Zubiri – Pamplona, 21 bagnatissimi km

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Siri scriviamo: “Avete mai pensato di poter essere felici, in un giorno di pioggia, senza ombrello, camminando nel fango con le scarpe completamente bagnate?”

La ci siamo svegliati sempre prima della sveglia, seppur fosse piccola, la stanza ha iniziato a brulicare di vita già alle 6.30, nonostante mi ostini a puntare la sveglia alle 6.45.

Per rappresaglia ho preso il bagno per prima, saltando giù dal letto a castello mentre la casinista di turno cercava qualcosa in un armadietto. Si dà il caso che la casinista fosse anche la compagna del russatore della stanza. Che combo. Rido mentre lo scrivo, perché sono giorni così sereni che nulla di tutto ciò ha minimamente scalfito la mia calma mattutina.

Nonostante i 4 vestiti che ho nello zaino (ho lasciato uno dei 3 pantaloni nel primo ostello, l’ho già scritto?), non ho rinunciato alla mia skin care routine che dal lontano 2020 porto avanti con costanza. Ho portato lo spumone, la crema per il contorno occhi e MEP mi ha regalato alcuni campioncini in bustina di siero per il viso. Mi lavo il muso, mi incremo, metto due gocce negli occhi, mi vesto come il giorno prima, dopo aver lavato i vestiti e sento in lontananza la mia sveglia suonare. Anche occhi, sveglia prima della sveglia e riposata, nonostante il russatore seriale. Starò forse invecchiando? È invecchiando che si dorme sempre meno no? Ma poi che domanda è, certo che sto invecchiando.

Sto raccogliendo i pensieri su questa giornata chiusa nel mio lettino, in un ostello attrezzato come uno space shuttle. Il mio letto è il numero 8, ho chiuso la tenda della navicella e mi sono infilata nelle orecchie la playlist del cammino di qualcun altro.

Oggi è stata una giornata troppo piovosa per poter scrivere lungo la strada. Ho provato a dettare a Siri un po’ di frasi, ma era poco recettivo.

Dopo la sveglia prematura, ci siamo trovati alle 7.00 con Margarite al bar per colazione. Quando dico “ci” intendo io, lei, Harry ed Alex. Jonathan ha preferito partire senza fare colazione. Si è formato questo piccolo gruppo con naturale dolcezza, abbiamo scelto di legarci prenotando alcuni ostelli insieme. Ci dividiamo, ci allontaniamo, ognuno cammina per conto suo, ma a volte ci aspettiamo. In ogni caso sappiamo che ci vedremo all’arrivo.

Non sento l’esigenza di riempire i silenzi con loro. Succede che si riempano. Succede che vengano inutilmente riempiti. Succede che vengano interrotti da new entry, da altri viaggiatori che si aggregano per qualche chilometro, succede che ci passino per la mente domande personalissime che osiamo fare ed alle quali osiamo rispondere.

Oggi mi sono presa un momento per godermi la pioggia in solitaria. Ho messo su spotify “purple rain” ed ho iniziato a cantare a squarciagola.

Siamo tanti a fare questo cammino, le strade per chi cammina sono spesso sterrati, tratti in cui ci siamo solo noi Pellegrini, ma ciò nonostante si riesce lo stesso, per una strana combinazione dei ritmi dei passi, a ritrovarsi da soli, volendo, per un paio di km.

Testa bassa, schivando le pozze di fango, la terra mi si attaccava sotto le scarpe, spuntando sui lati, appiccicosa come colla. Ogni dieci passi cercavo di scollarla sbattendo i talloni con forza sull’unica parte leggermente rocciosa del terreno. Dopo i primi 2 km ho smesso di cercare di schivare la parte di scarpa bagnata, cedendo senza più resistenze al destino riservato ai miei piedi per oggi: nuotare in una piscina di acqua piovana per 6 ore e mezza.

Riuscite ad immaginarlo? Il livello di attrito tra calza e suola? Il peso del piede che aumenta? L’acqua che scivola dal poncho sui polpacci, bagnando il pantalone termico, arrivando fino alle caviglie? Ecco, provate ad immaginare di accettarlo: è così e basta. Scegliete la playlist giusta e, appena raggiungete di nuovo i vostri amici, entrate a Pamplona a suon di “La isla bonita” di Madonna, avendo recuperato, grazie alla musica, tutta l’energia perduta durante gli ultimi faticosi ed umidi km.

