film, è un tipico scenario natalizio: il presepe illuminato, le mamme in cucina, i ragazzini che si rincorrono per casa, i vecchi spaparanzati sul divano che bevono ponch, i giovani che si godono lo spettacolo. Ci presentiamo e la zia, nonché padrona di casa, doña, inizia a spiegarci in cosa consiste la posada, dopo una veloce lettura del passo della Bibbia, faremo una rappresentazione (decisamente allegorica) di quello che è stato il cammino di Maria e Giuseppe, gireremo attorno alla casa pregando, con una candelina in mano, per poi dividerci in due gruppi, uno che incarnerà i proprietari di casa ed un altro la Madonna e Giuseppe. Cantando i due gruppi rispettivamente chiederanno ospitalità e non la riceveranno finché non gli verrà data la capanna. A quel punto festa grande, dobbiamo fischiare e cantare. Adesso immaginatevi una malata della fotografia in una situazione del genere. Con la GoPro al polso penzolante, una candelina in mano, il telefono nell’altra, un fischietto in tasca. Peccato che di notte a Puebla faccia un pinche frio e tiri pure un po’ di vento, quindi la candelina, tra un Ave Maria e l’altro, si spegne, va protetta con la mano, proprio quella dove ho il telefono con la cover di plastica. E mentre proteggi la candelina, cammini, cerchi di pregare e non bruciare i capelli al cugino musicista della tua amica, dovresti anche sapere la canzoncina e avere un’ottava mano per prendere il fischietto dalla tasca. Morale: prego in italiano, mi ustiono, canto in playback, fischietto quando di dovrebbe fare silenzio, ma è tutto bellissimo e saltello anche di gioia, mentre tutti i ragazzi ridono a crepapelle.
Aggiungiamo un personaggio al presepe e chiediamo grazia per la famiglia.
Quasi dimenticavo le stelline luminose! Avete presente quelle di capodanno? Quelle che portano al tavolo insieme alla bottiglia? Inutili come la schiuma da barba quando cerchi lo shampoo? Ecco, quelle lì, erano da accendere mente fischiavamo! Quando dicono che le donne sono multitasking pensate a me con tutte queste cose in mano e la ridarola.
A parte i giochi di abilità è stato un momento sacro e consacrato, religioso e non, sicuramente rispettoso della tradizione, dell’autorità del capofamiglia, della famiglia stessa. Si poteva respirare la gioia e la serenità che solo una bella famiglia sotto Natale possono infondere.

“E adesso piñata!” Grida la zia, per la gioia dei bambini! Una palla con 5 punte, che dovrebbero essere 7, come i peccati capitali, viene appesa ad una corda e la corda all’albero, ad un estremo, mentre l’altro rimane nelle mani di qualche zio al piano di sopra che provvederà a muoverla a suo piacimento per rendere più difficile possibile colpire la sfera piena di dolci.
A partire dai piccini, dal più imbranato al miglior battitore, finché non si spacca, finché non veniamo sommersi da una pioggia di dolci e frutta. Che strano connubio.
Guardo lo spettacolo chiacchierando con Marco e Juan Pablo, due bambini uni più sveglio dell’altro, ai quali si aggiungono anche Carolina e la Queen, età media quella di Arabella, ma i temi spaziano dal primo slogan della Ferrari, alla lingua latina studiata nelle scuole italiane, alla situazione politico economica del Messico dopo l’elezione di Trump. No, non ero sul sofà con i vecchi, ero in giardino con i bimbi che prendono a bastonate la scatola dei dolci e che nutrono una curiosità pura e senza pregiudizi. Juan Pablo mi lascia attonita ogni volta che apre bocca, è nato negli Stati Uniti, ma già da piccolo è tornato in Messico, parla inglese e spagnolo, ma è veramente informatissimo, fuori dal comune, tant’è che è stato ricevuto dal presidente per essere uno dei bimbi prodigio del Messico. E ci credo!

Una consuetudine che sembra non esserci è quella di sedersi a tavola, dalla cucina escono vassoi di assaggini, tacos, sandwich, tutti rigorosamente da prendere con le mani e bazzicare, a buffet. Ed è dopo essermi sporcata mani ed orecchie che i bimbi decidono di completare l’opera di mexicanizzazione delle due italiane: giochiamo a Eres! Un nome diverso per palla avvelenata senza palla. Come cavolo si chiamava in italiano? Beh insomma non proprio quello che ci voleva per digerire, ma sicuramente quello che serviva per vivere un’infanzia lampo messicana.
Ad Eres seguiranno nascondino, un due tre stella ed uno sbocchino nelle rose della zia. No, questo no, ma sarebbe stato un bel finale.

Ringraziamo tutti, vecchi e piccini per l’ospitalità e torniamo a casa: dobbiamo finire il torneo di domino cubano, domani Andy vola a Parigi e noi andiamo a Xalapa da Monse per il cenone di Natale con un’altra famiglia messicana.
Mi dispiace salutare questa, mi sono sentita così parte di quello che stavamo vivendo e celebrando che la giornata di Natale insieme sarebbe stata una degna conclusione. Ma non si può avere tutto.

La mamma di Andy quando ha fatto l’albero ha lasciato 4 palline per noi, immaginando che quest’anno non avessimo avuto il piacere né di farlo né di averlo, un albero. I piccoli gesti, quelli che dimostrano la grandezza del cuore di una persona, le attenzioni di una mamma, due palline, una colazione messicana pronta in tavola al risveglio… È proprio questo quello che pensavo quando sognavo un Natale messicano, un Natale che ci facesse toccare nel profondo una cultura, le sue tradizioni, le sue persone. È proprio questo il bello.

