Bordeaux – Saint Jean Pied de Port 235 km in treno e bus

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9.20, Gare Saint Jean.

Il mio treno ha 2 destinazioni. Alcuni vagoni, ad un certo punto, si staccheranno e prenderanno due strade diverse. M’immagino la scena come il distacco di una navicella spaziale dalla nave madre. Probabilmente invece avverrà, giustamente, da fermi.

Il primo treno è in direzione Bayonne, la fermata precedente è Dax (rido), quella successiva Biarritz. A giudicare dai maglioncini con camicia alla Ubaldo, Biarritz è la meta dei miei vicini di sedile, che si esprimono a gesti e non sembrano voler cedere alla loquacità. La prima classe costava 2€ in più della seconda, mi sono lasciata tentare. Vi dico solo che c’è la moquette.

Passo e chiudo per ora, devo concentrarmi sul finestrino.

Ogni tanto guardo telefono. Una volta si è anche alzato. Il mio compagno di viaggio silenzioso, seduto di fronte a me, per fortuna in senso opposto rispetto alla direzione di marcia, è un uomo sulla 40ina, stempiato, con i capelli sale e pepe. Porta un maglioncino grigio con scollo a V, sopra ad una camicia bianco candida che sembra anche stirata. Ha le unghie curate, che mostrano quel millimetro di Bianco, accentuato sugli angoli, che riesce ad infastidirmi. Mani grandi e dita lunghe, non troppo affusolate. Solo con l’indice digita qualcosa sul telefono. Probabilmente sono gli anni 90 in questo caso lo spartiacque: chi è nato prima usa il telefono con l’indice, chi è nato dopo ha i pollici opponibili che consumano lo schermo.

Ogni tanto guarda fuori dal finestrino. Il paesaggio che si staglia alla mia destra ed alla sua sinistra è in continua evoluzione. Siamo partiti con il cielo blu di Bordeaux, passando per boschi nebbiosi, per campi gialli luminosi, per praterie brucate dalle pecore. Ogni tanto una stalla, un paesino, la campagna, la città. Dax.

Avrebbe tutta la faccia di un papà che raggiunge la famiglia, partita prima di lui, per il weekend di Pasqua, ma le sue dita già descritte, non svelano segni di matrimonio. Potrebbe essere già finito, mai iniziato, potrebbe essere un single da sempre in direzione casa di mamma.

Il suo Samsung ha la cover dei boomer, la cover che copre anche lo schermo. Era nera, ora è un nero sbiadito e sgualcito. Rido pensando che è davvero la cover dei boomer, sembra che non gli sia mai andato a genio il fatto che i telefoni non si aprono più come i primi Motorola, conservano quel gesto gelosamente, probabilmente inconsciamente. Lo ruota e sembra intento a guardare un video, senza audio. Di gratta la cute con la mano sinistra sulla quale noto un piccolo graffio. Single e con un gatto?

All’altezza di Dax incrocia le braccia, cede ai miei sguardi furtivi, ma costanti. Gli occhi, sempre bassi, sono di una nuance di marrone abbastanza scura, con venature miele, come le sue scarpe in pelle. Per sbaglio li incrocia con i miei, distogliendoli immediatamente. Chissà cosa pensa lui di me. Chissà se pensa qualcosa o è totalmente assorto nel suo mondo.

In stazione attendono il treno una famiglia con due bambini dagli impermeabili colorati, lei di rosa e lui di giallo. Il piccolo saltella imperturbabile, la piccola si lascia portare in braccio da mamma. C’è un terzo fratello, molto più grande, con una felpa viola ed un cappellino grigio, tiene per mano il bambino con l’impermeabile, gli mostra i segreti dei binari. Che sia quella la sua famiglia? Chi l’ha detto che deve indossare la fede una persona per avere una famiglia?

Mi alzo per bere ed un altro pensiero giunge alla mia mente. Ma se fossi nata in Francia, quale sarebbe la mia vita ora? Una vita italiana traslata in un altro paese? Vivrei a Parigi, andrei in montagna a Chamonix ed al mare a Biarritz? O in Costa Azzurra? Solo in un secondo valuto l’opzione che sarei potuta nascere a Nantes, o in un paesino della Bretagna, nascerci, crescerci, diventare fotografa di battesimi e stazioni. Qualcosa di totalmente diverso. Mi piace immaginare che sarei trovata comunque a 26 anni, su un treno in direzione Bayonne, con un uomo di fronte a cui guardare le mani, intenta ad assaporare ogni secondo di questa vita. Ecco, magari senza smalto color glicine. Ma cosa mi è saltato in testa.