Ecco, così è stato il nostro ingresso in città.

Doccia, pranzo, city tour. Il giorno prima avevo prenotato uno dei pochi disponibili per poter scoprire meglio la prima città “grande”. Adriana, la guida, ci ha fatto deambulare per 2 ore tra le viuzze del centro storico della città della feria di San Firmino, della corsa dei tori, raccontandoci per filo e per segno la sua storia dai tempi dei romani ad oggi. Peccato che la lingua prescelta fosse lo spagnolo. Mi sono lanciata in una traduzione simultanea di 2 ore, per la cui qualità mi sono scusata parecchie volte, che mi ha comunque sfiancata più della camminata mattutina. Il tour sarebbe proseguito per altri 30 minuti, ma gli 8gradi, il vento gelido e la presenza di saldali e ciabatte ai nostri piedi, ci ha portati ad abbandonarlo prima del previsto. Battendo i denti. 7/7, se volete venire a vedere la corsa dei tori. Sappiate però che, alla fine, muoiono.

Beviamo due te per riscaldarci mentre giochiamo a friendship killer, un gioco di carte inventato da un’amica di Marguerite. È dopo esser stata battuta che Jhonathan inizia la roulette delle domande scomode, che pone in un viso così predisposto all’ascolto e lontano dal giudizio, da farti venire voglia di rispondere contando fino a 10 per rispetto alla pacatezza riposta nel quesito.

“Pensate che i canadesi siano come gli americani?” Il dibattito nasce già su “americani”, in quanto l’America è molto grande e classificare “americans” solo gli statunitensi è già un punto di partenza strano. Dopo alcuni rimpalli riusciamo a sentenziare che il livello di istruzione canadese non ha nulla a che vedere con quello americano, è nettamente superiore. Dati interessanti che emergono sono che la benzina costa 2.5$ canadesi, circa 1.25€, mentre negli states 0.7€. Che ci sono 2 abitanti per km2, motivo per cui sono ancora molto utilizzate le auto, le distanze sono molto ampie e le lande abbastanza desolate, tranne ovviamente a Toronto o Vancouver.

“Sei cresciuta in un ambiente benestante?” Eccoci. Come rispondere no. Si. Sono cosciente delle mie fortune. Si. Ma “si” non è una risposta sufficientemente profonda. Argomento con uno speach così onesto da dover trattenere le lacrime.

Questo cammino è come l’Erasmus, non si può capire e non interessa a nessuno quale sia la situazione economica di ogni persona. Abbiamo tutti 3 vestiti, tutti abbastanza tecnici. Nessuno porta in giro oggetti di valore. Vogliamo tutti dormire in ostelli rumorosi e caotici. Mangiamo una volta al giorno. Abbiamo portato svariati chili di umiltà da casa. Camminiamo. Camminiamo. Camminiamo. A questa umanità ridotta all’osso, all’essenziale, non servono classi sociali, ma solo sguardi d’intesa e curiosità, condivisione e rispetto. È forse lungo questa linea per niente retta, che si trova la rettitudine? È forse qui che si è capito davvero che tutte le sovrastrutture non servono a niente? È forse nella fatica e nella gioia che siamo tutti uguali?

Non ho mai fino alle 23. Provo a mettere la sveglia alle 7, chissà chi mi disturberà domattina.

Ci aspettano 24km, la tratta più lunga mai fatta fin ora. Probabilità di pioggia? 100%.

Ah, un altro dato interessante: esistono dei calzini waterproof. Che funzionano. Peccato che non ne fossi a conoscenza prima, sarebbero stati la salvezza.

Buonanotte mondo buono.

P.s. Non l’ho mai scritto, ma l’ho pensato spesso. Quanto rumore fanno i pensieri nel silenzio? Ogni volta che infilo i tappi nelle orecchie e lentamente li sento adattarsi come acqua alle mie forme, i pensieri si fanno più forti e nitidi. Producono un suono più invadente del solito.

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