Questa non è una storia, è un abbraccio

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Si può misurare l’amicizia in forchettate: quante me ne fai fare nel tuo piatto e quante te ne faccio fare nel mio, può essere un metro di misura. Si possono contare i minuti al telefono insieme o i minuti di note vocali: pochissimi per le amicizie in cui c’è tanta intesa e poco da chiacchierare, tanti, ma sporadici, quando c’è un’amicizia a distanza. A volte mi capita di misurarla in regali fuori dalle date prestabilite, in piccoli gesti banali, in accortezze: uno sguardo di conforto, un piatto lavato, la tavola apparecchiata, un messaggio preoccupato. Una delle maniere che preferisco è contare i secondi: quanti secondi impiego a riconnettermi quando vedo un’amica o un amico dopo un po’ di tempo, quanto durano gli abbracci. Minori sono i primi, maggiori sono i secondi.

Cosa pensate durante gli abbracci lunghi? Che tette! Sento la presenza. Che buono questo profumo. Morbidissima questa maglia. Allenterò io la presa o lei? Vorrei poterti stringere e guardare al contempo negli occhi. Dimenticato il deodorante stamattina?

Ovunque sia, quando vedo Gabriele in lontananza e ci abbracciamo, posso pensare solo “Quanto mi sei mancato, quanto mi sono mancati questi abbracci”.

Indossavo una tuta intera nera, sormontata da una giacca bianca a campana, tra i capelli raccolti troneggiava un fiore rosso ed avevo stranamente il rossetto abbinato. Avevo 20 anni una delle prime sere della Feria de Abril de Sevilla e con i piedi un po’ sporchi di sabbia mi sentivo bella, libera, piena e fortunata. Attorno al tavolo – come sempre – qualche faccia nuova. Di fronte a me un ragazzo boccoloso e pacato lasciava trasparire una cadenza italiana. Abbiamo aperto un corridoio di voci, spaccando il tavolo. C’erano persone attorno, ma a me interessava quello che aveva da raccontare lui.

Sono passati più di 5 anni da quel giorno ed anche oggi è solo un tavolo a dividerci. Negli anni ci hanno separato chilometri di terra e di oceani, ma ogni volta che ci siamo ritrovati seduti a tavola, uno di fronte all’altra, il tempo e la distanza sono diventati ininfluenti. Siviglia, Bari, Milano, Rotterdam, Buenos Aires. Milano. Dopo una camminata di 7 km sento gli stomaci brontolare davvero proprio all’altezza di una trattoria che definire “autentica” è forse un oltraggio all’autenticità. Fidati. Andiamo dalla Lina.

La Lina ha 90 anni e da 60 gestisce una trattoria all’angolo tra via Galeazzo Alessi e via D’oggiono. Varchiamo la soglia del ristorante ed un’atmosfera anni 60 ci avvolge. 4 tavoli riempiono la prima saletta, le sedie ricordano quelle colorate della scuola materna, in versione gigante. Il bancone in acciaio e vetro è sormontato da una vecchia insegna luminosa della birra Pilsen, ai suoi piedi alcolici di ogni genere sono esposti ordinatamente in fila indiana. Una luce fioca proviene da un’altra sala, la terza, in cui qualcuno è seduto di fronte ad un televisore con il volume troppo alto.

Mi addentro nella seconda saletta per segnalare la nostra presenza ed una signora mingherlina con il grembiule in vita spunta dalla cucina. È lei, è la Lina. “Buonasera signora Lina! Possiamo sederci per cenare?” chiedo. “Certo, mettetevi in quel tavolo grande lì” Risponde. “Questo qui? Va bene, grazie”. Ci accomodiamo. Mentre posa forchetta, coltello e cucchiaio, su un tovagliolo di carta, ci notifica che ci preparerà un risottino. “Va bene? Va bene.” Si risponde da sola. Non era certo una domanda.

Gabri è titubante, appende, con la sua solita grazia, lo zainetto impermeabile sullo schienale della sedia, quasi a voler ridurre al minimo la superficie di contatto con qualsivoglia oggetto di questa trattoria. Anche le sue chiappe sono tese, si siede sulla punta della sedia e spalanca gli occhi quando arriva al suo orecchio un rumore greve che proviene da dietro le mie spalle.