11.36, Treno Bayonne-Cambo

Ora si che si respira cammino. Le porte de masque il est obligatoire sur le bus et le train, ma ciò nonostante questo trenino profuma si cammino. Profuma perché gli umani che l’hanno popolato ancora non hanno iniziato a camminare.

Chiunque mi sembra meglio equipaggiato di me. Dopo tutti i calcoli quantistici parto con l’idea di aver toppato su due pezzi fondamentali, scarpe impermeabili e giacca, ma sono fiduciosa, del resto se la cosa peggiore che può succedere è bagnarsi, c’è poco di cui preoccuparsi.

12.02 bus Cambo – Saint Jean Pied De Port

Fa fresco. Ma soprattutto ancora nessuno mi ha rivolto la parola e ancora non ho rivolto la parola a nessuno. Il bus è gremito, ma non così tanto da costringere qualcuno a sedersi vicino a me. Saliamo. Controllo l’altitudine con la bussola dell’iPhone. Attraversiamo una zona particolarmente boschiva, le piante sono verdissime e le vegetazione folta. Oltre il vetro riesco ad immaginare l’odore di erba bagnata. Pessimo segno. Il cielo è semi coperto, marcia spazio a qualche chiazza azzurra, per poi diventate ombroso verso ovest. Le strade sono abbastanza trafficate. Luigi mi ha detto che ieri sono arrivate 700 persone a Santiago. Questo può solo significare che ci sono migliaia di persone in movimento. Sono un puntino viola con un pile tra quelle migliaia, nel caso mi cerchiate, per ora solitario.

Approfitto di questi tratti sui mezzi per lasciar volare le dita sulla tastiera, non so se avrò ancora voglia o bisogno di scrivere mentre camminerò, non so se ne avrò il tempo e sicuramente non voglio sentirne il dovere.

Farò come dice Truppi, il De Andrè del XXIº, per una volta ascolterò e gestirò i miei istinti più animali, i miei bisogni più personali, nel modo più naturale possibile. Fame, sete, sonno, fatica, voglia di scrivere o di piangere. La voglia di baguette no, fino a domani.

Le case che vedo dal finestrino hanno il tetto in mattoni, facciate bianche candide e finestrelle con persiane rosse. Tutte, tranne qualcuna che si sbilancia con il verde scuro. Ognuna ha il proprio giardino, curato, una o più macchine nel cortiletto ed il bene della famiglia, in ferro modellato, appeso accanto alla porta.

Non faccio in tempo a notarlo che siamo arrivati ad una fermata intermedia dalla quale scendono alcune ragazze, che i genitori sono venuti a prendere. Ora il sole batte più forte, le nuvole di sono leggermente diradate ed il papà selle ragazze è in maniche corte. Nonostante la sua corporatura imponente, mi dà fiducia.

E facevo bene ad avere fiducia.

Sono le 13, splende un sole che non spacca le pietre, ma sicuramente spacca la mia testa. Tra tutti i ristorantini turistici di Saint Jean scelgo quello senza alcuna fotografia ed in cui capeggia nel menu il minestrone. A gestirlo c’è Patrizia, insieme al compagno e due ragazze. Lei sta in cucina, ma casualmente mi accoglie e scopro il lei le mie radici. Piemontese d’origine, ha fatto il cammino 5 anni fa è dura ancora adesso. Dopo averlo completato ha rilevato l’hotel La vita è bella e li ha lavorato o – come piace dire a lei – si è goduta il tempo, fino ad oggi. 3 giorni fa, dopo aver dato in affitto l’hotel, hanno preso in gestione questo ristornare. Una scommessa, la definisce lei. Il locale è vuoto, all’ora di pranzo, ma viene da giorni di grandi pienoni grazie alla festa del prosciutto di Bayonne. Spero di aver capito bene, prosciutto.

Le chiedo se torna a casa ogni tanto, mi confessa che ha voglia di tornarci i. Pianta stabile, per un po’, “ho voglia di tornare dove tutto è iniziato, perché va bene fare le cose per se stessi però c’è tutta la mia famiglia la”. “Anche stare accanto alla propria famiglia può significare fare qualcosa per se stessi”, ribatto. La ringrazio, mi tolgo un altro strato di vestiti ed è lei la prima a dirmi “Buen camino”. Grazie Patrizia.

Timbro. Mappa. Foto. Si parte.

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