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Oaxaca – Diario di bordo 11

Signore e signori Oaxaca, che non si pronuncia esattamente come si scrive, bensì “Uahaca” aspirando un po’ all’altezza dell’h e con una U che ricorda una G. Nzomma, è stata una lotta dalla prima pronuncia ed ora è amore a prima vista. Che spettacolo.
Una cittadina in pietra, tranquillissima all’1 di notte come alle 10 di mattina. Cediamo alla tentazione di un taxi a 50$ perché era già fin troppo tardi per presentarsi a casa del nostro couch, arriviamo davanti al portone, nessun campanello ed un cartello “rento cuartos, tocar fuerte la puerta”, ormai convinte che il nostro couch in realtà fosse un impostore e volesse dei soldi da noi, bussiamo forte senza successo, una, due, tre volte… Quando ormai il vicinato era stato svegliato, ok cerco un wifi.
Incredibilmente compare un “gratis!.-&” e lo chiamo. Esce da un’altra porta Juaquin. Un amore di ragazzo che non affitta proprio niente, ha semplicemente una stanza libera per noi, in pieno spirito couchsurfing.
Entriamo in questa casetta calda, non si sa come sia possibile visto l’assenza di riscaldamento, ma ci dice che battendo il sole tutto il giorno la riscalda per la notte.
Ci chiede gentilmente ed intimorito, forse non vuole sembrare un maniaco, di togliere le scarpe.
Ed è lì che scatta l’imprinting. Sei il numero uno Juaquin. Talmente numero uno che tra una risata e l’altra si fanno le 4 e mezza.
Domani mattina Juaqui andrà a lavorare alle 9, lavora in aeroporto, vive a Oaxaca solo da 1 anno e mezzo perché mediamente ogni 3, se non hai famiglia, ti trasferiscono da un aeroporto all’altro. La sua famiglia è di Merida però lui ha lavorato anche a Puerto Escondido e Cancun, ci riempie di consigli, ci deride per il nostro mood di viaggio e ci confessa che in questa città non sono tanto socievoli, per questo da quando il suo coinquilino è andato via Netflix è diventato parte della sua quotidianità. La confessione in realtà riguarda un weekend intensivo di Netflix e cinema, di cinema e Netflix “così almeno faccio anche due passi fino al cine”. Cucciolo, domani ti portiamo fuori noi, altroché.

10 di mattina, sole alto in cielo, pronte ad una giornata random alla scoperta dei modi più economici per raggiungere domani l’albero del Tule, dov’è passato papà con il nonno bis quando sono venuti in Messico insieme “se ci passi ha visto 3 generazioni di Bosio in un secolo”. E certo che ci passo pà, ma poi andiamo fino a Mitla e Hierve el agua, quindi… Importuniamo la gente per sapere dove prendere, come e quando i bus. E la gente si sente così poco importunata che ci accompagna, ci regala mappe, ci spiega. Ma non erano quelli poco socievoli?
Dopo una colazione a base di massa madre, che Juaqui ci ha consigliato con estrema fierezza e che effettivamente è la più buona da un mese a questa parte, abbiamo un piano.

Visitiamo il centro, ci perdiamo nelle stradine e poi andiamo a conoscere un Pueblo Magico. No l’avessimo mai fatto!
Il Pueblito di Morelos è composto da un ampio mercato, una piazza, un OXXO, una chiesa e qualche via. Per salvare le apparenze festeggiano in chiesa anche gli anniversari di matrimonio. Magico, ma l’autostop per tornata a Oaxaca sarà ancora meglio.
Io ci provo, alzo il dito, mentre cammino in direzione della città, facendo non 1, ma 2 errori contemporaneamente:
1. Dovrei camminare in senso opposto, così da farmi vedere dalle macchine che arrivano
2. Sto facendo autostop, in un paesino sperduto del Messico, quel posto in cui nei film le bionde di solito vengono rapite in cambio di un telaio. Ma che me frega? Sono venuta qui apposta per vedere, per toccare con mano, per sfatare i miti degli altri e quelli che ho nella mia testa, per azzerare i cliché e crearmene di personali. Su i pollici!
Passano circa 5 macchine e poi un camioncino si ferma, ed ecco che Pechino Express prende il sopravvento: ci buttiamo nel cassone e via! Il sole tramonta dietro le colline che mi ricordano tanto Casale, il vento mi apre la camicetta di lino fuxia che svolazza imperterrita dopo avermi lasciata mezza nuda, come se nulla fosse. Ma chissenefrega.
Chissenefrega è quello che c’è da pensare quando viaggi, quando dubiti, ma che cazzo me ne frega? Se qualcuno storce il naso non lo vedrò mai più nella vita, il massimo che può accadere è di trovare qualcuno che invece si unisca, di trovare un amico nuovo, una persona degna di condividere il tempo con me. E allora lasciate che le camice si sbottonino, buttatevi nelle spiagge nudiste, correte, sudate, urlate quanto vi pare. Che cazzo ve ne frega? Siete liberi.

Ore 8.00 siamo in bolla! Sono emozionatissima, l’idea che papà abbia fatto questa strada, anni fa, insieme al nonno bis, che abbiano visto queste terre lontane, respirato quest’aria, aperto la bocca stupito ammirando la grandezza di un albero. Sarà davvero così impressionante?
Il taxi colectivo vince sull’autobus ed in una manciata di minuti siamo in un paesino che in realtà è una piazza. L’albero si vede già dalla strada, imponente, ospite di un giardino forse troppo piccolo per lui, che straborda fuori dal cancello, come la ciccia fuori dalla cintura a Natale. O dopo 1 mese di viaggio in Messico.
10 pesos simbolici e mi sento già protetta, con il naso all’insù, da questo nonno albero. La luce filtra tra i rami, tra le foglie, si riflette sulle persone, sulla chiesa a lato, sul mio viso. Giro su me stessa, chiedo ad Ale qualche foto, è veramente enorme. Ne deve aver viste di tutti i colori, è sopravvissuto a generazioni, nei secoli, sarà per questo che provo tanto rispetto per gli alberi, perché mi sembrano dei nonni. Sono lì, fermi, vecchi da sempre, sai dove trovarli, ti proteggono, ti ci puoi nascondere, non riusciresti a fargli del male nemmeno volendo, sono così indifesi.
Sarà per questo che amo tanto gli alberi, che li abbraccio e li accarezzo come se fossero la mia nonnina.

