San Cristobal de las Casas – diario di bordo 9

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Ma chi è che ha detto che fa freddo a San Cristobal? Si sta veramente bene in maniche corte. Taxi e siamo sotto casa di Monse, questo paesone è pieno di casette colorate, basse, stradine in pietra in cui passa solo una macchina alla volta, i marciapiedi sono percorsi ad ostacoli, su, giù, rampa. 39a. Eccola!
L’unica cosa certa era vederla arrivare saltellando.
La casa è veramente bella, ma molto fredda, non c’è il riscaldamento qui nelle case, nonostante siano super moderne ed il Wi-Fi vada meglio del nostro a Buenos Aires, ovviamente.
Usciamo velocemente per pranzare perché in casa ci saranno veramente 5 gradi in meno che fuori.
Qui si può pranzare con 60$ (circa 3 euro), una zuppa, un piatto principale ed un acqua al limone. Proviamo tutto, come sempre, povero stomaco.

Un paesino di montagna, con le strade in salita ed in discesa, con una via principale, due piazze, un mercato dell’artigianato, uno alimentare, centinaia di localini uno più bello dell’altro, anche le catene più famose sono inserite in casette tipiche e si mimetizzano con il contorno. Ahhhh. Se non fosse per la mancanza della neve e per i troppi hippie per strada potrebbe anche ricordarmi Cervinia. Sicuramente, finalmente, si sente il Natale.
A tal proposito andiamo ad una posada! Tutto il giro di amici di Monse sono altri ragazzi e ragazze internazionali e non che lavorano per associazioni umanitarie, ed è in una di queste che c’è la posada di questa sera. “Posada” è il nome comune dell’attività di andare di casa in casa, come fecero Maria e Giuseppe prima del Natale e per questo il termine indica anche la festa pre natalizia tra colleghi ed amici, che si accolgono a vicenda nelle case o nei posti di lavoro.

Questa posada non è famigliare, ma di un’associazione che difende i diritti umani delle popolazioni indigene, come quella in cui lavora Monse, ma stasera non c’è distinzione, ponch per tutti e tacos a volontà.
Bello questo mood, bello questo Mexico.

Il giorno dopo è ancora un gironzolare, perché è questo il bello di San Cri, non tanto i monumenti, quanto i movimenti della gente, gli usi. Gli indigeni delle cittadine limitrofe scendono in città a vendere i prodotti del loro lavoro, principalmente tessile e alimentari. Le blusas di Chiapas sono famose ovunque, fresche, di puro cotone e decorate a mano. Le coltivazioni sono le tipiche messicane: mais di tutti i colori, riso, fagioli, platano, spezie, carne e chile. Di tutti questi prodotti è pieno zeppo il mercato, in cui mi scontro con le fragranze, ma soprattutto con i tanti bambini che sono accanto ai genitori anche in mattinata. Chiedono a Monse se vadano a scuola, la risposta è un po’ vaga: alcuni si, altri no. L’impressione è che molti non ci vadano, che aiutino mamma e papà a vendere, che vendano da soli con una cassettina-espositore al collo, nella via principale. Mentre penso che la prima preoccupazione delle mille ONG locali dovrebbe essere istruire i bambini, a quanto sia carino un biondino con cui ho incrociato lo sguardo, a trattenermi dal mettere le mani nei sacchi di legumi come farebbe Amelie, non riesco a togliere gli occhi di dosso ad una giovane che striscia letteralmente per il mercato. Si tira con le braccia, senza alzare la testa, due ciabatte nelle mani, per non tagliarsi ed i pantaloni lunghi, che puliscono il suolo, vuoti. Qualcuno le tocca una spalla, lei capisce, ferma il suo impegnativo cammino, sfila la manina piccola e sporca dalla crocs e la alza al cielo, afferra una moneta piccola piccola e senza nemmeno guardarla riprende il ritmo. Mi si stringe il cuore, il portafoglio, non riesco a non soffrire per lei, eppure andiamo avanti, allunghiamo il passo, Monse vuole farmi vedere le tortillas azzurre. Voi lo sapevate che esiste il mais azzurro? Che colore stupendo e raro da trovare nel piatto. È bastato un attimo ed abbiamo girato l’angolo, lasciando indietro i bambini, l’umanità strisciante e la tristezza, i pensieri profondi e quelli frivoli. Come siamo volatili.
Cerchiamo un hamburgeria che ci hanno consigliato, dove giustamente sono finiti gli hamburger ed è già ora di rimettersi in viaggio, di lasciare il freddo e le luci natalizie, che per un attimo mi hanno ricordato che si avvicina il Natale. Saliamo sul bus ed inizia una nuova avventura, mentre quella ragazza magari sta ancora consumando le ciabatte con le mani, o sarà in qualche angolino a lottare con il freddo.
È difficile lasciar andare, guardare oltre, passare sopra. Monse sa che non ce la può fare, ha deciso che non seguirà i suoi studi, che questo mondo ha bisogno di lei, che questi indigeni vanno aiutati, magari tornerà in Germania a lavorare qualche mese per poi vivere come un pasha a sancri, dove l’affitto mensile le costa 90€, perché lei si tratta bene, altrimenti potrebbe costare pure meno, e un pranzo costa Massimo 3€. È sostenibile, è altruista, le fa onore, ma resta il fatto che…
Siamo troppo fortunati.

 

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