Refuge Auberge Orisson, 7km dopo la partenza, 1000m di dislivello

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Sono le 21.00 e sono già tutti ritirati nelle loro camere, tranne una coppia di veterani (mi piace chiamare così chi ha già fatto il cammino più volte), che è andata a fare due passi. Il sole è tramontato dietro all’ostello, il cielo è ancora chiaro e dietro alle montagne, in lontananza, si alza, solo per me, per farmi vibrare di gratitudine e battezzare questa prima notte di cammino, la luna. Piena, come me.

Sono sola, un brivido di freddo mi entra tra il pile e la maglia di cotone, gli uccellini non smettono di cinguettare, anche i gestori dell’aauberge sono andati a casa e questa luna continua a diventare sempre più grande.

Siamo una 30ina a questo primo pit stop, ci siamo presentati, abbiamo condiviso la zuppa, la carne con i piselli, acqua, torta e poi abbiamo fatto un giro di tavolo. Ognuno ha detto il proprio nome, da dove viene e perché sta facendo questo cammino. Non sembrava per nulla una seduta degli alcolisti anonimi, era piuttosto un incontro d’anime.

Il più veterano è qui per la 6ª volta, è Jhonny, un irlandese seduto accanto a me, pacato ed ironico come la maggior parte degli irlandesi. Dietro di lui c’è Jonatan, 3ª volta, viene dal Canada, è proprietario di un’azienda manifatturiera, ma ha ceduto il management e fa solo quello che gli piace. Soffre di depressione e quando si sente in down ha scoperto che il cammino è la sua cura. Di fronte a noi una coppia che ha festeggiato la scorsa settimana 25 anni di matrimonio. 55 anni entrambi, lui appena andato in pensione. Viaggeranno per 2 mesi. Lei è colombiana, lui ha origini spagnole e messicane, ma è americano. Camminano per festeggiare.

Sempre nel nostro tavolo ci sono una figlia con il suo papà, sono di Logrono, una città proprio sul cammino. Il papà ha conosciuto la mamma durante il suo primo cammino e la riporta sulle orme della fede. Per lui è una questione di fede, per lei di conoscenza personale. Battibeccano un pochino sulla cosa, ma amorevolmente.

È ancora 2 fratelli, inglesi, uno è la prima volta che si separa dalla moglie da 20 anni a questa parte, scherza dicendo che lei è già molto contenta di questo esperimento. Nell’altro tavolo c’è un clan di 6 amiche, qui per passare del tempo insieme. Un ragazzo con cui ho camminato parecchio, lituano, ma che vive in Spagna, dopo esser passato dalla Norvegia. 2 proposte di matrimonio non culminate in un matrimonio alle spalle. Una vita in cucina. Ha lasciato il lavoro, è stato lasciato dalle compagne e vuole rimettere in ordine un po’ di cose lungo questi 42 giorni. È alto, molto alto, motivo per cui abbiamo fatto solo un paio di km assieme, mi ha seminata.

Questi primi km sono stati tosti. Ho saltellato come una scimmia per un po’, finché non sono iniziate le salite. Ho tenuto duro finché non ho rallentato spudoratamente, fino a fermarmi.

Ho chiamato la nonna. Dovevo farlo da giorni e mi sembra proprio il momento giusto. Se per la prima ora, guardandosi attorno, sembra di essere nel Monferrato e canticchiavo “Dolci colline”, quando mi sono fermata, 2km prima dell’ostello, ero già in montagna. Sotto i miei piedi una vallata ripidissima, in lontananza l’eco di un fiume, sopra di me, neanche a dirlo, un’altra salita.

“Buona passeggiata”, “nonna si dice Buen camino” “Buen camino” “ti voglio bene” “anche io e mi raccomando ricorda di non sforzarti troppo, che quando le cose vanno bene bisogna lasciarle stare”. Accontentarsi. Voce del verbo accontentarsi. Diamine, come faceva a saperlo? Sarà mica stato…

Sono cresciuta con la fede, che mi è stata trasmessa con amore, timore e stupore.

Con amore proprio da Nonna, che era così dolce con me in ogni momento, compreso quello delle preghiere. Quelle della buonanotte erano un rito cosi affascinante, così puntuale, regolare, da farmi addormentare serena.

L’angelo custode era una preghiera di messa in guardia. Non solo mi custodiva, ma era il mio vero e proprio sorvegliante. Mamma segnalava ogni marachella alla nonna, la quale tornava da me al suono di “l’angioletto mi ha detto che…”. Quello era lo stupore. Non potete immaginare quanto ci credessi.

Adesso che mamma scopre le mie pazzie ancora dopo la nonna, capita ancora che, anche solo per l’inflazione della mia voce, nonna mi legga dentro.

La frase di oggi è stata così puntuale, così provvidenziale, una carezza, da farmi rimettere in dubbio l’angioletto. Non sarà che ogni tanto fa ancora qualche servizietto per lei? Del resto le mance nascoste nel palmo della mano, si sa, piacciono a tutti. Come dire di no ad una nonna.

Carica post chiamata con nonna, mi sono rimessa in marcia. Le pendenze erano infinite. In qualsiasi posizione mettessi i piedi mi davano fastidio le ginocchia. Mi sono fermata a bere, a guardare il panorama, ho camminato all’indietro, ho cantato, ho zigzagato, ho messo i piedi a papera. Finché non ho visto la terrazza dell’Orisson spuntare dopo la curva. Mi sono lasciata sfuggire un “si cazzo”.

Tutto il resto è doccia, brandine, sacchi a pelo e persone con cui vorrei già passare più di una nottata.

Alla fine cos’è il bello della vita? Passarsi i piatti, guardarsi negli occhi, ridere, sfiorarsi le anime. Connettersi, con le persone, la natura, se stessi.

Mi connetto con i miei sogni. Domani la sveglia suona alle 7.00.

Sono le 10 sembra mezzanotte.

Che figata la fatica.

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