Dal Tule proviamo invano a fare autostop per poi cedere nuovamente ad un taxi colectivo fino a Mitla dove montiamo su un ape o un furgoncino, non saprei nemmeno come definirlo, forse è più simile ad un’ape con due panche ed una sedia.
Saliamo io ed Ale, alla mia destra c’è un Messicano del nord, sulla 50ina, che ha viaggiato molto ed ha la parlantina facile, alla mia sinistra un ragazzo con mamma e papà messicani, ma che è nato e cresciuto a Los Angeles, di fronte c’è il suo papà, che è proprio originario di Mitla e non aveva mai portato le altre due figlie, sedute alla destra di Ale, a conoscere le sue terre. Il chiacchierone lo riempie di domande alle quali il papà risponde senza indugi raccontandoci di un paesino vecchio, che ormai è estremamente moderno rispetto ai suoi ricordi.
Non posso fare a meno di pensare all’Esselunga di Casale. Lo so che non c’entra una bega però i suoi occhi mi danno quella sensazione, quella malinconia mista ad orgoglio. “Guarda che bel lavoretto che hanno fatto nel mio paesino” ti viene da pensare, finché non ti soffermi e ti rendi conto che non ne sapevo niente, che non è solo cambiata una via, ma anche la gente, le abitudini, il turismo è pure diventato un settore trainante della zona e tu? Dov’eri? Cosa stavi facendo mentre i vecchi del tuo paese controllavano il cantiere? Aspettavo che aprisse il Mercadona a Siviglia, in coda con le vecchie, per fare la prima spesa della storia nel Mercadona di Triana? Oppure stavo dormendo? Quanto tempo è passato? Sembra ieri, eppure era 3 anni fa.
Tra un racconto e l’altro siamo arrivate.
Paghiamo l’entrata ed iniziamo la camminata. Pensavo che sarebbe stata molto più impegnativa e invece sono già lì! Una dopo l’altra si apre sotto al nostro naso una cascata di piscine a strapiombo sulla valle. Non c’è hotel cinese che tenga, né piscina privata, qui è tutta natura e siamo a più di 2’000 metri di altitudine. Lo so per certo perché insieme alla funzione bussola dell’iPhone ho appena scoperto anche il misuratore di altitudine. Siamo in bolla. Ci addentriamo per vedere l’altra parte della valle e non si può descrivere. Fa caldo, ma tira vento, le persone non gridano, si siedono tranquille a guardare il panorama, a respirare a chiudere gli occhi. Alla fine dello strapiombo s’intravedono alcune stradine che devono essere nello stesso stile di quelle che abbiamo percorso per arrivare, una merda ai limiti tra la vita, la morte ed una saponetta.
Senza nessuna fretta ci bagniamo, respiriamo, sudiamo, in ordine opposto. Faccio anche la pipì, lavandomi le mani con l’acqua di una tanica, come si lava ogni giorno la famiglia di Augustoni a cui abbiamo costruito la casetta. Che strano come gli avvenimenti della vita s’intreccino, si ripetano, si spostino.

Autostop versione sicura: accalappio una coppia di canadesi nel parcheggio e mi butto in macchina. Scherzo, prima ho chiesto, però in maniera estremamente sfacciata e dandogli poco scampo. Sono carinissimi, ci accompagnano fino a casa, ci fanno ascoltare musica canadese. Lei bionda, con un cappello di panno a falda larga che fa sudare anche me, lui tipico ritratto del canadese: berretto, t-shirt, burlone. Mi chiedo come sarebbe viaggiare in coppia. Forse divago troppo, penso troppo. Stanno viaggiando un po’ per il Messico, comodi, in macchina, prima di tornare verso nord a passare il Natale con i genitori di lei che hanno una casetta a Guadalajara.
Dopo quante ore avrei voglia di uccidere il mio fidanzato se stessimo viaggiando insieme? Sarebbe la persona perfetta con cui stare zitta, conoscere sconosciuti, fare idiozie, dormire e andare a ballare? C’è? Batti un colpo oppure niente, continuo da sola.

La serata si conclude con l’ultima cenetta con Juaqui, che ci porta a provare la cosa più tipica di Oaxaca: tlajudas, in un posto veramente tipico, dal Negro. Cortile estremamente messicano, con cucina a vista, anzi, cucina sotto al naso direttamente, dove però il chitarrista si mette a suonare 19 dias (y 500 noches) riportandomi dritta dritta a Siviglia, ad un febbraio in canottiera, con Monse, Pedro e Cindya (la sua chitarra). Anche qui l’intreccio è ben riuscito, destino.

Andiamo a salutare il centro di Oaxaca e mentre un po’ di finti mariachi cantano e ballano, Juanqui ci racconta degli scioperi dei maestri che rendono nota questa città a tutto il resto del Messico. Un giorno sì e l’altro pure.
È proprio vero che tutto il mondo è paese.

 

 

 

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Zipolite – diario di bordo 10

Sali sull’autobus, ti aspettano nuovamente 12 ore di bus, pensi che sarà più semplice e rilassante, ormai sei allenata. Invece non hai fatto i conti con le montagne. Alla fine erano 2200 metri di altitudine e le curve si sono fatte sentire tutte.
Una nottata scomoda circa quanto quella volta in cui ho dimenticato le chiavi di casa a Casale ed ho dormito in macchina fino alla mattina dopo, evitando le zanzare e morendo di caldo.
Qui un po’ si muore di caldo, un po’ di freddo, un po’ ti vien da vomitare, se provi ad andare in bagno ti pisci sulle gambe… Insomma, siamo arrivate, scendiamo bardate da montagna ed entriamo a pie pari in una bolla d’aria calda. I negozi aperti sulla strada polverosa, Pochutla. Cerchiamo un colectivo e troviamo un taxi che per 2€ a testa ci porterà fino a Zipolite, carichiamo anche un’argentina di Mendosa che sta viaggiando per il Messico. “Solo Messico, è già un mese, ma è enorme…” Lei che vola basso, mica come noi.
Meno male che ci fermiamo qualche giorno, non ne posso già più di questi bus un giorno sì e l’altro pure.
Dal Defe prendiamo l’aereo, sì o si.
Il tedescaccio amico di Monse ci aspetta già in una bella capannina in spiaggia, adesso sì che iniziamo a ragionare.