Scosto leggermente la tenda e tra le fessure scopro un signore, intento a cenare di fronte al televisore. Il rumore molesto era la sua gola che veniva raschiata con vigore, tra una cucchiaiata e l’altra. L’audio della tv, oltre che alto è anche ovattato, il tipico suono di un vecchio televisore. Non lo vedo, rimane dietro la colonna, ma lo immagino cubico, grigio, con le casse ai lati, pesante più o meno 30kg. Se chiudo gli occhi riesco anche a percepire la patina elettrostatica che gli si forma sul vetro quando rimane acceso troppo tempo. Cosa vuoi dirgli? È anziano, dolce, un nonno con la tosse. Forse un po’ di polmonite. Speriamo nulla di grave.

“Cosa bevete?” Interrompe la Lina. “Acqua”, “Una birra per me”. Ed ecco la chiave. “Me, una birra da 75! Che abbondanza!”. Bastava una birra per farlo rilassare. Il sedere si sposta leggermente più indietro sulla sedia, le gambe si allungano sotto al tavolo, la schiena si lascia cadere sullo schienale e possiamo tornare ai voli pindarici.

È una-di-quelle-settimane e di conseguenza una-di-quelle-sere che arrivano a cadenza regolare nella nostra vita. Quei momenti in cui guardiamo prospetticamente i nostri passi, immaginiamo dove ci possano condurre nel futuro e ci domandiamo se è quello il futuro che vogliamo, quanto vogliamo aspettare per quel futuro, se non è già ora di fare una corsa dentro a quello-che-vogliamo-fare-dopo. Perché? Perché no? Cosa aspettiamo? Ma tu ti ci vedi…? Partiamo? Quando? Perché non ora? È lui coraggioso o noi scemi? È lui scemo o noi caparbi? Quanto pesa la pressione sociale che vediamo nitidamente, ma dalla quale non riusciamo a divincolarci? Fino a quando ci resterà attaccata alle caviglie? Ma tu te lo ricordi quando 5 anni fa, guardando il Guadalquivir, mi dicevi “ma tu te lo immagini il lavoro? Non avere più la libertà di prendere e partire da un giorno all’altro”? E ora guardati, sei felice per il lavoro. Poi sei stressata per il lavoro. Parti ancora. Sei ancora libera. Ti senti libera? Ti senti libero? Quanto? Quanto libero e quanto con le mani di qualcuno alle caviglie?

Tra una cucchiaiata di riso scotto ed una coscia di pollo dal sughetto indefinito, abbiamo lasciato scorrere il fiume che a cadenza irregolare ci travolge, quello dei dubbi esistenziali. Le risposte cambiano di giorno in giorno, di anno in anno, le conseguenze di quelle risposte anche, le domande permangono. Tornano ciclicamente a bussare nelle nostre teste, ad instillarci la voglia di cambiare vaso ai fiori. E insieme alle domande, restiamo anche noi e l’acqua. Noi davanti al Guadalquivir, noi sulla darsena, noi davanti alla piscina a Polignano, noi davanti al mare, noi davanti ad una bottiglia di birra troppo grande.

Quella sera Lina ha vinto il numero di telefono di un ingegnere molto disponibile a spiegare sia a lei che a suo figlio la cessione del credito d’imposta per rifare il cappotto della facciata di casa godendo delle detrazioni al 110. Io, mentre assistevo alla scena, mentre vivevo quest’ennesima cena, quest’ulteriore piccola avventura insieme a Gabriele, sorridevo stupida e consapevole di quello che ho vinto io, 5 anni fa, con i tacchi impiastricciati di sabbia ed un fiore di plastica sulla testa: la fortuna della vicinanza e dell’affetto di un’anima buona e ricca, come le lasagne. Qualsiasi dubbio ci attanagli, qualsiasi strada o scelta prenderemo, ovunque saremo, a riempirci il cuore basterà solo il tempo di un abbraccio.

Buon compleanno Gabri.

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