Un volto, un bagno di merda, una responsabilità

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Ad Aurelia Bienko

La strada verso quella che potrebbe essere una delle esperienze più toccanti della vita è immersa nel bosco, puntinata da case enormi e scure. Il Van che mi ci sta portando è il cavallo di Troia su cui ho puntato, non c’è una persona che parli inglese però il nome impronunciabile sul cofano era proprio quello del paese in cui c’è il campo, ho fatto vedere il biglietto all’autista e mi ha dato l’ok in qualche modo, ho chiesto conferma ad un ragazzo dicendo solo “Auschwitz?” E anche lui sembra aver confermato. Ho fatto colazione perché non so bene a che ora riuscirò a tornare, ma è tutto bloccato lì in mezzo. Ansia preventiva? Coscienza di ciò che mi aspetta? Spero che scenda in quest’oretta, non vorrei dover vomitare durante la visita guidata. Mi sono preoccupata del poter avere fame, lì, dove l’unico che mangiava era il freddo. Si cibava di carne umana, insieme a qualche soldato annebbiato, a qualche generale abbagliato. Non pensò proprio che avrò fame. No.
È lunedì, normalmente a quest’ora sono in metro in direzione ufficio, quasi arrivata o in estremo ritardo. “Normalmente”. L’ho scritto davvero? Ho una routine? Da qualche mese si. Da febbraio. Motivo per cui non ho più trovato troppo tempo per dedicarmi alla scrittura, se non di poche righe riservandola ai post di Instagram. Oppure di molte righe, riservandola alle mie note dell’iPhone, senza divulgare, ma senza dilungarmi nemmeno. Eppure, fuori da questa routine che non mi appartiene, c’è la vita. E sto andando a farne una scorpacciata. Apro le braccia e cammino a passo svelto per cercare di prendere un Van che mi porti sotto una bella valanga di merda per ricordarmi quanto è bello l’odore del mare alle 6 di mattina, quando si mischia con quello di focaccia e di brioches. Per ricordarmi quanto è bello l’odore di Prato bagnato, appena tagliato, il cinguettio degli uccellini all’alba, il letto di casa, poter scegliere, poter addirittura tornare sui propri passi e cambiare le proprie scelte, poterle prendere in totale autonomia. Per ricordarmi quanto è bello avere più di vent’anni, ma molti meno di trenta ed essere qui, ora, 80 anni dopo, a poter imparare dagli orrori degli altri chi non voglio assolutamente essere e cosa non dobbiamo assolutamente ripetere. Per ricordarmi che sono viva e non ho nessun merito per questo, ma certamente ho il dovere di rispettare questo dopo e santificarlo con un sorriso per me e per gli altri. Perché siamo troppo fortunati spossiamo fare la differenza.

La foresta è finita, il bambino accanto s me si è addormentato sulle gambe della mamma però con una mano in aria, controllo maps, che qui ci fidiamo del mio non polacco, ma fino ad un certo punto.

Tarella, il nostro chofer, mentre il cielo diventa azzurro di nuovo. Pensavo che l’azzurro non sarebbe stato veritiero, non mi avrebbe calato nel giusto mood, ma solo perché le immagini più evocative e ridondanti che abbiamo visto avevano la neve, il freddo ed erano in bianco e nero, però ci saranno stati dei giorni di sole, il cielo non rievocava sempre gli Stati d’animo dei presenti incupendosi, a volte sarà stato azzurro come oggi e forse quelle erano le giornate che fregavano di più. Quando nemmeno la meteoropatia poteva incidere sull’umore, quando purtroppo il sole non bastava, anzi, era il preludio di odori fortissimi di sudore e vestiti appiccicosi, proliferassi di più malattie, aria pesante e poche energie. Va bene anche il sole, non c’è un clima migliore o peggiore per andare a sotterrarsi sotto la merda.