Hippie, chiappette all’aria, connessione scadente, sabbia, l’oceano che ti sveglia, gli uccellini che cinguettano. Un posto dove vivere a piedi nudi, dove respirare senza timore, dove svegliarsi all’alba.

Per andare a Cervinia da Casale c’e 1 ora di autostrada fino a Chatillon e poi mezz’ora buona di pure curve in salita. Il tragitto tra Pochutla e Oaxaca è uguale, però la durata del viaggio dovrebbe essere di 6 ore. Ne è passata solo 1 e mezza e non ho fatto altro che chiedermi quante canzone abbia questo cazzo di cd di Ramazzotti in spagnolo, se prima o poi finiranno le curve e perché non ho socializzato con quella ragazza rasata dell’ostello.
Non so se ho vissuto appieno quella città particolare, siamo entrate in mood relax e non abbiamo calcolato più nessuno, piedi scalzi, costume tutto il giorno, nanna, pappa e sole. Avrei dovuto approfittare della spiaggia nudista e gironzolare nuda anche io? È che mi danno fastidio i granelli di sabbia anche con il costume, figurati senza. Va bene così, non devo perdere il mio igiene solo perché attorno a me girano tutti nudi, si siedono nudi con le chiappe direttamente sulla sedia del ristorante, non è il mio, però avrei potuto provare. Rischiavo solo un po’ di malattie, che problema c’era?
Però non mi perdono la mancata socializzazione con la ragazza rasata. È che era sempre con la sua amica, oppure indaffarata con i libri di spagnolo e io avevo trovato altri passatempi, non so, non ci sono scuse, non ci siamo cagate e basta, anche se in realtà ho origliato un po’ oggi mentre faceva lezione.
Non è che mi sono messa a farmi i cazzi suoi e che ho l’orecchio lungo ed eravamo a pochi metri di distanza.
Ha raccontato al suo nuovo prof che è venuta qui per la prima volta qualche anno fa, per solo 5 giorni ed ha conosciuto Costanza, la ragazza Argentina che aiuta Antonio a gestire l’ostello, adesso ha un paio di mesi liberi ed è venuta ad imparare lo spagnolo.
Non so se si sia rasata prima di partire, se normalmente sia rasata, se le sia successo qualcosa per cui ha deciso di rasarsi, però rimango sempre molto affascinata dalle donne che hanno il coraggio di rinunciare ai loro capelli. Sarà solo per questo che mi pento di non aver approfondito la conoscenza. O perché quando gli anglofoni parlano spagnolo sono così rilassanti che sentire la sua voce in spnglish mi dava molta serenità.
Chissà come si fa a decidere di passare qui interi mesi, o meglio, questo ancora lo posso capire, ma venirci a vivere non lo so proprio. Questo lembo di giungla e sabbia, alla fine di km e km di curve, affacciato su un oceano che con le correnti forti crea sempre una nebbiolina che oscura la vista. Ma soprattutto, con tutti questi hippie con tamburi e rasta, sono io che mi lascio affascinare o è normale? È che è un paese solo per loro, per forza ti viene voglia d’immedesimarti, di provare ad emularli per vedere cosa succede.
Ecco cosa succede: scalza si, ma nuda no, in vacanza si, ma a viverci nemmeno per scherzo. Due giorni in capanna. Non di più. Come cazzo ci è arrivata la sabbia fin nel letto?
Siamo viziati, si siamo viziati noi europei, noi italiani, ma il mondo è bello perché è vario. Che gli hippie vivano liberamente in questo paesino o dove si sentono più comodi, io però vorrei un materasso migliore se mi dovessi fermare più di una settimana. E magari qualche gnocco nudo, non solo vecchietti molli e rugosi.
Ciò premesso, l’oceano come sveglia è decisamente un toccasana.
Provare per credere.
Nudi con la sabbia nel culo, o vestiti, nessuno vi farà sentire sbagliati a Zipolite. Mi raccomando però, andate a parlare con le tizie rasate, che seno poi vi rimane un po’ di amarezza ed è fastidiosa.
Ma come fanno a dormire serene le persone timide? No perché io parlo anche con gli alberi e quando questo non succede una volta, guarda che cazzo di dentate alle mani che sto dando… Non ci posso credere che a qualcuno possa accadere ogni giorno.
Beh insomma pensate solo che se va male non la rivedrete più e se invece la rivedrete sarà perché non è andata poi così male. Buttatevi.
Non abbiate rimpianti, che poi per tornare a Zipolite dovete farvi altre 10 ore di curve e vi giuro che la nausea arriva dopo solo 2.
Baci

 

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San Cristobal de las Casas – diario di bordo 9

Ma chi è che ha detto che fa freddo a San Cristobal? Si sta veramente bene in maniche corte. Taxi e siamo sotto casa di Monse, questo paesone è pieno di casette colorate, basse, stradine in pietra in cui passa solo una macchina alla volta, i marciapiedi sono percorsi ad ostacoli, su, giù, rampa. 39a. Eccola!
L’unica cosa certa era vederla arrivare saltellando.
La casa è veramente bella, ma molto fredda, non c’è il riscaldamento qui nelle case, nonostante siano super moderne ed il Wi-Fi vada meglio del nostro a Buenos Aires, ovviamente.
Usciamo velocemente per pranzare perché in casa ci saranno veramente 5 gradi in meno che fuori.
Qui si può pranzare con 60$ (circa 3 euro), una zuppa, un piatto principale ed un acqua al limone. Proviamo tutto, come sempre, povero stomaco.

