Puente de la Reina – Estella 22 acciaccati km

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Il vento freddo mi sospinge, da dietro. Un raggio di sole fa capolino sul mio viso. È forse la giornata più fredda di tutte, ma questi sporadici soffi di calore inaspettato, regalano un grande sollievo.

Sto scoprendo l’esistenza di muscoli di cui non ero a conoscenza. Davanti al polpaccio, cosa c’è? Non so come si chiami, ma tira.

Il vento accarezza l’erba e sembra una mano sul velluto, lo modella e gli cambia colore. Ho gli occhi così pieni di bellezza che “Wonderful life” è l’unica canzone che riesco ad ascoltare ora.

La metto in loop. I medesimi bulbi si gonfiano di gioia bagnata.

Mancano una decina di km all’arrivo, a Estella, siamo a metà strada e ce la stiamo prendendo comoda. Sono rimasta indietro, come al solito, perché mi sono fermata a parlare con 2 signori spagnoli ed una signora dell’Alsazia, che vivono tutti a Strasburgo. Margaret è molto indietro oggi, ha avuto un dolore fastidioso al tendine per tutta la giornata di ieri ed oggi ha deciso di ridurre il ritmo. I ragazzi invece non mollano e ci aspetteranno sicuramente al prossimo bar.

Stanotte non hanno dormito per niente bene, mentre io e lei avevamo la nostra cameretta padronale, silenziosa e buia, loro si sono goduti 3 diverse melodie prodotte da russatori seriali, uno dei quali è stato scelto appositamente da me: mentre stavamo per entrare nell’ostello mi sono messa a chiacchierare con questo signore di Granada che non trovava posto per la notte e gli ho naturalmente offerto il posto letto di Jonathan. Avrei dovuto chiedergli se russava, mi hanno rimproverata. Ovviamente russava. E – a detta loro – non aveva neanche un odore piacevole, in quanto fumatore accanito. Mi sono presa giustamente un po’ di insulti.

“Todo fluye” significa “tutto scorre”, una versione post moderna di “panta rei” che noi italiani fortunati ed acculturati abbiamo avuto la possibilità di sentire per la prima volta al liceo. Su questo cammino todo fluye. Luigi me l’aveva detto prima di partire, di non preoccuparmi di niente e così ho fatto, ho lasciato a casa un sacco di cose, non ho prenotato ne letto nulla, se non il minimo indispensabile, non ho scambiato letti o piatti, mi sono lasciata investire dal destino.

Prima di partire un ragazzo con cui ho scambiato un paio di parole su Tinder, che per casualità era tornato dal cammino da poco, mi ha mandato la foto di una pagina di non so che libro, con alcune righe sottolineate. Dicevano “comunque, se mi sforzassi come in altre occasioni, forse un giorno arriverei a capire che le persone giungono sempre al momento giusto nei luoghi dove sono attese”. Andrea, si chiama, ha classificato queste parole come quelle che avrebbe voluto ricevere prima del cammino e me le ha gentilmente regalate. Ora le comprendo più di allora.

Durante l’ultimo tratto di questi incredibilmente faticosi 21 km, Alex mi ha chiesto se penso che ci saremmo comunque incontrati se non avessi per sbaglio preso il suo letto a Roncisvalles. Ho confessato di non aver accidentalmente fatto nulla, ma di aver scambiato di proposito il mio letto al piano superiore con il suo, perché avevo proprio voglia di stare in quello di sotto, senza sfidare troppo il destino, al massimo mi avrebbe chiesto di spostarmi. Invece non l’ha fatto. Dettaglio che ha mostrato dal primo momento la sua personalità generosa ed introversa.

Si, ci saremmo trovati comunque perché quello era il punto in cui i nostri fili rossi erano destinati ad intrecciarsi, sopra o sotto, lì. Perché e come ci siamo scelti, ancora non mi è chiaro, ma il fatto che continuiamo a leggerci nella mente è la riprova che “team” è il termine giusto per quello che siamo diventati.

È così che mi torna in mente quella foto, quella citazione e la cerco di nuovo tra le chat del telefono, mentre provo a favorire la circolazione lanciando le gambe in alto. Non so assolutamente perché, ma oggi è stato doloroso, più che faticoso. Sono partita con la ginocchiera a sinistra, ho finito con la ginocchiera a destra. La pianta del piede mi tira terribilmente, il ginocchio è caldo al tatto e l’anca iniziava a fare i capricci già prima dell’ultimo km, che ho scandito con un countdown in metri ogni dieci passi. Un’agonia.

Si potrebbero leggere tante cose sul Cammino, vedere film, documentari, sentire racconti, ma nulla è sufficiente a farti immaginare la fatica, non si riesce a figurare nemmeno sforzandosi. In qualche modo, per qualche ragione, sono felice di provarla. Contenta di sentirla sulla mia pelle, un’esperienza nuova, accompagnata da una forza e da una positiva costante, uscite naturalmente da non so dove, senza bisogno di alcuno sforzo. Come il dentifricio da un tubetto nuovo, nessun trucco, nessun inganno, una naturale forza di cui prima non c’è semplicemente mai stato bisogno.

