3ème semaine dans le 12ème – 18 mercis

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È stata una lunga giornata, ma non la lascio scivolare via così. Oggi vado a vedere la Torre. Sono arrivata qui da due settimane e non ho avuto alcun interesse ad avvicinarmici prima. La torre è un po’ come la Madonnina: è sempre lì, ti guarda, occupa prepotentemente lo skyline della città e ti guida, sembra proteggerti, è una stella polare, ma quanti milanesi sono saliti sulle punte del Duomo per vederla davvero da vicino? Sappiamo che è alta circa 4m e la torre più di 300, ma non abbiamo bisogno di constatarlo, abbiamo fede.

Oggi però è stata una giornata in cui gli occhi si sono riempiti soltanto di e-mail ed Excel, ho bisogno di bellezza. E pensare che quando l’hanno costruita le persone ci salivano sopra pur di non vederla. Certo la vista della città era stupenda, ma la torre era dalla popolazione considerata proprio brutta e per non guardarla da sotto ci entravano. La sua storia la conoscete tutti, non serve che mi dilunghi, ma stasera faccio qualcosa che non ho mai fatto prima: cammino fino alla Torre. Anzi, più precisamente, mi vado a prostrare, quando si illumina, proprio ai suoi piedi.

E lunedì, non c’è folla, solo qualche turista che scatta foto e tantissimi venditori ambulanti. All’ora in punto, tentenna solo per un secondo e poi le luci si accendono, iniziano a muoversi come lucciole impazzite, facendola scintillare. Si può pensare che sia bella, bellissima, ma è difficile farsi un’opinione reale su questa Torre. Da quando siamo bambini è il simbolo di un qualcosa di romantico, emblematico, di troppo chiacchierato per essere un monumento sul quale avere un’opinione scevra di pregiudizi. Mi appoggio su di un pilastro e mi godo lo spettacolo, senza fretta, come se potessi rivederlo altre 1000 volte. Un’ape di quelle turistiche mi passa alle spalle con una canzone di cui non ricordo il titolo, a tutto volume.
Chi se ne frega dei pregiudizi, è bellissima.

Ma quello che cattura di più la mia attenzione è il Trocadero, che la guarda, la sorveglia, dalla sua posizione privilegiata e mi ricorda tanto l’altare della patria. 

Gare de Lyon-Diderot, è la mia fermata, scendo. Davanti a me un’ambulanza sta caricando un paziente che non sembra troppo grave. Sull’autobus lascio quattro spagnoli, un francese ed altre persone che non ho notato. Scendo a questa stazione e dal primo giorno in cui ci ho messo piede sembra passata un’eternità. Invece sono solo 20 giorni. Supererò l’hotel Marriot, Starbucks, il Citizen, lascerò alla mia sinistra il Mercure, alla mia destra un discutibile centro commerciale ed il parcheggio della stazione. Sbircerò dentro le vetrine degli uffici della RATP, l’azienda dei trasporti di cui amo molto l’applicazione, notando anche oggi qualcosa di nuovo: l’ingresso è un portale della metro. Mi ritroverò giusto vicino alla bouche della linea 14, che prendo tutti i martedì e tutti giovedì per andare al corso di francese. E poi ancora una scuola, sulla quale – come su tutte le scuole – campeggiano le tre parole più celebri della lingua francese dopo “je t’aime”: liberté, égalité, fraternité. Un bistro all’angolo, un sushi chiuso, il Social bar, Il supermercato, la panetteria solidale, un cinese nel quale non avrò mai il coraggio di mangiare ed infine l’ultimo angolo: una farmacia, una pizzeria italiana che si riempie soltanto a pranzo ed emana un profumo che ricorda vagamente la pizza, la porta di casa. Se avessi continuato ci sarebbe stato un altro ristorante italiano, ma me lo risparmio, dalla vetrina a volte intravedo della pasta, molto pannosa.

Ricordo perfettamente le sensazioni di quando ho fatto questa strada per la prima volta e mi dicevo: “Doralice guarda bene in giro, impara bene questa strada, perché la farai spesso“. Stasera la faccio senza nemmeno guardare dove metti i piedi, detto al telefono quello che voglio scrivere ed incidere nel blog e nella memoria. È diventata la mia strada, anche se la condivido con un paio di senzatetto che di notte vengono popolarla. In questi due anni abbiamo vissuto in tante case per un breve periodo: Roma, Venezia, Castellammare del golfo. In nessuna di quelle case mi sono sentita a casa. Posso dire di essere stata per un periodo a Roma, a Venezia, in Sicilia, ma non di averci “vissuto”. Di Parigi mi permetto già di dirlo. Perché la sento, dentro. 

Vivere davvero un posto significa crearsi delle abitudini, dei rituali, identificare dei posti familiari, prescindere da quelli turistici, non avere fretta. 

Qui provo a non avere fretta e mi prendo il tempo oggi, per chiedermi: che persona ero 2 anni fa? 

Fine novembre 2019.

Avevo iniziato a lavorare da poco meno di 1 anno. Mamma aveva ricominciato a stare male. Avevo un porto sicuro, il resto era un mare in burrasca. Giovane, impulsiva, irrequieta, piena di domande. Quante cose sono successe in questi due anni? Che persona sono diventata? Quanto sono distante dalla persona che ero? 

Mi fermo davvero solo per la prima volta, consapevolmente, a riflettere. Domani andrò in ufficio, qui a Parigi, i colleghi francesi mi hanno invitata ad esplorare la loro sede e, nonostante mi fosse balenata in testa l’idea di andare a vedere House of Gucci, sono rimasta a casa.