Un paesino di montagna, con le strade in salita ed in discesa, con una via principale, due piazze, un mercato dell’artigianato, uno alimentare, centinaia di localini uno più bello dell’altro, anche le catene più famose sono inserite in casette tipiche e si mimetizzano con il contorno. Ahhhh. Se non fosse per la mancanza della neve e per i troppi hippie per strada potrebbe anche ricordarmi Cervinia. Sicuramente, finalmente, si sente il Natale.
A tal proposito andiamo ad una posada! Tutto il giro di amici di Monse sono altri ragazzi e ragazze internazionali e non che lavorano per associazioni umanitarie, ed è in una di queste che c’è la posada di questa sera. “Posada” è il nome comune dell’attività di andare di casa in casa, come fecero Maria e Giuseppe prima del Natale e per questo il termine indica anche la festa pre natalizia tra colleghi ed amici, che si accolgono a vicenda nelle case o nei posti di lavoro.

Questa posada non è famigliare, ma di un’associazione che difende i diritti umani delle popolazioni indigene, come quella in cui lavora Monse, ma stasera non c’è distinzione, ponch per tutti e tacos a volontà.
Bello questo mood, bello questo Mexico.

Il giorno dopo è ancora un gironzolare, perché è questo il bello di San Cri, non tanto i monumenti, quanto i movimenti della gente, gli usi. Gli indigeni delle cittadine limitrofe scendono in città a vendere i prodotti del loro lavoro, principalmente tessile e alimentari. Le blusas di Chiapas sono famose ovunque, fresche, di puro cotone e decorate a mano. Le coltivazioni sono le tipiche messicane: mais di tutti i colori, riso, fagioli, platano, spezie, carne e chile. Di tutti questi prodotti è pieno zeppo il mercato, in cui mi scontro con le fragranze, ma soprattutto con i tanti bambini che sono accanto ai genitori anche in mattinata. Chiedono a Monse se vadano a scuola, la risposta è un po’ vaga: alcuni si, altri no. L’impressione è che molti non ci vadano, che aiutino mamma e papà a vendere, che vendano da soli con una cassettina-espositore al collo, nella via principale. Mentre penso che la prima preoccupazione delle mille ONG locali dovrebbe essere istruire i bambini, a quanto sia carino un biondino con cui ho incrociato lo sguardo, a trattenermi dal mettere le mani nei sacchi di legumi come farebbe Amelie, non riesco a togliere gli occhi di dosso ad una giovane che striscia letteralmente per il mercato. Si tira con le braccia, senza alzare la testa, due ciabatte nelle mani, per non tagliarsi ed i pantaloni lunghi, che puliscono il suolo, vuoti. Qualcuno le tocca una spalla, lei capisce, ferma il suo impegnativo cammino, sfila la manina piccola e sporca dalla crocs e la alza al cielo, afferra una moneta piccola piccola e senza nemmeno guardarla riprende il ritmo. Mi si stringe il cuore, il portafoglio, non riesco a non soffrire per lei, eppure andiamo avanti, allunghiamo il passo, Monse vuole farmi vedere le tortillas azzurre. Voi lo sapevate che esiste il mais azzurro? Che colore stupendo e raro da trovare nel piatto. È bastato un attimo ed abbiamo girato l’angolo, lasciando indietro i bambini, l’umanità strisciante e la tristezza, i pensieri profondi e quelli frivoli. Come siamo volatili.
Cerchiamo un hamburgeria che ci hanno consigliato, dove giustamente sono finiti gli hamburger ed è già ora di rimettersi in viaggio, di lasciare il freddo e le luci natalizie, che per un attimo mi hanno ricordato che si avvicina il Natale. Saliamo sul bus ed inizia una nuova avventura, mentre quella ragazza magari sta ancora consumando le ciabatte con le mani, o sarà in qualche angolino a lottare con il freddo.
È difficile lasciar andare, guardare oltre, passare sopra. Monse sa che non ce la può fare, ha deciso che non seguirà i suoi studi, che questo mondo ha bisogno di lei, che questi indigeni vanno aiutati, magari tornerà in Germania a lavorare qualche mese per poi vivere come un pasha a sancri, dove l’affitto mensile le costa 90€, perché lei si tratta bene, altrimenti potrebbe costare pure meno, e un pranzo costa Massimo 3€. È sostenibile, è altruista, le fa onore, ma resta il fatto che…
Siamo troppo fortunati.

 

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Cenote Azul, Akumal & Tulum – diario di bordo 7

Oggi siamo nelle mani di Abraham che ha deciso di regalarci una giornata intera, più di 25 ore del suo tempo ed il suo pulmino dell’agenzia che a quanto pare è una grande scusa per definirsi occupato e godere di un po’ di sconto nelle varie attrazioni.
Prima tappa il Cenote Azul, 80$, circa 4€ per godere di questa esplosione di natura, di queste cavità nell’acqua, fuori dall’acqua, caldo, freddo, sole, pesciolini che ti mangiano le pellicine dei piedi, nel loro habitat naturale, senza bisogno d’infilarli in una vaschetta in un centro commerciale.
Mi tuffo senza timore, la bimba americana davanti a me tituba un po’ prima di prenderci fin troppo gusto e saltare decine di volte tagliando la traiettoria di tutti. Che bellini i bimbi.

