Pane, latte e gallerie

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Si partiva il venerdì, non c’era un orario preciso, ma si partiva sempre il venerdì. La mia infanzia è stata costellata da weekend fuoriporta, anche se le porte erano sempre e solo due, dipendendo dalla stagione: Cervinia d’inverno e Santa Margherita d’estate.

Verso ottobre c’era il cambio di stagione, si chiudeva una casa. Coprivamo ogni superficie con lenzuolini incaricati di raccogliere la polvere, abbassavamo tutte le tapparelle, salutavamo la casa e ogni luogo che vedevamo per l’ultima volta. “Ciao bagno, ciao letto, ciao Kaloo, ciao spiaggia, ciao mare”.

E via di nuovo, verso la montagna. Il viaggio era leggermente più lungo e certamente più tortuoso. All’altezza di Valtournanche, ad una delle prime curve, si incontrava il temuto negozio d’antiquariato in cui puntualmente mamma chiedeva di sostare. Un giorno, cullate nella noia, abbiamo provato l’accendisigari… sul sedile di papà. Confesso oggi, a distanza di anni, che fu un crimine commesso per mano di una sola persona: la scrivente. Quando riuscivamo a partire relativamente presto, mamma e papà entravano in quel negozio quando il cielo era ancora chiaro e ne uscivano quando già era notte. La cosa stupefacente, ripensandoci, era che entrasse anche papà. Invece di tenere la nostra parte e sbuffare perché mamma desiderava fare una qualsivoglia forma di shopping, quando si trattava di antiquariato e cianfrusaglie, anche lui era in prima fila. Nei miei pensieri un conto alla rovescia: guardavo l’orologio sul cruscotto e l’orario di chiusura, l’orario di chiusura e l’orologio sul cruscotto, mi ripetevo “non può durare ancora molto”. Invece capitava: a volte erano gli ultimi ad uscire, ancora chiacchierando con la proprietaria che probabilmente, da buona valdostana, non vedeva l’ora di chiudere la porta e cacciarli. Perché se c’è una cosa che accomuna i luoghi in cui ho passato la maggior parte dei giorni di vacanza della mia vita è un po’ di sana e comprensibile burberità.

Il tempo passava lento finché nella mia testa non si prospettava il premio di consolazione: se riuscivamo ad arrivare a casa sufficientemente tardi, nessuno avrebbe avuto voglia di cucinare e poiché di cena al ristorante non se ne parlava mai, la soluzione smart e da me anelata più della cucina degli chef stellati oggi, era pane e latte. Da quel momento il conto alla rovescia prendeva tutto un altro sapore. Le curve, nel tentativo di tenere nello stomaco la bile delle mie sorelle, prendevano tutto un altro sapore. Chiudevamo gli occhi durante l’ultima galleria e li riaprivamo poco prima del “aprite!” di papà, quando percepivamo che il buio aveva preso il posto delle luci del tunnel, lasciandoci abbagliare dalla valle del Cervino illuminata. Anche oggi, quando guido verso Cervinia, anche se sono al volante, per un attimo chiudo gli occhi. Forse solo la galleria mi distraeva dal pensiero della cena succulenta.

E poi garage, corridoi in pietra umida, “perché dobbiamo fare la spesa a Casale e poi portarla a Cervinia io proprio non lo capisco”, “zitta e prendi questa borsa”. La casa era già calda, quando eravamo piccole perché la portinaia accendeva il riscaldamento, quando eravamo già più grandi perché papà aveva trovato una SIM magica alla quale mandare un SMS per attivare, quando e da dove volevamo noi, i termosifoni.

“Mangiamo?” chiedevo subito.
“Dov’è la borsa frigo?” mamma.
“Pane e latte!” gridavamo all’unisono io le mie sorelle.

Mi torna tutto in mente oggi, mentre al posto dei cereali butto nella tazza un po’ di pane. È integrale ed il latte di mandorla, non sono più una bambina, ma ho ripescato questo confort food nei meandri della mia memoria. Sarà il cielo grigio di Milano di oggi? Sarà che questa settimana, andando in ufficio per la prima volta, ho sentito che questa faccenda dell’essere grande si sta facendo più seria del previsto? Sarà un’inaspettata nostalgia leggera che mi ha accarezzato i pensieri come un filo di vento? Sarà che oggi è uno-di-quei-giorni in cui mi chiedo che senso abbia tutto questo?

Non lo so, nel dubbio faccio il bis. Ora che non ho bisogno di lottare perché il latte lo voglio freddo, ora che scelgo io quando è ora di cena, mi rifugio in questo ricordo dolce.

Chiudo leggermente gli occhi, come in galleria e riesco a percepire il brusio di una tavolata piena, di una macchina piena, il rumore della mia famiglia.

Ultimo pezzettino, è ora di lavorare.

Che voglia di montagna.

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