Quante cartucce interiori ho ancora da scoprire? Che curiosità.

Per la prima volta dall’inizio di questo viaggio mi sono abbioccata un attimo nel pomeriggio. Dopo la doccia sono caduta in uno stato di trans profondo, sotto le coperte del primo vero letto del cammino. Un letto, fatto con un materasso ed un cuscino, non in plastica e con un vero piumino, in cotone, pulito e profumato. Ieri ho prenotato quest’ostello su booking che di ostello aveva solo il nome, tutto il resto è più vicino ad un hotel. Un lusso per il cammino, ma sembra che anche gli altri pellegrini abbiano avuto la stessa fortuna con le loro dimore, tutte bellissime.

Dopo un po’ di stretching, un’incidente diplomatico Estella-Parigi ed uno scambio di ciabatte, siamo usciti a fare due passi. Estella è la città più viva che abbiamo visto fin ora e, come in tutte le precedenti, sono bastati un paio di passi per incrociare altri camminatori. Casualmente abbiamo formato un bel gruppetto e siamo andati a prendere una birra nella piazza principale. È bastato sedersi per un paio d’ore per allungare la tavolata con qualche tavolo: ogni faccia conosciuta che passava prendeva posto ed ordinava la sua cervecita.

Il signore davanti a me si chiama Jonathan, si, anche lui, ha più di 60 anni e sta facendo il cammino per la seconda volta. Ha una conchiglia stilizzata sulla gamba per non nasconderlo e sta per diventare nonno, di nuovo, ma questa volta di 2 gemelli. L’ultima volta che è arrivato a Santiago, mentre valicava le porte della città, è diventato nonno per la prima volta. Parla lentamente e con il cuore in mano. Mi dice prevedeva di arrivare fino a Pamplona e prendere un bus per Burgos, per godersi una parte di cammino più interessante di questa, fino a Leon, ma ha conosciuto Linda e l’altro signore alla mia destra (di cui purtroppo non ricordo il nome) ed ha deciso di continuare con loro. Anche per lui la compagnia è diventata più importante dei km. Ci tiene a farmi notare che dopo 10 giorni di cammino sei veramente immerso è coinvolto, ricominciare dividendolo come farò io è più faticoso e doloroso, fisicamente e moralmente, più vai avanti, più il corpo si abitua, più vuoi andare avanti. Salutare le persone a cui ti sei affezionato in 10 giorni, per poi affezionarti ad altre, è anch’esso doloroso. Insomma, era dispiaciuto per me. Lo sono un po’ anche io, ad essere sincera.

Dopo una profonda e per niente silenziosa insistenza da parte di Alex, ci alziamo e andiamo a cercare qualcosa per cena. Per strada raccogliamo tutti i pezzi, anche chi aveva bisogno di qualche momento in solitudine, chiedo indicazioni per mangiare qualcosa e ci consigliano un bar in cui troviamo i brothers, ci sediamo con loro.

Quante volte vi è capitato di essere in giro con 3 amici, incontrarne altri 2 e semplicemente sedervi al loro tavolo? “Volete unirvi” non è forse la più bella espressione di accoglienza e generosità?

È strano. Siamo tutti qui, con il cuore aperto, a condividere gioie e dolori, ma contemporaneamente nelle nostre teste roteano pensieri tutti nostri che non condividiamo, ma che chi ci sta accanto percepisce. C’è un sesto senso collettivo molto rispettoso. Una mano sullo zaino, un pezzo di cioccolato, una parola, una domanda, un sorriso. Nessuno viene lasciato indietro, anche se rimane indietro, tranne se vuole essere lasciato indietro.

C’è qualcuno che vuole? Al 100%? Mi sono chiesta più volte perché non abbiamo pensato di fermarci e rallentare, per restare con Jonathan. Avremmo potuto, rinunciando ad un po’ di km. Forse lui non ci avrebbe lasciato, ma questo pensiero non ha smesso di rotearmi nella testa per tutto il giorno. Ho anche pensato di tornare indietro, o di continuare e poi fermarmi a Logroño, così da coincidere ancora una volta. E ancora, di prendere un aereo per un weekend e raggiungerli di nuovo. Questo è il mio cammino, l’ho iniziato, loro sono i miei compagni di viaggio, in questo momento fatico ad accettare il fatto che non arriverò alla fine insieme a loro, che di fronte a Santiago, in quella foto, non ci saremo anche noi, che quelle lacrime siano da conservare per un altro momento, da condividere con altri umani senza gli occhi chiari, senza trecce, senza claudicanti francesi, canterini inglesi, fratelli decoupage, senza accento british, diversi, magari stupendi, ma non loro.

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