Alla volta di Akumal, una spiaggia veramente da sogno, un’area protetta in cui vivono un po’ disturbate dai curiosi, le tartarughe marine. Negli anni le hanno disturbate fin troppo, tant’è che oggi obbligano i turisti che vogliono entrare nelle aree protette ad indossare un giubbotto salvavita galleggiante, in modo tale da impedire movimenti troppo invasivi e da allontanare i piedi dalla barriera corallina sottostante. Ovviamente noi siamo più furbe e non prendiamo i giubbotti, ma pedinando una guida riusciamo, quando eravamo già al punto di arrenderci, a vedere una bella tartarugona.
Tutto splendido, ma bando alle ciance, Abraham vuole andare a pranzo a Tulum, ovviamente a mangiare pesce. Peccato che una volta arrivate nel centro di Tulum, dove avevamo intenzione di fermarci per la notte, il ristorante fosse chiuso e la situazione un po’ triste. Cambiamo e andiamo in una pizzeria dove ci fideremo e mangeremo una pizza con pesce veramente, ma veramente buona, per poi spostarci sulla zona hotelera della città.
Ecco perché il centro fa cagare, perché ci sono km di spiagge ed hotel, bar, discoteche affacciati sul mare che rendono inutile uno spostamento fino al centro.
Andiamo a vedere le rovine, ma ormai era tardi e non ci fanno più scendere in spiaggia, peccato, anche perché dopo aver visto il Chichen Itza tutte le altre sembrano piccoli ammassi di sassi sgraziati.

Torniamo sulla spiaggia a goderci il tramonto e ci lasciano convincere a cambiare i nostri piani, ancora. Torniamo a Playa perché la sera ci aspetta un Coco Bongo ovviamente for free. David mi aveva parlato estremamente bene di questa discoteca, ma 60€ non li avrei spesi nemmeno per sogno, ma il trass non ha confini quindi senza neanche chiedere c’invitano direttamente e come rifiutare?

Giusto il tempo di una doccia e siamo già in coda con il nostro braccialetto al polso. A Playa (ne esiste uno anche a Cancun, che immagino sia molto più grande) è all’interno di un edificio su più piani, in mezzo una pista che ricorda molto un ring e attorno, sui 3 piani, terrazze che puntano direttamente al ring ed al palco superiore. Animazione intervallate da discoteca o discoteca intervallata da animazioni, non ho ancora capito. Da Madonna a Michael Jackson, da IT agli omini luminosi di Valterza. Acrobati ed imitatori, cover e ballerini. Diciamo che dopo un paio di ore ti rompi altamente le balle, ma non te ne puoi ovviamente andare perché dormirai da chi ti ha invitato: insomma fino alle 3 segregate al Coco Bongo. Barra libre che avrebbe fatto gola anche ad un astemio che sfruttiamo in maniera altamente analcolica. Penso di non aver mai visto Ale così in sofferenza, lei che le discoteche le odia con tutta se stessa, come biasimarla.
Usciamo in 3 e torniamo in 4, abbiamo guadagnato un’amica brasiliana che non si è ancora capito cos’abbia in comune con Abraham, ma torna a casa con noi.
Letto, finalmente.
Ora mi ricordo perché era da un po’ che non andavo a ballare.

 

 

Cenote Azul

Cenote Azul

Tartarughe di Akumal

Akumal

Tulum

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Chichen Itza & Valladolid – diario di bordo 6

Ore 6.30, la casa si sta già lentamente e silenziosamente svegliando, tutti quatti quatti ci laviamo e vestiamo. Il sole sta sorgendo, il cielo è colorato di rosa in direzione del mare, allungo il passo perché voglio assolutamente vedere la spiaggia. La immaginavo più amplia, invece è giusto un pezzettino di sabbia con alcune moto d’acqua, qualche barchetta ormeggiata, i bar praticamente nell’acqua e qualche altro romantico come me si sta godendo lo spettacolo. Hanno la faccia di chi associa all’alba il sapore di sale, di chi l’assapora tutte le mattine e un po’ li invidio perché dobbiamo correre all’autobus.
Ovviamente in ritardo ci dirigiamo al Cenote X’Canché, una grotta enorme con un buco circolare al centro, che lascia entrare la luce, dal quale si forma una piccola cascatina incredibilmente suggestiva. L’aria è freddina, l’acqua anche, ma vaffanculo. Buttiamoci. Prendo Ale per mano, visto che non si vede il fondale e cercando di galleggiare in acqua dolce, alzo gli occhi al cielo, a quel cerchio che mi ricorda tanto il Pantheon. Mi sento come quei forellini posti proprio sotto all’unica fonte di luce del tempio, raccolgo l’acqua, guardo le nuvole, mi lascio investire dal sapore di acqua dolce, dalla calma, dall’eco delle voci dei pochi turisti attorno… Che pace.

Buffet, tequila, imbustiamo due biscotti per le emergenze e di nuovo in marcia.
Il Chichen Itza è imponente.
Appena entrati c’imbattiamo direttamente nella sua grandezza, non c’è un percorso che lo precede, giusto qualche metro dopo la taquilla, senza alcun tipo di suspence è già li. La faccia nord e quella ad ovest illuminate dal sole, gradini, serpenti, storie Maya. Meglio non dire niente, altrimenti non prenderete una guida quando ci andrete e sono così carini che si meritano un po’ di pesos. Posso solo dire che a genialità non hanno nulla da invidiare a romani, egizi e babilonesi. Grandi architetti, grandi astronomi, un culto degli dei estremamente originale, una devozione verso l’alto e verso il basso. Devoti alla terra ed al cielo. Mi fermo, che gioia.
L’operazione fotografia è stata più o meno semplice, non c’era così tanta gente da ostruire la vista, ma serviva pazienza e un ragazzo italiano scalzo non ne ha avuta abbastanza. Penso che volesse fotografare le sue scarpe, ma proponendo di tenerle in mano, mi dice che in realtà era solo comodo camminando scalzo sull’erba.
Io con le persone che camminano scalze ho un problema. Un giorno a Siviglia c’era un ragazzo che camminava scalzo per il centro, dopo qualche oretta l’ho incrociato nuovamente e a quel punto anche la fidanzata era scalza. Non potevo non chiedergli. Mi disse che adorava sentire dove metteva i piedi, come cambiava il terreno, come si deposita il calore sulla pietra e poi l’erba, l’acqua. E io a bocca aperta. Io che storco il naso anche quando Betta si toglie le zeppe di Prada per tornare a casa dal Covo.
Ma non ho mai nascosto che i piedi siano un mio grande punto debole, quindi anche in questa occasione, mi autogiustifico e riesco a scherzarci.
Che razza di esseri curiosi questi umani.