Ho aggiornato il mio quaderno dei mercis, preparato lo zaino e la tisana si sta infondendo alla mi desta. Ero stanca, mi sono ascoltata.

Due anni fa, in questo periodo per paura d’implodere, scrivevo per la prima volta a quella che sarebbe diventata la mi psicologa. A due anni di distanza, settimana scorsa, ci siamo dette arrivederci. 

Ci son voluti due anni di terapia, per arrivare a sedermi sul divano quando sono stanca, tra le altre cose.

Ed è rannicchiata nell’angolo di questo divano che mi metto alla ricerca della prima mail mandatole, per un primo appuntamento conoscitivo. Non la trovo, ma la ricordo. Come ricordo il giorno del primo appuntamento: una piovosa mattina di novembre, il grigiore milanese di certe giornate d’autunno, la sveglia presto. Sulla strada per l’ufficio, scendo a Loreto, con la mappa aperta e la mano congelata, saluto per la prima volta la portinaia dai tratti orientali, ascensore, 5º piano. Lei mi aspettava in uno studio-sottotetto, con poltrone di cuoio color testa di moro, arredi in legno chiaro e pareti bianche. 

Io, lei, il silenzio. Ho pianto, da subito.

Nella serie che sto guardando in questo periodo, dix por cien, una mamma fa notare all’altra che se Ia bambina non piange in braccio a lei, non è necessariamente un buon segno. I bambini piangono – dice – quando si sentono totalmente a loro agio nelle braccia di una persona, si lasciano andare. 

Mi torna in mente questa scena e le dò grande adito. Gli amici veri sono quelli con cui ci sentiamo liberi anche di piangere. La psicologa giusta è quella con cui riusciamo a piangere al primo appuntamento.

Non avevo nemmeno il tempo di essere fiera di me per quella scelta, non era stata ponderata, era dettata da un forte bisogno di supporto, di ordine. 

Ogni martedì, uscita dallo studio, mi sentivo una camicia di lino appena centrifugata: stropicciata, ma pulita.

Piano piano, settimana dopo settimana, mi rendevo conto che le risposte erano tutte dentro di me, il problema è che avevano le sembianze delle tessere dello scarabeo. In quella soffitta non ho solo imparato a giocare a scarabeo, ma ho fatto pure un sacco di punti. 

Sorrido ripensandoci, sorrido per il caos che avevo dentro e fuori. Sorrido su un divano arancione a Parigi. Sorrido ora che ho trovato un metodo per analizzare i problemi ed affrontarli, piano piano. Sorrido ora che ho imparato, a fatica, a chiedere aiuto, a condividere dubbi, paure, timori ed emozioni. Belle e brutte. Sorrido, ora che so che un po’ di sana routine può lasciare spazio all’improvvisazione. Sorrido, ora che a km di distanza da casa, non ho bisogno di staccarmi da tutto, anzi, tengo stretti i fili che mi legano a persone, responsabilità e luoghi. Sorrido, rendendomi conto che nella frase precedente ho appena scritto “casa”. Perché ho davvero ritrovato, o forse costruito, un posto da chiamare casa. Sorrido perché riesco a sorridere anche allo specchio, anche da sola. Sorrido perché godo del tempo con me stessa. Sorrido perché ho imparato a fermarmi ed a rimettere in fila le priorità. 

Smetto di sorridere come un’ebete e salto su un nuovo volo in partenza dal mio cervello. Mi rendo conto e imparare una lingua nuova mi aiuta a rallentare. Dovendo pensare prima di parlare, i concetti che esprimo sono ponderati è quasi mai a sproposito. Esercizio che cerco di fare anche quando parlo la mia lingua madre, ma che è molto più difficile. 

E sorrido di nuovo, perché sono oggi molto di quello che sognavo di essere. Sorrido perché non ho smesso di vedere il lato positivo di ogni cosa, perché ho imparato a respirare. Ma soprattutto sorrido perché so che mi devo dare tregua, mi devo perdonare, mi devo accettare, devo alzare l’asticella, ma di 1cm alla volta. Prima a dx e poi a sinistra. Come per il salto in alto al liceo. Sorrido, perché tutto questo non l’ho visto solo io, ma anche la mia psicologa che con soddisfazione e professionalità ha deciso di darmi una carezza ed una spinta tra le scapole, dicendomi: vai.

Non sarà sempre facile, ma saprai affrontare le difficoltà. Non cavartela, svignartela, ma affrontarle. Con consapevolezza, riducendo al minimo il dolore, trovando il modo più sano ed onesto per superarle.

Ecco chi sono oggi, dopo 2 anni: la stessa persona, più o meno giovane e piena di domande, ma più consapevole, piena anche di risorse. Piena, grata, paziente, serena. È forse questa la felicità?

Me lo chiedevo anche qualche sera fa, mentre piroettavo in Place de la Concorde illuminata a festa. Me lo chiedevo appena arrivata alla Gare de Lyon, quando alzavo la mano per salutare il cameriere che la prima sera a Parigi mi ha offerto lo champagne. Me lo chiedevo mentre, per scaricare l’adrenalina data dalla gioia e velocizzare il ritorno a casa, mi mettevo a saltellare, a correre.

È forse questa la felicità? Avere un posto da chiamare casa e sentirsi a casa in più posti? Avere amicizie vere ed essere veri con quelle amicizie? Poter stare da soli, senza sentirsi soli?

Forse è “solo” leggerezza.

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