26 anni: pienezza e champagne

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Avevo 4 anni, era sera e stavo saltellando in una grande piazza, con un pacchetto di grissini in mano. Correvo come Heidi, mentre le luci calde dei lampioni allungavano la mia ombra di bambina. Con la bocca piena, tenendo il passo di mamma e papà, canticchiavo “c’era una volta un re…”.

È uno dei miei primi ricordi da bambina, è uno dei miei primi ricordi di Parigi. 

A distanza di 22 anni da quel giorno alzo la testa dal tavolo e guardo fuori dalle grandi finestre dell’aeroporto, mi ci ritrovo riflessa. I capelli lunghi, che non ho tagliato per codardia, quando ho visto che la luna era calante. Camicia, gilet, per onorare la promessa fatta a me stessa di conciarmi come una donnina. Gli occhi un po’ socchiusi, stanchi dopo una settimana piena. Dopo un anno pieno. Una vita piena.

Sorrido ebete a questa Doralice che mi osserva dal vetro. 

Sono io. Mi riconosco. Sto partendo. Per inaugurare i miei 26 anni mi sono regalata un viaggio, non un weekendino, ma un viaggio vero, di quelli che includono aprire couchsurfing ed imparare una nuova lingua: un’avventura. 

Torno a Parigi, solo bagaglio a mano – come piacerebbe a Romagnoli.

Tra le mani un libro, un biglietto di sola andata, ma con la data del ritorno già chiara in testa. Parto per celebrare e non per scappare. Parto per godere e non per fuggire. Parto per continuare a respirare, non per evadere. 

Questa volta è diverso. Questa volta sono io. Non perché stia partendo sola, ma perché parto piena. 

Se la parola che ha caratterizzato il mio 25esimo anno di vita era “consapevolezza”, questo 26esimo può racchiudersi solo in “pienezza”. Così mi sono sentita quest’anno. Nel bene e nel male, piena. È così che parto: consapevole e piena.

Così piena da temere di adagiarmi nel comfort che mi sono creata. 

Che senso ha? Cerchiamo tutti i giorni di lavorare su noi stessi, sul mondo che ci circonda, una meticolosa selezione di attività, di persone, volta a creare un cerchio più o meno perfetto che si chiama benessere, serenità, comfort zone. E poi… poi c’è il diavolo che è in noi che bussa e ci spinge fuori dalla pista. Come si chiama il vostro diavolo? Il mio fame. Di conoscenza, di vita, di umanità, di tutto.

So che la ragazza del vetro è una persona che si ama, non finita, ma cresciuta. Sa cosa le piace, cosa le fa bene e vuole continuare a scoprirsi. Quella lì cerca di ascoltarsi, di dedicare tempo a se stessa e tempo agli altri.

Me lo ripeto ancora perché è una sensazione nuova, un viaggio con me stessa e non con un mutante, un viaggio per rianimarmi dopo questi due anni da indigena, un’avventura per scoprire che effetto mi fa – oggi – un mondo nuovo, per scavare ancora più a fondo e non per grattare la superficie.

A volte penso che vorrei ripartire, ritornare a Siviglia, a Buenos Aires, rivivere quelle vite con la maturità di oggi. Come sarebbe? Mi fermo spesso a sognare di vivere Milano con l’innocenza immatura di Siviglia e invece… non è possibile. 

Ma soprattutto, non serve. Lo spettacolo non ricomincia, continua. La giostra non si ferma e la vista è splendida. La compagnia è magica. I grandi problemi, visti dal futuro, sono piccoli ricordi. E allora torniamo a Parigi.

Ho 26 anni. Questa volta papà mi ha accompagnata solo fuori dall’aeroporto, kiss & fly. Mamma è venuta a salutarmi il giorno prima della partenza. Sono atterrata con un leggero ritardo e la temperatura è più calda di quanto mi aspettassi. Cammino a passo spedito alla ricerca di un posto che mi dia da mangiare nonostante l’ora tarda. Parlo piano, devo strutturare le frasi nella mia testa prima di esporle. Mi scuso per il mio francese con il cameriere, gli dico che è la mia prima sera a Parigi, torna con un bicchiere di champagne. 

Ora lo so perché ho scelto Parigi. È iniziato tutto qui. Questa città mi ha vista bambina, mi ha fatta sentire straniera per la prima volta e da lei torno, a farle vedere che donna sono diventata, a darle l’onore di farmi sentire straniera ancora una volta. A farle vedere, ora che la mia altezza corrisponde alla mia ombra di bambina, che non ho smesso di saltellare come Heidi.

Ceno sola e non mi sono mai sentita più completa di così. 

Santé! 

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