Tornando verso Playa, “de acuerdo con El programa” ci fermiamo a Valladolid, una città coloniale spagnola che mi mette immediatamente a mio agio. Sarà l’ora del tramonto, il sole dietro la cattedrale ornata con festoni colorati, ma c’è una luce particolare, una vera piazza che è una cosa estremamente rara in Argentina. Grazie tante, ma i tour guidati non fanno troppo per me, firmiamo una liberatoria e ci fermiamo qui, vediamo cosa offre questo paesino.
11 e 12 dicembre si festeggia la Virgen de Guadalupe con la processione più trash che abbia visto nella storia della mia vita. Macchine con sirene, casse legate in maniera precaria, foto della Madonna, modellini, palloncini, e ancora moto piene di led, ragazzi che corrono passandosi la fiaccola ed inneggiando a Maria. Numeri uno.
Tacos d’asporto, rivelatosi i peggiori della storia, riprendiamo il bus e torniamo a Playa dove ci attende una spiaggia buia, ma stellata. Mi lascia sempre attonita l’oceano, l’infinito, io che sono abituata a vedere sempre Rapallo, Sestri, Camogli davanti alla mia costa preferita, non ho normalmente sotto gli occhi una cascata di stelle che arriva fino al mare. Qui invece le stelle arrivano fino alla linea dell’orizzonte, il cielo si confonde con il mare, facendomi percepire la forma della terra, disorientandomi, non ho una vista a 360º come le panoramiche, devo girare su me stessa, non ho abbastanza occhi.
Io lo sapevo dall’inizio che due occhi non sarebbero bastati per cotanto mondo.
Buonanotte.

 

Qui prossimamente potrete trovare un po’ di foto della city e qui un po’ di tips per organizzare il vostro viaggio!

 

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Playa del Carmen – diario di bordo 5

Dalle stelle alle stalle, questo è il bello di couchsurfing. Ieri dormivamo in una torre con gli inservienti che ci correvano dietro per farci il letto ed oggi per terra, in una casetta umile, in una parallela della 5ª a Playa del Carmen.
Dal bus s’intravedeva un tramonto che sapeva di mare, quando siamo scese abbiamo preso proprio la 5ª, senza nemmeno rendercene conto ed ho iniziato a saltellare. Mille colori, suoni, ristoranti all’aperto, terrazze che guardano sulla strada, tutto rivolto all’esterno, souvenir e profumi, i negozi enormi ed ordinati hanno le vetrine totalmente aperte, esattamente come dev’essere in un posto di mare, dove fa caldo tutto l’anno.
Abbiamo già prenotato il Chichen Itza per domani e Ale mi fa notare che anche oggi dormiremo un altro giorno.
Il nostro couch si chiama Alex, è un ragazzo sorridente che dimostra molti meno anni di quelli che ha, che ha vissuto 10 anni in Cina, ha visto tutta l’Asia e ospita contemporanea 4 couch nella sua casa. La sua casetta ha la porta sempre aperta, un piccolo cortiletto all’ingresso, un salottino con un divano letto, 2 camere, il bagno con il lavandino in corridoio e la cucinina dietro. Presumo che siano un 50m2 in cui dormiremo in 6. Che problema c’è?
Alex è un maestro di CS ed organizza settimanalmente un incontro che cade proprio questa sera. Vediamo se cado anche io.