Cerco di fissare queste immagini, perché rimangano nei miei ricordi, ferme ed indelebili. Le foto, la mano di quel fratellino che stringe quella piccola del minore, appena scesi dal treno. I vestiti, le scarpine che sembrano le piccole superga da spiaggia che avevo da piccola, sporche di terra, come se il terreno fosse bagnato e si fossero impregnate. Immagino i piedini usciti da quelle scarpe, striati di terra, ma bianchi dove c’era la stoffa. Una salopette, che sembra quella di un bambolotto. Capelli. Capelli. Capelli. Pietre, scatole, utensili da camera a gas. E poi ancora capelli. Una luce strana mi dà modo di riflettermi nel vetro, di profilo vedo i miei, lunghi, biondi e poi sullo sfondo qualcosa di simile a paglia, a capelli della nonna, crespi, invecchiati, ammucchiati, scuri, chiari. Guardo fuori dalle finestre, il sole è diventato più forte e non posso fare a meno di pensare a quanti sguardi di speranza ha ricevuto questo cielo, questo scorcio color mattone, questa finestra. Faccio il segno della croce scavanti a qualcosa che mi sembra più significativo. Osservo i movimenti delle macchine fotografiche altrui, quello che scelgono e selezionano, alcune cose di cui non vorrei nemmeno una foto in galleria, figuriamoci stampata. Su questo suolo, dove cammino, qualcuno strisciava, moriva, ansimava, mangiava, per un attimo sorrideva. Qui, con quelle scarpe ancora ai piedi, quei capelli ancora in testa, quei vestiti ancora indosso, quelle valigie ancora in mano, quegli spazzolini. Ve la immaginate la mamma che rimproverava i bambini perché non coprivano le setole dello spazzolino con il cappuccio?”- scelta meticolosa di quali creme portare, di cosa fosse necessario nella nuova vita che li attendeva. Le valigie dei ragazzi venezuelani al confine con l’Ecuador erano molto più grandi, le unghie delle ragazze più curate, però la selezione dev’esser stata la stessa, inconsapevole del quando tornerò, del se tornerò.

Bus. Birkenau.
Il cielo è velato, tira vento, vuoto.
Noi pensiamo sempre brutto, ma la realtà è peggio.
A proposito della metafora che avevo in mente prima, della valanga di merda, nel campo di Birkenau, nella parte femminile, inizialmente non c’erano le latrine, ma quando morì una SS i tedeschi si spaventarono e ne costruirono 5 per parte, 12’000 persone ed 1 ora al giorno per poter andare al gabinetto, 5 secondi per ognuna. 90 rubinetti, l’acqua però chissà se usciva. La caccia veniva spalata dagli stessi prigionieri che scendevano 1 metro r mezzo sotto terra e la tiravano fuori ogni giorno. Che schifo? In realtà quando fuori c’era -40, stare immersi nella merda era una delle sensazioni migliori nonché una grande possibilità di salvataggio rispetto al lavoro all’esterno ed al freddo.

La guida che è con noi fa questo lavoro da 8 anni, è qui da 8 anni, tutti i giorni tranne Pasqua, Natale e capodanno, a raccontare questa storia, che non ha senso che riporti, perché tutti pensiamo di conoscerla e se non la conosciamo è ora di farlo, ma comunque non la conosceremo mai abbastanza. Sottolinea e ci ricorda che l’80% delle persone che entravano qui morivano direttamente, senza avere il tempo di provare nessuna fatica, isolazione, speranza. Entravano, venivano smistate e restavano si e no 1 ora all’interno del campo, poi camera a gas, doccia (che non è proprio come mostrano nei film, il gas non esce dalle docce sotto forma di fumo, ma è disperso da piccole pietre che in spazi chiusi con una temperatura creata dal respiro di tante persone, rilasciano i gas nocivi di cui sono impregnate e uccidono), carrello, forno crematorio, fumo, ceneri. E come se non fosse abbastanza cruento questo elenco sterile di fasi della vita di un uomo non ritenuto tale, le ceneri erano usate come concime o sparse per la strada quando nevicava, come sale, come sabbia. “Non erano rispettati da vivi, men che meno da morti”. Ci dice che le parole che usiamo non possono lasciar trasparire la vera identità di quello che provavano i prigionieri. Che il freddo che associamo alla parola freddo non è così tanto freddo e così la fame, la sete, la paura, la speranza. Ma ancora che 
“La memoria è solo questo, qualcosa di dinamico da cui imparare. Vediamo il perché, vediamo cosa sappiamo fare noi, al di fuori di questo filo spinato nella vita quotidiana. Inutile tenere qua dentro quello che abbiamo visto oggi, abbiamo un’arma, torniamo a casa e domandiamoci che futuro vogliamo dare ai nostri figli e nipoti? Tutti i nostri errori li pagherà chi verrà.
Alla morte siamo abituati, non ci fermiamo, vogliamo almeno fermarci sull’odio? Lì si, possiamo. A noi non ce l’hanno tolto il futuro, siamo qui, fermiamoci a pensare, vediamo di non essere noi a toglierlo anch a qualcun altro.”