Wow.
Siamo sulla terrazza di un ostello che sembra una palafitta altissima, ragazzi, giovani e meno giovani da tutte le parti del mondo, la maggior parte sta viaggiando da sola, altri in coppia e poi ci sono i ragazzi che ospitano abitualmente qui a Playa. Inizio a pensare che couch sia un po’ una setta modello ESN pero con un altro format. Adoro.
Abraham sembra essere un veterano, è un 30 enne grossiccio e sorridente, puro Mexicano che dopo aver venduto molto bene un ristorante a Puebla ed aver finito il suo lavoro da informatico durante la presidenza di qualche ex presidente, ha iniziato a vivere di rendita e si è stabilito qui a Playa. A quanto pare tutte le persone con cui parlo erano venute per un mesetto, che poi sono diventati 2, 3, finché non hanno comprato casa.
Annoiato e desideroso di conoscere il suo paese Abraham ha deciso di aprire un’agenzia, ha cambiato la sua macchina per un furgoncino e si è appena offerto di portarci a vedere tutti i posti che avevamo in mente e anche quelli che avevamo già escluso!
C’è una ragazza tedesca, bionda, “una bella tedescona” come direbbe quella signora bresciana che vive a Buenos Aires, non sa lo spagnolo ed inizia a parlarmi in inglese. Forse non ho mai scritto di quanto mi entri il panico quando devo parlare in inglese, non mi sento all’altezza e so già che sbaglierò, ma questa sera chissene frega, è troppo tenera e voglio sapere del suo viaggio quindi mi butto. Playa è la sua penultima tappa, prima di andare a New York a passare il Natale con una Couch sconosciuta, per poi ricongiungersi con il fidanzato in Etiopia. Ha viaggiato per il centro America, Panama, Guatemala, Honduras, Cuba e ora, dopo 2 mesi, ha deciso di fermarsi un attimo per mettere insieme i pezzi, perché ha fatto tutto troppo di fretta, perché riguardando alcune foto non si ricorda dove le ha scattate, perché è stanca di conoscere persone e lasciarle dopo 2 giorni.
Sono in viaggio solo da 2 settimane e capisco perfettamente quello che sta dicendo, al punto da iniziare a cambiare i miei piani. Tutti in questa terrazza hanno qualcosa da obiettare sul nostro programma, ma non importa, perché tutto non si può vedere e ognuno cerca qualcosa di diverso, però su qualcosa hanno sicuramente ragione ed iniziò a maturare l’idea di tagliare il Brasile e dedicarmi di più all’America Latina ispanoablante, restare un po’ di più in Messico, scendere in Colombia, Perù, Bolivia e poi Cile e Argentina nel secondo semestre. Il Brasile effettivamente forse merita un viaggio a se. Vedremo in itinere.
La bionda tedesca mi racconta anche di un 80enne che ha conosciuto in qualche ostello, stava viaggiando da 17 mesi e aveva solo uno zaino delle dimensioni di quello della Eastpack con cui andavo al liceo. La Jacuzzi ha i vertici arrotondati altrimenti li prenderei a testate. Il mio zaino è un finto 50L che pesa 10kg circa, dopo 20 minuti che lo carico inizia a pesarmi e non c’è dentro un cazzo, sono già stufa dei vestiti che ho portato e il vecchietto riderebbe di me come ha riso della tedesca, che ne ha 40 di kg.
Poco male.
Non sono brava con i nomi, ma un altro ragazzo messicano mi sta raccontando di quanto sia ben pagato il lavoro degli spazzaneve sui tetti in Svezia, quando ci sono -40º, mi parla anche un po’ italiano perché il suo socio è napoletano, ovviamente ora non è presente perché è Natale. Ed è napoletano. E la famiglia è sacra.
Ok, è tardi, domani Chichen Itza, la sveglia è alle 6.30, non voglio andare a casa, ma c’incamminiamo. Abbiamo guadagnato in nuovo ospite, una ragazza italiana che sta viaggiando da 2 mesi in Messico, era guida turistica a Pompei prima di partire e non è più sicura di cosa vorrà fare una volta tornata. In realtà non è nemmeno sicura di tornare. Questo Messico le è piaciuto così tanto che sta pensando ad un periodo di volontariato a Chiapas.
Ho troppi pensieri stanotte.
Vanessa è attualmente la fidanzata di Alex, il nostro couch, o quanto meno ho visto che si baciavano e dividono il letto, ma non mi sbilancio. Magari stanno solo condividendo questo periodo di vita. Lei è di Buenos Aires e non ci vuole proprio tornare, ha lasciato tutto e con la liquidazione ha comprato il visto lavorativo qui. Convinta, più che mai, che fosse il suo posto. Il lavoro e la burocrazia le stanno mettendo un po’ i bastoni tra le ruote, ma non si dà per vinta e continua.
Nanna.
È davvero ora.

 

Qui prossimamente potrete trovare un po’ di foto della city e qui un po’ di tips per organizzare il vostro viaggio!

 

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Cancun – diario di bordo 4

Viva México cabrones!
Dopo pelo e contropelo al controllo passaporti credo, anzi sono sicura, di aver detto un sacco di cazzate, speriamo di non essere così sfigata da meritare un controllo random.
Manco agli esami ero così tesa. Non sappiamo dove andiamo, né per quanto, inventiamo tutto, cosa devo dirti? Aiuto, non ho studiato, ma tac, timbro. I’m in!

Questo Messico non è mica come me lo aspettavo, Cancun sembra la versione messicana di Miami, con persone carinissime, spiagge più belle e couchsurfer che vivono in torri da migliaia di dollari e ci accolgono come ambasciatrici.
Ken è il nostro couch per una notte, un ragazzo di 30 anni circa, belga, che vive a Cancun da 7, ha un bambino in Belgio, lavora da casa e passa 2/3 ore al giorno in palestra. Stava vivendo negli States quando ha scoperto la riviera Maya e come biasimarlo…

Guacamole e arrachera. Dopo un anno a Siviglia in mezzo a messicani finalmente sono a casa loro. Ed è tutto così piccante.

Il cielo è ancora nuvoloso, ne approfittiamo per andare a comprare un po’ di must have come attak, moschettoni e colazione per i prossimi 5 giorni. Dove li troviamo? Al supermercato. In un vero supermercato! A Buenos Aires non ci sono veramente supermercati, non i grandi ipermercati che ci sono in Europa, ci siamo abituate a fare la spesa come la facevano le nonne: la frutta dal fruttivendolo, la carne dal macellaio, il pane dal panettiere, i super sono estremamente cari, quindi tutto il resto lo prendiamo al chino. Praticamente l’Esselunga quando tornerò sarà un parco giochi. Vittime del consumismo? Probabilmente dei nostri studi. Mi diverto troppo a studiare i prodotti, le nuove edizioni, il posizionamento negli scaffali, a fare affari. Perse.

Come ci hanno raccomandato di non fare saliamo su una macchina di uno sconosciuto che si offre, dopo avergli chiedo indicazioni, di portarci fino alla spiaggia. Playa delfines. La domanda che ci sorge immediatamente spontanea è “ma perché cavolo siamo state 10 gironi a Cuba quando il paradiso era a pochi km?”. Il nostro super autista è papà di 2 gemelli eterozigoti che stanno guardando Star Wars in inglese e non vogliono i sottotitoli perché la voce gli piace troppo, quindi “papà sube el volume!”. Ci siamo fidate perché abbiamo visto i bimbi, perché la macchina era degna di fiducia, insomma non siamo state così sconsiderate ed abbiamo fatto bene. Alla nostra età il bomberone si è fatto 3 mesi zaino in spalla in giro per l’Europa, vuole tornare, ci augura il meglio. Grazie, grazie perché è grazie a persone come te che questo Messico regala emozioni fin da subito.

Piove, le nuvole di spostano, il cielo si apre, il mare è un bicchier d’acqua, c’è un ragazzo che tira in dentro la pancia per farsi un selfie, ragazzine che fanno il bagno vestite, la raccolta differenziata in spiaggia.
Io non me l’aspettavo così il Messico, sarà Cancun un mondo a parte, vedremo, ricominciamo.

 

Qui prossimamente potrete trovare un po’ di foto della city e qui un po’ di tips per organizzare il vostro viaggio!

 

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