Qualcuno tira su con il naso, toccato, io per tutto il tempo ho ricacciato le lacrime che affioravano e velavano gli occhi. C’è un odore di chiuso, umido, legno, caldo, una mosca che sbatte ininterrottamente sul vetro, proseguo per un po’ da sola ed è tutto incessantemente uguale. Tutto quello che vedo è stato soggetto ad opere di mantenimento, ma è tutto originale, triste e schematico com’era poco più di 70 anni fa. Lavorano alcuni operai, fotografi, tagliaerba. Sì perché ora c’è l’erba, prima era tutto paludoso e invece ora c’è il prato ed i fiorellini, che se ci fossero stati all’epoca sarebbero sopravvissuti giusto il tempo di un boccone.

Ciondoliamo, affranti, ci sono scolaresche, giovani e meno giovani, camminiamo impietositi, cupi. Qualche neonato piange, qualche bambino fa i capricci, il sole ci insegue. Qui è solo dove dormivano e lavoravano alcuni, altri uscivano dal campo per andare a lavorare, dormivano in basi accanto ai terreni e poi tornavano solo quando non erano più buoni per il lavoro. “Non erano più buoni per il lavoro”, che espressione schifosa. Tornavano qui, a morire. Perché questo era il più grande campo di sterminio, più che altro. 

Il bus che riporta ad Auschwitz parte ogni 10 minuti, ho fatto la foto agli orari, posso prenderlo quando voglio, io. 
Compio questo gesto semplice: esco. Passò attraverso un cancello che interrompe il filo spinato ed esco. Come se fosse la cosa più normale del mondo. Cercherò un bus per tornare verso Cracovia, fare una merenda abbondante o un pranzo tardivo, controllare la home di Instagram, pubblicare queste righe sul blog, prendere un aereo, baciare chi amo, cagare nel mio bagno ogni mattina prima di fare colazione, prendendomi il mio tempo, tutto il tempo che voglio. Tutto il tempo che ho. Torno alla mia vita di tutti i giorni. Io che posso.

A cos’è servito tutto questo? Mi sarei potuta fermare di più? Avrei dovuto concedermi più tempo? Avrei dovuto fare una visita individuale senza la guida? Avrei dovuto piangere? Cosa devo fare con i miei capelli?
Mi posso porre interrogativi inutili e superflui, perché ho il tempo per farlo, perché approfitto del viaggio per scrivere. Loro non avevano questo tempo e quando lo avevano cosa sognavano? Cosa pensavano? Cosa immaginavano quei bambini che trasportavano corpi? Cosa sognavano in 8 su un letto, mentre guardavano il disegno di una scuola sul muro? Cosa speravano?
Non ho mai letto Se questo è un uomo, o Anna Frank, ma non ho mai letto tanti altri libri che potrei leggere, come non ho mai visto Shinder List. Ho studiato la storia, con passione, quando me l’hanno spiegata, ho cercato di guardare, cogliere, apprendere da chi sapeva più di me, ho guardato qualche film e tutto qui. Posso fare di più. Per imparare, ancora, dagli errori degli altri, per ricordare. Per non ripetere, per fare la differenza.

Voglio solo staccare la testa ora.
Pensarci tanto o non pensarci affatto. Non so cosa stia provando, ma so che voglio sapere e far conoscere. 

Salgo sul bus, ce ne sono tantissimi, 15 zloti ed in 1 ora e mezza sarò nuovamente nella civiltà, come ci piaceva dire durante l’on The road in sud America. Eppure di civile non c’è niente, la stessa civiltà che oggi banchetta e fa shopping, è nipote o pronipote o vicina di casa, di chi ordinava o supportava più o meno inconsapevole, questo scempio.
Guardiamoci dunque le spalle da noi stessi. Guardiamoci allo specchio e non dimentichiamo.

Mi lego i capelli e li tengo stretti, saldi a me, come la speranza, che è davvero l’ultima a morire in me, che saremo davvero il cambiamento positivo di questo mondo. Perché abbiamo studiato, perché siamo intransigenti, perché abbiamo visto tanti errori, perché non ci siamo abituati al calore della merda. Perché non è di sollievo. È merda. E nella merda non ci vogliamo stare, come non vogliamo far stare i nostri fratelli, amici, figli e nipoti.

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